Tag Archives: BCE

Una critica al Working paper della BCE n. 1097 di ottobre 2009

22 Giu

Si tratta di un lavoro di Anna Lipińska e Leopold von Tadden per conto della BCE denominato:  MONETARY AND FISCAL POLICY ASPECTS OF INDIRECT TAX CHANGES IN A MONETARY UNION.

L’attività del governo Monti è stata largamente ispirata a quel testo indicato sinteticamente come procedura di “svalutazione fiscale” a carico dei paesi PIIGS.

Il lavoro si basa su diversi modelli matematici dell’economia come indicato nelle ipotesi e presenta alcuni elementi semplificativi che nel complesso rendono l’analisi totalmente estranea alla realtà attuale dell’economia europea.

I presupposti del calcolo del modello che ha portato ai risultati imposti ai politici dell’Europa si possono trovare nella relazione liberamente scaricabile dal sito della BCE che sintetizziamo qui di seguito:

Per consentire non banali decisioni di fissazione dei prezzi delle imprese, la produzione in entrambi i paesi è caratterizzata dalla concorrenza monopolistica del tipo Dixit-Stiglitz. La politica monetaria ha un ruolo di stabilizzazione significativo a causa della rigidità dei prezzi nominali, in linea con il nuovo metodo keynesiano (vedi Calvo (1983), Clarida et al. (1999), e Woodford (2003)). Inoltre, la politica monetaria è sovranazionale e segue una regola di retroazione di tipo Taylor, le variabili di targeting a livello di Unione. Al contrario, la politica fiscale è specifica per ogni paese, e la spesa pubblica e dei pagamenti di interessi sul debito pubblico in essere può essere finanziato attraverso una imposta di consumo lineare (e non discriminante) o una tassa lineare sul reddito da lavoro (con il lavoro unico fattore di produzione ). La politica  fiscale segue regole di feedback che ancorano le economie ad un preciso livello di debito pubblico per paese, similmente a Leeper (1991), Schmitt-Grohe e Uribe (2007) e Leith e von Thadden (2008). Ogni paese è specializzato nella produzione di un beni commerciabili compositi che vengono consumati in entrambi i paesi. Le imprese fissano i prezzi alla produzione identici in entrambi i paesi e le ragioni di scambio (cioè il rapporto tra prezzo alla produzione tra i due beni commerciabili compositi) dipendono in condizioni di generali di equilibrio, tra l’altro, dalla struttura delle imposte e dalla spesa pubblica nei due paesi. I due paesi possono essere di diversa dimensione relativa, misurata in termini di quota di beni prodotti in un paese, tenendo costante il numero totale delle merci prodotte nell’Unione monetaria. Infine, si presuppone un totale mercato dei beni tra i due paesi, così che i movimenti netti di beni con l’estero non svolgono alcun ruolo.

In sintesi la concorrenza monopolistica di Dixit-Stiglitz (per chi vuole approfondire, ma lo sconsiglio perché si tratta sempre di modelli come quelli per le previsioni del tempo) ha le seguenti ipotesi:

1. I consumatori siano identici, ovvero abbiano la stessa funzione di utilità. Quindi, senza perdita di generalità, possiamo ipotizzare che tutta la popolazione sia costituita da un solo individuo.

2. Il tipo di funzione esprime il fatto che il consumatore preferisce la varietà alla quantità di un solo bene.

3. Il numero di marche potenziali è infinito.

4. Libera entrata di beni e servizi.

5. Sia la funzione di domanda diretta

Come si vede quanto sopra non corrisponde a nessuna economia presente o passata nel mondo.

Il nuovo metodo keynesiano (vedi Calvo (1983), Clarida et al. (1999), e Woodford (2003)) ha le seguenti caratteristiche:

l’agente rappresentativo ha vita infinita ed un’infinità di imprese con una funzione di produzione che dipende dal solo fattore lavoro. L’unica distinzione rispetto al modello neoclassico di ciclo reale (e.g.,Long e Plosser, 1983) è l’ipotesi di rigidità nominali nei prezzi.

Nella maggior parte dei casi, questa ipotesi prende la forma del modello di Calvo (1983), dove si assume che le imprese possano cambiare il prezzo solo se ricevono un segnale, il che accade con una certa probabilità, i.e., α. Ne consegue che con probabilità (1– α) le imprese non possono cambiare il proprio prezzo.

Anche questo è un modello che non ha riferimenti nella vita reale perché evidentemente pensato da chi non ha mai visto come si fissano i prezzi nelle imprese reali.

In sintesi le ipotesi sono le seguenti:

Una unione monetaria di due nazioni con differente politica fiscale. La politica monetaria è sopranazionale e segue le regole dell’unica banca centrale. Le due economie sono strutturalmente identiche, ma differiscono per le dimensioni.

Il mercato è soggetto a competizione monopolistica mentre il mercato del lavoro è  perfettamente competitivo. Non sussistono differenze nei due paesi nei prezzi di produzione.

Si tratta, come si vede di una grossolana approssimazione della descrizione dell’unità monetaria all’europea che certamente non corrisponde neppure lontanamente alla realtà fisica.

E’ evidente che queste approssimazioni hanno lo scopo di utilizzare le formule dei modelli che vengono citati.

Non viene fatto nessuno sforzo per descrivere in modo originale, anche solo tra due nazioni prese a riferimento, una situazione reale e quindi si usano formule matematiche che portano a conclusioni che sono contraddette dalla logica perché anche da un solo errore si può dimostrare qualsiasi cosa.

Una approssimazione che porta certamente errori di calcolo riguarda l’uguaglianza dei costi di produzione tra stati e differenza sui prezzi solo per effetto della differenti politiche fiscali.

Non è un caso reale. Infatti a seconda delle regole e delle leggi locali possono aversi differenze sui prezzi alla produzione anche se, devo dire, non è questo il problema più grosso del modello.

Infatti non è assolutamente condivisibile quanto riportato al punto 2.3.1 che si basa su questi presupposti: cioè l’assunzione che il bilancio finanziario degli stati resti immutato in termini reali (quindi al netto della svalutazione fiscale) assicurando che il livello di debito resti inalterato con l’aumento della tassazione sui consumi ed un successivo ritocco alla tassazione sul lavoro.

E’ contraddetto dalla situazione pratica di applicazione del metodo e non tiene conto dall’analisi di Frank Ramsey in “A contribution to the theory of taxation”.

Infatti l’aumento della pressione fiscale sui prodotti crea una riduzione della produzione dei prodotti tassati, quindi riduce il gettito a causa della contrazione della produzione sia in via diretta (per il calo della produzione) sia in via indiretta (per la riduzione delle tasse sui lavoratori espulsi dal sistema produttivo a causa della minore produzione dei beni tassati).

L’ipotesi di lavoro è che prima si debba procedere all’aumento delle tasse sulla produzione e, successivamente per effetto dell’aumento del gettito, si possa  provvedere a ridurre le tasse sul lavoro.

In presenza di un sistema del credito in grado di sostenere l’economia nel periodo di tempo intercorrente tra l’aumento delle tasse sui consumi e quelle sul lavoro si potrebbe pensare che, se l’economia fosse in espansione, il metodo potrebbe anche dare risultati. Ma in periodo di recessione e con il sistema bancario non in grado di proporsi al rischio aggiuntivo di un’espansione del credito la regola di F. Ramsey è di riduzione della produzione e quindi del gettito.

Pertanto i risultati previsti non sono raggiungibili.

Infatti l’aumento della tassazione diretta riduce (Frank Ramsey in “A contribution to the theory of taxation”) la produzione dei beni tassati. Da questo deriva una contrazione delle capacità produttive del paese, in particolare per i beni “elastici”, che solo in parte e molto più tardi potrebbero essere compensata da una riduzione delle tasse sul lavoro che, per altro si riduce in quantità, per effetto della riduzione della produzione. Quindi si assiste alla contrazione del gettito delle tasse sul lavoro per il licenziamento del personale eccedente quindi la possibilità di riduzione della tassazione sul lavoro, per ottenere un bilancio statale e il livello del debito inalterato, non è fisicamente possibile.

Questo mette in crisi tutta l’analisi economica successiva che non può più essere condotta con queste ipotesi.

Anche una successiva riduzione della tassazione sui redditi sarebbe insufficiente, ancorché massiccia, a compensare gli effetti dell’incremento delle tasse sui consumi. Infatti la propensione all’acquisto si riduce comunque con il crescere dei prezzi benché il modello dica esattamente il contrario e, comunque, l’economia dovrebbe trovare una propulsione a riprendersi che non si vede da dove possa venire con le banche impossibilitate a fare credito e con le agevolazioni statali e comunitarie in costante contrazione.

Inoltre non si capisce come si possa controllare adeguatamente l’evasione fiscale quando la pressione sui consumi dovesse farsi sentire con forza, considerando come l’evadere da tasse piccole sui consumi rappresenta un rischio che non conviene correre, mentre evadere tasse elevate potrebbe generare un favorevole rapporto costi/benefici a favore dell’evasore; inoltre si dovrebbe tenere conto che le tasse sui consumi, per la loro natura di essere disperse su una miriade enorme di prodotti, difficilmente possono essere controllate. In questi termini l’evasione prevede una maggiore probabilità di impunità.

Ci sembra errata la considerazione che il livello di tassazione del lavoro sia indipendente dal livello della tassazione sui consumi e viceversa. Ma qui siamo tornati a presentare un’altra grossolana semplificazione del modello. Infatti il prezzo alla produzione dipende dal costo del lavoro e questo dipende anche dal regime generale della tassazione sui consumi, almeno se non si è in un regime autoritario ed illiberale. Quindi gli effetti del modello dovrebbero prevedere un calcolo per successive approssimazioni e non limitarsi a sostenere che i prezzi di produzione sono uguali in tutti i paesi perché se cambia il regime di tassazione cambiano anche i prezzi di produzione e spesso non di poco. Dipende dalla capacità contrattuale dei lavoratori che hanno condizioni diversissime in uno stesso paese con aree protette e aree esposte alla concorrenza. Anche questa è una approssimazione del modello che incide, non poco, sui risultati.

Nel calcolo non viene messo (ad esempio) il tasso reale dell’IVA e l’aliquota della tassa diretta, ma i valori medi di questi rispettivamente sulle transazioni dichiarate e sui redditi medi da lavoro ignorando totalmente l’esistenza di beni “elastici” e beni “anelastici”.

Questi termini sono correlati tra loro per il fatto che (ad esempio) una riduzione della tassazione sui consumi determina un incremento dell’attività da lavoro (necessario per produrre e vendere più prodotti) e quindi un incremento del gettito da tasse sul lavoro.

E naturalmente viceversa come è accaduto con le manovre recenti nei paesi del sud Europa.

I risultati del calcolo, comunque mostrano come la politica fiscale del governo Monti (per non parlare delle politiche fiscali dei suoi predecessori improntate tutte ad aumentare la tassazione sia sui consumi sia sui redditi – in particolare da lavoro-) sia la causa del declino accelerato dell’economia italiana.

