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Quello che non è stato detto sul caso Englaro

FRANKRAMSEY

Per capire occorre partire da quello che è probabilmente lo svolgimento dei fatti. Questo potrebbe chiarire e dirimere ogni problema assegnando a tutti gli attori le loro specifiche azioni nel vero e nel falso. Innanzi tutto non è vero quanto si è detto che la magistratura abbia legiferato dove non c’è legge. Quando si procede ad una istanza presso un organo esecutivo come il Tribunale si fa una richiesta motivata allegando la documentazione che prova che la richiesta è legittima. Nel caso in esame il padre dovrebbe aver chiesto, allegando perizie e cartelle cliniche , di sospendere quello che riteneva un accanimento terapeutico. Il giudice ha operato secondo le procedure previste e ha accolto l’istanza in base alle perizie mediche presentate o su di quelle di un perito medico di fiducia del Tribunale. In tutti e due i casi ha ricevuto l’informazione tecnica che si trattava di accanimento terapeutico. In queste condizioni se avesse rigettato l’istanza, avrebbe violato dei precisi doveri di ufficio e avrebbe rischiato, al limite, anche un provvedimento disciplinare in quanto non avrebbe utilizzato il parere di un esperto nel formare la propria opinione, anzi si sarebbe sostituito a questi. Pertanto tutti gli organi giudiziari di verifica e controllo fino alla Corte di Cassazione hanno rigettato qualsiasi ricorso in quanto sarebbe stato in contrasto con la procedura. Infatti il problema non è giuridico, è solo tecnico. A riprova di ciò si è visto in televisione un medico che ha affermato che siccome l’alimentazione e l’idratazione erano state determinate da un atto chirurgico queste si dovevano ritenere azioni terapeutiche. Se i periti hanno fornito queste indicazioni al Tribunale è chiaro che le conseguenze sono state l’accoglimento dell’istanza della eliminazione dell’accanimento terapeutico anche in base ad una dichiarazione (probabilmente giurata) del padre e/o di altri che affermavano di aver ricevuto, in modo inequivocabile, la richiesta in termini dalla persona non più in grado di esprimersi. Le mie perplessità sono di carattere logico. Infatti si è stabilita la regola medica: un’azione chirurgica determina automaticamente una attività terapeutica anche quando l’azione chirurgica è terminata ed anche se questa azione ha lo scopo di ripristinare funzioni basilari dell’organismo umano come il mangiare e bere. Non mi sento di sfottere l’intelligenza di chi legge sulle conseguenze di tale regola, anche se stabilita da luminari della medicina. Si è, in altri termini, stabilito che l’azione chirurgica (e quindi la terapia) permane oltre il termine dell’operazione fino alla rimozione degli eventuali apparati protesici installati. A questo punto ci si domanderà se chi ha eseguito la perizia è in buona fede o meno. Su questo punto dobbiamo ritenere, visto che è stata accolta dal Tribunale, la totale buona fede anche se si è modificato il significato delle parole e persino il vocabolario della lingua italiana. Ma quello che si è verificato dopo ci ha lasciato perplessi. In primo luogo la “sinistra” che ha sostenuto questa decisione in termini politici. In secondo luogo pare che si sia costituita allo scopo una società che ha effettuato la prestazione in una struttura che non disponeva del personale in grado di eseguire la sentenza del Tribunale. Non ci stupisce la battaglia dei radicali che fanno dell’eutanasia una loro bandiera, quello che ci lascia perplessi è che intorno a questo caso si siano create subito delle strutture pronte a fare, probabilmente a pagamento, l’operazione. Cosa se ne può concludere? Si è utilizzato il sistema giudiziario per introdurre surrettiziamente una prima eutanasia sfruttando i percorsi normali di un ente esecutivo che non si è potuto esimere dal funzionare secondo le sue leggi costituzionalmente stabilite. A questo punto ci si attende il prossimo passo che è quello di far passare per volontà del paziente di morire per liberarsi di quanti sono inutili o sono divenuti un peso per la società, utilizzando strutture che possano lucrare su questo business. In questa linea è comprensibile l’azione dei radicali, ma non è ammissibile quella della sinistra in quanto offre ai lavoratori un grandioso futuro: quando non servirete più come lavoratori o come consumatori vi facciamo morire di una dolce morte dopo avervi convinti che è, per voi, la cosa migliore piuttosto che penare in un mondo che non vi vuole perché poveri, indifesi e magari malati. Comunque la deriva culturale è iniziata e si è installata presso di noi: si sta andando verso una società in cui tutto ha un prezzo, anche la vita. Bisogna dire che la Chiesa Cattolica è rimasta l’ultima a richiamare una delle basi della nostra Costituzione: l’inviolabilità del diritto alla vita che non può essere un oggetto di transazioni micro o macro economiche.

7 feb, ’09, 11:15 m.

Per capire occorre partire da quello che è probabilmente lo svolgimento dei fatti.

Questo potrebbe chiarire e dirimere ogni problema assegnando a tutti gli attori le loro specifiche azioni nel vero e nel falso.

Innanzi tutto non è vero quanto si è detto che la magistratura abbia legiferato dove non c’è legge. Quando si procede ad una istanza presso un organo esecutivo come il Tribunale si fa una richiesta motivata allegando la documentazione che prova che la richiesta è legittima. Nel caso in esame il padre dovrebbe aver chiesto, allegando perizie e cartelle cliniche , di sospendere quello che riteneva un accanimento terapeutico.

Il giudice ha operato secondo le procedure previste e ha accolto l’istanza in base alle perizie mediche presentate o su di quelle di un perito medico di fiducia del Tribunale.

In tutti e due i casi ha ricevuto l’informazione tecnica che si trattava di accanimento terapeutico.

In queste condizioni se avesse rigettato l’istanza, avrebbe violato dei precisi doveri di ufficio e avrebbe rischiato, al limite, anche un provvedimento disciplinare in quanto non avrebbe utilizzato il parere di un esperto nel formare la propria opinione, anzi si sarebbe sostituito a questi. Pertanto tutti gli organi giudiziari di verifica e controllo fino alla Corte di Cassazione hanno rigettato qualsiasi ricorso in quanto sarebbe stato in contrasto con la procedura.

Infatti il problema non è giuridico, è solo tecnico.

A riprova di ciò si è visto in televisione un medico che ha affermato che siccome l’alimentazione e l’idratazione erano state determinate da un atto chirurgico queste si dovevano ritenere azioni terapeutiche.

Se i periti hanno fornito queste indicazioni al Tribunale è chiaro che le conseguenze sono state l’accoglimento dell’istanza della eliminazione dell’accanimento terapeutico anche in base ad una dichiarazione (probabilmente giurata) del padre e/o di altri che affermavano di aver ricevuto, in modo inequivocabile, la richiesta in termini dalla persona non più in grado di esprimersi.

Le mie perplessità sono di carattere logico. Infatti si è stabilita la regola medica:

un’azione chirurgica determina automaticamente una attività terapeutica anche quando l’azione chirurgica è terminata ed anche se questa azione ha lo scopo di ripristinare funzioni basilari dell’organismo umano come il mangiare e bere.

Non mi sento di sfottere l’intelligenza di chi legge sulle conseguenze di tale regola, anche se stabilita da luminari della medicina.

Si è, in altri termini, stabilito che l’azione chirurgica (e quindi la terapia) permane oltre il termine dell’operazione fino alla rimozione degli eventuali apparati protesici installati.

A questo punto ci si domanderà se chi ha eseguito la perizia è in buona fede o meno. Su questo punto dobbiamo ritenere, visto che è stata accolta dal Tribunale, la totale buona fede anche se si è modificato il significato delle parole e persino il vocabolario della lingua italiana.

Ma quello che si è verificato dopo ci ha lasciato perplessi. In primo luogo la “sinistra” che ha sostenuto questa decisione in termini politici. In secondo luogo pare che si sia costituita allo scopo una società che ha effettuato la prestazione in una struttura che non disponeva del personale in grado di eseguire la sentenza del Tribunale.

Non ci stupisce la battaglia dei radicali che fanno dell’eutanasia una loro bandiera, quello che ci lascia perplessi è che intorno a questo caso si siano create subito delle strutture pronte a fare, probabilmente a pagamento, l’operazione.

Cosa se ne può concludere?

Si è utilizzato il sistema giudiziario per introdurre surrettiziamente una prima eutanasia sfruttando i percorsi normali di un ente esecutivo che non si è potuto esimere dal funzionare secondo le sue leggi costituzionalmente stabilite.

A questo punto ci si attende il prossimo passo che è quello di far passare per volontà del paziente di morire per liberarsi di quanti sono inutili o sono divenuti un peso per la società, utilizzando strutture che possano lucrare su questo business. In questa linea è comprensibile l’azione dei radicali, ma non è ammissibile quella della sinistra in quanto offre ai lavoratori un grandioso futuro:

quando non servirete più come lavoratori o come consumatori vi facciamo morire di una dolce morte dopo avervi convinti che è, per voi, la cosa migliore piuttosto che penare in un mondo che non vi vuole perché poveri, indifesi e magari malati.

Comunque la deriva culturale è iniziata e si è installata presso di noi: si sta andando verso una società in cui tutto ha un prezzo, anche la vita.

Bisogna dire che la Chiesa Cattolica è rimasta l’ultima a richiamare una delle basi della nostra Costituzione: l’inviolabilità del diritto alla vita che non può essere un oggetto di transazioni micro o macro economiche.

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Garattini e la disinformazione scientifica

FRANKRAMSEY

Segnalo un articolo di Silvio Garattini su Corriere della Sera del 18 dicembre u.s. come esempio di disinformazione a mezzo stampa di una persona che, essendo nel campo della ricerca e dell’uso della scienza medica, evidentemente esprime un parere che ha scopi reconditi non espressi,ma molto chiari se si legge bene il testo. Si accusa il Vaticano di oscurantismo scientifico e di essere un ostacolo politico allo sviluppo della scienza medica nel campo della medicina e delle cure di malattie gravemente invalidanti e mortali. La tesi è che il Vaticano esercita un’azione politica attiva di ostacolo nell’uso delle cellule staminali da embrione. Secondo Garattini occorre promuovere questa ricerca per ampliare il campo delle possibilità offerte dalle cellule staminali adulte e permettere la cura di quelle malattie. Non dice che il Vaticano non è in grado di fare leggi, tant’è vero che la nostra Repubblica si è dotata di una legislazione in contrasto con la morale cattolica in campi come l’aborto ed il divorzio. Che queste leggi siano un progresso o un regresso rispetto alla morale dei nostri padri non è possibile dirlo. Di certo ci risulta, dai dati ISTAT, che la popolazione massima attesa prima della legge sull’aborto era molto superiore a quella che attendiamo adesso e che siamo prossimi alla riduzione della popolazione e quindi ad un periodo di ripiegamento e di invecchiamento che rende il nostro Paese vulnerabile alla globalizzazione. Il Garattini non fa l’affermazione più importante che è alla base delle sue tesi e cioè che per questi radicali la vita umana può essere considerata una merce, non ha un valore in sé e quindi se ne può fare un uso spregiudicato in particolare se uno “scienziato” ritiene che questo possa portare ad incrementare il fatturato di una multinazionale. Non dice un fatto importantissimo e che è sicuramente a sua conoscenza e cioè che da più di 10 anni i soldi spesi per la ricerca per le cellule staminali embrionali non hanno condotto a nessun risultato nemmeno vagamente utilizzabile non solo per le cure di cui parla, ma neppure per risolvere un’influenza o un raffreddore. Viceversa i pochi soldi spesi per le staminali adulte hanno già portato a cure di alcune malattie genetiche. Ed il fatto che solo le staminali adulte funzionano è noto a tutti gli esperti scientifici di genetica. E’ chiaro quindi che non si tratta di una questione di oscurantismo religioso, ma di ben altro che viene rinfacciato al Vaticano. Si tratta di voler inserire principi legislativi che introducono il concetto: che la vita si può acquistare o vendere; se si hanno i soldi si sopravvive altrimenti si muore; che la morale si aggiorna secondo le necessità politiche o dei ricercatori. In sostanza la posizione di Garattini è chiara anche se espressa con presunzione e arroganza. Il modello di società da questi immaginato è di un futuro in cui la gente deve lavorare per avere i soldi da spendere per pagarsi la vita a spese di chi non si può difendere o di chi non ha denaro. Si introduce così surrettiziamente il principio che si può vendere la vita di una persona se un’altra se la può comprare. Infatti è molto debole il concetto che le cellule staminali embrionali possono incrementare l’area della ricerca, visto che dopo tutto questo tempo non ci si è riusciti. Si pretende che la Chiesa Cattolica rinunci al principio di difesa totale e assoluta della vita di ognuno e passi a difendere il business delle multinazionali. Si tratta di un articolo che esprime tutta la miseria intellettuale ed umana dell’estensore, la prepotenza e l’arroganza con cui questi si presenta sperando di fare fessi i lettori. Grazie tante, ma non ci caschiamo.

19 dic, ’08, 8:14 m.

Segnalo un articolo di Silvio Garattini su Corriere della Sera del 18 dicembre u.s. come esempio di disinformazione a mezzo stampa di una persona che, essendo nel campo della ricerca e dell’uso della scienza medica, evidentemente esprime un parere che ha scopi reconditi non espressi,ma molto chiari se si legge bene il testo.

Si accusa il Vaticano di oscurantismo scientifico e di essere un ostacolo politico allo sviluppo della scienza medica nel campo della medicina e delle cure di malattie gravemente invalidanti e mortali.

La tesi è che il Vaticano esercita un’azione politica attiva di ostacolo nell’uso delle cellule staminali da embrione. Secondo Garattini occorre promuovere questa ricerca per ampliare il campo delle possibilità offerte dalle cellule staminali adulte e permettere la cura di quelle malattie.

Non dice che il Vaticano non è in grado di fare leggi, tant’è vero che la nostra Repubblica si è dotata di una legislazione in contrasto con la morale cattolica in campi come l’aborto ed il divorzio. Che queste leggi siano un progresso o un regresso rispetto alla morale dei nostri padri non è possibile dirlo. Di certo ci risulta, dai dati ISTAT, che la popolazione massima attesa prima della legge sull’aborto era molto superiore a quella che attendiamo adesso e che siamo prossimi alla riduzione della popolazione e quindi ad un periodo di ripiegamento e di invecchiamento che rende il nostro Paese vulnerabile alla globalizzazione.

Il Garattini non fa l’affermazione più importante che è alla base delle sue tesi e cioè che per questi radicali la vita umana può essere considerata una merce, non ha un valore in sé e quindi se ne può fare un uso spregiudicato in particolare se uno “scienziato” ritiene che questo possa portare ad incrementare il fatturato di una multinazionale.

Non dice un fatto importantissimo e che è sicuramente a sua conoscenza e cioè che da più di 10 anni i soldi spesi per la ricerca per le cellule staminali embrionali non hanno condotto a nessun risultato nemmeno vagamente utilizzabile non solo per le cure di cui parla, ma neppure per risolvere un’influenza o un raffreddore. Viceversa i pochi soldi spesi per le staminali adulte hanno già portato a cure di alcune malattie genetiche. Ed il fatto che solo le staminali adulte funzionano è noto a tutti gli esperti scientifici di genetica.

E’ chiaro quindi che non si tratta di una questione di oscurantismo religioso, ma di ben altro che viene rinfacciato al Vaticano.

Si tratta di voler inserire principi legislativi che introducono il concetto: che la vita si può acquistare o vendere; se si hanno i soldi si sopravvive altrimenti si muore; che la morale si aggiorna secondo le necessità politiche o dei ricercatori.

In sostanza la posizione di Garattini è chiara anche se espressa con presunzione e arroganza. Il modello di società da questi immaginato è di un futuro in cui la gente deve lavorare per avere i soldi da spendere per pagarsi la vita a spese di chi non si può difendere o di chi non ha denaro. Si introduce così surrettiziamente il principio che si può vendere la vita di una persona se un’altra se la può comprare. Infatti è molto debole il concetto che le cellule staminali embrionali possono incrementare l’area della ricerca, visto che dopo tutto questo tempo non ci si è riusciti. Si pretende che la Chiesa Cattolica rinunci al principio di difesa totale e assoluta della vita di ognuno e passi a difendere il business delle multinazionali.

Si tratta di un articolo che esprime tutta la miseria intellettuale ed umana dell’estensore, la prepotenza e l’arroganza con cui questi si presenta sperando di fare fessi i lettori.

Grazie tante, ma non ci caschiamo.

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Le banche hanno creato la crisi finanziaria e adesso l’alimentano

FRANKRAMSEY

Di fronte alla modestia degli interventi dei governi europei per superare la crisi ci si domanda perché l’Unione Europea, sempre pronta a mettere il naso dappertutto e perfino nel confezionamento delle mozzarelle, non effettua quelle azioni necessarie per contenere la crisi per far riprendere lo sviluppo. La BCE e le banche centrali nazionali hanno messo a disposizione fondi illimitati per le banche affinché facciano fronte alle richieste di credito, visto che i prestiti interbancari sono diventati rari e carissimi. A questo proposito basta osservare che il calo dei tassi ufficiali non si ripercuote sui tassi alla clientela, anzi si è consolidata una divergenza tra queste riduzioni dei tassi delle banche centrali e i tassi effettivi praticati dagli istituti di credito anche per un appesantimento degli spread (differenza tra costo della provvista e tasso finale al cliente: ovvero margine della banca). Si potrebbe attribuire questo comportamento a mancanza di liquidità sui mercati. Ma questo non risulta dai dati reali, perlomeno in Italia, consultando il bollettino della banca d’Italia di ottobre. Così dice Bankitalia: La crescita della raccolta bancaria sull’interno è salita al 12,6 per cento in agosto, prevalentemente negli strumenti meno liquidi: obbligazioni, pronti contro termine e depositi a tempo. L’indebitamento verso l’estero continua a rallentare Come si può vedere dalla tabella le provviste bancarie sono in crescita, con aumento dei fondi nazionali e riduzione della provvista estera.   Inoltre, come già detto, la Banca d’Italia ha garantito alle banche fondi illimitati per i finanziamenti alla clientela. Allora perché le banche hanno ridotto i prestiti alle imprese e alle famiglie? Infatti così dice BANKITALIA: Le banche italiane intervistate nell’ambito dell’Indagine trimestrale sul credito bancario nell’area dell’euro (Bank Lending Survey) per il secondo trimestre del 2008 hanno ancora una volta indicato di avere operato una moderata restrizione dei criteri utilizzati per l’approvazione di prestiti alle imprese, come nelle tre precedenti rilevazioni. L’irrigidimento è stato di maggiore intensità per le operazioni a lungo termine e per quelle a favore delle imprese di grandi dimensioni e ha riflesso prevalentemente il deterioramento del quadro economico e il persistere delle tensioni finanziarie. Per la prima volta dall’inizio della crisi, la maggiore prudenza delle banche intervistate si è riflessa in modo sostanziale anche in un accorciamento delle scadenze dei finanziamenti e nell’adozione di particolari clausole contrattuali volte al contenimento del rischio. Le banche hanno registrato un rallentamento della domanda di credito da parte delle imprese, in particolare delle più piccole. Per il terzo trimestre gli istituti intervistati hanno dichiarato di attendersi un nuovo contenuto irrigidimento delle politiche di offerta dei finanziamenti alle imprese e un ritmo di espansione della domanda invariato. E’ semplice, lo dice sempre BANKITALIA: Il forte aumento dell’incertezza ha determinato anche una contrazione degli scambi sul mercato interbancario, un incremento dei differenziali tra i tassi interbancari e quelli di riferimento fissati dalle autorità monetarie e una crescita dei depositi overnight presso la Banca centrale europea. Le tensioni sono proseguite anche nei primi giorni di ottobre, nonostante la riduzione concertata dei tassi di interesse da parte delle autorità monetarie e le cospicue immissioni di liquidità nel sistema. Cioè la raccolta interna viene utilizzata per operazioni di deposito presso la banca centrale che remunera questi depositi ad un tasso inferiore all’euribor, ma considerato adeguato perché senza rischio. Quali sono le conseguenze? Calano gli impieghi per i settori produttivi per via diretta (finanziamenti alle imprese) e indiretta (credito al consumo) e cresce la moneta circolante per il pagamento di interessi tra le banche senza che ci siano sottostanti transazioni materiali o immateriali. Le conseguenze sono l’aggravamento della crisi per creazione di altra moneta falsa. Non solo, i fondi messi a disposizione dei governi o sono inutilizzati o vanno ad alimentare questa nuova speculazione. Se le cose continuano così potremo cantare il dies irae al libero mercato ed al liberismo. Qualcuno sarà molto contento, non i comunisti, come si potrebbe pensare, ma gli speculatori che guadagneranno cifre favolose dal prossimo aggravamento della crisi. Bankitalia, di fronte a questa situazione anomala, non mette in campo azioni di dissuasione e contrasto perché è un organismo privato di proprietà proprio delle banche che stanno facendo questa politica di avvitamento e stallo per l’economia reale. Se fosse stata di proprietà dello Stato avrebbe perlomeno potuto stigmatizzare il comportamento delle banche. Invece ora si limita notaristicamente a prendere atto della situazione senza neppure suggerire correzioni. Questa è un’ulteriore conferma che i politici, con l’accordo di Maastricht, hanno delegato i loro compiti al sistema finanziario e non sono in grado di evitare il collasso prossimo venturo neppure di fronte a storture di queste dimensioni. Eppure sarebbe molto facile intervenire con strumenti collaudati e di semplice applicazione. Ricordiamo che il sistema Jeremie, messo a disposizione delle piccole e medie imprese per programmi di investimento con collegato un fondo di garanzia stenta a decollare perché i nostri politici regionali (quasi tutti di centro sinistra) a cui spetta la stipula della convenzione non si muovono per evitare che il governo (di destra) possa averne un vantaggio. E’ proprio il caso dell’adagio: tagliarsi i c… per fare dispetto alla moglie.

19 nov, ’08, 9:07 m.

Di fronte alla modestia degli interventi dei governi europei per superare la crisi ci si domanda perché l’Unione Europea, sempre pronta a mettere il naso dappertutto e perfino nel confezionamento delle mozzarelle, non effettua quelle azioni necessarie per contenere la crisi per far riprendere lo sviluppo.

La BCE e le banche centrali nazionali hanno messo a disposizione fondi illimitati per le banche affinché facciano fronte alle richieste di credito, visto che i prestiti interbancari sono diventati rari e carissimi. A questo proposito basta osservare che il calo dei tassi ufficiali non si ripercuote sui tassi alla clientela, anzi si è consolidata una divergenza tra queste riduzioni dei tassi delle banche centrali e i tassi effettivi praticati dagli istituti di credito anche per un appesantimento degli spread (differenza tra costo della provvista e tasso finale al cliente: ovvero margine della banca).

Si potrebbe attribuire questo comportamento a mancanza di liquidità sui mercati.

Ma questo non risulta dai dati reali, perlomeno in Italia, consultando il bollettino della banca d’Italia di ottobre.

Così dice Bankitalia:

La crescita della raccolta bancaria sull’interno è salita al 12,6 per cento in agosto, prevalentemente negli strumenti meno liquidi: obbligazioni, pronti contro termine e depositi a tempo. L’indebitamento verso l’estero continua a rallentare

Come si può vedere dalla tabella le provviste bancarie sono in crescita, con aumento dei fondi nazionali e riduzione della provvista estera.

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Inoltre, come già detto, la Banca d’Italia ha garantito alle banche fondi illimitati per i finanziamenti alla clientela.

Allora perché le banche hanno ridotto i prestiti alle imprese e alle famiglie?