Infatti, avendo promosso, ad esempio, l’aumento dell’irpef degli enti locali in aggiunta all’aumento dell’IVA, risulta dal modello che non poteva non determinarsi un crollo della produzione industriale, aumento massiccio della disoccupazione e riduzione delle libertà dei cittadini in quanto soggetti a maggiore pressione in ambito lavorativo per la rarefazione dei posti di lavoro, benché il modello della BCE si basi proprio sulla flessibilità totale del lavoro e quindi su un controllo della libertà dei lavoratori. In particolare a questa situazione di precarietà si sono aggiunte leggi specifiche miranti a rendere più docili i lavoratori sotto la minaccia anche di licenziamento senza giusta causa in una economia in forte declino e quindi con poche opportunità di cambio di posto di lavoro.

Riportiamo le tabelle ed il grafico principale dello studio per mostrare come, in una situazione più simile al mondo delle idee di Platone che ad una realtà di società industriale  complessa,  si siano previsti i risultati che andremo a commentare.

Simbologia:

Schermata 2013-06-06 alle 20.21.34

La tabella che mostra gli effetti di un aumento della tassazione sui consumi ed una corrispondente riduzione di quella sui redditi da lavoro nel lungo termine è a seguente:

Schermata 2013-06-06 alle 15.51.09

Certamente il presupposto è la riduzione della pressione fiscale sui redditi da lavoro.

Se si facessero i conti con un incremento di questa quota di tassazione i risultati sarebbero molto differenti e condurrebbero in linea di principio ad una contrazione della produzione ed a cascata un aumento del debito pubblico almeno in costanza della spesa.

Quindi se il governo conosceva questi calcoli sapeva anche che la strada intrapresa era quella della deindustrializzazione dell’Italia nelle attività in concorrenza con l’estero, una riduzione della spesa pubblica che rendesse impossibile una spesa sociale anche minima nei campi della sanità, della prevenzione, dell’assistenza. Quindi lo scopo ultimo era quello di incrementare le divisioni sociali incrementando le posizioni di vantaggio per quelle attività che non avevano concorrenza internazionale come appunto la sanità privata.

Riportiamo anche la tabella 6

Schermata 2013-06-06 alle 15.51.45

Qui sono riportati gli effetti in funzione delle rapporto delle dimensioni economiche dei due paesi esaminati (n è il rapporto tra le due economie).

Probabilmente c’è un errore di calcolo visto che si prevede di ridurre il debito pubblico con il solo incremento della tassazione sui consumi.

E’ errato perché confligge con l’analisi di Ramsey sulla teoria della tassazione. Infatti ad un aumento della tassazione corrisponde una riduzione nella produzione dei prodotti “elastici” e quindi, in generale in un’economia riflessiva, una contrazione del gettito. Non si capisce come sia possibile che si riduca il debito pubblico (troppo modesto è l’effetto dell’incremento del debito estero) se non si è prevista una generale riduzione della spesa pubblica. Ma questo nello studio non è chiaramente espresso, anzi sembrerebbe escluso.

Mi sembra evidente che lo studio abbia grosse lacune nella stessa redazione del modello. SI riferisce al paragone di soli due stati, utilizza degli algoritmi apparentemente rigorosi, ma confligge con la stessa analisi matematica che viene utilizzata per fare i calcoli.

il problema non è nei modelli, ma nell’uso della matematica in condizioni non rigorose. Infatti se si analizza un sistema produttivo e di fanno dei semplici bilanci di flusso, anche con le ipotesi riduttive indicate dalla BCE, verrebbero fuori risultati, probabilmente approssimati, ma sicuramente di segno diverso da quelli ottenuti prendendo a prestito modelli altrui senza tenere conto che esistono delle condizioni nei sistemi economici che non possono essere espresse comunque dai modelli. In altri termini questo studio matematico non sembra essere stato controllato mediante metodi sintetici per vedere da quale parte devono andare i risultati, almeno non sono citati nella relazione.

Era una prassi che i professori di ingegneria obbligassero gli studenti a riflettere sui risultati ottenuti verificando sempre per altra via che non avessero commesso errori.

In economia, quando si va a toccare la vita di milioni di persone che possono trovarsi povere o indigenti per errori di calcolo andrebbe adottata una uguale prudenza dei calcoli degli ingegneri che solo in pochi casi potrebbero creare pericolo per milioni di persone.

Il problema non è tecnico, ma politico.

Possibile che nessuno di quanti hanno deciso di applicare il modello alla nostra economia si sia reso conto dei limiti di questo studio? Hanno preso tutto per buono anche se la stessa BCE lo considerava da approfondire. Infatti le critiche evidenti anche ai non addetti ai lavori prima citate non potevano sfuggire a dei tecnici economici.

E dopo che è maturato il disastro conseguente all’errata applicazione di questo metodo all’economia italiana perché non è stato fatto un processo politico a quanti avevano appoggiato o creato le condizioni perché questo disastro si verificasse?

Per chiarire il concetto faccio un esempio:

Supponiamo che un fisico ritenga di poter stabilire la quantità di pesci che si trovano in un determinato tratto di mare utilizzando la legge di Avogadro che, ovviamente non corrisponde in nulla al modello di studio.

Nel caso trovi, mediante i calcoli, una corrispondenza tra il numero possibile ed il numero calcolato di pesci è evidente che potrebbe trovare dei numeri che non hanno nessuna relazione con la realtà. Tuttavia se, mediante uno studio alternativo verificato anche praticamente, trovasse che la legge così costruita sia accettabile, nelle particolari condizioni dello studio, la sua attività scientifica sarebbe, benché in modo imprevisto, una buona ricerca scientifica.

Questi economisti prendono un modello, come in questo caso che non ha nessuna relazione con il mondo reale, usano delle restrizioni (necessarie per utilizzare certe formule di modelli econometrici) che non corrispondono alla realtà dei sistemi esaminati, quindi solo per caso potrebbero trovare delle leggi adeguate agli scopi. Ma quello che è da criticare scientificamente è il mancato controllo dei risultati mediante altri metodi alternativi atti a stabilire, anche di massima, se quanto hanno ottenuto ha un riscontro con la realtà. In questo caso, poi hanno dimenticato di valutare un effetto fondamentale come il credit crunch bancario e le conclusioni di un eccellente matematico come Frank Ramsey che li aveva avvertiti sull’esito della manovra come da loro impostata.

La critica non è se sia giusto o sbagliato modificare il sistema di tassazione, ma piuttosto il modo con cui questo è stato fatto basandosi solo su modelli matematici non coerenti con la situazione in esame.

Quindi non sono i due estensori i colpevoli, ma i politici che non hanno saputo fare i controlli e le verifiche accettando funzioni matematiche come se fossero verità rivelate mandando con quelle a ramengo l’economia della nazione.

La causa della crisi economica non è del sistema finanziario ma dei politici

4 Feb

Conferenza stampaIn questa campagna elettorale tutti i politici parlano di economia facendoci scoprire che o non ne masticano o fanno finta di esserne profondamente ignoranti.

Berlusconi, che è stato al governo per almeno un decennio e, comunque, ha influito sulla vita politica italiana per venti anni, ha affermato varie cose poco condivisibili in materia economica. E non mi intrattengo sulla restituzione dell’IMU che è solo un sistema di “captatio benevolentiae” e non ha nessun rilievo in questioni di politica economica perché è solo dare con una mano per togliere con un’altra in modo non espresso perché sarebbe, per lui, controproducente. La sorgente dichiarata dei fondi per eseguire questa operazione è inattuabile nei tempi e nei modi annunciati oltre a creare un precedente negativo nella lotta alla criminalità. E’ invece solo una partita di giro a carico di qualcuno e a favore di altri.

Molto più rilevante, in quanto in grado di condizionare pesantemente il futuro del Paese è l’altra affermazione dei giorni scorsi con cui accusa l’euro di aver generato la crisi di liquidità dello Stato.

Afferma che con l’euro lo Stato non può più stampare moneta ed è condizionato nell’emissione di titoli di debito e quindi avrebbe perso la propria sovranità cedendola alla BCE ed ai burocrati di Bruxelles.

Sarebbe, secondo lui, possibile, per superare la crisi, uscire dall’euro per poter stampare la moneta che serve per evitare di avere alti tassi di interesse sui titoli di stato.

A parte l’evidenza in termini di stretta logica che questa soluzione porta a catastrofe monetaria, si nota alla base di questa affermazione un errore madornale. Non è vero che lo Stato non ha più diritto di signoraggio. Questo si esercita tuttora in una forma indiretta in quanto la moneta fabbricata dal sistema finanziario torna allo Stato attraverso il versamento della riserva obbligatoria. Il motivo di questo spostamento dalla zecca alle banche della creazione di moneta è legato proprio alla necessità di fare moneta quando serve per una transazione e non quando lo Stato ha bisogno di fare cassa. Con ciò, se tutto funzionasse regolarmente, il circuito bancario finanzierebbe le attività e lo stato tornerebbe padrone della moneta frazionalmente ogni sei mesi.

Il mancato controllo dei flussi finanziari e della loro corretta destinazione è da imputare allo Stato e quindi ai politici. Infatti se si fosse imposta una riserva obbligatoria maggiorata o tassazioni particolarmente elevate per attività di speculazione finanziaria (ad esempio per tutte le operazioni in odore di truffa alla Ponzi o di scommessa), si sarebbe tolto combustibile dal fuoco e si sarebbe punito il fare denaro su quelle operazioni che hanno portato al fallimento il sistema bancario.

La colpa dei politici è di aver lasciato in passato una liquidità eccessiva nelle banche applicando una riserva obbligatoria troppo bassa, mentre lo Stato doveva finanziarsi con il debito pubblico ed ai lavoratori veniva tolta la “scala mobile” con la scusa infondata che faceva inflazione. Pertanto il sistema finanziario per impiegare questa liquidità ha studiato operazioni ad alto rendimento e bassa solvibilità che normalmente verrebbero sanzionate se applicate dal comune cittadino.

Appena i crediti inesigibili si sono affacciati il sistema finanziario è fallito, non essendo più in grado di fare il suo mestiere di dare credito e si è trascinato dietro il debito pubblico e la tassazione di beni anelastici in quanto risorse certe. Quindi una recessione che non può che peggiorare se i politici non intervengono.

Fa anche pena un politico di lungo corso  che ci ripropone, per superare la scarsità di credito, l’uso dei fondi di garanzia per le imprese. Ma forse si tratta, come al solito di chi si diletta di “specchietti per le allodole” in periodo elettorale, perché magari sa benissimo che questa è solo propaganda.

Quindi la crisi è da imputare ai politici perché, pur avendo i mezzi per evitarla, l’hanno creata ed alimentata e ormai non sono più in grado di affrontare la situazione.

Impressionante è anche la dichiarazione del professore presidente che, a guardare agli studi fatti, dovrebbe masticare un po’ di economia.

Si è arenato sugli scogli dei suoi predecessori con la proposta, analoga a quella di Berlusconi, della riduzione delle tasse contro nuovi tagli alla spesa.

E’ un modo di vedere che mantiene e sistematizza tutti gli errori dei governi precedenti e mostra mancanza di competenza nell’ambito della qualità della spesa, o, peggio, fa promesse che non intende mantenere in quanto conosce bene il basso livello di popolarità che ha raggiunto con la nuova gragnola di tasse, la riduzione del welfare e le riforme che hanno peggiorato la situazione del lavoro e delle imprese.

Infatti le tasse, in una economia ben ordinata, dovrebbero servire a guidare l’economia e non a fare cassa. E’ una lettura impropria e da dittatorellli affermare che le tasse debbano essere origine delle fonti di finanziamento dello Stato.

Lo Stato si finanzia con tre risorse: il signoraggio, le tasse ed i titoli di debito a lungo termine.

Ognuno di questi finanziamenti ha precise indicazioni macroeconomiche. Il signoraggio e le tasse devono sostenere la spesa corrente. Quindi, è una situazione limite, se si verificasse che il signoraggio coprisse tutta la spesa corrente non occorrerebbe mettere tasse. I titoli di debito servono per le spese di investimenti che, a loro volta, devono dare un adeguato ritorno macroeconomico per  pagare capitale di prestito ed interessi. In altri termini questi titoli devono, come minimo, potersi pagare da soli, .

In Italia si è fatto ricorso a titoli di debito a lungo termine per coprire spese correnti o per spese senza ritorno macroeconomico. Anche da questo dipende la crescita (tuttora in ebollizione) del debito pubblico.

Se la politica è quella di tassare e ridurre la spesa si otterrà solo una riduzione delle capacità produttive della nazione e, di riflesso, un aumento del deficit. Il tutto viene comunemente sintetizzato con la riduzione del PIL, ma occorre ricordare che questo indicatore si occupa di scambi e quindi sconta gli effetti negativi delle manovre con ritardo in quanto è condizionato dalle riserve pubbliche e private.

Questa riduzione del PIL quindi non dipende da sfortuna o dai lavoratori che non vogliono lavorare (come afferma la Fornero perché ipergarantiti) o dalla congiunzione sfavorevole tra Giove e Saturno, ma da precise scelte politiche.

Da questa situazione si può uscire usando rigore, ma non quello di Monti che ne è una comica rappresentazione, se interverrà la politica con riordino della spesa pubblica e ripristino del normale e corretto sistema di credito alle imprese e alle famiglie.

Purtroppo nella situazione attuale l’aumento della riserva obbligatoria avrebbe conseguenze catastrofiche per l’aumento dei tassi reali e per il probabile fallimento del 90% delle banche che verrebbero private anche delle ultime risorse.

Quindi se si applicasse adesso semplicemente quanto non fatto negli ultimi 50 anni si otterrebbe un abbraccio mortale tra banche, imprese, privati e Stato che andrebbero tutti in fallimento.

Occorre invece un’azione non convenzionale e fuori dagli schemi che ripristini il credito alle imprese ed ai privati e mantenga in limiti accettabili il costo del debito cumulato dello Stato. Con l’attuale politica economica europea si potrebbe riuscire a farlo, ma occorre un potere politico in grado di guardare al bene comune e non certo quanto propongono in modo demenziale i partiti politici in questa campagna elettorale. 

Le critiche al sistema finanziario devono essere oggettive e rispettare i principi base della contabilità

19 Gen

Pacioli_1

Ritratto di Luca Pacioli di Jacopo de’ Barbari – Museo di Capodimonte

Circolano sul web delle strane interpretazioni del sistema monetario che possono indurre a credere che il problema monetario sia riconducibile alla riserva frazionaria ed alla creazione di moneta da parte delle banche e delle banche centrali.

L’errore è sempre riconducibile alla totale ignoranza di come funziona la partita doppia e probabilmente chi copia quelle informazioni dovrebbe andare a ripetizione da fra’ Luca Pacioli (1445-1517).

Se continuano a circolare queste castronerie è impossibile porre il problema nei suoi veri e drammatici termini.

La BCE stampa moneta per conto degli stati dell’UE in quantità previste e stabilite secondo la legge e ripartisce la moneta agli Stati secondo proporzioni stabilite da accordi internazionali ben precisi.

Per dirla in termini di partita doppia quando la moneta stampata giunge presso la BCE (in modo reale o virtuale) viene appostata dove devono essere messi tutti gli strumenti finanziari liquidi, ovvero in “cassa” che è una posta dell’attivo.

Corrispondentemente, per bilanciare l’attivo con il passivo, deve essere posto lo stesso importo in una posta del passivo ovvero (ad esempio) nei “debiti verso gli Stati”.

Quando gli Stati prelevano dalla cassa della banca centrale questa moneta per fare dei pagamenti la relativa posta del passivo scema di un pari importo.

A qualcuno sarà capitato di andare allo sportello della Banca d’Italia a ricevere rimborsi di tasse o altri versamenti in moneta. Questi vengono prelevati proprio da quella “cassa” della Banca centrale dove sono versati gli importi della moneta stampata.

Quindi le affermazioni che la BCE, e, prima di questa, la Banca d’Italia, facessero moneta per conto loro e la facessero pagare allo Stato è priva di fondamento in quanto non rispetterebbe i termini della contabilità. Se così fosse ci sarebbe uno squilibrio tra attivo e passivo nei conti delle banche centrali e nei conti dello Stato.

Quando si dice che le banche fanno moneta dal nulla utilizzando la riserva frazionaria si dice una inesattezza in quanto si indica un fatto che esiste solo in termini molto diversi e più articolati.

Per regolamento le banche sono autorizzate a fare credito solo se hanno disponibilità su determinate poste del passivo di importi adeguati a fare credito. Se non hanno queste disponibilità possono utilizzare debiti verso altre banche o verso la banca centrale o fare ricorso ad emissione di titoli di debito o altre forme di raccolta.

A fronte di queste poste del passivo possono stipulare contratti di credito verso i debitori.

Il meccanismo è questo: a fronte del “debito verso terzi” si avrà un uguale valore di “cassa” per bilanciare, in quanto i terzi hanno versato questi importi. Quando la banca fa credito, da “cassa” (posta attiva) l’importo del credito passa a “crediti verso clienti” (posta dell’attivo) per lo stesso importo.

Così restano uguali gli importi dell’attivo e del passivo.

Quindi le banche non creano moneta dal nulla, ma fanno credito attraverso valori di debito presenti nel loro bilancio.

A questo punto la domanda è: perché allora la massa M0 è l’8% del totale delle masse monetarie?

La risposta è semplice: con una riserva obbligatoria del 2% lo Stato lascia che la massa monetaria venga aumentata quasi esclusivamente dalle banche perché ritiene che a fronte di prestiti bancari esistano transazioni, mentre la stampa di carta moneta potrebbe essere un mezzo solo per aumentare la massa monetaria senza sottostanti transazioni. In quest’ultimo caso  la stampa di moneta farebbe crescere la massa monetaria riducendo (almeno teoricamente) il valore della moneta perché prodotta in modo eccessivo rispetto alle necessità.

In effetti anche se la singola banca farà moneta a fronte di debiti verso terzi (azionisti, depositanti, altre banche, ecc.) il sistema monetario fabbrica moneta attraverso il sistema della riserva obbligatoria (o frazionaria).

L’importo della riserva obbligatoria torna allo Stato e quindi è come se fosse lo Stato ad aver emesso questa moneta. Se la riserva obbligatoria fosse del 100% non sarebbe possibile fare credito perché a fronte di un debito di 100 con cui si dovrebbe far fronte al prestito a terzi pari a 100 occorrerebbe che la banca si indebiti di altri 100 per darli allo Stato. Quindi si avrebbe che un prestito di 100 costerebbe 200 in linea capitale alla banca. Gli interessi per la clientela, in questo caso, raggiungerebbero cifre da strozzinaggio.

Se la riserva obbligatoria è troppo bassa viceversa si potrebbe avere un ritorno allo Stato, padrone del signoraggio, di masse monetarie troppo modeste in rapporto alle masse effettivamente create.

Il meccanismo è semplice: se presto 100 ad una banca, con una riserva frazionaria del 2%, questa può prestare 98 ad un altro cliente. La differenza viene versata allo Stato. E qui il discorso con questa banca è chiuso.

Se questo cliente prende i 98 per fare un acquisto ed il venditore deposita i 98 in un’altra banca questa potrà fare un altro prestito per poco più di 96. Quindi da un importo originario di 100 è stata messa in giro moneta per circa 194. Non c’è, in generale, inflazione perché tutto è avvenuto a fronte di transazioni commerciali.

Comunque con una serie più o meno lunga di operazioni la massa monetaria torna allo Stato mentre le Banche dovranno restituire i depositi ai loro depositanti quando i loro debitori pagheranno i propri debiti.

Come avrete capito la riserva frazionaria è un elemento fondamentale di controllo del sistema del credito da parte dello Stato. Infatti se le banche dovessero effettuare transazioni spericolate e creare moneta che non corrisponde a reali transazioni, ma ad operazioni di compensazione delle loro perdite, la Banca Centrale potrebbe richiamare all’ordine il sistema attraverso l’aumento della riserva frazionaria fino ad inibire la realizzazione di nuova moneta da parte delle banche se queste non si dovessero autoregolare.

Il controllo della massa monetaria può essere fatto attraverso l’aumento o la riduzione della riserva frazionaria a condizione che questa iniziativa non strozzi l’economia per carenza di credito o non favorisca l’inflazione per livelli troppo bassi della riserva frazionaria.

Il problema attuale dell’euro non è dovuto alla riserva frazionaria troppo bassa, ma al mancato controllo del sistema bancario che ha avuto perdite ingenti per errori di valutazione e gestionali. Questo ha generato una situazione di fragilità e di illiquidità del sistema bancario che ha un eccessivo peso in crediti poco o per nulla esigibili.

Se si applicasse ora un aumento della riserva obbligatoria si otterrebbe un’ulteriore rarefazione del credito ed il fallimento del 90% delle banche.

In Cina, dove il controllo dello Stato sull’economia è totale, la riserva obbligatoria è usata comunemente per regolare le masse monetarie necessarie al Paese. In occasione dell’ultima crisi infatti la riserva obbligatoria è scesa dal 21,5% al 21%. Come si può vedere con questi numeri le banche cinesi hanno poche scelte su cosa fare con i loro soldi, devono fare credito e credito buono, altrimenti falliscono. Ma questi fallimenti non sono a carico della comunità, come da noi, ma a carico degli azionisti e dei depositanti che hanno sbagliato. I primi nella gestione aziendale, i secondi nella scelta della banca dove depositare i propri soldi.

Nei nostri Paesi è stata sempre preferita la scelta di tentare di regolare la massa monetaria attraverso la leva del tasso di interesse.

In teoria potrebbe essere un metodo alternativo alla variazione della riserva obbligatoria, in pratica si è rivelato un costante fallimento.