Infatti così dice BANKITALIA:

Le banche italiane intervistate nell’ambito dell’Indagine trimestrale sul credito bancario nell’area

dell’euro (Bank Lending Survey) per il secondo trimestre del 2008 hanno ancora una volta indicato di avere operato una moderata restrizione dei criteri utilizzati per l’approvazione di prestiti alle imprese, come nelle tre precedenti rilevazioni. L’irrigidimento è stato di maggiore intensità per le operazioni a lungo termine e per quelle a favore delle imprese di grandi dimensioni e ha riflesso prevalentemente il deterioramento del quadro economico e il persistere delle tensioni finanziarie. Per la prima volta dall’inizio della crisi, la maggiore prudenza delle banche intervistate si è riflessa in modo sostanziale anche in un accorciamento delle scadenze dei finanziamenti e nell’adozione di particolari clausole contrattuali volte al contenimento del rischio. Le banche hanno registrato un rallentamento della domanda di credito da parte delle imprese, in particolare delle più piccole. Per il terzo trimestre gli istituti intervistati hanno dichiarato di attendersi un nuovo contenuto irrigidimento delle politiche di offerta dei finanziamenti alle imprese e un ritmo di espansione della domanda invariato.

E’ semplice, lo dice sempre BANKITALIA:

Il forte aumento dell’incertezza ha determinato anche una contrazione degli scambi sul mercato interbancario, un incremento dei differenziali tra i tassi interbancari e quelli di riferimento fissati dalle autorità monetarie e una crescita dei depositi overnight presso la Banca centrale europea. Le tensioni sono proseguite anche nei primi giorni di ottobre, nonostante la riduzione concertata dei tassi di interesse da parte delle autorità monetarie e le cospicue immissioni di liquidità nel sistema.

Cioè la raccolta interna viene utilizzata per operazioni di deposito presso la banca centrale che remunera questi depositi ad un tasso inferiore all’euribor, ma considerato adeguato perché senza rischio.

Quali sono le conseguenze?

Calano gli impieghi per i settori produttivi per via diretta (finanziamenti alle imprese) e indiretta (credito al consumo) e cresce la moneta circolante per il pagamento di interessi tra le banche senza che ci siano sottostanti transazioni materiali o immateriali.

Le conseguenze sono l’aggravamento della crisi per creazione di altra moneta falsa.

Non solo, i fondi messi a disposizione dei governi o sono inutilizzati o vanno ad alimentare questa nuova speculazione.

Se le cose continuano così potremo cantare il dies irae al libero mercato ed al liberismo.

Qualcuno sarà molto contento, non i comunisti, come si potrebbe pensare, ma gli speculatori che guadagneranno cifre favolose dal prossimo aggravamento della crisi.

Bankitalia, di fronte a questa situazione anomala, non mette in campo azioni di dissuasione e contrasto perché è un organismo privato di proprietà proprio delle banche che stanno facendo questa politica di avvitamento e stallo per l’economia reale. Se fosse stata di proprietà dello Stato avrebbe perlomeno potuto stigmatizzare il comportamento delle banche. Invece ora si limita notaristicamente a prendere atto della situazione senza neppure suggerire correzioni.

Questa è un’ulteriore conferma che i politici, con l’accordo di Maastricht, hanno delegato i loro compiti al sistema finanziario e non sono in grado di evitare il collasso prossimo venturo neppure di fronte a storture di queste dimensioni.

Eppure sarebbe molto facile intervenire con strumenti collaudati e di semplice applicazione. Ricordiamo che il sistema Jeremie, messo a disposizione delle piccole e medie imprese per programmi di investimento con collegato un fondo di garanzia stenta a decollare perché i nostri politici regionali (quasi tutti di centro sinistra) a cui spetta la stipula della convenzione non si muovono per evitare che il governo (di destra) possa averne un vantaggio. E’ proprio il caso dell’adagio: tagliarsi i c… per fare dispetto alla moglie.

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Meno male che hanno perso le elezioni, ci siamo salvati

FRANKRAMSEY

Le proposte di Veltroni per il pacchetto di stabilità del sistema creditizio sono assurde, inconcepibili, errate e non coerenti con la situazione economica attuale e con la recente politica della cosiddetta sinistra. E vediamo in dettaglio. Naturalmente i primi due punti riguardano quello che sta più a cuore a questi politicanti: il potere e la gestione del denaro pubblico: 1. Previsione di parere obbligatorio vincolante a maggioranza qualificata da parte delle Commissioni Finanze di Camera e Senato per tutti i provvedimenti attuativi delle disposizioni contenute nei decreti legge 155/08 e 157/08. 2. Istituzione di un comitato ad hoc per l’attuazione delle misure previste nei decreti 155/08 e 157/08. Il comitato, presieduto dal Ministro dell’Economia, e’ composto dal Governatore della Banca d’Italia, dal Presidente della Consob, e due componenti aventi requisiti di elevata professionalita’ ed assenza di conflitti di interesse, nominati dai presidenti di Camera e Senato. Non è il fatto di aver perso le elezioni che secca al PD, il problema è di aver perso il controllo del potere e delle risorse economiche pubbliche e quindi la possibilità di avere amicizie basate sui soldi di Pantalone. Quindi non si smentiscono: il punto 1 e 2 sono una richiesta di poter avere un potere all’interno di stanziamenti consistenti per evitare il collasso del sistema creditizio. Se si parla di soldi  il PD non vuole essere tagliato fuori, anzi ne vuole il controllo. Un grande uomo politico avrebbe affrontato la questione ponendosi il problema di come evitare che la situazione precipiti e come  eliminare le cause del problema. Ma da questi politici attaccati al potere e basta non ci si può attendere nulla di più di richieste che al cittadino danno solo fastidio perché dimostrano l’inconsistenza dell’opposizione sempre pronta a fare comunella con la maggioranza se gli concedono le briciole di quel potere che ne rappresentano il solo mezzo di sopravvivenza.   PER LE FAMIGLIE:.  3. A partire da Dicembre 2008, in corrispondenza del pagamento della 13-esima mensilita’, riduzione delle imposte sui redditi da lavoro e da pensione per un importo medio di 400 euro all’anno attraverso l’aumento delle detrazioni. L’intervento, da prevedere nel Disegno di Legge Finanziaria, implica una rimodulazione del percorso di raggiungimento del pareggio del bilancio delle pubbliche amministrazioni. Mi deve spiegare il PD perché fa una proposta di questo tipo quando solo ad Aprile del 2007 la sinistra ha firmato un protocollo con la Comunità Europea che esclude la possibilità di prendere questa iniziativa. A meno che non si tassino le imprese e altri contribuenti per compensare l’effetto di questo sgravio. Quindi con la possibilità di agire in modo imprevedibile sulla tenuta del sistema economico. Comunque questo punto serve solo ad avere consenso, ma, se fosse al governo, non verrebbe attuato stante la politica contro le famiglie ed i lavoratori che hanno sempre tenuto. 4. In considerazione della decisione della BCE di offrire rifinanziamento illimitato al 3,75% alle banche dell’area Euro, sostituzione dell’Euribor (oltre il 5% la media al 15/10/08) con il tasso applicato dalla BCE al rifinanziamento delle banche quale tasso di riferimento per il calcolo delle rate dei mutui a tasso variabile contratti per l’acquisto dell’abitazione di residenza. Questa è una proposta che mostra la totale ignoranza dei meccanismi bancari del PD. L’Euribor è il tasso con cui le banche si prestano i soldi. Ed è inferiore al tasso reale perché non comprende le commissioni dei prestiti interbancari. Il costo di questo denaro è dato dal mercato: in questo momento è elevato perché le banche non si fidano a prestarsi i soldi tra loro. Pertanto questa proposta significa che le banche dovrebbero farsi prestare i soldi solo da Bankitalia. Ma non è possibile perché, sempre per gli accordi sciagurati di Maastricht, Bankitalia non avrebbe le risorse per farlo. 5. Accesso dei piccoli risparmiatori possessori di obbligazioni o polizze index linked inesigibili alle tutele previste per i risparmiatori Parmalat, Cirio, ecc. PER LE MICRO, PICCOLE E MEDIE IMPRESE:. Questa deve essere spiegata. Sembra che se qualcuno ha speculato male o è stato tratto in inganno da venditori spregiudicati lo Stato debba farsene carico   6. Concessione ai Confidi dell’artigianato, del commercio e dell’industria della garanzia dello Stato per i crediti in essere e per i crediti concessi, fino al 30/06/09, alle micro, piccole e medie imprese. Istituzione ed avvio, entro il 30/06/09 di un fondo interbancario di garanzia dei crediti concessi alle micro, piccole e medie imprese. In tale quadro, sollecitare le banche a sospendere le richieste di rientro alle micro, piccole e medie imprese. In assenza di escussione delle garanzie, l’intervento non determina riflessi sui saldi di finanza pubblica. In altre parole dare una mano a chi si ricorda della possibilità di garantirsi solo quando la situazione è sfuggita di mano perché prima ha voluto risparmiare i soldi della garanzia. Che così ora sarebbe a carico dello Stato. Sollecitare la Banche è puro velleitarismo. O si danno obblighi, visto che sono enti privati, o questo non serve a nulla. 7. Accelerazione dei pagamenti dovuti dalle pubbliche amministrazioni alle micro, piccole e medie imprese, fissando un limite inderogabile di 60 giorni. Questo sarebbe bello: ma se per legge i pagamenti tra privati non possono superare i 60 giorni, perché con gli enti pubblici possono arrivare anche oltre i 365 giorni? Dove erano quando si facevano le leggi sulle dilazioni di pagamento? Ricordiamo poi che le dilazioni di pagamento della pubblica amministrazione sono conseguenza della necessità di tenere sotto controllo il deficit (sempre per Maastricht) addebitando alle imprese il relativo costo. 8. Previsione di una soglia di credito alle micro, piccole e medie imprese (ad esempio, per il 2008, almeno la media dell’ammontare concesso nel biennio 2006-07) per l’accesso delle banche agli interventi previsti nei DL 155/08 e 157/08. PER I LAVORATORI A RISCHIO DI DISOCCUPAZIONE:. Non capisco cosa sia una soglia di credito: non sono termini specialistici del settore. E, di conseguenza, non se ne capisce il senso. Fare proposte incomprensibili fa sempre pensare male.   9. Estensione in via straordinaria e temporanea, previa valutazione del Ministero del Welfare, dell’accesso agli ammortizzatori sociali ai lavoratori colpiti dalla crisi e sprovvisti di copertura assicurativa. PER LO SVILUPPO:. Ma questo lo doveva fare Prodi, nel programma della sinistra. Non ha potuto per i limiti di bilancio dovuti all’accordo di Aprile 2007 (fatto proprio da Prodi) contro i lavoratori e le loro famiglie. 10. Ripristino della piena operativita’ del credito d’imposta per gli investimenti delle imprese nel Mezzogiorno. E come dare l’aspirina per curare la polmonite 11. Ripristino, attraverso il ricorso temporaneo ad un anticipo da parte di Cassa Depositi e Prestiti (ex art. 78, c. 8 del DL 112/08), delle risorse per gli investimenti tagliate dai recenti interventi di finanza pubblica. Naturalmente Veltroni pensa che la Cassa Depositi e Prestiti sia un posto dove si trovano i soldi e che da qui si possano prelevare a volontà. E’ imbarazzante spiegare perché non è così. 12. Sostenere un piano straordinario di investimenti in infrastrutture di interesse europeo (per l’energia, per la mobilita’) da finanziare attraverso l’emissione di Eurobonds come proposto da Delors negli anni ’90. E’ il solito errore dei politici arroganti e senza preparazione economica. Non si può ricorrere all’indebitamento pubblico per fare investimenti. Stiamo pagando questa politica folle dal 1982 e non riusciamo ad uscire dall’indebitamento pubblico già adesso. E Veltroni propone di continuare con questa politica di incravattamento dello Stato. Così finita la crisi le banche e le istituzioni finanziarie potranno ancora dettare legge sui governi in quanto li controllano tramite il debito pubblico. E’ come se degli usurati decidessero di soccorrere l’usuraio per poi poter continuare a pagare sempre più alti tassi usurari. Meno male che non hanno vinto le elezioni. Con queste idee ci mandavano subito nel fosso.

19 ott, ’08, 10:39 m.

Le proposte di Veltroni per il pacchetto di stabilità del sistema creditizio sono assurde, inconcepibili, errate e non coerenti con la situazione economica attuale e con la recente politica della cosiddetta sinistra.

 

cf46342566f5201c2ac3e30eeadd338d.jpeg.gif dd1520afe55a7df31b83c5279eb49467.jpeg E vediamo in dettaglio. Naturalmente i primi due punti riguardano quello che sta più a cuore a questi politicanti: il potere e la gestione del denaro pubblico:

1. Previsione di parere obbligatorio vincolante a maggioranza qualificata da parte delle Commissioni Finanze di Camera e Senato per tutti i provvedimenti attuativi delle disposizioni contenute nei decreti legge 155/08 e 157/08.

2. Istituzione di un comitato ad hoc per l’attuazione delle misure previste nei decreti 155/08 e 157/08. Il comitato, presieduto dal Ministro dell’Economia, e’ composto dal Governatore della Banca d’Italia, dal Presidente della Consob, e due componenti aventi requisiti di elevata professionalita’ ed assenza di conflitti di interesse, nominati dai presidenti di Camera e Senato.

Non è il fatto di aver perso le elezioni che secca al PD, il problema è di aver perso il controllo del potere e delle risorse economiche pubbliche e quindi la possibilità di avere amicizie basate sui soldi di Pantalone.

Quindi non si smentiscono: il punto 1 e 2 sono una richiesta di poter avere un potere all’interno di stanziamenti consistenti per evitare il collasso del sistema creditizio. Se si parla di soldi  il PD non vuole essere tagliato fuori, anzi ne vuole il controllo.

Un grande uomo politico avrebbe affrontato la questione ponendosi il problema di come evitare che la situazione precipiti e come  eliminare le cause del problema.

Ma da questi politici attaccati al potere e basta non ci si può attendere nulla di più di richieste che al cittadino danno solo fastidio perché dimostrano l’inconsistenza dell’opposizione sempre pronta a fare comunella con la maggioranza se gli concedono le briciole di quel potere che ne rappresentano il solo mezzo di sopravvivenza.

 

PER LE FAMIGLIE:.

 3. A partire da Dicembre 2008, in corrispondenza del pagamento della 13-esima mensilita’, riduzione delle imposte sui redditi da lavoro e da pensione per un importo medio di 400 euro all’anno attraverso l’aumento delle detrazioni. L’intervento, da prevedere nel Disegno di Legge Finanziaria, implica una rimodulazione del percorso di raggiungimento del pareggio del bilancio delle pubbliche amministrazioni.

1b3a5e55fc73a33161ef4f3b5d431502.jpegMi deve spiegare il PD perché fa una proposta di questo tipo quando solo ad Aprile del 2007 la sinistra ha firmato un protocollo con la Comunità Europea che esclude la possibilità di prendere questa iniziativa. A meno che non si tassino le imprese e altri contribuenti per compensare l’effetto di questo sgravio. Quindi con la possibilità di agire in modo imprevedibile sulla tenuta del sistema economico.

Comunque questo punto serve solo ad avere consenso, ma, se fosse al governo, non verrebbe attuato stante la politica contro le famiglie ed i lavoratori che hanno sempre tenuto.

4. In considerazione della decisione della BCE di offrire rifinanziamento illimitato al 3,75% alle banche dell’area Euro, sostituzione dell’Euribor (oltre il 5% la media al 15/10/08) con il tasso applicato dalla BCE al rifinanziamento delle banche quale tasso di riferimento per il calcolo delle rate dei mutui a tasso variabile contratti per l’acquisto dell’abitazione di residenza.

Questa è una proposta che mostra la totale ignoranza dei meccanismi bancari del PD.

L’Euribor è il tasso con cui le banche si prestano i soldi. Ed è inferiore al tasso reale perché non comprende le commissioni dei prestiti interbancari. Il costo di questo denaro è dato dal mercato: in questo momento è elevato perché le banche non si fidano a prestarsi i soldi tra loro.

Pertanto questa proposta significa che le banche dovrebbero farsi prestare i soldi solo da Bankitalia. Ma non è possibile perché, sempre per gli accordi sciagurati di Maastricht, Bankitalia non avrebbe le risorse per farlo.

5. Accesso dei piccoli risparmiatori possessori di obbligazioni o polizze index linked inesigibili alle tutele previste per i risparmiatori Parmalat, Cirio, ecc. PER LE MICRO, PICCOLE E MEDIE IMPRESE:.

Questa deve essere spiegata. Sembra che se qualcuno ha speculato male o è stato tratto in inganno da venditori spregiudicati lo Stato debba farsene carico

 

6. Concessione ai Confidi dell’artigianato, del commercio e dell’industria della garanzia dello Stato per i crediti in essere e per i crediti concessi, fino al 30/06/09, alle micro, piccole e medie imprese. Istituzione ed avvio, entro il 30/06/09 di un fondo interbancario di garanzia dei crediti concessi alle micro, piccole e medie imprese. In tale quadro, sollecitare le banche a sospendere le richieste di rientro alle micro, piccole e medie imprese. In assenza di escussione delle garanzie, l’intervento non determina riflessi sui saldi di finanza pubblica.

In altre parole dare una mano a chi si ricorda della possibilità di garantirsi solo quando la situazione è sfuggita di mano perché prima ha voluto risparmiare i soldi della garanzia. Che così ora sarebbe a carico dello Stato. Sollecitare la Banche è puro velleitarismo. O si danno obblighi, visto che sono enti privati, o questo non serve a nulla.

7. Accelerazione dei pagamenti dovuti dalle pubbliche amministrazioni alle micro, piccole e medie imprese, fissando un limite inderogabile di 60 giorni.

Questo sarebbe bello: ma se per legge i pagamenti tra privati non possono superare i 60 giorni, perché con gli enti pubblici possono arrivare anche oltre i 365 giorni? Dove erano quando si facevano le leggi sulle dilazioni di pagamento?

Ricordiamo poi che le dilazioni di pagamento della pubblica amministrazione sono conseguenza della necessità di tenere sotto controllo il deficit (sempre per Maastricht) addebitando alle imprese il relativo costo.

8. Previsione di una soglia di credito alle micro, piccole e medie imprese (ad esempio, per il 2008, almeno la media dell’ammontare concesso nel biennio 2006-07) per l’accesso delle banche agli interventi previsti nei DL 155/08 e 157/08. PER I LAVORATORI A RISCHIO DI DISOCCUPAZIONE:.

Non capisco cosa sia una soglia di credito: non sono termini specialistici del settore. E, di conseguenza, non se ne capisce il senso.

Fare proposte incomprensibili fa sempre pensare male.

 

9. Estensione in via straordinaria e temporanea, previa valutazione del Ministero del Welfare, dell’accesso agli ammortizzatori sociali ai lavoratori colpiti dalla crisi e sprovvisti di copertura assicurativa. PER LO SVILUPPO:.

Ma questo lo doveva fare Prodi, nel programma della sinistra. Non ha potuto per i limiti di bilancio dovuti all’accordo di Aprile 2007 (fatto proprio da Prodi) contro i lavoratori e le loro famiglie.

10. Ripristino della piena operativita’ del credito d’imposta per gli investimenti delle imprese nel Mezzogiorno.

E come dare l’aspirina per curare la polmonite

11. Ripristino, attraverso il ricorso temporaneo ad un anticipo da parte di Cassa Depositi e Prestiti (ex art. 78, c. 8 del DL 112/08), delle risorse per gli investimenti tagliate dai recenti interventi di finanza pubblica.

Naturalmente Veltroni pensa che la Cassa Depositi e Prestiti sia un posto dove si trovano i soldi e che da qui si possano prelevare a volontà. E’ imbarazzante spiegare perché non è così.

12. Sostenere un piano straordinario di investimenti in infrastrutture di interesse europeo (per l’energia, per la mobilita’) da finanziare attraverso l’emissione di Eurobonds come proposto da Delors negli anni ’90.

E’ il solito errore dei politici arroganti e senza preparazione economica. Non si può ricorrere all’indebitamento pubblico per fare investimenti. Stiamo pagando questa politica folle dal 1982 e non riusciamo ad uscire dall’indebitamento pubblico già adesso.

E Veltroni propone di continuare con questa politica di incravattamento dello Stato.

Così finita la crisi le banche e le istituzioni finanziarie potranno ancora dettare legge sui governi in quanto li controllano tramite il debito pubblico. E’ come se degli usurati decidessero di soccorrere l’usuraio per poi poter continuare a pagare sempre più alti tassi usurari.

Meno male che non hanno vinto le elezioni. Con queste idee ci mandavano subito nel fosso.

 

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Chi pagherà gli effetti di questa crisi economica?