Infatti l’aumento del tasso di interesse porta ad un aumento dei prezzi dei prodotti e quindi ad inflazione, ovvero cercare di controllare l’inflazione con mezzi che la creano è, a dir poco, spericolato.

Pensare che il credito si autolimiti perché più caro si è sempre rivelato un errore di valutazione, in particolare quando l’economia era in buona salute. Infatti l’aumento della massa monetaria veniva vista dagli operatori come un incremento delle attività ed il sistema si posizionava su un diverso equilibrio, ma senza raffreddare la febbre monetaria.

Quindi buona partita doppia a tutti e grazie a fra’ Luca per averci dato questo strumento per ragionare correttamente in economia. Peccato che i politici non sappiano fare ragionamenti corretti, ma solo fumisterie.

Da Treccani.it:

Fumisteria

Vocabolario on line

fumisterìa s. f. [dal fr. fumisterie, der. della voce prec.]. – Il gusto di fare scherzi, burle, di sbalordire il pubblico; il fatto di presentare come ricchi di contenuto e di significato discorsi o scritti che in realtà ne sono poveri, o come cose serie progetti, idee, iniziative che hanno invece scarsa serietà; in senso concr., gli scritti stessi o discorsi o progetti che, presentati come cose serie o importanti, si risolvono in fumo: tutte fumisterie! È usata spesso anche la forma francese.

Pacioli_2

Foto di Sailko

La critica a sinistra delle operazioni finanziarie della FED e della BCE

14 Ott

Propongo di seguito la critica comunista delle operazioni delle banche centrali che stanno portando all’impoverimento di alcune classi sociali.

Esiste anche una critica di destra legata strettamente alla definizione di moneta e nell’ambito delle teorie liberiste secondo cui queste operazioni monetarie in corso da parte di FED e BCE violano con sconcertante continuità i presupposti per una pari opportunità nei mercati mentre si sostiene che sono di sostegno all’economia. Infatti le truffe alla Ponzi e le catene di S. Antonio non dovrebbero far parte delle teorie economiche del liberismo classico, ma in questo dichiaro tutta la mia ignoranza non avendo letto se non mediato da terzi Malthus, Bentham, Mill, Ricardo.

Questo di seguito è l’articolo di Nicola Capelluto pubblicato sulla rivista Lotta Comunista nel numero 505 di Settembre 2012 a pagina 13.

settembre 2012                                  lotta comunista                                numero 505 – pagina 13

Le alchimie “illimitate” di FED e BCE 

La BCE e la FED, nella prima metà di settembre, hanno varcato un’altra soglia nel corpo a corpo con la crisi. Entrambe hanno annunciato che attueranno interventi di carattere illimitato sui mercati dei titoli. Il potere esclusivo delle Banche centrali di creare moneta potenzialmente illimitata è postulato nei manuali di economia e invocato dagli economisti neokeynesiani, ma è la prima volta in questa crisi che i maggiori poteri monetari adottano il concetto dell’intervento illimitato. Aveva iniziato, un anno fa, la Banca nazionale svizzera. Per fermare la rivalutazione del franco contro l’euro, si era impegnata ad acquistare «quantità illimitate» di valuta estera, cioè a stampare e vendere moneta nazionale senza limiti.

Osserva Jens Weidmann, presidente di Bundesbank, chiosando i versi del Faust di un Goethe lungimirante che il potere della Banca centrale di creare moneta dal nulla appare «sorprendente, strano, forse mistico, favoloso o terrificante» ed è alla base di quelle tesi che indica nei moderni creatori di cartamoneta gli eredi degli alchimisti che, manipolando ti piombo, pensavano di ricavarne oro. Weidrnann è in polemica con la BCE, che giudica troppo esposta oggi alle tentazioni dell’illusione monetaria. Ma perde di vista il grande alchimista della globalizzazione imperialistica: il capitale finanziario che si automoltiplica, evilando le strade del processo produttivo occupate dalle potenze emergenti, e genera l’economia di carta, l’economia del debito, l’economia delle bolle.

I cannoni di settembre delle Banche centrali 

Gli obiettivi e i mezzi d’azione indicati dalla BCE e dalla FED sono differenti. Francoforte, che finora aveva acquistato 210 miliardi di curo di titoli di Stato con esiti effimeri, si riserva di acquistarne, «senza limiti ex ante», dai soli paesi che chiederanno assistenza all’ESM, il fondo “salvatati” dell’Unione, e si sottoporranno a strette condizioni. Lo scopo degli interventi della BCE è di abbattere gli «inaccettabili» premi di rischio pagati da alcuni debiti sovrani europei, prodotti dai «timoridi una reversibilità dell’euro». L’obiettivo politico è chiaro: garantire che «l’euro è irreversibile».  Gli interventi saranno «steriIizzati», ossia la BCE venderà sui mercati una quantità di altri titoli pari a quanti ne acquista, Si attende che sia la Spagna il primo terreno di sperimentazione dell’ESM e dell ‘iniziativa della BCE.

Condizionalità e sterilizzazione non rientrano tra i mezzi d’intervento della Federal Reserve. Dall’inizio della crisi la FED ha acquistato circa 2.600 miliardi di dollari di obbligazioni (per due terzi titoli del Tesoro e per un terzo titoli ipotecari), in blocchi quantitativi e temporali predefiniti. Adesso, a poche settimane dal voto presidenziale, ha deciso di riprendere gli acquisti di titoli ipotecari per 40 miliardi di dollari ogni mese, ma senza un termine temporale – fino a che «il mercato del lavoro non migliorerà sostanzialmente» – e di adottare una politica monetaria «altamente accomodante» per un «tempo considerevole» anche «dopo che la ripresa sarà rafforzata». La FED vuole mantenere bassi i tassi di prestito e dare una spinta al mercato immobiliare e agli investimenti.

Le Banche centrali si attrezzano per due rischi: la prosecuzione della decelerazione generale del ciclo di cui risente da tre trimestri anche la produzione industriale cinese; lo scivolamento, dopo le elezioni presidenziali, nel “precipizio fiscale” (fiscal cliff) statunitense. Senza una soluzione, si calcola che la fine dei tax cut e delle esenzioni temporanee e i tagli automatici di spesa pubblica sottrarranno nel 2013 all’economia americana quasi quattro punti di PIL. L’azione della FED, a seconda del compromesso fiscale, sarà un paracadute o un’arma di guerra monetaria.

Sorveglianza bancaria alla BCE 

Accanto all’iniziativa della BCE, contrastata da Bundesbank ma sostenuta da Angela Merkel e Wolfgang Schäuble, due eventi rimarcano l’accelerazione del processo europeo: il via libera della Corte costituzionale tedesca all’ESM e la proposta della Commissione europea di un «meccanismo di vigilanza unica». La linea della BCE va inquadrata all’interno della linea generale abbozzata in giugno dai quattro presidenti europei (Herman Van Rompuy, Mario Draghi, José Manuel Barroso, Jean-Claude Juncker), Essa prevede un avanzamento generale, sebbene con tempi diversificati, dell’integrazione europea, in quattro blocchi: l’unione fiscale, l’unione bancaria, l’unione economica e l’unione politica. Malgrado attriti, cicli elettorali nazionali, tensioni regionali e differenziazioni su tempi, modi e dosaggi, la linea generale dell’integrazione è tracciata.

In questo quadro di accresciuta uniformità di regole e disciplina e di affermazione delle istituzioni federali e comunitarie, si colloca il motore politico della BCE, I tratti di allentamento della linea monetaria di Francoforte – l’acquisto di titoli, la rinuncia allo status di creditore privilegiato, l’ampiezza dei collaterali accettati – sono strettamente connessi e condizionati all’accelerazione dell’intero convoglio continentale, Il processo è complesso e richiede una doppia conversione simultanea: l’adozione generalizzata della cultura della stabilità nelle politiche nazionali e, nello stesso tempo, il salto verso un’Ordnungspolitik europea, con istituzioni europee e cessioni di sovranità nazionale.

La proposta di Bruxelles per la “vigilanza unica” assegna alla BCE la «responsabilità ultima» della sorveglianza su tutte le banche dell’eurozona, ma il meccanismo resta aperto all’adesione degli Stati europei fuori dall’euro. Il trasferimento della vigilanza sarà graduato in tre tappe nell’arco del 2013, partendo dalle banche che beneficiano di assistenza pubblica. La BCE avrà la competenza «esclusiva» in materia di stabilità finanziaria, mentre alle Banche centrali nazionali resteranno compiti secondari. La struttura della sorveglianza sarà interna alla BCE ma nettamente separata da quella politica monetaria con un proprio organo decisionale composto dai rappresentanti di tutte le vigilanze nazionali ma diretto da un presidente e un vicepresidente nominati dalla BCE, la quale risponderà della vigilanza bancaria al parlamento europeo . La sorveglianza sarà la spina dorsale di una «unione bancaria integrata» che dovrà avere un quadro unico di requisiti patrimoniali, di garanzie sui depositi bancari e di risoluzione delle crisi bancarie e dovrà evolvere all’interno del duplice processo di unione bancaria e di unione fiscale.

Trasformazioni di sovranità 

Il carattere gemellare dei due processi è ribadito, per fugare i sospetti di Bundesbank che l’unione bancaria possa essere un sotterfugio per ottenere una condivisione di debiti nazionali senza trasferimenti di sovranità. La preferenza tedesca a far avanzare prima l’unione fiscale può essere uno dei motivi per cui il ministro delle Finanze Schäuble cerca di raffreddare la tendenza francese ad accelerare l’unione bancaria e consiglia a Madrid di pazientare prima di chiedere il soccorso dell’ESM e della BCE. Schäuble chiede anche che le prime banche ad entrare sotto la sorveglianza BCE siano quelle di statura sistemica e non quelle sotto assistenza, probabilmente perché teme un assalto frettoloso alle risorse del fondo salva-Stati.

La cessione alla BCE della sorveglianza bancaria, proposta da Bruxelles, contiene aspetti tanto di rottura quanto di trasformazione della sovranità. Il nostro concetto di pluralità di sovrastrutture dell’imperialismo europeo ha la flessibilità sufficiente per contenere entrambe le dinamiche. Si trasforma la sovranità detenuta nella sorveglianza bancaria da 14 delle

17 Banche centrali nazionali dell’eurosistema, il cui carattere “nazionale” è residuale rispetto alla loro appartenenza al corpo federale del potere monetario. Nella centralizzazione a Francoforte dei principali compiti di supervisione, quel potere residuale diventa effettivo, portandosi ad una stazza paragonabile a quella dei grandi gruppi bancari che operano su scala continentale e internazionale e a quella dei regolatori e sorveglianti d’oltre-Atlantico.

“Nuova dottrina” del potere monetario 

Solo la crisi poteva imporre questa centralizzazione. Nel ciclo trionfante della globalizzazione finanziaria, la regolazione e i controlli sui grandi gruppi bancari si erano attenuati fino ad assumere le sembianze dell’accordo di Basilea 2, che aveva concesso ampi spazi all’autoregolazione dei colossi finanziari. La creazione di una sorveglianza federata in Europa era allora impensabile e, in America dove c’era, attizzava la deregulation. Nello stesso tempo, nel conteso della globalizzazione, le vigilanze nazionali ebbero un ruolo proporzionato al peso dei loro sistemi bancari, svolgendo un ruolo attivo nei processi di ristrutturazione e di selezione dei campioni nazionali. La Banca d’Italia del governatore Antonio Fazio, membro paritario del consiglio direttivo della BCE ed esecutore delle sue delibere, ha usato assertivamente la discrezionalità del potere monetario nel campo della regolazione e sorveglianza al fine di proteggere o promuovere determinati gruppi nazionali.

Nella crisi, il ruolo delle Banche centrali nazionali è declinato, parallelamente all’ascesa impetuosa del ruolo di Francoforte. La crisi ha posto all’ordine del giorno anche il completamento del potere monetario federale. La “nuova dottrina” annuncia che la stabilità dei prezzi e la stabilità finanziaria non sono separabili, che le Banche centrali non possono svolgere il loro ruolo primario senza la conoscenza e la capacità d’intervento nel sistema delle relazioni finanziarie e sui singoli complessi finanziari.

Rotture di sovranità 

Mervyn King, governatore della Banca d’Inghilterra, ha osservato, a commento della caduta di alcuni dei dell’Olimpo finanziario in America e in Europa, che «le banche vivono internazionali ma muoiono nazionali». Giganti emancipati da sudditanze nazionali sono stati ricondotti in patria dalla tempesta finanziaria, rivendicando la salvezza ai Tesori nazionali o, nel caso delle banche d’investimento USA sopravvissute, rifugiandosi sotto l’ala protettiva della FED. La crisi ha messo allo scoperto la sovranità passiva degli Stati nei confronti del capitale finanziario. Con l’avio della sorveglianza federale e con l’unione bancaria questo tipo di sovranità verrebbe spezzata e le banche sarebbero sottratte sostanzialmente al campo dell’azione legislativa dei parlamenti nazionali.

Nei paesi più colpiti della periferia, in Grecia e in Irlanda, il panico del 2010 aveva rivelato lo svuotamento della sovranità dei Tesori. La BCE ha imposto a questi paesi, con l’azione convergente del Consiglio europeo e dell’eurogruppo, le condizioni del salvataggio dei loro sistemi bancari. In Irlanda, all’inizio di settembre, il quotidiano “The Irish Times” ha minacciato di pubblicare le lettere con cui Jean-Claude Trichet impose a Dublino gli imperativi dell’Unione, agitando lo spauracchio dell’interruzione dei finanziamenti  alle banche irlandesi. Sua controparte era il moribondo ministro delle Finanze, Brian Lenihan, simbolo tragico dell’esangue sovranità degli Stati sui propri sistemi bancari. Se, come afferma l’assioma di Carl Schmitt, «sovrano è chi decide sullo stato di eccezione», in questi paesi la rottura della sovranità ha preceduto di due anni la proposta di Bruxelles. La generalizzazione normativa contenuta nella proposta europea ha dovuto aspettare i brividi dell’estensione della crisi bancaria in Italia e Spagna, a partire dalla seconda metà del 2011.

I vent’anni della nuova spartizione 

Le cessioni di sovranità non spezzano tuttavia i fasci di relazioni economiche e politiche storicamente acquisite dalle banche nei paesi d’origine, né azzerano necessariamente l’inclinazione a tenere quel debito sovrano nel proprio bilancio. L’unione bancaria riproduce semmai le condizioni per un rilancio del mercato europeo dei debiti nazionali, il cui traguardo sarebbe un unico debito pubblico europeo, al termine della costruzione dell’unione fiscale.

La recente storia europea è una successione di rotture e cessioni di sovranità. Si sono intrecciati movimenti centrifughi – rottura dell’URSS, della Cecoslovacchia, della Jugoslavia – e movimenti centripeti: riunificazione tedesca, unione monetaria europea, processi di integrazione fiscale e finanziaria. Lo sbriciolamento dell’impero russo ha messo fine alla vera spartizione di Yalta e ha riaperto la ricomposizione imperialistica del vecchio continente. Nella crisi delle relazioni globali, il processo di formazione dell’imperialismo europeo si accelera con nuove cessioni di sovranità.

NICOLA CAPELLUTO

Sutor ne ultra crepidam – Schuster bleib bei deinem leisten

27 Lug

Quantitative easing – Differenza tra FED e BCE

La FED acquista titoli di stato della nazione di cui e’ banca centrale. Si tratta di una partita di giro in quanto lo stato vende ad un suo ente dei titoli e quindi si indebita verso una banca da esso stesso posseduta. E’ una evidente forzatura, ma potrebbe essere utile per fissare, solo di massima tuttavia, il tasso di indebitamento. Quello che non e’ mai chiaro nelle azioni di qualsiasi governo e’ l’uso che di questo debito si intende fare. Quindi ogni vendita di titoli pubblici che serve per pagare capitale e interessi di debiti precedenti si configura come un indebitamento pericoloso che equivale all’usura. Se tuttavia lo stato si indebita a medio e lungo termine con se stesso sembrerebbe poco pericoloso. In realtà non e’ così perché spesso questi titoli tornano sul mercato quando gli investitori li trovano appetibili o vengono usati per pagamenti o, peggio, per garanzie.
L’uso corretto dei titoli di debito a medio e lungo termine e’ solo quello utilizzato per investimenti che si rivelano macroeconomicamente validi per la spesa prevista. Ogni altro uso e’ abusivo e danneggia l’economia così come per un privato  cittadino il pagare le spese per il vitto e le spese ordinarie con un debito a medio termine sempre crescente in quanto rinnovato alla scadenza per capitale e interesse. Ma questa ovvietà non e’ stata mai rispettata dai governi di qualsiasi paese, Italia inclusa.
Veniamo alla BCE. Questa banca centrale che ha caratteristiche pubbliche con capitale e, quindi, personale privato, e’ un’autentica anomalia ed un’invenzione che non sta in piedi dal punto di vista logico visto che il suo scopo e’ di mantenere costante il valore della moneta di cui e’ emettitore esclusivo, cioè l’euro.  Non e’ difficile, lo capisce anche un qualsiasi normodotato che avendo personale proveniente da banche private opererà, nella migliore delle ipotesi, secondo le idee e le prassi di queste e non certo secondo i progetti di sviluppo che (ahimè ) dovrebbero avere i politici. E sul quantitative easing bisogna dire che ha ragione la BCE, infatti evitare l’acquisto di titoli di stato degli stati europei ha lo scopo di evitare che questi si “incravattino” più di quello che sono adesso per la mala gestione del debito pubblico. A parte il fatto che questa e’ una banca centrale di molti paesi e sarebbe molto difficile ripartire gli oneri di questa operazione su stati diversissimi dal punto di vista dei comportamenti economici. Infatti questa diversità con la FED fa escludere l’uso del quantitative easing dalle attività della BCE.
Ma la BCE non dovrebbe andare oltre e mettersi a fare politica perché in quel campo fa solo danni come tutti i dilettanti, come sono purtroppo anche i nostri politici che hanno idee poche, ma in compenso confuse.
Ci testimonia dell’inettitudine della nostra classe politica la risposta alla lettera di Draghi e Trichet al presidente Berlusconi nell’agosto del 2011. A quella lettera la sola logica risposta sarebbe dovuta essere: sutor ne ultra crepidam,  ovvero Schuster bleib bei deinem Leisten ( forse questa la capirebbero meglio).
In quella lettera vengono imposti degli obblighi all’Italia che farebbero ridere, non gli economisti o i giornalisti o i politici, ma qualsiasi persona normodotata in grado di fare i conti della serva.
Chiunque sa che esiste una enorme differenza tra valutazioni macroeconomiche e microeconomiche. I signori Draghi e Trichet evidentemente la ignorano.
Infatti affermano che l’Italia deve privatizzare i servizi pubblici, sembrerebbe tutti.
Una persona che ragiona non farebbe mai questa affermazione perché conduce a costi insostenibili per una nazione, per una regione, per un comune.
Pensate per un momento cosa accade se l’acqua venisse  privatizzata. Il prezzo di vendita dipende dall’utile atteso dell’investitore che acquista, amplia, sottopone a manutenzione gli impianti. I costi sono gli stessi del servizio pubblico, ma i prezzi saranno molto più elevati. Infatti il prezzo di vendita del servizio pubblico deve essere sufficiente ad evitare che questa risorsa venga sprecata in quanto il beneficio macroeconomico dell’acqua si traduce in minori malattie, minori costi degli alimenti e, se fate bene i conti in sviluppo economico. Se non ci credete guardate le statistiche dei paesi sviluppati e quelli che non lo sono anche sulla base di questo elemento. Non faccio l’analisi economica perché sostengo che questo lo sa anche l’uomo della strada che non ha una particolare istruzione in quest’ambito.
Tralascio di fare un esempio sul trasferire il trasporto pubblico ai privati prendendo ad esempio la città di Roma per la comicità dei risultati in termini economici se si seguisse la proposta della BCE.
Un’altra chicca e’ la prescrizione di ridurre gli stipendi agli statali. Qui sarebbe interessante capire di quale cura psichiatrica hanno bisogno. Infatti neppure il liberismo più radicale sostiene che i lavoratori debbano essere pagati secondo le idee del governo, ma piuttosto a seconda dell’utilità che presenta il loro lavoro. Per cui se il discorso fosse stato: avete troppi dipendenti pubblici, quindi li dovete ridurre, si poteva anche accettare, una volta che il governo avesse verificato la veridicità della preposizione. Ma ridurre gli stipendi solo perché si vuole ridurre una spesa sembra una vera cretinata. Pensate se in un laboratorio di ricerca si proponesse di dimezzare gli stipendi ai ricercatori. Questi se ne andrebbero in cerca di migliori datori di lavoro con perdite miliardarie per i laboratori abbandonati. Farlo con gli statali significa presupporre che questi non lavorano e per questo costano troppo. Quindi la colpa non sarebbe dei lavoratori, ma dei loro responsabili, spesso di nomina politica. Quindi questi andrebbero licenziati, anziché dar loro stipendi da centinaia di migliaia di euro.
Ma la più grande fesseria riguarda il fatto che si chiede ai governi di migliorare i sistemi di previdenza per chi e’ disoccupato, invece di invitare i governi a creare occasioni di lavoro.
E qui e’ chiara la contraddizione con i presupposti che avrebbero animato questa iniziativa, cioè’ di far crescere l’economia. Ma se non c’ e chi lavora e si devono spendere i soldi per l’assistenza di quale  crescita stanno parlando?
Quando c’è una contraddizione ci sono cose che non si vogliono dire. Quindi la lettera fa schiattare dal ridere, ma e’un riso amaro perché chi comanda, cioè loro, ci stanno portando dove nessuno vorrebbe andare e certamente in un guaio peggiore di questo che stiamo vivendo.
E’ come se vivessimo una trama d’opera in cui tutto e’ descritto in modo pazzesco con situazioni da ospedale psichiatrico. Lo stato mentale dei nostri politici e’ simile a quello ad esempio del re di Spagna nel Don Carlos che si lamenta: Ella giammai m’amo’. A parte le caratteristiche fisiche poco attraenti dei regnanti di Spagna dell’epoca come mostrano i ritratti ufficiali, ma come poteva mettere in conto di essere amato da una giovane (la bella fidanzata) che era stata promessa in sposa al figlio e che lui aveva deciso, per motivi politici di sposare? E si meraviglia che la regina avesse il ritratto di Carlo e per questo la chiama adultera, senza un briciolo di prove, ma solo per la maldicenza di una cortigiana.
Bene i nostri politici quando si tratta di questioni professionali si importano così, quando si tratta di soldi sanno bene come fare i propri interessi. Infatti sapendo che sarebbe stata soppressa la tredicesima a statali e pensionati si sono fatti una riforma degli stipendi su 12 mensilità, così non verranno colpiti da quest’altro insano provvedimento che verra’ giustificato con le solite balle dal governo e dai suoi tirapiedi.
Quello che sorprende e’ la totale assenza degli italiani in questa situazione. Li stanno sfottendo, privando dei loro diritti, dei loro soldi e non fanno nulla. Forse non me ne sono accorto, questo e’ il paese del lotofagi e pensavo di essere in Italia, Europa, Mondo.