FRANKRAMSEY

Di fronte a stanziamenti di migliaia di miliardi di euro per fronteggiare la crisi economica molti si chiedono; chi pagherà? La risposta, allo stato attuale, è impossibile. E’ certo, però, che se non si faranno azioni decisive per eliminare le cause del disastro, come al solito, a pagare saranno le parti sociali più deboli e meno garantite. Per capire cosa è successo occorre fare alcune considerazioni preliminari e cercherò di illustrare le cause del disastro in modo semplice. Una premessa: il valore della moneta dipende dalle transazioni che si effettuano con quella moneta. Se il valore delle transazioni è superiore al valore nominale della moneta la moneta si apprezza, se è inferiore la moneta si deprezza e si ha quindi inflazione. Come è noto gli stati nazionali hanno delegato da almeno 15 anni l’attività politica ad enti finanziari più o meno spregiudicati come le banche, le banche d’affari, gli intermediari finanziari. Questi hanno generato una crescita nominale dell’economia utilizzando solo strumenti finanziari. Gli strumenti finanziari sono oggetti che non producono in sé ricchezza o povertà in quanto la loro gestione comporta un prenditore che paga ed un venditore che incassa senza che ci sia necessariamente una sottostante transazione legata all’economia reale e con un vantaggio economico per l’uno o per l’altro, ma con somma zero in quanto la finanza nulla crea direttamente. Ad esempio se una banca ha il 20% di insoluti sui mutui e ne cartolarizza il 50% ad una finanziaria ad un prezzo di vendita del 60% del valore nominale e con il ricavato effettua nuovi prestiti, non c’è sottostante una produzione di beni o servizi che incrementano la ricchezza e aumentando il prodotto interno lordo. Per lo Stato esiste un aumento della ricchezza perché l’operazione è soggetta a tassazione, ma l’effetto sull’economia reale può essere negativo se la banca cedente continua a fare prestiti in modo avventato ed utilizza la nuova liquidità derivante dalla cartolarizzazione per fare nuovi insoluti al 20%. Come è noto la quota di carta moneta controllata dalla BCE è pari all’8% del totale. Il resto è moneta immateriale creata dalle banche e dalle istituzioni finanziarie. Il livello di creazione di moneta per queste è praticamente illimitato (fino a 50 volte i depositi) mentre gli stati nazionali non possono, in base agli accordi di Maastricht, fare moneta oltre il 3% del deficit di bilancio. Se c’è eccesso di spesa rispetto agli introiti (tasse in questo caso) lo Stato deve indebitarsi verso banche e istituzioni finanziarie. In questo modo si crea la spirale perversa che vede lo Stato che per funzionare ha bisogno di prelevare dal sistema produttivo tasse di sempre maggior importo e, per l’impossibilità di prelevare quanto serve, è costretto ad indebitarsi. In questo modo si è creata la dipendenza degli stati nazionali dal sistema finanziario. L’espressione di tutto ciò è la BCE organo burocratico di controllo dell’economia dell’Europa che ha lasciato mano libera alle banche ed alle istituzioni finanziarie di operare senza regole. Naturalmente tutto ciò è stato rappresentato da precise scelte politiche: ad esempio l’incremento delle tasse e della spesa pubblica del breve governo Prodi è strettamente legato alla dipendenza dello Stato dalle decisioni della BCE. La finanziaria 2008-2009, per ammissione dello stesso ministro Tremonti, è dettata dalla BCE. La BCE è un organismo di controllo nel quale operano solo banchieri. Addirittura la Banca d’Italia, azionista per il 18% della BCE, è una banca privata per oltre il 99%. Bisogna dire che la colpa non è delle banche o della BCE, la colpa di tutto ciò è dei politici, per noi: Andreotti, De Michelis e dell’ex governatore della banca d’Italia Carli che con la firma del trattato di Maastricht hanno delegato le banche a fare politica economica e ci hanno incravattato (voce romanesca per indicare l’usura). Come tutti sanno se si fa eseguire un lavoro a chi non lo sa fare prima o poi si creano problemi. Così avendo ceduto la politica alle banche ci siamo trovati per 15 anni in piena euforia finanziaria. Le banche creavano moneta e la distribuivano spesso senza che ci fossero transazioni reali sottostanti. Naturalmente all’apparir del vero tu misera cadesti. Infatti questo è andato bene per un po’, ma alla fine tutta questa moneta falsa ha creato ingorghi e sfiducia nei mercati. Ed è sopraggiunta la crisi. In ultima analisi si tratta di una crisi da iperproduzione di moneta virtuale da parte delle banche senza che gli stati nazionali esercitassero il proprio dovere di controllo. Quindi si tratta di una crisi politica che mette sotto accusa i politici che hanno delegato le banche a fare politica. L’elemento positivo che deriva dalla situazione è che ora i banchieri politicanti sono sotto accusa ed i politici eletti si possono riappropriare del loro mestiere e tentare di rimediare all’euforia finanziaria. Ma le decisioni prese dagli stati nazionali sono come quattro aspirine per far calare la febbre da 39° a 37°. Se non si interviene ad eliminare la supremazia politica delle banche la situazione tornerà per un po’ alla normalità e quindi riesploderà peggio di prima perché la malattia, l’ingordigia dei banchieri, è ancora attiva anche se sopita dalla cura sintomatica dell’aspirina = miliardi di euro di sostegno. Comunque lo stanziamento fatto dagli stati nazionali significa, in parole povere, il passaggio dell’eccesso di moneta creata dalle banche a moneta statale. Quindi non è stato fatto nulla per evitare che la massa monetaria cresciuta a dismisura negli ultimi anni abbia una contropartita in transazioni che non siano di tipo speculativo e quindi inflazionistico. Ora il problema è piazzare questa moneta. Se non verrà piazzata l’effetto sarà di inflazione a due o tre cifre per tutto il mondo. Infatti non è pensabile che i paesi emergenti assorbano questa massa monetaria eccedentaria come contropartita di merci fornite ai paesi occidentali sapendo che sono soldi falsi. Occorre quindi creare occasioni di transazioni vere e non finanziarie per migliaia di miliardi di euro nel giro di pochi mesi qui in Europa. Se il sistema produttivo, messo da una parte dalla politica monetaria degli stati europei, non cresce o addirittura viene condizionato da questa crisi il risultato sarà catastrofico perché le transazioni calerebbero mentre si è in presenza di eccesso di moneta. Quindi l’inflazione sarà la tassa che dovremo pagare per il ritorno al loro posto di comando dei politici. Ma sarebbe bene che vengano puniti quanti hanno delegato il proprio dovere istituzionale ad enti burocratici non eletti e con finalità in netto contrasto con quelle dell’interesse della maggioranza dei cittadini. Vorrei aggiungere che è sbagliato ritenere che lo Stato per spendere debba tassare. Le tasse, in uno stato moderno, servono solo per fare correzioni di tipo macroeconomico. In altre parole se lo Stato per funzionare, con efficienza e senza sprechi, necessita di denaro lo deve stampare. Infatti se la spesa pubblica corrisponde a investimenti e servizi necessari e utili ha sottostanti una serie di transazioni non inflazionistiche. Se il denaro viene speso per mantenere delle Onlus di parassiti, la moneta è inflazionistica perché non corrisponde ad una transazione in beni o servizi. Viceversa è importante tassare quei beni che determinerebbero, se utilizzati in eccesso, danni macroeconomici all’economia. Ad esempio l’acquisto dall’estero di petrolio da stati che non danno contropartite di inport corrisponde ad una perdita macroeconomica netta. Pertanto si deve intervenire con la leva fiscale per interdire l’eccesso di importazione di questi beni, anche se a buon mercato. E’ questo il motivo, per altro, dell’intervento dello Stato con agevolazioni, per quelle produzioni non economiche che, però, riducono perdite macroeconomiche per importazioni incontrollate.

14 ott, ’08, 7:24 p.

Di fronte a stanziamenti di migliaia di miliardi di euro per fronteggiare la crisi economica molti si chiedono; chi pagherà?

La risposta, allo stato attuale, è impossibile. E’ certo, però, che se non si faranno azioni decisive per eliminare le cause del disastro, come al solito, a pagare saranno le parti sociali più deboli e meno garantite.

Per capire cosa è successo occorre fare alcune considerazioni preliminari e cercherò di illustrare le cause del disastro in modo semplice.

Una premessa: il valore della moneta dipende dalle transazioni che si effettuano con quella moneta. Se il valore delle transazioni è superiore al valore nominale della moneta la moneta si apprezza, se è inferiore la moneta si deprezza e si ha quindi inflazione.

Come è noto gli stati nazionali hanno delegato da almeno 15 anni l’attività politica ad enti finanziari più o meno spregiudicati come le banche, le banche d’affari, gli intermediari finanziari.

Questi hanno generato una crescita nominale dell’economia utilizzando solo strumenti finanziari.

Gli strumenti finanziari sono oggetti che non producono in sé ricchezza o povertà in quanto la loro gestione comporta un prenditore che paga ed un venditore che incassa senza che ci sia necessariamente una sottostante transazione legata all’economia reale e con un vantaggio economico per l’uno o per l’altro, ma con somma zero in quanto la finanza nulla crea direttamente.

Ad esempio se una banca ha il 20% di insoluti sui mutui e ne cartolarizza il 50% ad una finanziaria ad un prezzo di vendita del 60% del valore nominale e con il ricavato effettua nuovi prestiti, non c’è sottostante una produzione di beni o servizi che incrementano la ricchezza e aumentando il prodotto interno lordo. Per lo Stato esiste un aumento della ricchezza perché l’operazione è soggetta a tassazione, ma l’effetto sull’economia reale può essere negativo se la banca cedente continua a fare prestiti in modo avventato ed utilizza la nuova liquidità derivante dalla cartolarizzazione per fare nuovi insoluti al 20%.

Come è noto la quota di carta moneta controllata dalla BCE è pari all’8% del totale. Il resto è moneta immateriale creata dalle banche e dalle istituzioni finanziarie. Il livello di creazione di moneta per queste è praticamente illimitato (fino a 50 volte i depositi) mentre gli stati nazionali non possono, in base agli accordi di Maastricht, fare moneta oltre il 3% del deficit di bilancio. Se c’è eccesso di spesa rispetto agli introiti (tasse in questo caso) lo Stato deve indebitarsi verso banche e istituzioni finanziarie. In questo modo si crea la spirale perversa che vede lo Stato che per funzionare ha bisogno di prelevare dal sistema produttivo tasse di sempre maggior importo e, per l’impossibilità di prelevare quanto serve, è costretto ad indebitarsi. In questo modo si è creata la dipendenza degli stati nazionali dal sistema finanziario. L’espressione di tutto ciò è la BCE organo burocratico di controllo dell’economia dell’Europa che ha lasciato mano libera alle banche ed alle istituzioni finanziarie di operare senza regole.

Naturalmente tutto ciò è stato rappresentato da precise scelte politiche: ad esempio l’incremento delle tasse e della spesa pubblica del breve governo Prodi è strettamente legato alla dipendenza dello Stato dalle decisioni della BCE. La finanziaria 2008-2009, per ammissione dello stesso ministro Tremonti, è dettata dalla BCE. La BCE è un organismo di controllo nel quale operano solo banchieri. Addirittura la Banca d’Italia, azionista per il 18% della BCE, è una banca privata per oltre il 99%.

Bisogna dire che la colpa non è delle banche o della BCE, la colpa di tutto ciò è dei politici, per noi: Andreotti, De Michelis e dell’ex governatore della banca d’Italia Carli che con la firma del trattato di Maastricht hanno delegato le banche a fare politica economica e ci hanno incravattato (voce romanesca per indicare l’usura).

Come tutti sanno se si fa eseguire un lavoro a chi non lo sa fare prima o poi si creano problemi. Così avendo ceduto la politica alle banche ci siamo trovati per 15 anni in piena euforia finanziaria. Le banche creavano moneta e la distribuivano spesso senza che ci fossero transazioni reali sottostanti.

Naturalmente all’apparir del vero tu misera cadesti. Infatti questo è andato bene per un po’, ma alla fine tutta questa moneta falsa ha creato ingorghi e sfiducia nei mercati. Ed è sopraggiunta la crisi.

In ultima analisi si tratta di una crisi da iperproduzione di moneta virtuale da parte delle banche senza che gli stati nazionali esercitassero il proprio dovere di controllo. Quindi si tratta di una crisi politica che mette sotto accusa i politici che hanno delegato le banche a fare politica.

L’elemento positivo che deriva dalla situazione è che ora i banchieri politicanti sono sotto accusa ed i politici eletti si possono riappropriare del loro mestiere e tentare di rimediare all’euforia finanziaria.

Ma le decisioni prese dagli stati nazionali sono come quattro aspirine per far calare la febbre da 39° a 37°.

Se non si interviene ad eliminare la supremazia politica delle banche la situazione tornerà per un po’ alla normalità e quindi riesploderà peggio di prima perché la malattia, l’ingordigia dei banchieri, è ancora attiva anche se sopita dalla cura sintomatica dell’aspirina = miliardi di euro di sostegno.

Comunque lo stanziamento fatto dagli stati nazionali significa, in parole povere, il passaggio dell’eccesso di moneta creata dalle banche a moneta statale. Quindi non è stato fatto nulla per evitare che la massa monetaria cresciuta a dismisura negli ultimi anni abbia una contropartita in transazioni che non siano di tipo speculativo e quindi inflazionistico.

Ora il problema è piazzare questa moneta. Se non verrà piazzata l’effetto sarà di inflazione a due o tre cifre per tutto il mondo. Infatti non è pensabile che i paesi emergenti assorbano questa massa monetaria eccedentaria come contropartita di merci fornite ai paesi occidentali sapendo che sono soldi falsi.

Occorre quindi creare occasioni di transazioni vere e non finanziarie per migliaia di miliardi di euro nel giro di pochi mesi qui in Europa.

Se il sistema produttivo, messo da una parte dalla politica monetaria degli stati europei, non cresce o addirittura viene condizionato da questa crisi il risultato sarà catastrofico perché le transazioni calerebbero mentre si è in presenza di eccesso di moneta. Quindi l’inflazione sarà la tassa che dovremo pagare per il ritorno al loro posto di comando dei politici. Ma sarebbe bene che vengano puniti quanti hanno delegato il proprio dovere istituzionale ad enti burocratici non eletti e con finalità in netto contrasto con quelle dell’interesse della maggioranza dei cittadini.

Vorrei aggiungere che è sbagliato ritenere che lo Stato per spendere debba tassare.

Le tasse, in uno stato moderno, servono solo per fare correzioni di tipo macroeconomico.

In altre parole se lo Stato per funzionare, con efficienza e senza sprechi, necessita di denaro lo deve stampare. Infatti se la spesa pubblica corrisponde a investimenti e servizi necessari e utili ha sottostanti una serie di transazioni non inflazionistiche. Se il denaro viene speso per mantenere delle Onlus di parassiti, la moneta è inflazionistica perché non corrisponde ad una transazione in beni o servizi.

Viceversa è importante tassare quei beni che determinerebbero, se utilizzati in eccesso, danni macroeconomici all’economia.

Ad esempio l’acquisto dall’estero di petrolio da stati che non danno contropartite di inport corrisponde ad una perdita macroeconomica netta. Pertanto si deve intervenire con la leva fiscale per interdire l’eccesso di importazione di questi beni, anche se a buon mercato.

E’ questo il motivo, per altro, dell’intervento dello Stato con agevolazioni, per quelle produzioni non economiche che, però, riducono perdite macroeconomiche per importazioni incontrollate.

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Tenetevi forte, gli stranieri ci stanno spennando

FRANKRAMSEY

Ovvero Il Paese di Cuccagna per gli immigrati Ovvero gli italiani si chiamano tutti “Giocondo” E’ opinione comune dei politici che gli stranieri ci servono per necessità di manodopera e, in particolare, per poter far fare i lavori che gli italiani non sono più disposti a fare. Naturalmente per vedere se è vero basta andare sui siti istituzionali del nostro Paese: Ministero del Tesoro, Istat, ecc e verificare quanto costano alla nazione gli stranieri. Poi si tratta di fare “il conto della serva”: spesa/numero di stranierie troviamo quanto ciascuno costa allo Stato. Come si fa? Prendiamo un anno di riferimento e le spese che maggiormente si possono riferire all’immigrazione: previdenza e assistenza e spesa sanitaria. Le altre, per prudenza supponiamo non siano influenzate dalla presenza degli immigrati anche se la spesa per le forze di polizia, l’istruzione, ecc sono certamente da considerare. Ma noi prendiamo solo le spese più grosse e influenzate dal numero delle persone presenti in Italia. La spesa per previdenza e assistenza nel 2001, per la popolazione italiana di 56.996.000 unità con 1.446.697 stranieri, ammontava a 217.111 milionidi euro. Quindi la spesa per persona era di 3.714,94 euro/persona/anno La spesa per la sanità ammontava a 78.003 euro e per persona era di euro 1.334,69. Nel 2007 la popolazione italiana era di 59.131.287 persone. Se non fossero aumentati gli stranieri la spesa per previdenza e assistenza, considerando che a favore degli italiani le condizioni siano rimaste inalterate e, non come è di fatto, che sono peggiorate, sarebbe diventata di euro 225.043 milioni. Invece la spesa effettiva è stata di euro 270.412 milioniche dobbiamo attribuire all’incremento della popolazione straniera. Dividendo l’aumento della spesa per effetto degli stranieri (45.369 milioni di euro) per l’incremento della popolazione straniera (1.492.225 persone) si ottiene che ogni immigrato ha ricevuto per previdenza e assistenza (calcolo cautelativo e sicuramente per difetto) euro 30.403,59 . Si può dire che lo Stato solo con solo questa voce ha consegnato a ciascuno straniero (che lavori o che non lavori o che delinqua) un buono stipendio da alto funzionario statale . A questo si aggiunge la spesa per assistenza sanitaria . La spesa senza incremento di popolazione straniera sarebbe stata di euro 80.853 milioni di euro contro la spesa effettivamente sostenuta di euro 103.494. La differenza ripartita sull’incremento di popolazione straniera determina una spesa pro capite ulteriore di euro 15.173 circa. Questo è uno stipendio medio di un precario non alle prime armi . In totale uno straniero riceve dallo Stato per la casa, lo studio, la previdenza, l’assistenza, le spese sanitarie mediamente 45.575,96 euro che è uno stipendio da funzionario di banca . Mi domando dove hanno pescato la notizia che abbiamo bisogno degli extracomunitari e che senza di loro la nostra economia non può andare avanti e che, a quelle condizioni, gli italiani non farebbero i lavori che svolgono gli stranieri. In realtà complessivamente ci costano ogni annoquanto la manovra di Amato del 1992che ha fatto piombare il Paese in una crisi da cui non si è ancora risollevato e che tutti ricordano con rabbia . Penso che gli italiani, se venissero pagati in questo modo farebbero volentieri i mestieri che si dice che non vogliono più fare. Se si fa una valutazione sul reddito creato da questo aumento di immigrati la situazione si fa ancora più imbarazzante perché il PIL prodotto da quanti effettivamente lavorano è inferiore alla spesa. Ma occorre valutare il perché i governi di questo Paese, ed in particolare il governo Prodi che è stato il maggior benefattore degli immigrati, abbiano deciso di fare una politica contro l’interesse della maggioranza operosa degli italiani, da come appare da un banale conto della serva. Non c’è da stupirsi perché Prodi e gli amici di Prodi l’hanno fatto fin dal 1982. Lo scopo è sempre stato lo stesso: fare una redistribuzione della ricchezza che penalizzi i lavoratoria favore del capitalismo più bieco. Si assumono extracomunitari a salari da fameperché lo Stato poi li rifornisce della differenza tra il salario e il minimo di sopravvivenza, magari allungando anche un buon companatico. In questo modo si rende il lavoro una merce con un costo ridotto ai minimi termini e si carica il cittadino di tasse per mantenere una popolazione di immigrati . Questi sono ben informati del funzionamento del sistema e smettono subito di lavorare quando si accorgono che facendo i disoccupati guadagnano , a spese della popolazione che lavora, più di un operaio italiano e possono anche dedicarsi a traffici illecitio ad attività più lucrose, ma illegali. L’unica critica che avrebbe dovuto fare la sinistra al decreto sicurezza era che senza l’eliminazione di questi sprechi non si eliminavano le cause della malavita straniera . E’ significativo che il popolo della sinistra abbia abbandonato i politici di Rifondazione e dei Comunisti italiani quando si è reso conto che operavano nella direzione di una redistribuzione del reddito a favore non della classe operaia, ma dei fannulloni e degli immigrati che, pur sfruttati dai datori di lavoro, ricevono dallo Stato un’ampia sovvenzioneche è solo funzione di accumulo di ricchezza per i capitalisti e per le attività illegali . Come rimediare? Torniamo allo slogan di Giulio II: Noi vorressimo che li Italiani non fossero né francesi né spagnoli, e che fossero tutti italiani e loro stessero a casa sua noi alla nostra. Fuori i barbari! Ma incominciando dai nostri politici barbari che vogliono persino dare il voto ( per orasolo) alle amministrative .

7 set, ’08, 3:07 p.

Ovvero Il Paese di Cuccagna per gli immigrati

Ovvero gli italiani si chiamano tutti “Giocondo”

E’ opinione comune dei politici che gli stranieri ci servono per necessità di manodopera e, in particolare, per poter far fare i lavori che gli italiani non sono più disposti a fare.

Naturalmente per vedere se è vero basta andare sui siti istituzionali del nostro Paese: Ministero del Tesoro, Istat, ecc e verificare quanto costano alla nazione gli stranieri.

Poi si tratta di fare “il conto della serva”: spesa/numero di stranierie troviamo quanto ciascuno costa allo Stato. Come si fa?

Prendiamo un anno di riferimento e le spese che maggiormente si possono riferire all’immigrazione: previdenza e assistenza e spesa sanitaria. Le altre, per prudenza supponiamo non siano influenzate dalla presenza degli immigrati anche se la spesa per le forze di polizia, l’istruzione, ecc sono certamente da considerare. Ma noi prendiamo solo le spese più grosse e influenzate dal numero delle persone presenti in Italia.

La spesa per previdenza e assistenza nel 2001, per la popolazione italiana di 56.996.000 unità con 1.446.697 stranieri, ammontava a 217.111 milionidi euro. Quindi la spesa per persona era di 3.714,94 euro/persona/anno

La spesa per la sanità ammontava a 78.003 euro e per persona era di euro 1.334,69.

Nel 2007 la popolazione italiana era di 59.131.287 persone. Se non fossero aumentati gli stranieri la spesa per previdenza e assistenza, considerando che a favore degli italiani le condizioni siano rimaste inalterate e, non come è di fatto, che sono peggiorate, sarebbe diventata di euro 225.043 milioni. Invece la spesa effettiva è stata di euro 270.412 milioniche dobbiamo attribuire all’incremento della popolazione straniera. Dividendo l’aumento della spesa per effetto degli stranieri (45.369 milioni di euro) per l’incremento della popolazione straniera (1.492.225 persone) si ottiene che ogni immigrato ha ricevuto per previdenza e assistenza (calcolo cautelativo e sicuramente per difetto) euro 30.403,59 . Si può dire che lo Stato solo con solo questa voce ha consegnato a ciascuno straniero (che lavori o che non lavori o che delinqua) un buono stipendio da alto funzionario statale .

A questo si aggiunge la spesa per assistenza sanitaria .

La spesa senza incremento di popolazione straniera sarebbe stata di euro 80.853 milioni di euro contro la spesa effettivamente sostenuta di euro 103.494. La differenza ripartita sull’incremento di popolazione straniera determina una spesa pro capite ulteriore di euro 15.173 circa.

Questo è uno stipendio medio di un precario non alle prime armi .

In totale uno straniero riceve dallo Stato per la casa, lo studio, la previdenza, l’assistenza, le spese sanitarie mediamente 45.575,96 euro che è uno stipendio da funzionario di banca .

Mi domando dove hanno pescato la notizia che abbiamo bisogno degli extracomunitari e che senza di loro la nostra economia non può andare avanti e che, a quelle condizioni, gli italiani non farebbero i lavori che svolgono gli stranieri.

In realtà complessivamente ci costano ogni annoquanto la manovra di Amato del 1992che ha fatto piombare il Paese in una crisi da cui non si è ancora risollevato e che tutti ricordano con rabbia .

Penso che gli italiani, se venissero pagati in questo modo farebbero volentieri i mestieri che si dice che non vogliono più fare.

Se si fa una valutazione sul reddito creato da questo aumento di immigrati la situazione si fa ancora più imbarazzante perché il PIL prodotto da quanti effettivamente lavorano è inferiore alla spesa.

Ma occorre valutare il perché i governi di questo Paese, ed in particolare il governo Prodi che è stato il maggior benefattore degli immigrati, abbiano deciso di fare una politica contro l’interesse della maggioranza operosa degli italiani, da come appare da un banale conto della serva. Non c’è da stupirsi perché Prodi e gli amici di Prodi l’hanno fatto fin dal 1982. Lo scopo è sempre stato lo stesso: fare una redistribuzione della ricchezza che penalizzi i lavoratoria favore del capitalismo più bieco.

Si assumono extracomunitari a salari da fameperché lo Stato poi li rifornisce della differenza tra il salario e il minimo di sopravvivenza, magari allungando anche un buon companatico. In questo modo si rende il lavoro una merce con un costo ridotto ai minimi termini e si carica il cittadino di tasse per mantenere una popolazione di immigrati .

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Questi sono ben informati del funzionamento del sistema e smettono subito di lavorare quando si accorgono che facendo i disoccupati guadagnano , a spese della popolazione che lavora, più di un operaio italiano e possono anche dedicarsi a traffici illecitio ad attività più lucrose, ma illegali.

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L’unica critica che avrebbe dovuto fare la sinistra al decreto sicurezza era che senza l’eliminazione di questi sprechi non si eliminavano le cause della malavita straniera .

E’ significativo che il popolo della sinistra abbia abbandonato i politici di Rifondazione e dei Comunisti italiani quando si è reso conto che operavano nella direzione di una redistribuzione del reddito a favore non della classe operaia, ma dei fannulloni e degli immigrati che, pur sfruttati dai datori di lavoro, ricevono dallo Stato un’ampia sovvenzioneche è solo funzione di accumulo di ricchezza per i capitalisti e per le attività illegali .

 

Come rimediare? Torniamo allo slogan di Giulio II:

4b045572488d29fa7de988a80a800a93.jpeg Noi vorressimo che li Italiani non fossero né francesi né spagnoli, e che fossero tutti italiani e loro stessero a casa sua noi alla nostra. Fuori i barbari!

Ma incominciando dai nostri politici barbari che vogliono persino dare il voto ( per orasolo) alle amministrative .