Un interessante punto di vista sul sistema monetario

21 Giu

William Jennings Bryan, another loquacious Populist leader, gave such a stirring speech at the Democratic convention that he won the Democratic nomination for President in 1896. Outgoing President Grover Cleveland was also a Democrat, but he was an agent of J.P. Morgan and the Wall Street banking interests. Cleveland favored money that was issued by the banks, and he backed the bankers’ gold standard. Bryan was opposed to both. He argued in his winning nomination speech:

We say in our plataform that we believe that the right to coin money and issue money is a function of government ….. Those who are opposed to this proposition tell us that issue of paper money is a function of the bank and that the government ought to go out of the banking business. I stand with Jefferson … and tell them, as he did, that the issue of money is a function of the government ant that the banks should go out the governing business …. When we have restored the money of the Costitution, all other necessary reforms will be possible, and …. until that is done there is no reform that can be accomplished.

He concluded with these famous lines:

You shall not press down upon the brow of labor this crown of thorns, you shall non crucify mankind upon a cross of gold.

Dal Libro “Web of Debt” (Paperback)  di Hellen Hodgson Brown

(le ultime due righe sembrano scritte ieri per la situazione del lavoro in Italia)

Un interessante punto di vista sul sistema monetario.

Occorre osservare che quanti sono per la produzione di moneta da parte delle banche sostengono che queste sarebbero in grado, anche attraverso l’azione della banca centrale, di controllare la massa monetaria ed evitare l’inflazione.

Quanti sono per la produzione di moneta da parte dello stato non tengono conto dell’effetto leva sull’economia che il prestito bancario (serio e consapevole) può dare.

Inoltre esiste da tempo immemorabile un problema di coerenza della spesa pubblica, in relazione ai risultati che ci si attende di miglioramento delle condizioni economiche di chi lavora e produce, in funzione di fattori estranei all’economia. In passato poteva essere un problema l’età del re che emetteva moneta o la sua paura di perdere il potere. Oggi ci sono anche connessioni ed interessi spesso ignoti ai cittadini che determinano scelte non in linea con una buona amministrazione.

Tra l’altro lo stato non può destinare risorse derivanti dal debito a qualsiasi spesa, né può utilizzare le tasse per qualsiasi spesa intenda fare. Esistono dei precisi limiti e condizioni che somigliano molto alla buona amministrazione di un’impresa o di una famiglia. Queste condizioni sono state previste nelle regole del bilancio della stato, ma non sono state mai rispettate. Infatti negli anni ’80 si stampavano bot per coprire spese correnti o per pagare dipendenti pubblici eccedentari anche se le regole del Tesoro e del Bilancio lo proibivano.

In questo quadro è maturata la convinzione della scuola di Bologna e di Guido Carli che togliendo il potere economico ai politici si sarebbe avuta una crescita economica migliore e più stabile affidando al sistema bancario l’intera economia del nostro paese. In Europa questa concezione è stata la base del contratto di Maastricht.

Non si è tenuto conto del fatto che, senza una precisa regolamentazione di come si sarebbe dovuta produrre la moneta da parte delle istituzioni finanziarie e la facilità di creare moneta attraverso finte transazioni, si è creata una crescita monetaria enorme e di conseguenza un intervento delle banche centrali per contenere il circolante. Quindi il sistema finanziario ha incrementato la massa monetaria totale, mentre veniva ridotto il circolante attraverso il ritiro della liquidità necessaria per le famiglie e le imprese al fine di mantenere il valore della moneta malgrado l’enorme massa creata. Inoltre il risparmio di base, quello per intendersi dei buoni postali e dei bot, veniva ostacolato dal fatto che la carenza di circolante rendeva poco appetibili gli strumenti statali di debito in quanto non considerati più sicuri poiché gli stati dovevano reperire sempre nuove risorse anche per salvare le banche dal fallimento dovuto all’accumulo di moneta senza sottostante reale valore.

Infatti il valore della moneta dipende dalla quantità circolante in quanto serve come mezzo per gli scambi. Se le banche hanno creato moneta in assenza di reali scambi (come nelle finte cartolarizzazioni o le polpette ripiene di mistero dei fondi spacciati a clienti e ad altre istituzioni finanziarie) questi valori non esistono se non sulla carta e se dovessero essere liquidati si rivelerebbero delle perdite. Questi valori sono ora iscritti nei bilanci delle banche come valori liquidabili, ma corrispondono a perdite superiori al valore del loro patrimonio.

Quindi le banche sono fallite e gli stati e le banche centrali le stanno sorreggendo attraverso i prelievi eccezionali sul sistema produttivo e le famiglie.

Naturalmente se le banche non ci sono più occorre prenderne atto ed orientare gli investitori del sistema produttivo a trovare, per i propri progetti di innovazione e di credito ordinario, da altre fonti  il sostegno per generare l’effetto leva.

Quando si sarà accertato che il sistema bancario tradizionale non serve più perché è solo un danno all’economia non esisterà più la possibilità di salvarlo sostenendo che sono entità troppo grandi per fallire.

Quindi il problema è politico e non finanziario come comunemente si dice.

Manca da parte del sistema politico la volontà di riorientare alla crescita l’economia prescindendo da quanto possa fare il sistema finanziario che è morto, e di questo occorre convincersi, per suicidio da indigestione di moneta.

Manca anche la capacità dei politici di fare progetti che possono sviluppare l’economia e creare le condizioni per uno sviluppo stabile.

Ma altrettanto colpevole è il sistema produttivo, incapace di creare nuove occasioni di sviluppo e ancorato a modelli economici non più attuali. Spesso i capitalisti non sono in grado di capire come i lavoratori siano i loro migliori alleati per avere aumenti di produzione e di utili. Anzi, si sforzano di rendere la vita di questi sempre più precaria e infelice precludendosi uno dei motori dello sviluppo che è proprio il senso di appartenenza all’impresa dei propri dipendenti.

In questa situazione le prospettive sono negative e invece di prendersela con il mercato, che naturalmente sente puzza di crisi prima che ne parlino i giornali e quindi segue propri interessi, i politici dovrebbero iniziare a fare nuovi programmi e nuovi progetti nell’interesse dei propri elettori e non di oscure entità che governano e condizionano i governi.

Dilettanti allo sbaraglio: Il sottosegretario Grilli a Ballarò

8 Mar

E’ strano che nessuno dei convenuti abbia contestato al viceministro professore Grilli che la sua tesi faceva acqua da tutte le parti sia come bilanci economici sia come logica sia come risultati attesi.

In pratica ci ha venduto per buona una inattendibile soluzione-bufala della crisi economica così strutturata:

  1. il popolo italiano è in difficoltà finanziarie come viene attestato dallo spread tra titoli italiani e tedeschi;
  2. Per evitare il peggio i lavoratori devono fare sacrifici accettando una riduzione del reddito ed una svalutazione fiscale come prescrive la BCE;
  3. Solo quando i lavoratori saranno abbastanza affamati da accettare condizioni simili a quelle degli stati emergenti che ci fanno concorrenza arriverà il capitale privato straniero che investirà in Italia (quasi un 7° cavalleggeri che salva la diligenza) e creerà un aumento della produzione e lo sviluppo;

ImmagineImmagine

Naturalmente non viene aggiunto che questo capitale straniero resterà finché i lavoratori resteranno a salari da terzo mondo perché, se queste sono le condizioni del capitale per entrare, l’uscita è automatica se si dovesse verificare una richiesta di incremento del reddito da lavoro.

Nel punto 1 è chiaro che o non sa, o piuttosto fa finta di non sapere (infatti poi ha detto che le banche con i soldi della BCE comprano i titoli di stato), che la BCE ha messo in piedi un sistema per asservire economicamente il popolo italiano emettendo denaro che viene prestato alle banche private per acquisire il debito pubblico italiano. Lo spread sale o scende a seconda della convenienza o alla necessità di costringere il governo a fare quello che vogliono le banche. Quindi essendo il debito pubblico l’ostaggio nelle mani delle banche è impossibile che lo stato venga governato dai politici perché questi devono rispondere “ad nutum” alle richieste di chi controlla l’economia nazionale.

E’ chiaro nei punti 2 e 3 che la riduzione del reddito da lavoro è il primo obbiettivo del governo ed ha lo scopo di spostare maggiori risorse dal lavoro al capitale ed in particolare alle banche perché la differenza tra tasso debitore verso la BCE (1%) e tasso creditore verso la stato (5-6%) si risolve in una maggiore tassazione dei cittadini. Infatti il denaro per pagare questa differenza viene direttamente dalle tasse. Ed i cittadini più tassati saranno sempre quelli a reddito più basso. Negli anni ’30 del secolo scorso Frank Ramsey dimostrò che il massimo del gettito delle tasse si ottiene tassando di più i piccoli redditi piuttosto che quelli grandi. E questo è il dato di fatto che ha portato a questo livello di imposizione con la sciagurata manovra del governo Monti e non certamente il tassare chi non ha mai pagato o ha pagato di meno in  proporzione al reddito. Infatti dai grandi capitali si ricaverebbero solo spiccioli perché i grandi patrimoni sanno bene come evitare l’esproprio. I lavoratori, invece, poiché vivono del loro lavoro, non hanno mezzi per evitarlo.

Naturalmente lo schema sopra descritto è impercorribile e sbagliato in quanto basato su un errore di calcolo nel bilancio economico complessivo.

Abbiamo visto come per ottenere il massimo dalle tasse si devono tassare anche i piccoli introiti come quelli da lavoro, ma si dimostra in modo perfettamente simile che l’accumulo di ricchezza nelle mani di pochi riduce la capacità di spesa complessiva. La dimostrazione è perfettamente speculare a quella di Frank Ramsey per le tasse.

Quindi se arrivasse il capitale straniero si troverebbe di fronte ad un paese in grado solo di assorbire prodotti di lusso per quei pochi favoriti dalla manovra cervellotica messa in atto.

E non ci sarebbe sviluppo, ma anzi maggiori costi per lo stato tenendo conto dell’incremento della spesa per l’ordine pubblico causata dell’insofferenza di larghi strati della popolazione, costretta a schiavismo retributivo che riduce il reddito al solo sostentamento di base, a favore dell’ostentazione di lusso di pochi.

In pratica la ricetta Grilli, se è quella del governo, è una fregatura per il 99% degli Italiani.

Inoltre si conferma che l’Italia è già stata venduta al sistema finanziario ed è in vendita, per quel che resta del sistema produttivo, al capitale straniero.

Sembra che stiamo tornando a prima dell’unità d’Italia quando ci governavano la Francia, l’Austria e monarchie o principati di origine straniera.

Naturalmente la politica di questo governo, appoggiato dalla grande destra (PD-PDL), fallirà perché il valore si produce con il lavoro e se non aumentano realmente le occasioni di lavoro le possibilità di sviluppo non esistono. Se poi tutta la ricchezza viene convogliata verso il sistema finanziario, non per lo sviluppo, ma solo perché altrimenti le banche fallirebbero, il futuro per il sistema è segnato.

Speriamo solo che la fine arrivi in forma pacifica.  Infatti è meglio essere poveri che morti.

Bilancio dell’ultima settimana della BCE

29 Dic

La situazione finanziaria della BCE è abbastanza critica per una banca. Tutti gli indicatori di liquidità sono molto scadenti. In particolare la situazione è risultata particolarmente compromessa per effetto dell’ultimo prestito alle banche dell’UE per quasi 500 miliardi di euro. Pertanto la liquidità secca è piombata a meno di 0,5 e quella totale a circa 1,4. Se per un’impresa non creditizia questi numeri potrebbero essere accettabili, pur rivelando uno stato di forte tensione, per una banca, ed in particolare una banca centrale, sono assolutamente fuori dei limiti considerati di normale operatività. Infatti la liquidità secca non dovrebbe mai scendere sotto 1,5 e quella totale dovrebbe situarsi intorno a 3,0.

Questi dati, pubblicati recentemente dalla BCE sono stati raccolti dalla stampa, anche specializzata, solo per dare informazioni devianti sui depositi delle banche in BCE e sul livello delle operazioni overnight. Infatti mentre si parla di scambi di favore tra BCE e sistema creditizio si trascura il fatto che ormai la BCE sta grattando il fondo delle proprie risorse per mantenere in vita le banche che ormai tutto possono fare tranne che il credito alle imprese ed alle famiglie.

 Per altro l’operazione di credito al sistema bancario, che era stato propagandato dalla BCE come mezzo per sostenere le imprese, si è rivelato un altro strumento di speculazione finanziaria. Infatti le banche utilizzano questo credito o per deposito in BCE o per speculare sui valori in crescita dei rendimenti dei titoli di stato. Così la BCE può ottemperare alla (giusta) richiesta della Germania di  non fare quantitative easing lasciando, però, che questo venga fatto dalle banche con i prestiti BCE: l’effetto non è proprio lo stesso. Si ottiene che gli stati indebitati debbano aumentare la pressione fiscale per pagare alle banche il differenziale lucrato sui titoli di stato. D’altra parte questa è una misura difensiva perché la BCE non è in grado con le proprie risorse di far fronte al sostegno dei debiti sovrani per i quali dovrebbe applicare l’interesse di 100 pb. Così intervengono le banche con l’enorme massa monetaria messa a disposizione dalla BCE applicando, ad esempio, il tasso del 7% in Italia. E’ quindi un’ipocrisia dire che le manovre in Italia , Grecia, ecc., ecc. abbiano la funzione di ripristinare la competitività del sistema europeo. Le manovre servono per fornire le masse monetarie mancati al sistema del credito per sopravvivere, comunque non per ricominciare a funzionare regolarmente come datori di credito alle imprese ed alle famiglie.

 In questo quadro si inserisce l’operazione sui governi italiano e greco con il comissariamento da parte della BCE e l’utilizzo di un’operazione sperimentale di svalutazione fiscale che non è altro che un prelievo forzoso per mantenere in piedi un’Europa basata sugli indifendibili accordi di Maastricht.

Finalmente la BCE si è decisa a dirci che il motivo della manovra è il livello di cambio tra lira ed euro che è stato concordato da Prodi con Francia e Germania per ottenere, malgrado il livello di debito non ammesso dai regolamenti, l’ammissione dell’Italia nell’euro.

Siccome la sopravvalutazione è di circa il 25% si può prevedere la necessità di incremento della pressione fiscale dal 15% al (massimo) 25%.

ImmagineC’è da dire che questo cambio lira/euro è stato il motivo della stagnazione dell’economia italiana e che questa ulteriore operazione non può portare che ad una nuova crisi in barba alle dichiarazioni del governo che ora vuole fare una manovra per la crescita. Se non ci sono mezzi economici per fare sviluppo è insensato dire che si possa creare la crescita attraverso la liberalizzazioni di taxi e farmacie.

Spiegazione della Manovra Monti alla luce delle indicazioni della BCE

26 Dic

Vi svelo le motivazioni e gli scopi della manovra Monti, come prevista e sponsorizzata dalla BCE.

Dal bollettino di dicembre della BCE a pagina 106 e successive si legge lo scopo, le modalità e le azioni previste per allineare le economie europee a quella tedesca.

Disgraziatamente in Italia vale la barzelletta dell’inferno tedesco e Italiano. Qui da noi oggi manca una cosa domani un’altra e non si riesce a fare nulla seriamente. Per altro questa manovra ha connotazioni molto teoriche e poco valide nella pratica. E questo è detto chiaramente anche nello stesso bollettino.

Ma noi vogliamo fare un’analisi non basata su astratti modelli dove si ignora volutamente l’effetto della situazione disastrosa del sistema del credito che assorbe risorse, in particolare dagli stati più deboli e meno capaci di difendersi dalla prepotenza finanziaria che è arrivata al punto di autoridursi la riserva obbligatoria del 50% senza che i governi abbiano potuto metterci becco. E’ un prelievo monetario giustificato solo dallo stato fallimentare del sistema bancario. Per altro la completa inefficienza dei politici europei è già stata punita dai mercati che stanno fuggendo dal rischio Euro. Infatti la dipendenza dal sistema bancario della politica europea non è rassicurante per i mercati per lo stato di questo oltre agli errori di gestione della crisi fatta contro il mercato e non per assecondarlo. Ricordiamo che Bruxelles ha di fatto ridotto il debito della Grecia in modo da non far pagare l’assicurazione del credito (CDS) generando una immediata rinuncia all’acquisto dei bond statali da parte degli operatori per mancanza di coperture di rischio.

Questo è il testo del bollettino di dicembre della BCE:

BCE

106 Bollettino mensile Dicembre 2011

ANDAMENTI ECONOMICI E MONETARI

Andamento della finanza pubblica

LA SVALUTAZIONE FISCALE: UNO STRUMENTO DI AGGIUSTAMENTO ECONOMICO

Oltre alle difficoltà di bilancio, alcuni paesi dell’area dell’euro si confrontano anche con problemi di competitività, che comportano persistenti disavanzi di conto corrente. Poiché la svalutazione nominale non è possibile per i paesi che partecipano a un’area valutaria, la competitività deve essere riacquisita entro i confini nazionali. A tal fine sono necessarie riforme strutturali volte ad aumentare la produttività e l’adeguamento dei prezzi relativi, soprattutto mediante una moderazione salariale in termini reali. Il presente riquadro esamina, in una prospettiva analitica, l’opzione di politica economica costituita da una “svalutazione fiscale” (fiscal devaluation), proposta in letteratura come un ulteriore strumento atto a concorrere al processo di aggiustamento economico.

La svalutazione fiscale consiste nell’impiego del sistema tributario per riprodurre una svalutazione nominale del tasso di cambio, in particolare aumentando le imposte sulle importazioni e riducendole sulle esportazioni, modificando così il prezzo relativo dei beni nazionali ed esteri. Nella pratica, questo obiettivo può essere conseguito indirettamente mediante una riduzione del- le imposte che gravano sui costi di produzione, come quelle sul lavoro dipendente o sui redditi delle imprese, e che quindi incidono anche sul costo delle esportazioni; tale sgravio verrebbe finanziato con un aumento dell’IVA (in considerazione del fatto che le esportazioni non sono soggette a tale imposta) o delle tasse sulla proprietà. Tuttavia, anche nel caso di una riforma fiscale a impatto neutro sul bilancio, le differenze nella tempistica degli introiti e nella velocità delle reazioni comportamentali potrebbero generare perdite delle entrate nel breve periodo e costituire un ostacolo per i paesi con vincoli di bilancio nel breve termine. Inoltre, l’analogia con una variazione del tasso di cambio nominale non è perfetta, poiché la svalutazione fiscale non è accompagnata da un aumento dell’offerta di moneta a livello nazionale.

L’analisi teorica suffraga la tesi secondo cui una svalutazione fiscale può aiutare a riacquistare competitività. La transizione da un’imposizione basata sull’origine a una basata sulla destinazione, come ad esempio da un’imposta sui redditi da lavoro delle imprese all’IVA o a un’imposta sulle vendite, comporta un deprezzamento fiscale immediato. In genere, questo non avrebbe alcun impatto nel lungo termine 1), poiché in ultima istanza il tasso di cambio effettivo reale si adegua, attraverso un apprezzamento (per i paesi con un tasso di cambio flessibile) o l’inflazione (per i paesi con tasso di cambio fisso, fra cui quelli appartenenti a un’area valutaria). Per alcuni paesi dell’area dell’euro, tuttavia, il punto di partenza è costituito da uno squilibrio contraddistinto da un tasso di cambio effettivo reale sopravvalutato. In questo caso, una svalutazione fiscale accelererebbe semplicemente un processo correttivo inevitabile e non ci si può attendere che sostituisca le necessarie riforme strutturali.

Inoltre, secondo le simulazioni effettuate utilizzando modelli di equilibrio dinamico, una svalutazione fiscale dovrebbe essere considerevole per generare un impatto significativo sulla competitività e sul commercio. Questa tesi è avvalorata dalle simulazioni effettuate dagli esperti della BCE impiegando il modello dell’economia dell’area dell’euro e mondiale (Euro Area and Global Economy, EAGLE), nonché da altre ricerche recenti 2). L’evidenza empirica tende a riscontrare peraltro che variazioni contenute nelle imposte nazionali hanno scarso impatto sugli scambi commerciali 3). Allo stesso tempo, non è stato ancora intrapreso alcuno studio che consideri il caso particolare dei paesi di un’area valutaria che partano da una posizione non concorrenziale.