 

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Stranieri non gridate: “guai ai vinti”, ci siamo già arresi

FRANKRAMSEY

La lotta ai clandestini è una battaglia di retroguardia. E’ opportuno che ci si renda conto che porre ostacoli alle invasioni barbariche che ci affliggono è inutile e impossibile. Infatti il problema non sono gli immigrati che ci vengono a colonizzare, ma è il degrado sociale, morale e politico che ha strappato la trama e l’ordito del tessuto della nostra società. Solo pochi anni fa, e sembrano secoli, la nostra società era impregnata di valori, ci si confrontava sui diversi modelli di sviluppo per un miglioramento della situazione dei cittadini e dei lavoratori. Si poteva aderire al socialismo o al comunismo che avevano una loro concezione morale dello stato e del lavoro con cui si poteva essere d’accordo o in disaccordo. Si poteva aderire a modelli nazionalisti con le conseguenti idee sociali con cui si può essere d’accordo o in disaccordo. Si poteva aderire a modelli che si ispiravano ad una concezione cristiana della società con i relativi modelli morali e sociali con cui si poteva essere d’accordo o in disaccordo. Negli ultimi anni tutto questo brulicare di idee, modelli di sviluppo, movimenti culturali sono stati bruciati nel panteismo capitalistico dello stato liberista che ha ricevuto un consenso inspiegabile. Forse si è trattato della falsa prospettiva dello slogan: fate come volete purché vi arricchiate; il liberismo significa che tutto è in vendita. E così ci siamo venduti la famiglia, le idee nuove, lo stato, le prospettive di sviluppo per un bieco capitalismo che, in realtà ha operato contro l’interesse dei lavoratori a favore dell’arricchimento dei sistemi parassitari come il credito che ha ormai “incravattato” tutti: famiglie, comuni, provincie, regioni e stati della Comunità Europea che per l’accordo di Maastricht devono indebitarsi se vogliono spendere anche solo per funzionare. La mancanza di regole e di ideali si è risolta nella falsa prospettiva dell’arricchimento individuale e nell’effettivo impoverimento di chi lavora e produce. Se non ve ne siete resi conto potete fare il conto della serva calcolando la differenza di quanto costava la vita l’anno scorso a luglio e quanto costa adesso. E basta osservare che la differenza non è dovuta al caso o alla sfortuna, ma a precise scelte delle banche centrali che per non far fallire gli istituti di credito che avevano perso migliaia di miliardi hanno scelto la soluzione di fare inflazione e quindi prelevare dai salari e dai patrimoni privati le perdite del sistema finanziario. Sono perdite dovute ad azioni sconsiderate di pura speculazione seguite da formazione di derivati riempiti di falsi titoli di credito. In sostanza la mancanza di idee di sviluppo, di prospettive nel futuro in una società che cerca il profitto per il profitto e al più presto ci espone come facile preda ad invasori barbarici atei, materialisti o aderenti a religioni nazionaliste o con chiare connotazioni razziste (in cui cioè l’appartenenza al sodalizio è condizione per essere nel giusto). La pretesa di aprire il mercato del lavoro alla manodopera straniera a basso costo ha avuto la funzione di ridurre la capacità contrattuale dei lavoratori nel loro complesso e nel contempo ha portato nel territorio persone provenienti spesso da culture primitive e tribali che non possono non prevalere nella struttura sociale del nostro Paese. Con un tessuto sociale distrutto dalla concezione liberista radicale che considera morale solo ciò che produce profitto privato, non possiamo durare a lungo. Quindi addio Italia, addio alla società dei nostri padri che tanto è costata in lavoro, lacrime e sangue alle passate generazioni: siamo alle invasioni barbariche e, come accadde circa 1500 anni fa, non per colpa dei barbari che arrivano, ma per colpa del tessuto sociale inesistente come idee di sviluppo e di sopravvivenza.

19 ago, ’08, 8:04 p.

La lotta ai clandestini è una battaglia di retroguardia. E’ opportuno che ci si renda conto che porre ostacoli alle invasioni barbariche che ci affliggono è inutile e impossibile.

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Infatti il problema non sono gli immigrati che ci vengono a colonizzare, ma è il degrado sociale, morale e politico che ha strappato la trama e l’ordito del tessuto della nostra società.

Solo pochi anni fa, e sembrano secoli, la nostra società era impregnata di valori, ci si confrontava sui diversi modelli di sviluppo per un miglioramento della situazione dei cittadini e dei lavoratori.

Si poteva aderire al socialismo o al comunismo che avevano una loro concezione morale dello stato e del lavoro con cui si poteva essere d’accordo o in disaccordo.

Si poteva aderire a modelli nazionalisti con le conseguenti idee sociali con cui si può essere d’accordo o in disaccordo.

Si poteva aderire a modelli che si ispiravano ad una concezione cristiana della società con i relativi modelli morali e sociali con cui si poteva essere d’accordo o in disaccordo.

Negli ultimi anni tutto questo brulicare di idee, modelli di sviluppo, movimenti culturali sono stati bruciati nel panteismo capitalistico dello stato liberista che ha ricevuto un consenso inspiegabile.

Forse si è trattato della falsa prospettiva dello slogan: fate come volete purché vi arricchiate; il liberismo significa che tutto è in vendita.

E così ci siamo venduti la famiglia, le idee nuove, lo stato, le prospettive di sviluppo per un bieco capitalismo che, in realtà ha operato contro l’interesse dei lavoratori a favore dell’arricchimento dei sistemi parassitari come il credito che ha ormai “incravattato” tutti: famiglie, comuni, provincie, regioni e stati della Comunità Europea che per l’accordo di Maastricht devono indebitarsi se vogliono spendere anche solo per funzionare.

La mancanza di regole e di ideali si è risolta nella falsa prospettiva dell’arricchimento individuale e nell’effettivo impoverimento di chi lavora e produce.

Se non ve ne siete resi conto potete fare il conto della serva calcolando la differenza di quanto costava la vita l’anno scorso a luglio e quanto costa adesso. E basta osservare che la differenza non è dovuta al caso o alla sfortuna, ma a precise scelte delle banche centrali che per non far fallire gli istituti di credito che avevano perso migliaia di miliardi hanno scelto la soluzione di fare inflazione e quindi prelevare dai salari e dai patrimoni privati le perdite del sistema finanziario.

Sono perdite dovute ad azioni sconsiderate di pura speculazione seguite da formazione di derivati riempiti di falsi titoli di credito.

In sostanza la mancanza di idee di sviluppo, di prospettive nel futuro in una società che cerca il profitto per il profitto e al più presto ci espone come facile preda ad invasori barbarici atei, materialisti o aderenti a religioni nazionaliste o con chiare connotazioni razziste (in cui cioè l’appartenenza al sodalizio è condizione per essere nel giusto).

La pretesa di aprire il mercato del lavoro alla manodopera straniera a basso costo ha avuto la funzione di ridurre la capacità contrattuale dei lavoratori nel loro complesso e nel contempo ha portato nel territorio persone provenienti spesso da culture primitive e tribali che non possono non prevalere nella struttura sociale del nostro Paese. Con un tessuto sociale distrutto dalla concezione liberista radicale che considera morale solo ciò che produce profitto privato, non possiamo durare a lungo.

Quindi addio Italia, addio alla società dei nostri padri che tanto è costata in lavoro, lacrime e sangue alle passate generazioni: siamo alle invasioni barbariche e, come accadde circa 1500 anni fa, non per colpa dei barbari che arrivano, ma per colpa del tessuto sociale inesistente come idee di sviluppo e di sopravvivenza.

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Perché ripristinare il tribunale dell’inquisizione?

FRANKRAMSEY

Dal Vangelo secondo Matteo [Mt 14,22-33] – Vangelo della domenica 10 luglio 2008. [Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». Sarebbe interessante osservare il racconto dal punto di vista logico – matematico. I discepoli hanno visto Gesù fare miracoli e quindi avrebbero dovuto avere un comportamento da persone convinte, per quello che avevano sperimentato, di essere in presenza di qualcosa di ultraterreno. Invece i comportamenti sono diversi. Appena vedono Gesù camminare sulle acque del mare agitato cosa dicono? «E’ un fantasma», cioè credono ad una manifestazione di dubbia credibilità presso tutte le culture e tutti i popoli. E quando Gesù dice: «Coraggio, sono io, non abbiate paura», Pietro reagisce in modo abbastanza infantile dicendo che vuole provare pure lui a camminare sulle acque e, comunque, non è ancora convinto di vedere Gesù. Nel momento in cui Pietro comincia a camminare sulle acque ci si aspetterebbe un atto di fede, basato su un’esperienza di prodigio non solo visto, ma anche vissuto. Invece dubita e comincia ad affondare. Un persona qualunque al posto di Gesù si sarebbe urtata e sarebbe portata a pensare: ma come! gli mostro un prodigio immenso come quello di superare le leggi della fisica in modo assolutamente inspiegabile umanamente e questo non mi crede! Al contrario Gesù gli porge al mano e lo afferra per aiutarlo e, probabilmente senza rimprovero, gli dice: «uomo di poca fede, perché hai dubitato?» E’ cioé quasi un’osservazione ovvia, perché se l’aspettava. La fede non sembra un requisito per essere discepoli. Questo è il centro della predicazione cristiana: non è la fede che ci salva, ma l’amore verso il prossimo anche se non mostra riconoscenza per quello che di buono cerchiamo di fare per esso. L’esclamazione degli apostoli: «Davvero tu sei il figlio di Dio!», è la fede che nasce dall’aver scoperto la verità nell’amore di Cristo e non da una valutazione di causa ed effetto per i miracoli di Gesù. Questo concetto di fede come convinzione interiore che non viene trasferita agli altri per ragionamento è una concezione libertaria e coerente con le teorie della conoscenza. La dimostrazione è di Ludwig Wittgenstein, fatta cioè da un logico-matematico rigoroso che non è stato contraddetto neppure da quanti hanno interesse a piegare le idee delle persone al consenso verso le proprie senza tenere conto delle peculiarità di ciascuno. Il fatto che il mondo esterno sia inconoscibile in modo esatto (di esso abbiamo dei modelli mentali più o meno aderenti alla realtà) e che le relazioni interne sono oggettive per i soggetti che le accettano come regole, elimina nella sostanza la possibilità di fissare delle regole assolute, uguali per tutti, imposte dall’esterno come necessarie perché senza alternative in quanto logiche, sperimentali o di altra origine. Pertanto tutto ciò che tende a costringere gli uomini a riconoscere un assoluto empirico è da considerare una violenza. L’importanza di avere bene a mente questo elemento basilare della conoscenza, l’atemporalità delle nostre regole interne, è fondamentale per proteggerci da influssi negativi di chi vuole costringerci a fare quello che non è coerente con il nostro intrinseco essere (fuori del tempo e dello spazio). Si deve escludere che noi abbiamo concetti giusti e gli altri abbiano concetti sbagliati. La correlazione tra percezione ed osservazione è in sostanza il collegamento tra mondo esterno e mondo interiore che si esprime con l’elaborazione di un gioco linguistico dotato di significato. Nella percezione si fa riferimento ad un fatto sperimentale esterno nel descrivere un oggetto; nel caso dell’osservazione l’oggetto della nostra conoscenza è un’esperienza interna. Nell’uso normale della lingua questa distinzione potrebbe non essere evidente, ma occorre effettuare questa distinzione per rendere chiaro il concetto di esperienza esterna ed interna. Il soggetto cioè rappresenta il mondo esterno mediante la percezione ed il mondo interno mediante l’osservazione ovvero mediante la riflessione interiore su fatti elaborati. La descrizione è l’interazione tra mondo interno e le sue regole ed il mondo esterno a cui vengono trasmesse le relative informazioni. L’apprendimento è connesso con le doti intrinseche dell’individuo. La conoscenza del mondo esterno determina differenti rappresentazioni interne in funzione delle capacità di percezione. Il daltonico vede (e quindi rappresenta) diversamente e pertanto i suoi giochi linguistici sono diversi perché neppure può imparare nello stesso modo la parola daltonismo. Ma anche senza difetti di percezione del mondo esterno se ne possono avere differenti interpretazioni. Ad esemplificazione riportiamo l’esempio di Wittgenstein: (78.I) Sia per noi l’arancione un giallo che dà sul rosso. Per altri perfettamente normali il colore arancione potrebbe essere inteso come una transizione dal giallo al rosso. In tal caso potrebbero realizzarsi giochi linguistici per noi incomprensibili basati per esempio sul verde che dà sul rosso. In ogni caso differenti abilità derivano da differenti doti e non è possibile in generale identificare differenti doti come difetti. (Ludwig Wittgenstein – Osservazione sui colori – Einaudi. Traduzione di Mario Trinchero). Una ricaduta importante di quanto espresso è il fatto che la religione cristiana non fa perno sulla fede, per cui non si considera l’infedele, per il fatto di non credere, un nemico o una nullità, ma su una concezione di solidarietà e amore reciproco che non è un semplice solidarismo opportunista. E’ un atteggiamento mentale di fare del bene senza aspettare che questo venga ricambiato. Quindi non è una religione politica perché contraddice la base stessa del concetto di consenso politico: tu dai una cosa a me e io do una cosa a te. Non permette di mischiare la politica alla religione perché lo considera, nella sostanza, un sacrilegio. Ecco dove volevo arrivare: –        Vorrei che la Sacra Inquisizione venisse restaurata per una sola volta per scomunicare gli estensori di Famiglia Cristiana quando fanno politica, giusto o sbagliato che sia quello che scrivono.

12 ago, ’08, 5:21 p.

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+ Dal Vangelo secondo Matteo [Mt 14,22-33] – Vangelo della domenica 10 luglio 2008.

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.

La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».

Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Sarebbe interessante osservare il racconto dal punto di vista logico – matematico.

I discepoli hanno visto Gesù fare miracoli e quindi avrebbero dovuto avere un comportamento da persone convinte, per quello che avevano sperimentato, di essere in presenza di qualcosa di ultraterreno.

Invece i comportamenti sono diversi. Appena vedono Gesù camminare sulle acque del mare agitato cosa dicono? «E’ un fantasma», cioè credono ad una manifestazione di dubbia credibilità presso tutte le culture e tutti i popoli. E quando Gesù dice: «Coraggio, sono io, non abbiate paura», Pietro reagisce in modo abbastanza infantile dicendo che vuole provare pure lui a camminare sulle acque e, comunque, non è ancora convinto di vedere Gesù.

Nel momento in cui Pietro comincia a camminare sulle acque ci si aspetterebbe un atto di fede, basato su un’esperienza di prodigio non solo visto, ma anche vissuto.

Invece dubita e comincia ad affondare. Un persona qualunque al posto di Gesù si sarebbe urtata e sarebbe portata a pensare: ma come! gli mostro un prodigio immenso come quello di superare le leggi della fisica in modo assolutamente inspiegabile umanamente e questo non mi crede!

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Al contrario Gesù gli porge al mano e lo afferra per aiutarlo e, probabilmente senza rimprovero, gli dice: «uomo di poca fede, perché hai dubitato?» E’ cioé quasi un’osservazione ovvia, perché se l’aspettava. La fede non sembra un requisito per essere discepoli.

Questo è il centro della predicazione cristiana: non è la fede che ci salva, ma l’amore verso il prossimo anche se non mostra riconoscenza per quello che di buono cerchiamo di fare per esso.

L’esclamazione degli apostoli: «Davvero tu sei il figlio di Dio!», è la fede che nasce dall’aver scoperto la verità nell’amore di Cristo e non da una valutazione di causa ed effetto per i miracoli di Gesù.

Questo concetto di fede come convinzione interiore che non viene trasferita agli altri per ragionamento è una concezione libertaria e coerente con le teorie della conoscenza.

La dimostrazione è di Ludwig Wittgenstein, fatta cioè da un logico-matematico rigoroso che non è stato contraddetto neppure da quanti hanno interesse a piegare le idee delle persone al consenso verso le proprie senza tenere conto delle peculiarità di ciascuno.

Il fatto che il mondo esterno sia inconoscibile in modo esatto (di esso abbiamo dei modelli mentali più o meno aderenti alla realtà) e che le relazioni interne sono oggettive per i soggetti che le accettano come regole, elimina nella sostanza la possibilità di fissare delle regole assolute, uguali per tutti, imposte dall’esterno come necessarie perché senza alternative in quanto logiche, sperimentali o di altra origine.

Pertanto tutto ciò che tende a costringere gli uomini a riconoscere un assoluto empirico è da considerare una violenza.

L’importanza di avere bene a mente questo elemento basilare della conoscenza, l’atemporalità delle nostre regole interne, è fondamentale per proteggerci da influssi negativi di chi vuole costringerci a fare quello che non è coerente con il nostro intrinseco essere (fuori del tempo e dello spazio).

Si deve escludere che noi abbiamo concetti giusti e gli altri abbiano concetti sbagliati.

La correlazione tra percezione ed osservazione è in sostanza il collegamento tra mondo esterno e mondo interiore che si esprime con l’elaborazione di un gioco linguistico dotato di significato.

Nella percezione si fa riferimento ad un fatto sperimentale esterno nel descrivere un oggetto; nel caso dell’osservazione l’oggetto della nostra conoscenza è un’esperienza interna.

Nell’uso normale della lingua questa distinzione potrebbe non essere evidente, ma occorre effettuare questa distinzione per rendere chiaro il concetto di esperienza esterna ed interna.

Il soggetto cioè rappresenta il mondo esterno mediante la percezione ed il mondo interno mediante l’osservazione ovvero mediante la riflessione interiore su fatti elaborati.

La descrizione è l’interazione tra mondo interno e le sue regole ed il mondo esterno a cui vengono trasmesse le relative informazioni.

L’apprendimento è connesso con le doti intrinseche dell’individuo.

La conoscenza del mondo esterno determina differenti rappresentazioni interne in funzione delle capacità di percezione. Il daltonico vede (e quindi rappresenta) diversamente e pertanto i suoi giochi linguistici sono diversi perché neppure può imparare nello stesso modo la parola daltonismo.

Ma anche senza difetti di percezione del mondo esterno se ne possono avere differenti interpretazioni. Ad esemplificazione riportiamo l’esempio di Wittgenstein:

(78.I) Sia per noi l’arancione un giallo che dà sul rosso. Per altri perfettamente normali il colore arancione potrebbe essere inteso come una transizione dal giallo al rosso. In tal caso potrebbero realizzarsi giochi linguistici per noi incomprensibili basati per esempio sul verde che dà sul rosso. In ogni caso differenti abilità derivano da differenti doti e non è possibile in generale identificare differenti doti come difetti. (Ludwig Wittgenstein – Osservazione sui colori – Einaudi. Traduzione di Mario Trinchero).

Una ricaduta importante di quanto espresso è il fatto che la religione cristiana non fa perno sulla fede, per cui non si considera l’infedele, per il fatto di non credere, un nemico o una nullità, ma su una concezione di solidarietà e amore reciproco che non è un semplice solidarismo opportunista. E’ un atteggiamento mentale di fare del bene senza aspettare che questo venga ricambiato.

Quindi non è una religione politica perché contraddice la base stessa del concetto di consenso politico: tu dai una cosa a me e io do una cosa a te. Non permette di mischiare la politica alla religione perché lo considera, nella sostanza, un sacrilegio.

Ecco dove volevo arrivare:

–        Vorrei che la Sacra Inquisizione venisse restaurata per una sola volta per scomunicare gli estensori di Famiglia Cristiana quando fanno politica, giusto o sbagliato che sia quello che scrivono.

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Come fanno le banche a prestare i soldi che non hanno.

FRANKRAMSEY

All’inizio del mese l’impiegato avventizio, con contratto a progetto, rinnovabile se il padrone vuole, riceve un mensile di 1000 euro. Il datore di lavoro, per imperscrutabili motivi prodiani e vischesi, deve depositare la somma su un conto corrente intestato all’impiegato con bonifico bancario. La banca deve mettere di questi soldi il 2% (20 euro) al bancomat per la riserva obbligatoria. Restano 980 euro. La banca può prestarli a che li richiede versandoli su un altro conto corrente, probabilmente di un’altra banca. Questa seconda banca deve mettere il 2% di 980 euro al bancomat e può prestare il resto (960,4 euro) ad una terza persona. Non c’è dubbio che le banche con questo sistema abbiano, fin ora, creato 960,4 euro di moneta. La domanda che vi farete è: ma quanti prestiti potranno fare le banche con lo stipendio dell’impiegato avventizio a progetto, ecc, ecc? Al massimo 50.000 euro, non perché non ne farebbero di più, ma perché questo è il limite fisico a cui possono arrivare. Se si guarda la relazione annuale della banca d’Italia si può dire che la media della creazione della moneta è tra 19 e 20 volte il capitale depositato. Cioè le banche si accontentano di dare in prestito solo circa 20 volte i mille euro dei sudati guadagni dell’impiegato. Se volete la dimostrazione matematica del limite di 50 volte ve la do subito, se vi sembra complicata saltatela pure, non è essenziale. Chiamiamo A0 lo stipendio dell’impiegato, x% la riserva obbligatoria (ora al 2%) e A1 il capitale che la banca può prestare quando viene depositato A0; Ai sarà il capitale che la banca può prestare all’iesimo passaggio del denaro nelle sue casse. Chiamiamo {Ai} la serie derivante dai passaggi del denaro nelle banche considerando l’obbligo della riserva obbligatoria A1=A0-x%A0 Ai=Ai-1-x%Ai-1 Verifichiamo se la serie {Ai} è convergente e, in questo caso il valore di convergenza Si sa che A2=A1-x%A1 ma A1=A0-x%A0 Esplicitando A1=A0(1-x%)=A0(1-x/100)=A0(100-x/100) Sostituendo in A2 ottengo: A2=A1(1-x%)=A0(1-x%)(1-x%) A2=(1-x/100)(1-x/100)=A0(1-x/100)2 Per induzione matematica ottengo An=A0(1-x/100)n Abbiamo pertanto esplicitato il termine generico della successione in funzione di A0,x e n che è la nostra variabile Passiamo al limite delle somme essendo (1-x/100) Il valore di questo limite è:    Quindi se x=2 il valore iniziale moltiplicato per 50 è la moneta che la banca può prestare per il deposito dei mille euro. La creazione di moneta massima è di 49.000 euro, quella che si verifica in pratica è di circa 18.000 euro, ovvero con una riserva obbligatoria del 2% si può creare fino a 49 volte moneta e le banche ora si limitano a 18 volte. A questo punto vi domanderete, ma cosa succede se aumentano i tassi? Le banche cercheranno sempre di vendere moneta, tanto non è necessario che ne abbiano disponibilità, perché la possono creare. Quindi l’effetto è solo di aggravare il peso del debito per il debitore ed aumentare gli introiti al creditore (la banca) che comunque verrà invogliata a vendere ancora più finanziamenti perché più lucrosi. Questo ci dice che le azioni della BCE sono state improntate ad un bieco interesse per il sistema bancario e non al controllo dell’inflazione. Siccome la BCE fa la politica economica dei governi dobbiamo pensare che ormai lavoriamo per le banche e che siamo tutti soggetti ad una forma di usura da parte di chi effettivamente governa (la BCE)   In cosa dobbiamo sperare? Che il sistema salti per proprio conto in quanto è come un’infezione di Ebola, il virus muore solo per la morte della persona infettata. Basta pensare per un momento a quei 50.000 euro dati in prestito nel caso che non tornino indietro per insolvenza del debitore. In questo caso spariscono non solo i 1000 euro che devono essere restituiti all’impiegato, ma anche la moneta fabbricata dalle banche e che non esiste più perché non viene restituita. Siccome la BCE non può fabbricare moneta più del deficit degli stati membri, in un caso di perdite generalizzate come quelle dei mutui subprime, le banche che sbagliano politica fallirebbero e trascinerebbero nel fallimento una fetta consistente dell’economia dell’Europa. A questo punto il sistema dell’euro non avrebbe più ragione di essere e si tornerebbe alle monete nazionali. E così finirebbe l’usura del sistema bancario sugli stati. In Italia pur pagando ogni anno 70 miliardi di euro a servizio del debito nazionale, non possiamo ridurre il debito pubblico che cresce sempre. Questo perché si è scelto di fare un debito anziché stampare moneta. Se per i deficit di bilancio degli anni ’80 si fosse stampata moneta l’effetto inflazionistico sarebbe già passato e oggi il pareggio di bilancio sarebbe un fatto positivo. Con la politica del debito anziché della stampa di moneta lo Stato non può più tornare sovrano, ma dipenderà sempre dai propri creditori  ovvero dal sistema bancario ivi inclusa la Banca d’Italia che è, come noto, diventata una banca privata.