Nondimeno, è probabile che le riforme che spostano l’imposizione dai fattori produttivi ai consumi presentino vantaggi in una prospettiva economica più ampia. La transizione da tasse sui redditi da lavoro o sui profitti verso un’imposizione sui consumi o sulla proprietà potrebbe favorire la crescita sul piano strutturale in aggiunta all’effetto (forse modesto) di esportazioni nette più elevate. Tale riforma ridurrebbe la distorsione dell’imposizione fiscale a scapito del risparmio e pro- muoverebbe l’offerta di lavoro. Inoltre, un regime tributario più attraente potrebbe incoraggiare gli investimenti, anche favorendo quelli diretti esteri. Esistono forti evidenze empiriche che uno spostamento verso la tassazione dei consumi o degli immobili ha un impatto positivo sulla crescita 4). Per tutelare i miglioramenti di competitività conseguiti in seguito a una svalutazione fiscale, è importante prevenire un aumento delle attese di inflazione. Da un lato, se si riducono le imposte sui redditi delle imprese o sui salari a carico del datore di lavoro, i costi di produzione diminuiscono immediatamente, circostanza che consentirà anche una contrazione dei prezzi al netto dell’IVA; è probabile quindi che l’inflazione al netto dell’effetto di questa imposta sia inferiore, sebbene l’impatto sia incerto e possano crescere anche i margini di profitto. Dall’altro lato, l’aumento contestuale dell’IVA avrà un impatto immediato una tantum sull’inflazione, con il rischio che gli eventuali effetti di secondo impatto su prezzi e salari contrastino l’impatto benefico sulla competitività. Nei paesi con regole automatiche di adeguamento all’inflazione, l’incremento di competitività sarebbe necessariamente di breve durata.

Nel complesso, una svalutazione fiscale mediante la quale le imposte sui redditi da lavoro o delle imprese sono in qualche misura sostituite dall’IVA o da imposte sugli immobili può fornire un contributo positivo, ancorché contenuto, all’aggiustamento economico necessario in alcuni paesi dell’area dell’euro con problemi di competitività. Allo stesso tempo, una svalutazione fiscale non può sostituire, ma solo integrare, le riforme strutturali necessarie. Al di là di queste considerazioni, un regime impositivo più efficiente che agevoli il risparmio e gli investimenti è in grado, più in generale, di favorire una maggiore crescita reale.

  1. 1)  Cfr. Grossman, G. (1980), “Border Tax Adjustments: Do They Distort Trade?”, Journal of International Economics, vol. 10 (1), pp. 117-128. Cfr. anche Feldstein, M. e P. Krugman (1990), “International Trade Effects of Value-Added Taxation” in Razin, A. e J. Slemrod (a cura di), Taxation in the Global Economy, University of Chicago Press, in cui si sostiene fra l’altro che l’IVA può incidere sugli scambi commerciali se sostituisce un’imposta con effetto distorsivo oppure se le aliquote d’imposta applicate al settore dei beni commerciabili differiscono di fatto da quelle vigenti per il resto dell’economia. 
  2. 2)  Cfr. Franco, F. (2010), “Improving competitiveness through devaluation, the case of Portugal”, mimeo, Nuova Università di Lisbona; Lipińska, A. e L. von Thadden, Monetary and fiscal policy aspects of indirect tax changes in a monetary union, Working Paper della BCE, n. 1097, Francoforte sul Meno, ottobre 2009. 
  3. 3)  Cfr. Desai, M.A. e J.R. Hines (2002), “Value-Added Taxes and International Trade: The Evidence”, mimeo, University of Michigan, nonché Keen, M. e M. Syed (2006), M., Domestic Taxes and International Trade: Some Evidence, Working Paper dell’FMI, WP/06/47. 
  4. 4)  Cfr., ad esempio, Johansson, Å. et al. (2008), Taxation and Economic Growth, Economics Department Working Paper dell’OCSE, n. 620, in cui si rileva che l’IVA e le imposte sugli immobili sono le tasse meno nocive alla crescita, mentre quelle sui redditi da la- voro e delle imprese sono le più dannose. Per il caso specifico di un piccolo paese dell’area dell’euro, nella pubblicazione Alemeida, V. et al., Fiscal consolidation in a small euro area economy, Working Paper del Banco de Portugal, maggio 2011, si utilizza un modello di equilibrio generale neo-keynesiano per esaminare diverse opzioni di risanamento dei conti pubblici. Si riscontra che un aumento dell’IVA è più favorevole alla crescita e all’occupazione rispetto a un aumento dell’imposizione sul lavoro, benché una riduzione della spesa sia migliore rispetto a entrambe le opzioni. 

A questo punto occorre verificare almeno tre cose:

  1. La validità del modello economico che ha portato ad applicare questo sistema, mai usato in passato, per ottenere una convergenza tra economie diversissime.
  2. La probabilità di raggiungimento dei risultati che si vogliono ottenere
  3. I costi sociali che comporta questa manovra e le classi che maggiormente vengono colpite da questo intervento

Poi vedremo se c’è modo di coprirsi dai rischi che questa manovra comporta.

Il sistema portato da Monti consiste, per ora, nella fase della tassazione e contenimento dei salari e delle pensioni. In forma non proporzionale ai redditi, ma per larga parte indiscriminata e senza riferimento alla sostenibilità dei tassati.

La tassazione delle proprietà si è accentrata principalmente sulla casa, prima o seconda che sia senza particolari agevolazioni perché a discrezione degli enti locali notoriamente affamati di soldi e quindi pronti ad incrementare tariffe e tasse locali.

Questa “moderazione” dei redditi colpisce prevalentemente le classi meno abbienti perché, per avere efficienza, la manovra deve rastrellare la maggior parte del reddito tassabile e questo come dimostrò Frank Ramsey, si ottiene tassando non i ricchi, ma le classi intermedie o i poveri perché sono di più anche se non detengono la maggior parte della ricchezza. In altre parole moltiplicando la quantità per le tasse richieste si ottiene un gettito maggiore se si aggredisce il reddito dei meno abbienti rispetto all’aggressione del reddito dei veri ricchi.

Questa operazione di sottrazione di denaro alla comunità, sia per tassazione sia per contenimento del reddito dei lavoratori, dovrebbe servire per alleggerire le tasse al sistema produttivo che, in tal modo, abbasserebbe i prezzi di vendita dei propri prodotti e quindi risulterebbe più competitivo.

Che sia puerile e sbagliato questo modello si può dimostrare molto semplicemente.

Per prima cosa non distingue tra imprese che hanno concorrenza internazionale e imprese che operano solo sul mercato domestico. Le imprese che operano sui mercati internazionali hanno interesse a rimanere competitive e quindi potrebbero contenere i propri listini di vendita. Per le imprese senza concorrenza internazionale si tratta del regalo  costituito da un incremento degli utili perché non c’è motivo che riducano i prezzi.

Inoltre non capisco come il modello possa aver dato risultati positivi se si pensa che la maggior parte dei lavoratori sarà costretto a ridurre gli acquisti e quindi il mercato tenderà a far ridurre i fatturati di tutte le imprese. Siccome i costi di produzione aumentano notevolmente al ridursi delle quantità prodotte alla fine la riduzione del reddito o sarà un danno o indifferente per la competitività aziendale.

Se il modello non ha tenuto conto di questo aspetto e dell’effetto recessivo dell’intervento dovuto ad una riduzione delle disponibilità di spesa anche per aumento della disoccupazione non è un modello valido. Inoltre l’aumento dei disoccupati porterà ad un incremento della spesa pubblica per assistenza a questi lavoratori, quindi il risanamento legato all’incremento di introiti per lo stato sarà assorbito, in tutto o in parte, da questa necessità. A meno che non si voglia arrivare ad uno scontro di piazza per la fame di quanti vengono esclusi socialmente.

C’era una possibilità che si potesse raggiungere, anche se sempre attraverso la macelleria sociale, almeno qualche risultato se si fosse anteposto lo sgravio fiscale alle imprese (e comunque in modo selettivo) all’aumento delle tasse. Ma con l’operazione fatta con questa tempistica ci si è precipitati su un’aspettativa di recessione che verrà peggiorata dagli annunci di aumento della pressione fiscale.

Quindi la probabilità di successo dell’operazione risulta inferiore al 50%

Come proteggersi?

Per i lavoratori dipendenti ed i pensionati non c’è possibilità perché i partiti politici hanno passivamente accettato il diktat della BCE, rinunciando anche all’ultimo briciolo di indipendenza; inoltre i sindacati ormai sono solo una catena di trasmissione dei defunti partiti e quindi non operano più neppure lontanamente in favore dei lavoratori, ma hanno il solo obbiettivo di sopravvivere e mantenere il potere che si sono ricavati.

Per chi può abbandonare l’Italia questa è una buona occasione.

Infine vorrei dire che qualsiasi manovra venga fatta non sarà possibile ottenere risultati, e questa disperata azione sperimentale sulla nostra pelle da parte della BCE ne è la prova, se non si provvede a rimuovere le cause della crisi che dal 2008 ci affligge.

Le cause sono state descritte dettagliatamente dal sistema bancario stesso. Basta leggere i bollettini di una banca Svizzera di investimenti come la Wegelin & Co.

E cioè: il sistema finanziario è fallito a causa dell’euforia finanziaria generata dal troppo basso livello  della riserva obbligatoria. Gli investimenti del sistema bancario sono spesso senza ritorno e riguardano la moneta in eccesso da questo stesso prodotta.

Allo stato attuale il sistema delle banche non è in grado di alimentare regolarmente il sistema produttivo per conclamata illiquidità. Quindi se non fossero le banche ad avere l’iniziativa politica fallirebbero per insolvenza.

Tutti gli stati hanno messo in atto dei mezzi per sostenere le banche a scapito dei propri conti.

I più colpiti naturalmente sono gli stati cha hanno un elevato debito pubblico perché la carenza di finanziamenti per l’illiquidità delle banche crea carenza di investitori nei titoli di stato di queste nazioni. Quindi CDS italiani sono più alti di quelli spagnoli perché il livello di indebitamento della Spagna è inferiore a quello italiano.

Infine la politica di Bruxelles è riuscita a terrorizzare i mercati alterando l’uso delle assicurazione dei crediti e generando la necessità di quantitative easing (acquisto di titoli di stato da parte della banca centrale) persino sui Bund tedeschi che parevano fuori della tempesta.

In questa situazione assistiamo al furbissimo comportamento della Svizzera che ha ridotto il cambio con l’euro a 1,2 Franchi per euro (da circa 1,5) per far accorrere i capitali in Svizzera. Il contrario di quanto fece Prodi quando accettò un cambio assurdo lira/euro di cui stiamo portando ancora i segni nella stagnazione dell’economia italiana da quando siamo entrati nell’euro.

I costi sociali della manovra come fatta sono altissimi soprattutto per le categorie sociali meno protette e non si può dare neppure una probabilità di riuscita a questa sperimentazione tale da poter dire che il gioco vale la candela per i vantaggi che ne avremo a medio e lungo termine.