10 ago, ’08, 12:35 m.

All’inizio del mese l’impiegato avventizio, con contratto a progetto, rinnovabile se il padrone vuole, riceve un mensile di 1000 euro.

Il datore di lavoro, per imperscrutabili motivi prodiani e vischesi, deve depositare la somma su un conto corrente intestato all’impiegato con bonifico bancario.

La banca deve mettere di questi soldi il 2% (20 euro) al bancomat per la riserva obbligatoria.

Restano 980 euro.

La banca può prestarli a che li richiede versandoli su un altro conto corrente, probabilmente di un’altra banca.

Questa seconda banca deve mettere il 2% di 980 euro al bancomat e può prestare il resto (960,4 euro) ad una terza persona.

Non c’è dubbio che le banche con questo sistema abbiano, fin ora, creato 960,4 euro di moneta.

La domanda che vi farete è: ma quanti prestiti potranno fare le banche con lo stipendio dell’impiegato avventizio a progetto, ecc, ecc?

Al massimo 50.000 euro, non perché non ne farebbero di più, ma perché questo è il limite fisico a cui possono arrivare.

Se si guarda la relazione annuale della banca d’Italia si può dire che la media della creazione della moneta è tra 19 e 20 volte il capitale depositato.

Cioè le banche si accontentano di dare in prestito solo circa 20 volte i mille euro dei sudati guadagni dell’impiegato.

Se volete la dimostrazione matematica del limite di 50 volte ve la do subito, se vi sembra complicata saltatela pure, non è essenziale.

Chiamiamo A0 lo stipendio dell’impiegato, x% la riserva obbligatoria (ora al 2%) e A1 il capitale che la banca può prestare quando viene depositato A0; Ai sarà il capitale che la banca può prestare all’iesimo passaggio del denaro nelle sue casse.

Chiamiamo {Ai} la serie derivante dai passaggi del denaro nelle banche considerando l’obbligo della riserva obbligatoria

A1=A0-x%A0

Ai=Ai-1-x%Ai-1

Verifichiamo se la serie {Ai} è convergente e, in questo caso il valore di convergenza

Si sa che A2=A1-x%A1

ma A1=A0-x%A0

Esplicitando

A1=A0(1-x%)=A0(1-x/100)=A0(100-x/100)

Sostituendo in A2 ottengo: A2=A1(1-x%)=A0(1-x%)(1-x%)

A2=(1-x/100)(1-x/100)=A0(1-x/100)2

Per induzione matematica ottengo

An=A0(1-x/100)n

Abbiamo pertanto esplicitato il termine generico della successione in funzione di A0,x e n che è la nostra variabile

Passiamo al limite delle somme

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essendo (1-x/100)<1 la serie è convergente.

Il valore di questo limite è:

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Quindi se x=2 il valore iniziale moltiplicato per 50 è la moneta che la banca può prestare per il deposito dei mille euro.

La creazione di moneta massima è di 49.000 euro, quella che si verifica in pratica è di circa 18.000 euro, ovvero con una riserva obbligatoria del 2% si può creare fino a 49 volte moneta e le banche ora si limitano a 18 volte.

A questo punto vi domanderete, ma cosa succede se aumentano i tassi? Le banche cercheranno sempre di vendere moneta, tanto non è necessario che ne abbiano disponibilità, perché la possono creare. Quindi l’effetto è solo di aggravare il peso del debito per il debitore ed aumentare gli introiti al creditore (la banca) che comunque verrà invogliata a vendere ancora più finanziamenti perché più lucrosi.

Questo ci dice che le azioni della BCE sono state improntate ad un bieco interesse per il sistema bancario e non al controllo dell’inflazione.

Siccome la BCE fa la politica economica dei governi dobbiamo pensare che ormai lavoriamo per le banche e che siamo tutti soggetti ad una forma di usura da parte di chi effettivamente governa (la BCE)

 

In cosa dobbiamo sperare? Che il sistema salti per proprio conto in quanto è come un’infezione di Ebola, il virus muore solo per la morte della persona infettata.

Basta pensare per un momento a quei 50.000 euro dati in prestito nel caso che non tornino indietro per insolvenza del debitore.

In questo caso spariscono non solo i 1000 euro che devono essere restituiti all’impiegato, ma anche la moneta fabbricata dalle banche e che non esiste più perché non viene restituita.

Siccome la BCE non può fabbricare moneta più del deficit degli stati membri, in un caso di perdite generalizzate come quelle dei mutui subprime, le banche che sbagliano politica fallirebbero e trascinerebbero nel fallimento una fetta consistente dell’economia dell’Europa. A questo punto il sistema dell’euro non avrebbe più ragione di essere e si tornerebbe alle monete nazionali. E così finirebbe l’usura del sistema bancario sugli stati. In Italia pur pagando ogni anno 70 miliardi di euro a servizio del debito nazionale, non possiamo ridurre il debito pubblico che cresce sempre. Questo perché si è scelto di fare un debito anziché stampare moneta. Se per i deficit di bilancio degli anni ’80 si fosse stampata moneta l’effetto inflazionistico sarebbe già passato e oggi il pareggio di bilancio sarebbe un fatto positivo. Con la politica del debito anziché della stampa di moneta lo Stato non può più tornare sovrano, ma dipenderà sempre dai propri creditori  ovvero dal sistema bancario ivi inclusa la Banca d’Italia che è, come noto, diventata una banca privata.

 

 

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Paolo Savona conferma la politica inflazionistica della BCE

FRANKRAMSEY

Ripubblico l’articolo di fondo odierno de Il Messaggero che contesta la politica inflazionista della BCE. Non era solo un impressione, anche gli economisti cominciano a smarcarsi dai luoghi comuni sui motivi dell’inflazione. Ed ecco il testo dell’Articolo: Il Messaggero Lunedì 28 Luglio 2008 Paolo Savona Nei giorni scorsi siamo stati investiti da due importanti indicazioni in fatto di moneta europea: l’accumulo di riserve ufficiali in euro si è arrestato al 25% delle ingenti consistenze in mano alle autorità ufficiali e la crescita della quantità di moneta nella stessa valuta si è ridotta di poco, ma è sempre prossima a un saggio del 10%. Poiché il reddito reale cresce moderatamente, l’1% se andrà bene, mentre l’inflazione aumenta, si ritiene che superi il 4%, e il credito diminuisce, è lecito domandarsi dove finisce tanta moneta. La spiegazione avanzata da tempo su queste stesse colonne è che la BCE, in barba alle sue ripetute dichiarazioni di insostenibile incompetenza sul cambio, abbia “servito” le conversioni di dollari in euro, indebitando implicitamente l’euroarea “per niente”, ossia non per finanziare un eccesso di investimenti rispetto al risparmio come fanno Stati Uniti e Regno Unito. Se così fosse, la riterremo una saggia politica di attesa delle scelte sui cambi dei paesi membri, ai quali non suggeriamo di assecondare un ruolo internazionale dell’euro. Sarebbe l’ennesimo errore europeo che solo in pochi capiscono e, quei pochi, vengono tenuti fuori dalla porta dei Consigli europei che trattano questo argomento. I conti tra domanda e offerta di moneta per ora non tornano neanche nell’euroarea, dato che le due ricordate informazioni sono in palese contraddizione. Forse torneranno in futuro, quando l’inflazione creata da un eccesso di offerta monetaria pareggerà i conti spostando il peso sulle spalle dei cittadini europei. Abbiamo già avvertito che il problema nasce economico e finisce politico. Le banche e le imprese si salveranno dalla crisi, ma la patata calda resterà nelle mani della società attraverso un minor potere di acquisto dei redditi da lavoro e una maggiore disoccupazione. Con la politica che non sa fare altro che ridistribuire il reddito senza costruire opportunità. Siamo in piena emergenza culturale. Non resta quindi che rivolgersi alla fertile fantasia di Robert Zemeckis per un remake di “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, con la BCE nelle vesti di Jessica che si confessa “io non sono cattiva, è che mi disegnano così” e la Fed in quella del “cattivo” Marvin, della Acme Corporation, creatore di cartoni animati (subprime e derivati). Magari affidando al “detective” R.K. Maroon il compito di “dare un svegliata” a Roger Rabbit in versione UE “affinchè torni al lavoro”. Fuori metafora, non siamo tra quelli che ritengono necessario che la BCE renda pubbliche le minute delle sue riunioni, ma siamo altresì convinti che essa debba rendere pienamente conto delle sue azioni, non come si formano, ma nei loro impatti sull’economia reale e sui cambi, oltre che sull’inflazione attesa e realizzata. Ciò è tanto più urgente e importante, quanto più durerà l’assenza di un’unione politica europea espressa da organi democratici propriamente definiti. In queste condizioni non si sa da chi la BCE debba essere indipendente, assumendo in parte le sembianze di un’istituzione anarchica “di ritorno”. Noi riteniamo che la BCE sia restata incastrata tra il mismanagement monetario e finanziario degli Stati Uniti (che solo adesso comincia tenuamente a denunciare) e la mancata unione politica della comunità europea con spaccatura tra euroarea e area di altre monete europee libere di regolarsi secondo gli interessi nazionali. Eppure tutti i paesi membri beneficiano dei vantaggi del mercato comune (solo ipotetico e forse dannoso finché esistono più monete) e patiscono delle fisime fiscali valide per tutti in un mondo dove la fiducia nel futuro è più importante della stabilità del presente; ammesso che si riesca a raggiungerla e sulla quale la realtà stessa provvede a sollevare i dubbi. Nessuno ci convincerà che Jessica e Marvin non facciano la “farfallina” e non vediamo all’orizzonte un Maroon (Sarkozy?) capace di dare una svegliata all’Europa. Viviamo un mondo dove cartoni animati e realtà si scambiano i ruoli e chi paga sono sempre le formiche, ossia il popolo industrioso e risparmiatore. Ma qui dovremmo cambiare copione, rivolgendoci ad altri ben noti autori nostrani che trattano l’argomento.

28 lug, ’08, 10:14 p.

Ripubblico l’articolo di fondo odierno de Il Messaggero che contesta la politica inflazionista della BCE.

Non era solo un impressione, anche gli economisti cominciano a smarcarsi dai luoghi comuni sui motivi dell’inflazione.

Ed ecco il testo dell’Articolo:

Il Messaggero

Lunedì 28 Luglio 2008

Paolo Savona

 

Nei giorni scorsi siamo stati investiti da due importanti indicazioni in fatto di moneta europea: l’accumulo di riserve ufficiali in euro si è arrestato al 25% delle ingenti consistenze in mano alle autorità ufficiali e la crescita della quantità di moneta nella stessa valuta si è ridotta di poco, ma è sempre prossima a un saggio del 10%. Poiché il reddito reale cresce moderatamente, l’1% se andrà bene, mentre l’inflazione aumenta, si ritiene che superi il 4%, e il credito diminuisce, è lecito domandarsi dove finisce tanta moneta.

La spiegazione avanzata da tempo su queste stesse colonne è che la BCE, in barba alle sue ripetute dichiarazioni di insostenibile incompetenza sul cambio, abbia “servito” le conversioni di dollari in euro, indebitando implicitamente l’euroarea “per niente”, ossia non per finanziare un eccesso di investimenti rispetto al risparmio come fanno Stati Uniti e Regno Unito. Se così fosse, la riterremo una saggia politica di attesa delle scelte sui cambi dei paesi membri, ai quali non suggeriamo di assecondare un ruolo internazionale dell’euro. Sarebbe l’ennesimo errore europeo che solo in pochi capiscono e, quei pochi, vengono tenuti fuori dalla porta dei Consigli europei che trattano questo argomento.

I conti tra domanda e offerta di moneta per ora non tornano neanche nell’euroarea, dato che le due ricordate informazioni sono in palese contraddizione. Forse torneranno in futuro, quando l’inflazione creata da un eccesso di offerta monetaria pareggerà i conti spostando il peso sulle spalle dei cittadini europei. Abbiamo già avvertito che il problema nasce economico e finisce politico. Le banche e le imprese si salveranno dalla crisi, ma la patata calda resterà nelle mani della società attraverso un minor potere di acquisto dei redditi da lavoro e una maggiore disoccupazione. Con la politica che non sa fare altro che ridistribuire il reddito senza costruire opportunità. Siamo in piena emergenza culturale.

Non resta quindi che rivolgersi alla fertile fantasia di Robert Zemeckis per un remake di “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, con la BCE nelle vesti di Jessica che si confessa “io non sono cattiva, è che mi disegnano così” e la Fed in quella del “cattivo” Marvin, della Acme Corporation, creatore di cartoni animati (subprime e derivati). Magari affidando al “detective” R.K. Maroon il compito di “dare un svegliata” a Roger Rabbit in versione UE “affinchè torni al lavoro”.

Fuori metafora, non siamo tra quelli che ritengono necessario che la BCE renda pubbliche le minute delle sue riunioni, ma siamo altresì convinti che essa debba rendere pienamente conto delle sue azioni, non come si formano, ma nei loro impatti sull’economia reale e sui cambi, oltre che sull’inflazione attesa e realizzata. Ciò è tanto più urgente e importante, quanto più durerà l’assenza di un’unione politica europea espressa da organi democratici propriamente definiti. In queste condizioni non si sa da chi la BCE debba essere indipendente, assumendo in parte le sembianze di un’istituzione anarchica “di ritorno”.

Noi riteniamo che la BCE sia restata incastrata tra il mismanagement monetario e finanziario degli Stati Uniti (che solo adesso comincia tenuamente a denunciare) e la mancata unione politica della comunità europea con spaccatura tra euroarea e area di altre monete europee libere di regolarsi secondo gli interessi nazionali. Eppure tutti i paesi membri beneficiano dei vantaggi del mercato comune (solo ipotetico e forse dannoso finché esistono più monete) e patiscono delle fisime fiscali valide per tutti in un mondo dove la fiducia nel futuro è più importante della stabilità del presente; ammesso che si riesca a raggiungerla e sulla quale la realtà stessa provvede a sollevare i dubbi.

Nessuno ci convincerà che Jessica e Marvin non facciano la “farfallina” e non vediamo all’orizzonte un Maroon (Sarkozy?) capace di dare una svegliata all’Europa. Viviamo un mondo dove cartoni animati e realtà si scambiano i ruoli e chi paga sono sempre le formiche, ossia il popolo industrioso e risparmiatore. Ma qui dovremmo cambiare copione, rivolgendoci ad altri ben noti autori nostrani che trattano l’argomento.

 

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Una voce da non dimenticare in un paese che ama la lirica.

FRANKRAMSEY

Splinder (27/07/2008) Un tempo si ascoltavano per le strade silenziose del paese i grandi cantanti della musica trasmessi alla radio o dai giradischi. Era un paese che amava la grande musica e che tuttora possiede un prezioso teatro: Il Teatro dell’Iride. Videoascoltiamo nell’ordine: Nessun Dorma (Turandot Puccini)  E lucean le stelle (Tosca Puccini) e la scena finale di Andrea Chenier di Giordano. Leggi ancora…

28 lug, ’08, 12:36 m.

Splinder (27/07/2008) Un tempo si ascoltavano per le strade silenziose del paese i grandi cantanti della musica trasmessi alla radio o dai giradischi. Era un paese che amava la grande musica e che tuttora possiede un prezioso teatro: Il Teatro dell’Iride. Videoascoltiamo nell’ordine: Nessun Dorma (Turandot Puccini)  E lucean le stelle (Tosca Puccini) e la scena finale di Andrea Chenier di Giordano. Leggi ancora

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Una voce da non dimenticare in un paese che ama la lirica.

FRANKRAMSEY

Splinder (27/07/2008) Un tempo si ascoltavano per le strade silenziose del paese i grandi cantanti della musica trasmessi alla radio o dai giradischi. Era un paese che amava la grande musica e che tuttora possiede un prezioso teatro: Il Teatro dell’Iride. Videoascoltiamo nell’ordine: Nessun Dorma (Turandot Puccini)  E lucean le stelle (Tosca Puccini) e la scena finale di Andrea Chenier di Giordano. Leggi ancora…

28 lug, ’08, 12:36 m.

Splinder (27/07/2008) Un tempo si ascoltavano per le strade silenziose del paese i grandi cantanti della musica trasmessi alla radio o dai giradischi. Era un paese che amava la grande musica e che tuttora possiede un prezioso teatro: Il Teatro dell’Iride. Videoascoltiamo nell’ordine: Nessun Dorma (Turandot Puccini)  E lucean le stelle (Tosca Puccini) e la scena finale di Andrea Chenier di Giordano. Leggi ancora

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Le polemiche sull'inno di Mameli e la realtà amara dell'Europa dei burocrati

FRANKRAMSEY

Occorre una premessa: quanti della sinistra erano nel passato governo non possono criticare il DPEF del 17 luglio 2008. Infatti la scelta del governo attuale è stata di non denunciare l’accordo della riunione dell’Eurogruppo del 20/4/2007 sottoscritto dal governo Prodi e compilare ragionieristicamente una finanziaria conseguente. Il DPEF tuttavia mostra come gli accordi di Maastricht e gli impegni citati sono una pietra al collo degli stati europei che gli altri Paesi non hanno. Lo stupido autolesionismo dell’accordo di Maastricht è stato reso evidente da un lato dai dati forniti dalla BCE sull’andamento delle masse monetarie in Europa e dall’altro dalla politica economica della FED negli Stati Uniti Si è scoperto cioè che la formazione di moneta in Europa è appannaggio del sistema finanziario bancario e non bancario in quanto la moneta prodotta dalla banca centrale è circa l’8% del totale della massa monetaria. Il resto è fuori del controllo della BCE in quanto la riserva obbligatoria al 2% rende inefficace qualsiasi processo teso a ridurre la creazione di moneta. Supponiamo che la BCE, al fine di contrastare l’effetto inflattivo della creazione di moneta da parte del sistema finanziario, proceda ad un aumento dei tassi passivi anche di 200 punti base (per i non addetti ai lavori un incremento del 2% ovvero dal 4% al 6%). L’effetto sarebbe di contrazione del credito verso le aziende più deboli o con mercato aperto, mentre quelle operanti in mercato protetto (telecomunicazioni, autostrade, energia, ecc) continuerebbero a tirare finanziamenti dal sistema bancario e finanziario scaricando l’aumento dei costi sull’utenza. Quindi in pratica si otterrebbe una selezione del mercato al rovescio rispetto al sistema liberista, sarebbero premiate le aziende inefficienti e protette e tolte dal mercato quelle su cui maggiormente si gioca la competitività di una nazione. Quelle operanti sul mercato internazionale avrebbero la possibilità di ricorrere al credito, se meno oneroso, dei Paesi in cui esportano e, in questo caso, la fabbricazione di moneta non verrebbe contenuta. Anche se questa circolazione di per sé non è inflattiva, tuttavia non contribuirebbe certamente a ridurre la massa monetaria. L’altro strumento, ben più potente e di effetto immediato, nel contenimento dell’inflazione è l’aumento della riserva obbligatoria per le banche e gli intermediari finanziari. Ma non è utilizzabile senza creare seri problemi di liquidità al sistema bancario. Infatti la moltiplicazione della moneta bancaria è possibile in quanto per ogni 100 euro di liquidità è normale per il sistema bancario nel suo complesso fare prestiti da 15 a 20 volte questo valore, con un valore limite di circa 50 volte il valore iniziale. In pratica se si versano 100 euro in una banca il sistema bancario con questo denaro può effettuare prestiti per 5000 euro. La media attuale è tra 1500 e 1900 euro. Se il sistema bancario dovesse subire una perdita di 100 euro in termini speculari si ridurrebbe la capacità di credito di 1500 – 1900 euro con un limite di circa 5000 euro. E’ questo il nucleo del problema dei mutui sub prime. Il sistema bancario presta denaro che essa stessa crea e che dipende dal regolamento sulla riserva obbligatoria. Se subentra una perdita sul denaro prestato che non ha corrispondenza in banconote si azzera una capacità di credito da 15 a 20 volte superiore e che riguarda l’intero sistema del credito. Quindi si comprende perché le banche abbiano la passione per i derivati, cartolarizzazioni e per i pacchetti di investimento ripieni di “mistero” ovvero di perdite finanziarie. Tuttavia questi strumenti sono una forte leva di instabilità in quanto sono utilizzati come nuova provvista per i finanziamenti e quindi generano nuova moneta basata su cattiva moneta. Quando finirà questa bolla speculativa? E’ difficile dirlo perché, anche se le banche centrali tranquillizzano, lo strumento da usare per cacciare la cattiva moneta e cioè l’aumento della riserva obbligatoria, in questo momento, determinerebbe il crollo della liquidità del sistema bancario e quindi l’impossibilità di fare nuovi prestiti, la revoca di un’enorme quantità di finanziamenti ed il collasso di buona parte delle banche che hanno costruito la loro fortuna su moneta basata su valori inesistenti. La FED, per superare il problema, ha scelto la soluzione di alimentare le banche con moneta di fresca stampa e quindi ha riversato sui cittadini le perdite mediante un’inflazione pesante in particolare sui beni di prima necessità La BCE si è trovata nell’impossibilità di fare la stessa scelta per i limiti nella stampa di moneta posta dai trattati e quindi ha visto un apprezzamento del valore dell’euro. Contro questo apprezzamento ha operato con un’azione di contenimento del cambio con il dollaro di cui non sono stati forniti dettagli. Ma è poco credibile che l’inflazione in Eurolandia sia da attribuire alla sfortuna o alla speculazione. In passato, quando eravamo nel serpente monetario, se la lira subiva pressioni al ribasso interveniva la Bundesbank che acquistava lire sul mercato mantenendone, finché possibile, il valore. Ma se questo comportava un eccesso di massa monetaria in Germania si chiedeva all’Italia una svalutazione. E’ quanto avvenne, ad esempio, l’8 settembre del 1992 quando il Cancelliere Kohl obbligò Amato a svalutare la lira perché in Germania si stava creando un rischio inflazione per eccesso di massa monetaria dovuta all’acquisto massiccio di lire sul mercato per fronteggiare la speculazione (tra l’altro del finanziere Soros). Non è difficile credere che la BCE, in accordo con la Commissione europea (Almunia e Barroso) abbia fatto la stessa manovra: acquisto di dollari per contenere il cambio con il dollaro. E quindi si spiega come a dicembre la massa monetaria sia cresciuta del 12% e che la crescita viaggi attualmente intorno al 10%. La conseguenza di un incremento di massa monetaria è sempre stata l’inflazione. E questa inflazione importata non si può contenere con un aumento dei tassi perché questo significa oltre al danno la beffa. Il sistema Italia è in recessione mentre contemporaneamente si è creata, per importazione,  moneta e quindi inflazione. Il risultato, considerando che ad aggravare una situazione già tragica c’è stata la politica di deindustrializzazione operata nel recente passato, è una situazione di impoverimento del Paese che deve, nel contempo, restituire un debito creato, in massima parte, da una folle politica economica dal 1982 al 1992. Ora il debito è stabilizzato, ma non è eliminabile con le risorse nazionali, quindi equivale ad una perdita di sovranità nazionale. Quindi viene da ridere quando i politici si stracciano le vesti perché Bossi se la piglia con l’inno di Mameli. Bossi rappresenta il disagio degli italiani nei confronti dei passati governi che hanno consegnato l’Italia ad un non ben identificabile potere finanziario che ormai la controlla perché un Paese soggetto ad usura, come ben sanno tutti gli usurai, non è più libero nelle sue scelte. Quindi sembra che questo attaccarsi ai simboli di un’unità nazionale, di identità del Paese con riferimento alle guerre di indipendenza, alle guerre mondiali, sia solo un fumo negli occhi per nascondere la gravità del fatto che Andreotti, De Michelis e Carli hanno firmato il trattato di Maastricht, senza chiedere neppure di fare un referendum, scippandoci l’indipendenza economica e politica nazionale. In realtà la correttezza avrebbe voluto che, come sono stati fatti i referendum per annettere all’Italia gli stati conquistati dal Piemonte, si sarebbe dovuto tenere un referendum per Maastricht mettendo bene in evidenza che questo accordo ci avrebbe condotto ad essere condizionati dalla finanza internazionale con tutte le bolle speculative e quindi che il lavoro degli italiani sarebbe stato utilizzato per arricchire speculatori e banchieri e non per migliorarne il livello di vita. Altro elemento da osservare è che mentre gli USA bene o male usciranno rafforzati da questa crisi, l’Europa ne uscirà malconcia. Infatti gli USA possono fare una politica monetaria autonoma e stampare moneta, l’Europa deve stare alle condizioni di Maastricht che impone l’indebitamento in luogo della stampa della moneta. La differenza è nel fatto che mentre gli USA avranno inflazione, ma manterranno la propria ricchezza, in Europa trasferiremo il frutto del nostro lavoro al sistema del credito e quindi alla finanza internazionale con perdita economica e di indipendenza politica.

22 lug, ’08, 11:36 m.

Occorre una premessa: quanti della sinistra erano nel passato governo non possono criticare il DPEF del 17 luglio 2008. Infatti la scelta del governo attuale è stata di non denunciare l’accordo della riunione dell’Eurogruppo del 20/4/2007 sottoscritto dal governo Prodi e compilare ragionieristicamente una finanziaria conseguente.

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Il DPEF tuttavia mostra come gli accordi di Maastricht e gli impegni citati sono una pietra al collo degli stati europei che gli altri Paesi non hanno.

Lo stupido autolesionismo dell’accordo di Maastricht è stato reso evidente da un lato dai dati forniti dalla BCE sull’andamento delle masse monetarie in Europa e dall’altro dalla politica economica della FED negli Stati Uniti

Si è scoperto cioè che la formazione di moneta in Europa è appannaggio del sistema finanziario bancario e non bancario in quanto la moneta prodotta dalla banca centrale è circa l’8% del totale della massa monetaria. Il resto è fuori del controllo della BCE in quanto la riserva obbligatoria al 2% rende inefficace qualsiasi processo teso a ridurre la creazione di moneta.

Supponiamo che la BCE, al fine di contrastare l’effetto inflattivo della creazione di moneta da parte del sistema finanziario, proceda ad un aumento dei tassi passivi anche di 200 punti base (per i non addetti ai lavori un incremento del 2% ovvero dal 4% al 6%).

L’effetto sarebbe di contrazione del credito verso le aziende più deboli o con mercato aperto, mentre quelle operanti in mercato protetto (telecomunicazioni, autostrade, energia, ecc) continuerebbero a tirare finanziamenti dal sistema bancario e finanziario scaricando l’aumento dei costi sull’utenza. Quindi in pratica si otterrebbe una selezione del mercato al rovescio rispetto al sistema liberista, sarebbero premiate le aziende inefficienti e protette e tolte dal mercato quelle su cui maggiormente si gioca la competitività di una nazione.

Quelle operanti sul mercato internazionale avrebbero la possibilità di ricorrere al credito, se meno oneroso, dei Paesi in cui esportano e, in questo caso, la fabbricazione di moneta non verrebbe contenuta. Anche se questa circolazione di per sé non è inflattiva, tuttavia non contribuirebbe certamente a ridurre la massa monetaria.

L’altro strumento, ben più potente e di effetto immediato, nel contenimento dell’inflazione è l’aumento della riserva obbligatoria per le banche e gli intermediari finanziari. Ma non è utilizzabile senza creare seri problemi di liquidità al sistema bancario. Infatti la moltiplicazione della moneta bancaria è possibile in quanto per ogni 100 euro di liquidità è normale per il sistema bancario nel suo complesso fare prestiti da 15 a 20 volte questo valore, con un valore limite di circa 50 volte il valore iniziale. In pratica se si versano 100 euro in una banca il sistema bancario con questo denaro può effettuare prestiti per 5000 euro. La media attuale è tra 1500 e 1900 euro.

Se il sistema bancario dovesse subire una perdita di 100 euro in termini speculari si ridurrebbe la capacità di credito di 1500 – 1900 euro con un limite di circa 5000 euro.

E’ questo il nucleo del problema dei mutui sub prime. Il sistema bancario presta denaro che essa stessa crea e che dipende dal regolamento sulla riserva obbligatoria. Se subentra una perdita sul denaro prestato che non ha corrispondenza in banconote si azzera una capacità di credito da 15 a 20 volte superiore e che riguarda l’intero sistema del credito.

Quindi si comprende perché le banche abbiano la passione per i derivati, cartolarizzazioni e per i pacchetti di investimento ripieni di “mistero” ovvero di perdite finanziarie.

Tuttavia questi strumenti sono una forte leva di instabilità in quanto sono utilizzati come nuova provvista per i finanziamenti e quindi generano nuova moneta basata su cattiva moneta.

Quando finirà questa bolla speculativa? E’ difficile dirlo perché, anche se le banche centrali tranquillizzano, lo strumento da usare per cacciare la cattiva moneta e cioè l’aumento della riserva obbligatoria, in questo momento, determinerebbe il crollo della liquidità del sistema bancario e quindi l’impossibilità di fare nuovi prestiti, la revoca di un’enorme quantità di finanziamenti ed il collasso di buona parte delle banche che hanno costruito la loro fortuna su moneta basata su valori inesistenti.

La FED, per superare il problema, ha scelto la soluzione di alimentare le banche con moneta di fresca stampa e quindi ha riversato sui cittadini le perdite mediante un’inflazione pesante in particolare sui beni di prima necessità

La BCE si è trovata nell’impossibilità di fare la stessa scelta per i limiti nella stampa di moneta posta dai trattati e quindi ha visto un apprezzamento del valore dell’euro.

Contro questo apprezzamento ha operato con un’azione di contenimento del cambio con il dollaro di cui non sono stati forniti dettagli. Ma è poco credibile che l’inflazione in Eurolandia sia da attribuire alla sfortuna o alla speculazione.

In passato, quando eravamo nel serpente monetario, se la lira subiva pressioni al ribasso interveniva la Bundesbank che acquistava lire sul mercato mantenendone, finché possibile, il valore. Ma se questo comportava un eccesso di massa monetaria in Germania si chiedeva all’Italia una svalutazione. E’ quanto avvenne, ad esempio, l’8 settembre del 1992 quando il Cancelliere Kohl obbligò Amato a svalutare la lira perché in Germania si stava creando un rischio inflazione per eccesso di massa monetaria dovuta all’acquisto massiccio di lire sul mercato per fronteggiare la speculazione (tra l’altro del finanziere Soros).

Non è difficile credere che la BCE, in accordo con la Commissione europea (Almunia e Barroso) abbia fatto la stessa manovra: acquisto di dollari per contenere il cambio con il dollaro. E quindi si spiega come a dicembre la massa monetaria sia cresciuta del 12% e che la crescita viaggi attualmente intorno al 10%. La conseguenza di un incremento di massa monetaria è sempre stata l’inflazione.

E questa inflazione importata non si può contenere con un aumento dei tassi perché questo significa oltre al danno la beffa.

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Il sistema Italia è in recessione mentre contemporaneamente si è creata, per importazione,  moneta e quindi inflazione.

Il risultato, considerando che ad aggravare una situazione già tragica c’è stata la politica di deindustrializzazione operata nel recente passato, è una situazione di impoverimento del Paese che deve, nel contempo, restituire un debito creato, in massima parte, da una folle politica economica dal 1982 al 1992. Ora il debito è stabilizzato, ma non è eliminabile con le risorse nazionali, quindi equivale ad una perdita di sovranità nazionale.

Quindi viene da ridere quando i politici si stracciano le vesti perché Bossi se la piglia con l’inno di Mameli.

Bossi rappresenta il disagio degli italiani nei confronti dei passati governi che hanno consegnato l’Italia ad un non ben identificabile potere finanziario che ormai la controlla perché un Paese soggetto ad usura, come ben sanno tutti gli usurai, non è più libero nelle sue scelte.

Quindi sembra che questo attaccarsi ai simboli di un’unità nazionale, di identità del Paese con riferimento alle guerre di indipendenza, alle guerre mondiali, sia solo un fumo negli occhi per nascondere la gravità del fatto che Andreotti, De Michelis e Carli hanno firmato il trattato di Maastricht, senza chiedere neppure di fare un referendum, scippandoci l’indipendenza economica e politica nazionale.

In realtà la correttezza avrebbe voluto che, come sono stati fatti i referendum per annettere all’Italia gli stati conquistati dal Piemonte, si sarebbe dovuto tenere un referendum per Maastricht mettendo bene in evidenza che questo accordo ci avrebbe condotto ad essere condizionati dalla finanza internazionale con tutte le bolle speculative e quindi che il lavoro degli italiani sarebbe stato utilizzato per arricchire speculatori e banchieri e non per migliorarne il livello di vita.

Altro elemento da osservare è che mentre gli USA bene o male usciranno rafforzati da questa crisi, l’Europa ne uscirà malconcia.

Infatti gli USA possono fare una politica monetaria autonoma e stampare moneta, l’Europa deve stare alle condizioni di Maastricht che impone l’indebitamento in luogo della stampa della moneta. La differenza è nel fatto che mentre gli USA avranno inflazione, ma manterranno la propria ricchezza, in Europa trasferiremo il frutto del nostro lavoro al sistema del credito e quindi alla finanza internazionale con perdita economica e di indipendenza politica.

 

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Er demonio preoccupato

FRANKRAMSEY

–        Hai capito perché certe persone più so’ cattive più campano? –        No, perché? Tu ce lo sai? –        Se dice che Prodi e Padoa Schioppa hanno fatto una seduta spiritica per capì se Pannella e Andreotti stanno per andà al Creatore –        – E chi hanno convocato ? –        – Pare, se dice, ma non so se è vero, San   Pietro e Dio stesso –        – Ammazza! E che hanno detto? –        – Dice che c’era San Pietro che diceva al Padreterno che quei due avevano finito er tempo e che Dio non era d’accordo per richiamalli –        Perché? Spera sempre in una conversione? –        No, ormai s’è rassegnato, ma c’era il demonio che faceva il diavolo a quattro per ritardà i tempi –        Ma che gliene importa ar demonio? –        Diceva san Pietro che s’era rivolto al sindacato con una buona motivazione –        E cioè? –        Pare che abbia detto: – teneteli dellà finché è possibile: Ahò: deqquà c’è l’eternità! –        E il padreterno? –        Ha avuto compassione e così ce li dovemo tenè per un altro bel po’ de tempo.

20 lug, ’08, 9:55 p.

 

–        Hai capito perché certe persone più so’ cattive più campano?

–        No, perché? Tu ce lo sai?

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–        Se dice che Prodi e Padoa Schioppa hanno fatto una seduta spiritica per capì se Pannella e Andreotti stanno per andà al Creatore

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–        – E chi hanno convocato ?

–        – Pare, se dice, ma non so se è vero, San   Pietro e Dio stesso

–        – Ammazza! E che hanno detto?

–        – Dice che c’era San Pietro che diceva al Padreterno che quei due avevano finito er tempo e che Dio non era d’accordo per richiamalli

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–        Perché? Spera sempre in una conversione?

–        No, ormai s’è rassegnato, ma c’era il demonio che faceva il diavolo a quattro per ritardà i tempi

–        Ma che gliene importa ar demonio?

–        Diceva san Pietro che s’era rivolto al sindacato con una buona motivazione

–        E cioè?

–        Pare che abbia detto: – teneteli dellà finché è possibile: Ahò: deqquà c’è l’eternità!

–        E il padreterno?

–        Ha avuto compassione e così ce li dovemo tenè per un altro bel po’ de tempo.

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Le magre scuse di Veltroni: il Buco c’è e si vede.

FRANKRAMSEY

Ogni scelta politica è una scelta economica tranne quando si tratta di politici italiani, per i quali la politica è stabilire quale avversario politico deve andare in galera e quale no, se si deve permettere il matrimonio degli omosessuali, se le badanti si devono regolarizzare o meno, se ha ragione il CSM o il Presidente del Consiglio. Quando poi si verifica un problema di mala gestione gli economisti se la fanno sotto dalle risate per le cose che i politici sono in grado di dire o di far dire ai giornalisti. E’ drammatico che un ex sindaco della Capitale ed ex candidato Premier abbia fatto una conferenza stampa o per erogare la sua incompetenza in economia politica o per nascondere gli errori di gestione della sua attività di sindaco contando sull’ignoranza in materia dei cittadini. Il tracollo del Comune di Roma si vede: – indirettamente dalla mancata pubblicazione dei bilanci del Comune, dalla situazione degli investimenti per favorire lo sviluppo delle attività e della vivibilità della città da parte dei cittadini – direttamente dalla riduzione a zero della capacità di credito dell’Amministrazione in quanto sono state consumate tutte le risorse che permettono al Comune di contrarre mutui (le famose delegazioni di pagamento). Infatti le opere pubbliche sono finanziate solo in parte dai fondi strutturali erogati dalla UE tramite la programmazione regionale, una parte degli investimenti deve essere finanziata dall’ente pubblico mediante fondi propri (che non ci sono quasi mai) o mutui. Per poter contrarre mutui occorre che il 12% dei primi tre titoli di entrata del bilancio siano sufficienti a rimborsare quelli pregressi e quelli da acquisire. Dal 2007 il Comune di Roma non ha più queste disponibilità, pertanto non può fare appalti finanziati con mutui. Nel contempo l’ex sindaco destinava al proprio gabinetto più di 50 milioni di euro per le spesette. Con quei soldi sarebbe stato possibile contrarre mutui e quindi fare investimenti molto consistenti, ma si è preferito fare spese correnti. Questo WV non l’ha detto in conferenza stampa, ma si è limitato a parlare di debiti pregressi dicendo che non erano deficit. Questo è vero in senso stretto, perché i debiti contratti saranno serviti per gli investimenti, ma non è vero in termini politici perché ha consumato, per uso corrente, i fondi necessari per affrontare i futuri investimenti indispensabili per evitare che Roma diventi una città del terzo mondo. Né è stato detto che i primi tre titoli di spesa per il comune di Milano ammontano a meno della metà di quelli di Roma e che a Milano si fanno investimenti finanziati da fondi strutturali per importi che determinano un totale delle entrate più che doppie rispetto a Roma. E quindi non mi si dica che a Milano stanno messi male come a Roma. Allora perché, ci si chiederà, la situazione del Comune di Roma non impensieriva Veltroni, perché c’era la certezza che gli amici Prodi e Padoa Schioppa avrebbero fatto opportuni versamenti al Comune, secondo necessità, per evitarne il collasso, spesa minima rispetto all’aumento della spesa pubblica in poco più di due anni di quasi 100 miliardi di euro e del deficit nello stesso periodo di circa 70 miliardi. Prima di dire che il suo avversario ha lasciato un deficit di 30 miliardi avrebbe dovuto perlomeno guardare in casa propria.

25 giu, ’08, 10:01 p.

voragine.jpgOgni scelta politica è una scelta economica tranne quando si tratta di politici italiani, per i quali la politica è stabilire quale avversario politico deve andare in galera e quale no, se si deve permettere il matrimonio degli omosessuali, se le badanti si devono regolarizzare o meno, se ha ragione il CSM o il Presidente del Consiglio. Quando poi si verifica un problema di mala gestione gli economisti se la fanno sotto dalle risate per le cose che i politici sono in grado di dire o di far dire ai giornalisti.

E’ drammatico che un ex sindaco della Capitale ed ex candidato Premier abbia fatto una conferenza stampa o per erogare la sua incompetenza in economia politica o per nascondere gli errori di gestione della sua attività di sindaco contando sull’ignoranza in materia dei cittadini.

Il tracollo del Comune di Roma si vede:

– indirettamente dalla mancata pubblicazione dei bilanci del Comune, dalla situazione degli investimenti per favorire lo sviluppo delle attività e della vivibilità della città da parte dei cittadini

– direttamente dalla riduzione a zero della capacità di credito dell’Amministrazione in quanto sono state consumate tutte le risorse che permettono al Comune di contrarre mutui (le famose delegazioni di pagamento).

Infatti le opere pubbliche sono finanziate solo in parte dai fondi strutturali erogati dalla UE tramite la programmazione regionale, una parte degli investimenti deve essere finanziata dall’ente pubblico mediante fondi propri (che non ci sono quasi mai) o mutui.

Per poter contrarre mutui occorre che il 12% dei primi tre titoli di entrata del bilancio siano sufficienti a rimborsare quelli pregressi e quelli da acquisire. Dal 2007 il Comune di Roma non ha più queste disponibilità, pertanto non può fare appalti finanziati con mutui.

Nel contempo l’ex sindaco destinava al proprio gabinetto più di 50 milioni di euro per le spesette. Con quei soldi sarebbe stato possibile contrarre mutui e quindi fare investimenti molto consistenti, ma si è preferito fare spese correnti.

Questo WV non l’ha detto in conferenza stampa, ma si è limitato a parlare di debiti pregressi dicendo che non erano deficit. Questo è vero in senso stretto, perché i debiti contratti saranno serviti per gli investimenti, ma non è vero in termini politici perché ha consumato, per uso corrente, i fondi necessari per affrontare i futuri investimenti indispensabili per evitare che Roma diventi una città del terzo mondo.

Né è stato detto che i primi tre titoli di spesa per il comune di Milano ammontano a meno della metà di quelli di Roma e che a Milano si fanno investimenti finanziati da fondi strutturali per importi che determinano un totale delle entrate più che doppie rispetto a Roma. E quindi non mi si dica che a Milano stanno messi male come a Roma.

Allora perché, ci si chiederà, la situazione del Comune di Roma non impensieriva Veltroni, perché c’era la certezza che gli amici Prodi e Padoa Schioppa avrebbero fatto opportuni versamenti al Comune, secondo necessità, per evitarne il collasso, spesa minima rispetto all’aumento della spesa pubblica in poco più di due anni di quasi 100 miliardi di euro e del deficit nello stesso periodo di circa 70 miliardi. Prima di dire che il suo avversario ha lasciato un deficit di 30 miliardi avrebbe dovuto perlomeno guardare in casa propria.

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La scuola come mezzo per la conoscenza – una citazione wittgensteiniana.

FRANKRAMSEY

Ludwig Wittgenstein, ingegnere, docente universitario a Cambridge, ha scelto di fare per alcuni anni il maestro elementare in Austria al fine di studiare i meccanismi dell’apprendimento fin dall’infanzia. III 31. Parliamo di “acromatopsia”, e diciamo che è un difetto. Ma potrebbero facilmente esserci parecchi talenti diversi, nessuno dei quali è chiaramente inferiore all’altro. – E rifletti anche su questo: che un uomo può passare una vita senza che nessuno si accorga della sua acromatopsia, fin quando qualche circostanza particolare non la fa comparire. Ludwig Wittgenstein – Osservazione sui colori – Einaudi. Traduzione di Mario Trinchero. (N.B. l’acromatopsia congenita è di un raro difetto ereditario della vista, presente fin dalla nascita e non degenerativo, che si manifesta con cecità totale ai colori, estrema sensibilità alla luce e bassissima acuità visiva). L’importanza di avere bene a mente questo elemento basilare della conoscenza, l’atemporalità delle nostre regole interne, è fondamentale per proteggerci da influssi negativi di chi vuole costringerci a fare quello che non è coerente con il nostro intrinseco essere (fuori del tempo e dello spazio) dove si può sentire il soffio divino della creazione. Si deve escludere che noi abbiamo concetti giusti e gli altri abbiano concetti sbagliati (tra un errore di calcolo ed una diversa specie di calcolo ci sono gradazioni). Alcune proposizioni empiriche sono per un soggetto verità inattaccabili, se false farebbero cadere qualsiasi giudizio. La correlazione tra percezione ed osservazione è in sostanza il collegamento tra mondo esterno e mondo interiore che si esprime con l’elaborazione di un gioco linguistico dotato di significato. Nella percezione si fa riferimento ad un fatto sperimentale esterno nel descrivere un oggetto; nel caso dell’osservazione l’oggetto della nostra conoscenza è un’esperienza interna. Nell’uso normale della lingua questa distinzione potrebbe non essere evidente, ma occorre effettuare questa distinzione per rendere chiaro il concetto di esperienza esterna ed interna. Il soggetto cioè rappresenta il mondo esterno mediante la percezione ed il mondo interno mediante l’osservazione ovvero mediante la riflessione interiore su fatti elaborati. Il concetto della mente umana come soggetto di rappresentazione evidenzia il problema della manipolazione delle informazioni veicolate in modo quanto più vicino alla rappresentazione diretta (cinema televisione, radio). La descrizione è l’interazione tra mondo interno e le sue regole ed il mondo esterno a cui vengono trasmesse le relative informazioni. L’apprendimento è connesso con le doti intrinseche dell’individuo. La conoscenza del mondo esterno determina differenti rappresentazioni interne in funzione delle capacità di percezione. Il daltonico vede (e quindi rappresenta) diversamente e pertanto i suoi giochi linguistici sono diversi perché neppure può imparare nello stesso modo la parola daltonismo. Ma anche senza difetti di percezione del mondo esterno se ne possono avere differenti interpretazioni. Ad esemplificazione riportiamo l’esempio dell’autore di Wittgenstein: (78.I) Sia per noi l’arancione un giallo che dà sul rosso. Per altri perfettamente normali il colore arancione potrebbe essere inteso come una transizione dal giallo al rosso. In tal caso potrebbero realizzarsi giochi linguistici per noi incomprensibili basati per esempio sul verde che dà sul rosso. In ogni caso differenti abilità derivano da differenti doti e non è possibile in generale identificare differenti doti come difetti. (Ludwig Wittgenstein – Osservazione sui colori – Einaudi. Traduzione di Mario Trinchero) Il fatto che il mondo esterno sia inconoscibile in modo esatto (di esso abbiamo dei modelli mentali più o meno aderenti alla realtà) e che le relazioni interne sono oggettive per i soggetti che le accettano come regole, elimina nella sostanza la possibilità di fissare delle regole assolute, uguali per tutti, imposte dall’esterno come necessarie perché senza alternative in quanto logiche, sperimentali o di altra origine. Pertanto tutto ciò che tende a costringere gli uomini a riconoscere un assoluto empirico è da considerare una violenza. Esiste persino la possibilità di disconoscere la regola 2 + 2 = 4 se un soggetto non ne riscontra la necessità (osserviamo, per quanto ovvio, che basta ammettere la divisione per zero per alterare il risultato). Non possiamo infine non sottolineare la portata del significato delle differenti abilità. È significativo come quello che è visto come un difetto possa divenire una capacità particolare (l’esempio delle abilità dei daltonici). Questo determina, ad esempio, una visione sociale completamente differente da quella che comunemente abbiamo nei confronti dell’handicap. Il disabile è solo una persona con doti diverse che può fare dei giochi linguistici differenti dai nostri. Se noi non li comprendiamo ciò dipende dalla nostra mancanza di alcuni requisiti. A maggior ragione non possono essere ragioni di censo a stabilire chi deve studiare e quali scuole può frequentare. La scuola dovrebbe essere il mezzo per trasmettere non solo la conoscenza, ma soprattutto le abilità necessarie per raggiungere i diversi livelli della conoscenza in relazione alle capacità ed all’interesse delle persone alle varie esperienze cognitive. Pertanto l’apparente assurdità della frase “Tutto quello che non so, l’ho imparato a scuola”non significa che la scuola non insegna nulla, ma ha il senso molto più profondo, che la scuola è il luogo dove vengono messi a disposizione i mezzi per pervenire alla conoscenza. E come premesso quest’ultima non potrà essere mai assoluta e completa, ma sempre soggetta a nuove scoperte (o invenzioni). E’ proprio questa ricerca continua di conoscenza a rendere la vita degna di essere vissuta.

12 giu, ’08, 8:27 p.

Ludwig Wittgenstein, ingegnere, docente universitario a Cambridge, ha scelto di fare per alcuni anni il maestro elementare in Austria al fine di studiare i meccanismi dell’apprendimento fin dall’infanzia.

III 31. Parliamo di “acromatopsia”, e diciamo che è un difetto. Ma potrebbero facilmente esserci parecchi talenti diversi, nessuno dei quali è chiaramente inferiore all’altro. – E rifletti anche su questo: che un uomo può passare una vita senza che nessuno si accorga della sua acromatopsia, fin quando qualche circostanza particolare non la fa comparire. Ludwig Wittgenstein – Osservazione sui colori – Einaudi. Traduzione di Mario Trinchero.

(N.B. l’acromatopsia congenita è di un raro difetto ereditario della vista, presente fin dalla nascita e non degenerativo, che si manifesta con cecità totale ai colori, estrema sensibilità alla luce e bassissima acuità visiva).

L’importanza di avere bene a mente questo elemento basilare della conoscenza, l’atemporalità delle nostre regole interne, è fondamentale per proteggerci da influssi negativi di chi vuole costringerci a fare quello che non è coerente con il nostro intrinseco essere (fuori del tempo e dello spazio) dove si può sentire il soffio divino della creazione.

Si deve escludere che noi abbiamo concetti giusti e gli altri abbiano concetti sbagliati (tra un errore di calcolo ed una diversa specie di calcolo ci sono gradazioni).

Alcune proposizioni empiriche sono per un soggetto verità inattaccabili, se false farebbero cadere qualsiasi giudizio.

La correlazione tra percezione ed osservazione è in sostanza il collegamento tra mondo esterno e mondo interiore che si esprime con l’elaborazione di un gioco linguistico dotato di significato.

Nella percezione si fa riferimento ad un fatto sperimentale esterno nel descrivere un oggetto; nel caso dell’osservazione l’oggetto della nostra conoscenza è un’esperienza interna.

Nell’uso normale della lingua questa distinzione potrebbe non essere evidente, ma occorre effettuare questa distinzione per rendere chiaro il concetto di esperienza esterna ed interna.

Il soggetto cioè rappresenta il mondo esterno mediante la percezione ed il mondo interno mediante l’osservazione ovvero mediante la riflessione interiore su fatti elaborati.

Il concetto della mente umana come soggetto di rappresentazione evidenzia il problema della manipolazione delle informazioni veicolate in modo quanto più vicino alla rappresentazione diretta (cinema televisione, radio).

La descrizione è l’interazione tra mondo interno e le sue regole ed il mondo esterno a cui vengono trasmesse le relative informazioni.

L’apprendimento è connesso con le doti intrinseche dell’individuo.

La conoscenza del mondo esterno determina differenti rappresentazioni interne in funzione delle capacità di percezione. Il daltonico vede (e quindi rappresenta) diversamente e pertanto i suoi giochi linguistici sono diversi perché neppure può imparare nello stesso modo la parola daltonismo.

Ma anche senza difetti di percezione del mondo esterno se ne possono avere differenti interpretazioni. Ad esemplificazione riportiamo l’esempio dell’autore di Wittgenstein:

(78.I) Sia per noi l’arancione un giallo che dà sul rosso. Per altri perfettamente normali il colore arancione potrebbe essere inteso come una transizione dal giallo al rosso. In tal caso potrebbero realizzarsi giochi linguistici per noi incomprensibili basati per esempio sul verde che dà sul rosso. In ogni caso differenti abilità derivano da differenti doti e non è possibile in generale identificare differenti doti come difetti. (Ludwig Wittgenstein – Osservazione sui colori – Einaudi. Traduzione di Mario Trinchero)

Il fatto che il mondo esterno sia inconoscibile in modo esatto (di esso abbiamo dei modelli mentali più o meno aderenti alla realtà) e che le relazioni interne sono oggettive per i soggetti che le accettano come regole, elimina nella sostanza la possibilità di fissare delle regole assolute, uguali per tutti, imposte dall’esterno come necessarie perché senza alternative in quanto logiche, sperimentali o di altra origine.

Pertanto tutto ciò che tende a costringere gli uomini a riconoscere un assoluto empirico è da considerare una violenza.

Esiste persino la possibilità di disconoscere la regola 2 + 2 = 4 se un soggetto non ne riscontra la necessità (osserviamo, per quanto ovvio, che basta ammettere la divisione per zero per alterare il risultato).

Non possiamo infine non sottolineare la portata del significato delle differenti abilità.

È significativo come quello che è visto come un difetto possa divenire una capacità particolare (l’esempio delle abilità dei daltonici). Questo determina, ad esempio, una visione sociale completamente differente da quella che comunemente abbiamo nei confronti dell’handicap.

Il disabile è solo una persona con doti diverse che può fare dei giochi linguistici differenti dai nostri. Se noi non li comprendiamo ciò dipende dalla nostra mancanza di alcuni requisiti.

A maggior ragione non possono essere ragioni di censo a stabilire chi deve studiare e quali scuole può frequentare. La scuola dovrebbe essere il mezzo per trasmettere non solo la conoscenza, ma soprattutto le abilità necessarie per raggiungere i diversi livelli della conoscenza in relazione alle capacità ed all’interesse delle persone alle varie esperienze cognitive.

Pertanto l’apparente assurdità della frase “Tutto quello che non so, l’ho imparato a scuola”non significa che la scuola non insegna nulla, ma ha il senso molto più profondo, che la scuola è il luogo dove vengono messi a disposizione i mezzi per pervenire alla conoscenza. E come premesso quest’ultima non potrà essere mai assoluta e completa, ma sempre soggetta a nuove scoperte (o invenzioni). E’ proprio questa ricerca continua di conoscenza a rendere la vita degna di essere vissuta.

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L'invecchiamento della popolazione mondiale. Ovvero a chi giova l'errore di valutazione di Malthus.

FRANKRAMSEY

Mentre i guru della disinformazione continuano a riportare le obsolete opinioni di Malthus sui pericoli dell’aumento della popolazione mondiale e l’imbroglio viene sostenuto anche da un finto ecologista mancato presidente USA, l’ONU ha pubblicato un insieme di proiezioni per il futuro dell’incremento della popolazione mondiale che dovrebbe essere un campanello d’allarme per quanti hanno a cuore il futuro dell’uomo sulla terra. I dati pubblicati tengono conto di tre possibili evoluzioni basate sui dati storici di incremento della popolazione in quanto valutano tre diverse possibilità di incremento della natalità. La prima (low variant) è quella di minimo potenziale incremento, la seconda (medium variant) di medio incremento e la terza (high variant) il massimo che ci si può attendere sulla base dei dati storici e le proiezioni conseguenti ad un massimo incremento della natalità. Ricordiamo che è ormai prassi scientifica consolidata la valutazione della crescita di una popolazione mediante l’uso delle curve di Volterra (o curve logistiche). Pertanto ho semplicemente interpolato i dati, verificato che l’errore fosse entro i limiti del 5% ed ho ottenuto tre possibili curve di sviluppo della popolazione mondiale. La logistica ha un andamento ad S con un flesso che si trova esattamente a metà del valore asintotico, ovvero del valore che si raggiunge teoricamente in un tempo infinito. I dati sono certamente preoccupanti, infatti nel primo caso (low variant) abbiamo superato il punto di flesso nel 1975 e quindi la popolazione cresce ancora vigorosamente, ma meno degli anni precedenti e si avvia ad una stabilizzazione con un massimo di 9 miliardi circa di individui. Quindi si passerà dai circa 6,5 miliardi del 2005 ad un massimo di 9 miliardi. Poi è molto probabile il declino della popolazione con una seconda curva logistica speculare che, in assenza di azioni positive, porterà all’estinzione in un periodo più o meno lungo. Nel caso della media variant si è raggiunto il punto di flesso nel 1995 e il massimo della popolazione si attesterà su 11,5 miliardi di unità. E quindi, rispetto ai dati low variant, con un ritardo di pochi secoli si assisterà all’estinzione della specie umana in assenza di iniziative di contrasto. Nel caso più favorevole dell’High variant il punto di flesso è previsto a breve (nel 2025) e il massimo della popolazione è valutato in circa 17 miliardi di unità. L’estinzione sarebbe ritardata di poche migliaia di anni in assenza di iniziative di contrasto. Le popolazioni massime previste non sono tali da preoccupare per quanto riguarda le possibilità di essere sfamate, anzi con le tecnologie attuali e future è previsto un buon tenore medio di vita. Nel senso che visto che ci sono e ci saranno sempre disparità nella distribuzione delle ricchezze è probabile che ci saranno sempre i super ricchi e quelli che muoiono di fame come avviene adesso. Ma certamente non è la carenza di cibo che determina la fame nel mondo. Infatti le produzioni di cibo sono cresciute notevolmente rispetto alle aspettative di Malthus e non ci sono ostacoli ad un ulteriore incremento per dar da mangiare anche a 17 miliardi di persone. Questi dati confermano l’errore di Malthus se non bastasse la lettura delle ipotesi a base della sua teoria. Quindi chi propugna questa concezione lo fa con secondi fini e quindi contro l’interesse generale e spesso è mosso da ambigue motivazioni di predominio basato sulla razza, sulla religione, sull’appartenenza a gruppi o consorterie di potere. Il problema è nel fatto che se la popolazione cessa di crescere è perché invecchia e quindi perde la spinta all’innovazione e allo sviluppo che sono propri dei giovani che preferiscono tentare sempre nuove strade, mentre gli anziani (in genere) si sentono rassicurati nel seguire sempre le stesse regole, percorrere le stesse strade, fare sempre le stesse cose. Quindi non solo con l’invecchiamento si pongono i problemi di assistere un sempre crescente numero di persone inabili, ma soprattutto si perviene alla chiusura all’innovazione e quindi allo sviluppo. Questo è il vero problema demografico, non l’eccesso di popolazione come vanno favoleggiando persone interessate a mantenere il potere evocando paure di eventi impossibili o che sono scarsamente probabili. Un esempio per tutti è la stupidaggine pubblicata sui mezzi di informazione di innalzamenti del mare di alcuni metri nel caso di scioglimento delle calotte polari, oppure il terrorismo sul riscaldamento ambientale di cui si sa solo che, ammesso che esista, non è possibile stabilire se è conseguenza di azioni umane o di fenomeni naturali. Una nota infine sulla demografia dell’Italia. L’ISTAT ha pubblicato la previsione dell’incremento della popolazione per i prossimi anni. I dati sono peggiori di quelli della situazione mondiale. Infatti intorno al 2016 la popolazione inizierà a diminuire e quindi è annunciato il declino del nostro Paese se nulla verrà fatto per arrestarlo. Le cause di ciò? A ben guardare la crisi della crescita è iniziata proprio parallelamente all’approvazione della legge sull’aborto. E’ solo un caso?

9 giu, ’08, 10:00 p.

Mentre i guru della disinformazione continuano a riportare le obsolete opinioni di Malthus sui pericoli dell’aumento della popolazione mondiale e l’imbroglio viene sostenuto anche da un finto ecologista mancato presidente USA, l’ONU ha pubblicato un insieme di proiezioni per il futuro dell’incremento della popolazione mondiale che dovrebbe essere un campanello d’allarme per quanti hanno a cuore il futuro dell’uomo sulla terra.

I dati pubblicati tengono conto di tre possibili evoluzioni basate sui dati storici di incremento della popolazione in quanto valutano tre diverse possibilità di incremento della natalità.

La prima (low variant) è quella di minimo potenziale incremento, la seconda (medium variant) di medio incremento e la terza (high variant) il massimo che ci si può attendere sulla base dei dati storici e le proiezioni conseguenti ad un massimo incremento della natalità.

Ricordiamo che è ormai prassi scientifica consolidata la valutazione della crescita di una popolazione mediante l’uso delle curve di Volterra (o curve logistiche). Pertanto ho semplicemente interpolato i dati, verificato che l’errore fosse entro i limiti del 5% ed ho ottenuto tre possibili curve di sviluppo della popolazione mondiale.

La logistica ha un andamento ad S con un flesso che si trova esattamente a metà del valore asintotico, ovvero del valore che si raggiunge teoricamente in un tempo infinito.

I dati sono certamente preoccupanti, infatti nel primo caso (low variant) abbiamo superato il punto di flesso nel 1975 e quindi la popolazione cresce ancora vigorosamente, ma meno degli anni precedenti e si avvia ad una stabilizzazione con un massimo di 9 miliardi circa di individui. Quindi si passerà dai circa 6,5 miliardi del 2005 ad un massimo di 9 miliardi. Poi è molto probabile il declino della popolazione con una seconda curva logistica speculare che, in assenza di azioni positive, porterà all’estinzione in un periodo più o meno lungo.

Nel caso della media variant si è raggiunto il punto di flesso nel 1995 e il massimo della popolazione si attesterà su 11,5 miliardi di unità. E quindi, rispetto ai dati low variant, con un ritardo di pochi secoli si assisterà all’estinzione della specie umana in assenza di iniziative di contrasto.

Nel caso più favorevole dell’High variant il punto di flesso è previsto a breve (nel 2025) e il massimo della popolazione è valutato in circa 17 miliardi di unità. L’estinzione sarebbe ritardata di poche migliaia di anni in assenza di iniziative di contrasto.

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Le popolazioni massime previste non sono tali da preoccupare per quanto riguarda le possibilità di essere sfamate, anzi con le tecnologie attuali e future è previsto un buon tenore medio di vita. Nel senso che visto che ci sono e ci saranno sempre disparità nella distribuzione delle ricchezze è probabile che ci saranno sempre i super ricchi e quelli che muoiono di fame come avviene adesso. Ma certamente non è la carenza di cibo che determina la fame nel mondo. Infatti le produzioni di cibo sono cresciute notevolmente rispetto alle aspettative di Malthus e non ci sono ostacoli ad un ulteriore incremento per dar da mangiare anche a 17 miliardi di persone.

Questi dati confermano l’errore di Malthus se non bastasse la lettura delle ipotesi a base della sua teoria. Quindi chi propugna questa concezione lo fa con secondi fini e quindi contro l’interesse generale e spesso è mosso da ambigue motivazioni di predominio basato sulla razza, sulla religione, sull’appartenenza a gruppi o consorterie di potere.

Il problema è nel fatto che se la popolazione cessa di crescere è perché invecchia e quindi perde la spinta all’innovazione e allo sviluppo che sono propri dei giovani che preferiscono tentare sempre nuove strade, mentre gli anziani (in genere) si sentono rassicurati nel seguire sempre le stesse regole, percorrere le stesse strade, fare sempre le stesse cose. Quindi non solo con l’invecchiamento si pongono i problemi di assistere un sempre crescente numero di persone inabili, ma soprattutto si perviene alla chiusura all’innovazione e quindi allo sviluppo.

Questo è il vero problema demografico, non l’eccesso di popolazione come vanno favoleggiando persone interessate a mantenere il potere evocando paure di eventi impossibili o che sono scarsamente probabili. Un esempio per tutti è la stupidaggine pubblicata sui mezzi di informazione di innalzamenti del mare di alcuni metri nel caso di scioglimento delle calotte polari, oppure il terrorismo sul riscaldamento ambientale di cui si sa solo che, ammesso che esista, non è possibile stabilire se è conseguenza di azioni umane o di fenomeni naturali.

Una nota infine sulla demografia dell’Italia.

L’ISTAT ha pubblicato la previsione dell’incremento della popolazione per i prossimi anni.

I dati sono peggiori di quelli della situazione mondiale. Infatti intorno al 2016 la popolazione inizierà a diminuire e quindi è annunciato il declino del nostro Paese se nulla verrà fatto per arrestarlo.

Le cause di ciò? A ben guardare la crisi della crescita è iniziata proprio parallelamente all’approvazione della legge sull’aborto. E’ solo un caso?

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Il veleno di Maastricht – Come siamo diventati tutti sudditi perché indebitati

FRANKRAMSEY

Prima di entrare nel merito una striscia storica dall’isola del Capitano di R.Dirks che sembra esporre come dalle risorse di tutti si possa armare una truffa. L’iniziativa dell’on.le Tremonti per evitare il fallimento delle famiglie a fronte di prestiti che non possono onorare è analoga ad altre iniziative prese in altri Stati per rimediare ad un problema a cui non si può porre rimedio in modo definitivo e con iniziative politiche. La politica economica globalizzata, che sfugge al controllo dei governi, ha operato in tutti i paesi industrializzati secondo queste direttive: 1)    Disincentivazione del sistema produttivo nei paesi sviluppati con eccezione dell’alta tecnologia con scopi principalmente militari 2)    Incentivazione della produzione nei paesi poveri o in via di sviluppo per utilizzare manodopera a basso costo; utilizzo nei paesi sviluppati di manodopera di poveri e immigrati al costo più basso del mercato 3)    Sostegno alle famiglie dei paesi sviluppati mediante capitale di prestito (diretto come prestiti personali e mutui o indiretto mediante l’indebitamento dello Stato) per far mantenere una parvenza di tenore di vita di paese sviluppato. Riduzione della libertà delle famiglie in quanto soggette a rimborso di prestiti più o meno pesanti 4)    Leggi favorevoli al sistema bancario e finanziario in modo da favorire la creazione di moneta diversa da quella creata dagli Stati e dalle banche centrali. Un elemento fondamentale è stata la riduzione al 2% della riserva obbligatoria 5)    Progressivo indebitamento degli Stati per ridurre la capacità di governo da parte dei cittadini e condizionamento delle politiche economiche a favore del sistema finanziario. Questi principi sono tutti inclusi nel trattato di Maastricht, se lo si legge bene. Per dimostrare come stiamo andando verso un sistema dominato dalla finanza globalizzata e quindi in cui tutto può accadere in quanto non c’è una direzione politica dell’economia, ma solo una direzione casuale del mercato finanziario occorre fare alcune premesse. La prima è che la moneta non è solo quella metallica o quella cartacea stampata dalla zecca, ma è moneta anche quella generata dal sistema bancario e finanziario. Se non si conosce il mezzo di moltiplicazione della moneta fatta dalle banche si sarebbe portati a credere che la generazione di moneta si dovrebbe limitare alla differenza tra interessi attivi e interessi passivi al netto delle tasse su questo reddito. Non è così perché il sistema bancario può, a fronte di un deposito in denaro di un correntista, fare prestiti in misura molto maggiore. Se la riserva obbligatoria, ovvero la cifra minima imposta dalla legge per consentire la liquidità bancaria, è del 2% la banca metterà sotto forma liquida il 2% del deposito e potrà fare con questo un prestito a terzi per un importo massimo pari al 98% del deposito. Questo prestito verrà depositato in un’altra banca per fare una transazione (acquisto di un immobile, acquisto di titoli, pagamento di fatture, ecc.) e comporterà un deposito su un altro conto corrente. Questo deposito, con il vincolo della riserva del 2% potrà essere utilizzato per fare un altro prestito pari al 96,04% del primo deposito della prima banca. Se si fanno i conti il limite è costituito da prestiti pari al massimo a 5000 volte il capitale inizialmente depositato. Quindi la creazione di moneta possibile è pari a tutti gli interessi dedotte le tasse più tutti i prestiti fino a 5000 volte la quota in denaro depositata in banca. Il trattato di Maastricht inoltre proibisce di stampare moneta per far fronte ai deficit di bilancio e impone che questo ripianamento sia fatto con emissione di titoli di debito. Quindi gli Stati, che per motivi di opportunità e di complessità del sistema moderno di Stato, non sono in grado di fare un pareggio di bilancio devono indebitarsi e quindi perdere, a favore del sistema finanziario globalizzato, una parte più o meno grande della propria autonomia politica. Quindi un ministro delle finanze, di qualsiasi parte politica o paese sovrano,deve chiedere (per piacere) alle banche di non far fallire i cittadini. E queste sono ben liete di accontentarlo perché: 1)    Evitano una montagna di insoluti e di cause per recupero crediti 2)    Fanno restare debitori per un periodo ancora più lungo i propri clienti incrementando il tempo per cui i cittadini sono soggetti ai loro voleri Per altro se il ministro delle finanze facesse qualcos’altro per evitare questa sudditanza verrebbe spazzato via da chi ha mezzi economici e quindi influenza politica che nessun governo al mondo oggi possiede. Il sistema finanziario globalizzato è così sicuro di sé che ha iniziato a fare anche impressionanti operazioni finanziarie di speculazione che portano necessariamente a gravi crisi economiche. Una di queste, e non è la maggiore speculazione, è stata quella dei mutui “subprime”, ma è solo l’ultima in ordine di tempo di cui siamo venuti a conoscenza e finalizzata all’acquisizione di nuovi sudditi mediante la concessione illimitata di credito senza controllo. Adesso, con Maastricht, ha anche il controllo dei governi. Addirittura la BCE opera in parallelo con il sistema finanziario globalizzato venendo meno allo scopo centrale per cui era stata costituita, cioè per il controllo dell’inflazione. La politica monetaria della BCE infatti negli ultimi tempi, con la scusa di evitare i danni di un dollaro troppo debole, ha forzato un incremento di inflazione importata giocando sulle monete. Non esistono strumenti e mezzi di controllo sulla BCE, quindi nessun governo della UE può intervenire per mettere sotto processo la politica della banca centrale, nessun magistrato può indagarla e quindi gli stati nazionali europei, grazie al trattato di Maastricht, non hanno più politica propria, ma solo la politica dei burocrati della BCE che in questo momento stanno puntando a ridurre il livello di vita degli europei e a consegnarli come sudditi al sistema finanziario globalizzato. Occorre qui spiegarsi con dei grafici, infatti le formule non hanno lo stesso impatto di un diagramma per capire come stanno le cose. Premettiamo che il valore della moneta è dato dal valore delle transazioni che vengono eseguite. Se le transazioni sono di importo più alto della moneta che viene generata questa si apprezza, se sono di importo più basso la moneta si deprezza e quindi c’è inflazione. Poiché esiste un limite elevatissimo alla produzione di moneta da parte del sistema finanziario si è assistito ad un utilizzo smodato del capitale di prestito al di fuori di qualsiasi regola bancaria e per importi ingentissimi. Ricordiamo che gli utilizzi finanziari sono a somma zero e quindi prevedono qualcuno che ci guadagna e qualcuno che perde. Perdono naturalmente i depositanti perché il tasso di inflazione è superiore alla remunerazione del capitale, perdono quelli che acquisiscono i finanziamenti in quanto accettano prezzi, grazie al credito facile, non coerenti con i valori di mercato dei beni acquistati, ma legati alla speculazione finanziaria. Ad esempio la politica dei suoli ha impedito la costruzione di nuovi alloggi e quindi il prezzo di quelli esistenti è cresciuto oltre il costo di costruzione a nuovo. Questo non sarebbe successo se il credito non avesse favorito la speculazione. La difficoltà a pagare i mutui da parte dei mutuatari è anche responsabilità delle banche che non hanno istruito adeguatamente le pratiche di finanziamento. Ma questo non comporta un danno per le banche. Ricordiamo qui in breve come viene classificata la massa monetaria. La massa monetaria M0, o base monetaria, è la moneta creata dalla banca centrale: banconote in circolazione e averi in conto giro delle banche presso la Banca centrale. Sulla massa monetaria M0, la Banca centrale esercita un’influenza diretta. La massa monetaria M0 era al 31/12/2007 pari a circa il 7,2% della massa monetaria complessiva M3. La massa monetaria M1 comprende gli averi che si possono impiegare in qualsiasi momento per effettuare pagamenti: contanti in circolazione e depositi a vista presso le banche e la posta. M1 era al 31/12/2007 pari al 43,9% della massa M3 La massa monetaria M2 è composta da M1 più i depositi di risparmio; entro un certo limite di prelievo, gli averi di risparmiofacilmente e rapidamente convertibili in contanti. La massa M2 era al 31/12/2007 pari all’84,6% della massa M3. La massa monetaria M3 include la massa monetaria M2, l’M1 e l’M0 e gli strumenti negoziabili. Come già detto, a differenza della base monetaria, le masse monetarie M1, M2 e M3 sono composte per la maggior parte da moneta creata dalle banche. Nel nostro caso la massa monetaria prodotta dalle banche è ancora lontana dal 5000:1, ma è comunque sostanziosa in quanto è pari al 100-7,2= 92,8% della massa monetaria complessiva. se le banche possono incrementare a piacimento la massa monetaria l’effetto inflattivo dipende solo dalla capacità delle banche di fare buone operazioni; infatti solo così si ha un ritorno dell’investimento. Naturalmente le banche non controllano la quantità di moneta che creano, fanno le operazioni che considerano vantaggiose o per le quali è richiesto il loro intervento. Ad esempio la costruzione di pacchetti di titoli o derivati contenenti azioni, obbligazioni, crediti non ben identificabili immesse sul mercato permette di acquisire base monetaria per fare altri prestiti. Se si verifica un’insolvenza questa si sposta sull’acquirente del titolo che spesso non è una banca, ma un fondo di investimento, un fondo pensioni, un privato investitore. Quindi oltre a disporre liberamente della possibilità di fare massa monetaria le banche possono cancellare le insolvenze mediante emissione di titoli di credito basati sulle loro errate valutazioni di ritorno dell’investimento. In effetti il sistema finanziario nulla produce e quindi la somma dei profitti e delle perdite che realizza è per definizione pari a zero. Il sistema finanziario lucra sugli interessi del capitale che presta che solo in minima parte è suo o dei depositanti. Pertanto eliminate le perdite mettendole a carico dei risparmiatori o di banche più incompetenti, possono fare ulteriore moneta con i capitali di quelli che acquistano da loro i pacchetti di titoli e derivati “ripieni di mistero”. L’effetto in definitiva è quello di aumentare ancora la massa monetaria non M0 a scapito dei cittadini. Siccome il trattato di Maastricht ha reso gli Stati nazionali grandi debitori del sistema finanziario internazionale nessuno può impedire queste operazioni.   Come si può vedere dal grafico la creazione di moneta nel 2007 in Italia complessivamente è stata notevole: un incremento dell’11,5% contro un incremento del PIL del 4% circa. Responsabile di questo aumento è il sistema finanziario e in modo ininfluente la banca di emissione. La differenza è andata in inflazione creata da speculazioni finanziarie. Se andiamo a vedere l’effetto che si sarebbe avuto dalla creazione di moneta causato dal deficit di bilancio al 31/12/2007 si ottiene un incremento di moneta dell’ordine del 2% che sarebbe stata insufficiente a mantenere costante il valore della moneta, anzi, da sola, l’avrebbe fatta apprezzare: Quindi la capacità di controllo della creazione della moneta non è nella BCE, ma nel mercato. L’effetto del deficit di bilancio sull’inflazione è evidentemente modestissimo. Quindi il controllo economico (e quindi politico) dell’Europa è nell’andamento casuale del sistema bancario globalizzato. A riprova del fatto che non c’è più nessuna possibiltà di controllo politico da parte dei governi è l’ostilità preconcetta contro il governo attuale da parte del sistema finanziario che preferiva di gran lunga i suoi servitori Prodi e Padoa Schioppa che ci hanno consegnato legati di mani e piedi a questo sistema incontrollabile. Nuilla importa che, nel bene e nel male sia stato eletto dagli italiani. Quindi non ci illudiamo che i governi nazionali possano fare qualcosa nell’interesse dei propri elettori perché ormai possono decidere poco meno di un Comune indebitato sull’orlo del commissariamento. In Italia, grazie alla politica di Andreatta, il deficit pubblico è stato finanziato da più di 20 anni con capitale di debito (da restituire) e quindi, come al solito, pagato due volte dai cittadini: la prima per l’inflazione conseguente al deficit e la seconda per gli interessi da pagare al sistema finanziario che ha concesso il credito. Visto che piuttosto che aumentare la riserva obbligatoria al 20% la BCE preferisce distruggere l’economia europea siamo costretti a sperare nel collasso del sistema creditizio internazionale con conseguente ritorno alla moneta prodotta dallo Stato per pagare le spese e finanziare le opere pubbliche, senza creazione di debito domestico o internazionale.

28 mag, ’08, 10:29 p.

Prima di entrare nel merito una striscia storica dall’isola del Capitano di R.Dirks che sembra esporre come dalle risorse di tutti si possa armare una truffa.

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L’iniziativa dell’on.le Tremonti per evitare il fallimento delle famiglie a fronte di prestiti che non possono onorare è analoga ad altre iniziative prese in altri Stati per rimediare ad un problema a cui non si può porre rimedio in modo definitivo e con iniziative politiche.

La politica economica globalizzata, che sfugge al controllo dei governi, ha operato in tutti i paesi industrializzati secondo queste direttive:

1)    Disincentivazione del sistema produttivo nei paesi sviluppati con eccezione dell’alta tecnologia con scopi principalmente militari

2)    Incentivazione della produzione nei paesi poveri o in via di sviluppo per utilizzare manodopera a basso costo; utilizzo nei paesi sviluppati di manodopera di poveri e immigrati al costo più basso del mercato

3)    Sostegno alle famiglie dei paesi sviluppati mediante capitale di prestito (diretto come prestiti personali e mutui o indiretto mediante l’indebitamento dello Stato) per far mantenere una parvenza di tenore di vita di paese sviluppato. Riduzione della libertà delle famiglie in quanto soggette a rimborso di prestiti più o meno pesanti

4)    Leggi favorevoli al sistema bancario e finanziario in modo da favorire la creazione di moneta diversa da quella creata dagli Stati e dalle banche centrali. Un elemento fondamentale è stata la riduzione al 2% della riserva obbligatoria

5)    Progressivo indebitamento degli Stati per ridurre la capacità di governo da parte dei cittadini e condizionamento delle politiche economiche a favore del sistema finanziario.

Questi principi sono tutti inclusi nel trattato di Maastricht, se lo si legge bene.

Per dimostrare come stiamo andando verso un sistema dominato dalla finanza globalizzata e quindi in cui tutto può accadere in quanto non c’è una direzione politica dell’economia, ma solo una direzione casuale del mercato finanziario occorre fare alcune premesse.

La prima è che la moneta non è solo quella metallica o quella cartacea stampata dalla zecca, ma è moneta anche quella generata dal sistema bancario e finanziario.

Se non si conosce il mezzo di moltiplicazione della moneta fatta dalle banche si sarebbe portati a credere che la generazione di moneta si dovrebbe limitare alla differenza tra interessi attivi e interessi passivi al netto delle tasse su questo reddito.

Non è così perché il sistema bancario può, a fronte di un deposito in denaro di un correntista, fare prestiti in misura molto maggiore. Se la riserva obbligatoria, ovvero la cifra minima imposta dalla legge per consentire la liquidità bancaria, è del 2% la banca metterà sotto forma liquida il 2% del deposito e potrà fare con questo un prestito a terzi per un importo massimo pari al 98% del deposito.

Questo prestito verrà depositato in un’altra banca per fare una transazione (acquisto di un immobile, acquisto di titoli, pagamento di fatture, ecc.) e comporterà un deposito su un altro conto corrente. Questo deposito, con il vincolo della riserva del 2% potrà essere utilizzato per fare un altro prestito pari al 96,04% del primo deposito della prima banca.

Se si fanno i conti il limite è costituito da prestiti pari al massimo a 5000 volte il capitale inizialmente depositato.

Quindi la creazione di moneta possibile è pari a tutti gli interessi dedotte le tasse più tutti i prestiti fino a 5000 volte la quota in denaro depositata in banca.

Il trattato di Maastricht inoltre proibisce di stampare moneta per far fronte ai deficit di bilancio e impone che questo ripianamento sia fatto con emissione di titoli di debito. Quindi gli Stati, che per motivi di opportunità e di complessità del sistema moderno di Stato, non sono in grado di fare un pareggio di bilancio devono indebitarsi e quindi perdere, a favore del sistema finanziario globalizzato, una parte più o meno grande della propria autonomia politica.

Quindi un ministro delle finanze, di qualsiasi parte politica o paese sovrano,deve chiedere (per piacere) alle banche di non far fallire i cittadini. E queste sono ben liete di accontentarlo perché:

1)    Evitano una montagna di insoluti e di cause per recupero crediti

2)    Fanno restare debitori per un periodo ancora più lungo i propri clienti incrementando il tempo per cui i cittadini sono soggetti ai loro voleri

Per altro se il ministro delle finanze facesse qualcos’altro per evitare questa sudditanza verrebbe spazzato via da chi ha mezzi economici e quindi influenza politica che nessun governo al mondo oggi possiede.

Il sistema finanziario globalizzato è così sicuro di sé che ha iniziato a fare anche impressionanti operazioni finanziarie di speculazione che portano necessariamente a gravi crisi economiche.

Una di queste, e non è la maggiore speculazione, è stata quella dei mutui “subprime”, ma è solo l’ultima in ordine di tempo di cui siamo venuti a conoscenza e finalizzata all’acquisizione di nuovi sudditi mediante la concessione illimitata di credito senza controllo.

Adesso, con Maastricht, ha anche il controllo dei governi. Addirittura la BCE opera in parallelo con il sistema finanziario globalizzato venendo meno allo scopo centrale per cui era stata costituita, cioè per il controllo dell’inflazione. La politica monetaria della BCE infatti negli ultimi tempi, con la scusa di evitare i danni di un dollaro troppo debole, ha forzato un incremento di inflazione importata giocando sulle monete.

Non esistono strumenti e mezzi di controllo sulla BCE, quindi nessun governo della UE può intervenire per mettere sotto processo la politica della banca centrale, nessun magistrato può indagarla e quindi gli stati nazionali europei, grazie al trattato di Maastricht, non hanno più politica propria, ma solo la politica dei burocrati della BCE che in questo momento stanno puntando a ridurre il livello di vita degli europei e a consegnarli come sudditi al sistema finanziario globalizzato.

Occorre qui spiegarsi con dei grafici, infatti le formule non hanno lo stesso impatto di un diagramma per capire come stanno le cose.

Premettiamo che il valore della moneta è dato dal valore delle transazioni che vengono eseguite.

Se le transazioni sono di importo più alto della moneta che viene generata questa si apprezza, se sono di importo più basso la moneta si deprezza e quindi c’è inflazione.

Poiché esiste un limite elevatissimo alla produzione di moneta da parte del sistema finanziario si è assistito ad un utilizzo smodato del capitale di prestito al di fuori di qualsiasi regola bancaria e per importi ingentissimi.

Ricordiamo che gli utilizzi finanziari sono a somma zero e quindi prevedono qualcuno che ci guadagna e qualcuno che perde.

Perdono naturalmente i depositanti perché il tasso di inflazione è superiore alla remunerazione del capitale, perdono quelli che acquisiscono i finanziamenti in quanto accettano prezzi, grazie al credito facile, non coerenti con i valori di mercato dei beni acquistati, ma legati alla speculazione finanziaria. Ad esempio la politica dei suoli ha impedito la costruzione di nuovi alloggi e quindi il prezzo di quelli esistenti è cresciuto oltre il costo di costruzione a nuovo. Questo non sarebbe successo se il credito non avesse favorito la speculazione. La difficoltà a pagare i mutui da parte dei mutuatari è anche responsabilità delle banche che non hanno istruito adeguatamente le pratiche di finanziamento. Ma questo non comporta un danno per le banche.

Ricordiamo qui in breve come viene classificata la massa monetaria.

La massa monetaria M0, o base monetaria, è la moneta creata dalla banca centrale: banconote in circolazione e averi in conto giro delle banche presso la Banca centrale. Sulla massa monetaria M0, la Banca centrale esercita un’influenza diretta.

La massa monetaria M0 era al 31/12/2007 pari a circa il 7,2% della massa monetaria complessiva M3.

La massa monetaria M1 comprende gli averi che si possono impiegare in qualsiasi momento per effettuare pagamenti: contanti in circolazione e depositi a vista presso le banche e la posta. M1 era al 31/12/2007 pari al 43,9% della massa M3

La massa monetaria M2 è composta da M1 più i depositi di risparmio; entro un certo limite di prelievo, gli averi di risparmiofacilmente e rapidamente convertibili in contanti. La massa M2 era al 31/12/2007 pari all’84,6% della massa M3.

La massa monetaria M3 include la massa monetaria M2, l’M1 e l’M0 e gli strumenti negoziabili.

Come già detto, a differenza della base monetaria, le masse monetarie M1, M2 e M3 sono composte per la maggior parte da moneta creata dalle banche. Nel nostro caso la massa monetaria prodotta dalle banche è ancora lontana dal 5000:1, ma è comunque sostanziosa in quanto è pari al 100-7,2= 92,8% della massa monetaria complessiva.

se le banche possono incrementare a piacimento la massa monetaria l’effetto inflattivo dipende solo dalla capacità delle banche di fare buone operazioni; infatti solo così si ha un ritorno dell’investimento.

Naturalmente le banche non controllano la quantità di moneta che creano, fanno le operazioni che considerano vantaggiose o per le quali è richiesto il loro intervento.

Ad esempio la costruzione di pacchetti di titoli o derivati contenenti azioni, obbligazioni, crediti non ben identificabili immesse sul mercato permette di acquisire base monetaria per fare altri prestiti. Se si verifica un’insolvenza questa si sposta sull’acquirente del titolo che spesso non è una banca, ma un fondo di investimento, un fondo pensioni, un privato investitore.

Quindi oltre a disporre liberamente della possibilità di fare massa monetaria le banche possono cancellare le insolvenze mediante emissione di titoli di credito basati sulle loro errate valutazioni di ritorno dell’investimento. In effetti il sistema finanziario nulla produce e quindi la somma dei profitti e delle perdite che realizza è per definizione pari a zero. Il sistema finanziario lucra sugli interessi del capitale che presta che solo in minima parte è suo o dei depositanti. Pertanto eliminate le perdite mettendole a carico dei risparmiatori o di banche più incompetenti, possono fare ulteriore moneta con i capitali di quelli che acquistano da loro i pacchetti di titoli e derivati “ripieni di mistero”.

L’effetto in definitiva è quello di aumentare ancora la massa monetaria non M0 a scapito dei cittadini.

Siccome il trattato di Maastricht ha reso gli Stati nazionali grandi debitori del sistema finanziario internazionale nessuno può impedire queste operazioni.

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Come si può vedere dal grafico la creazione di moneta nel 2007 in Italia complessivamente è stata notevole: un incremento dell’11,5% contro un incremento del PIL del 4% circa. Responsabile di questo aumento è il sistema finanziario e in modo ininfluente la banca di emissione. La differenza è andata in inflazione creata da speculazioni finanziarie.

Se andiamo a vedere l’effetto che si sarebbe avuto dalla creazione di moneta causato dal deficit di bilancio al 31/12/2007 si ottiene un incremento di moneta dell’ordine del 2% che sarebbe stata insufficiente a mantenere costante il valore della moneta, anzi, da sola, l’avrebbe fatta apprezzare:

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Quindi la capacità di controllo della creazione della moneta non è nella BCE, ma nel mercato. L’effetto del deficit di bilancio sull’inflazione è evidentemente modestissimo.

Quindi il controllo economico (e quindi politico) dell’Europa è nell’andamento casuale del sistema bancario globalizzato.

A riprova del fatto che non c’è più nessuna possibiltà di controllo politico da parte dei governi è l’ostilità preconcetta contro il governo attuale da parte del sistema finanziario che preferiva di gran lunga i suoi servitori Prodi e Padoa Schioppa che ci hanno consegnato legati di mani e piedi a questo sistema incontrollabile. Nuilla importa che, nel bene e nel male sia stato eletto dagli italiani.

Quindi non ci illudiamo che i governi nazionali possano fare qualcosa nell’interesse dei propri elettori perché ormai possono decidere poco meno di un Comune indebitato sull’orlo del commissariamento.

In Italia, grazie alla politica di Andreatta, il deficit pubblico è stato finanziato da più di 20 anni con capitale di debito (da restituire) e quindi, come al solito, pagato due volte dai cittadini: la prima per l’inflazione conseguente al deficit e la seconda per gli interessi da pagare al sistema finanziario che ha concesso il credito.

Visto che piuttosto che aumentare la riserva obbligatoria al 20% la BCE preferisce distruggere l’economia europea siamo costretti a sperare nel collasso del sistema creditizio internazionale con conseguente ritorno alla moneta prodotta dallo Stato per pagare le spese e finanziare le opere pubbliche, senza creazione di debito domestico o internazionale.

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La vecchia ricetta della Marcegaglia è un colpo di grazia per la nostra economia.

FRANKRAMSEY

Una premessa chiarificatrice, prima: per capire leggete questa favola. La favola di Bianchina in finestra (raccontata dalla mamme toscane di inizio e metà novecento) Bianchina era una bella gatta così chiamata perché era tutta di un bellissimo pelo bianco. Così quando fu in età da marito Bianchina si mise in finestra ad aspettarne uno che fosse di suo gradimento. Passò di lì un cane che disse: –      O Bianchina icché tu fai costassù in finestra? E Bianchina rispose: –      Aspetto marito! –      O mi vorresti tu come marito? –      Si, ma prima fa’ sentire come canti. E il cane cominciò: –      Bau, bau E Bianchina disse: –      No, va’ via che ‘un mi piaci Passò di lì un leone che disse: –      O Bianchina icché tu fai costassù in finestra? E Bianchina rispose: –      Aspetto marito! –      O mi vorresti tu come marito? –      Si, ma prima fa’ sentire come canti. E il leone fece: –      Groarr E Bianchina disse: –      No, va’ via che ‘un mi piaci Passò di lì un topo che disse: –      O Bianchina icché tu fai costassù in finestra? E Bianchina rispose: –      Aspetto marito! –      O mi vorresti tu come marito? –      Si, ma prima fa’ sentire come canti. E il topo cominciò: –      Squitt, squitt E Bianchina fece: –      O sì, mi piace proprio come canti! Vieni su. Il topo infilò le scale lesto lesto e tutto contento, ma appena arrivato Bianchina se lo mangiò.   Quello che non è condivisibile perché falso. E’ riduttivo dare esclusivamente la colpa ai politici ed al sistema paese di una scarsa crescita. E’ vero che le scelte politiche sono state poco coraggiose nell’affrontare il problema di un debito pubblico generato da dei politici imbecilli. Infatti la politica di sostituire la stampa della moneta per coprire il deficit statale con il sistema di contrarre un debito ha fatto pagare alla nazione il deficit due volte: una per la spesa superiore all’entrata e quindi con l’inflazione diretta e poi con gli interessi sul debito che hanno rastrellato la liquidità del Paese a vantaggio non del sistema produttivo, ma del sistema finanziario. Tuttavia queste scelte non sono mai state contestate da Confindustria che anzi applaudiva i governi che hanno fatto queste operazioni contro gli interessi di tutto il sistema produttivo: lavoratori e capitale. Non è condivisibile perché sposta l’attenzione su false soluzioni e su obiettivi inconsistenti Secondo la Marcegaglia: Per raggiungere l’obiettivo della crescita e di una vera modernizzazione, c’è bisogno di un’azione basata su quattro pilastri: una società aperta e integrata nel sistema internazionale; uno Stato migliore; l’investimento in capitale umano; l’elaborazione di una strategia che contemperi le esigenze di crescita con i vincoli energetici e ambientali. Un tema su cui io credo la nostra cultura e i nostri schieramenti politici saranno costretti a confrontarsi nel prossimo futuro   Se si legge il dettaglio ci si domanda: Ma di che parla? Ma veramente ci crede? La relazione è tutta da buttare. Vediamo qualche valutazione: Una società aperta e integrata nel sistema internazionale: La concezione di società aperta e integrata nel sistema internazionale con precise regole antidumping è, nell’immaginario della Marcegaglia, una società dove si incrementa la flessibilità del lavoro, l’eliminazione dei sussidi agricoli, delle relazioni sindacali locali e non sostenute da un sindacato nazionale. Una società che vuole peggiorare il sistema pensionistico con la scusa che crea guerra tra generazioni. Infine occorrerebbe riprendere il cammino delle privatizzazioni. Questo discorso puzza di stantio e di raffazzonato. Si vuole infatti portare il sistema dei salari al livello più basso possibile mediante i flussi migratori e rendere il sistema lavoro né più né meno che una merce che si compra e si vende e quindi si butta quando non serve più. Non è difficile vedere la contraddizione con quanto dice la Marcegaglia sulle capacità delle imprese italiane. Un lavoratore demotivato, mal pagato (sia esso italiano o straniero) non coopera a sviluppare l’impresa, ma se ne sente come un corpo estraneo e intende, così come è nella mentalità della presidentessa della Confindustria, dare il meno possibile a questo sfruttamento del lavoro. In queste condizioni solo l’imprenditore ha interesse a far crescere tecnologicamente e nel mercato l’impresa e certo non può farcela senza la collaborazione dei suoi lavoratori. Si sostanzia così il concetto di Confindustria della superiorità del capitale sul lavoro che è la prima causa dell’arretramento del nostro sistema produttivo da quando si è reso il mercato del lavoro un mercato competitivo. L’eliminazione dei sussidi agricoli è un intervento che provocherà più danni che vantaggi. Oggi in Italia si coltiva ancora la terra, anche se economicamente non conviene, perché ci sono i contributi agricoli. E’ vero che la politica comunitaria in proposito è incomprensibile per chi opera nel settore ed ha portato a problemi gravi come la mucca pazza, la diossina nei polli, ed a truffe sugli aiuti agli agricoltori. Tuttavia se ancora abbiamo un’agricoltura in grado di sostenere la fertilità dei nostri suoli lo dobbiamo agli aiuti comunitari. Se non ci fossero stati avremmo assistito ad un inurbamento ancora più massiccio con incremento delle sacche di povertà, se non altro perché i contadini erano i meno scolarizzati della popolazione e quindi più esposti alla perdita del lavoro nelle ricorrenti crisi economiche del sistema capitalistico. Oggi molti figli di contadini sono laureati o diplomati e spesso non abbandonano la terra. Sulle pensioni occorre dire che gli industriali non possono dare giudizi: infatti la pensione è, di regola, una rendita differita di versamenti effettuati dai lavoratori con prelievo dai loro salari. Se lo Stato ha dissipato questi capitali e quindi chiede ai cittadini di reintegrarli con le tasse e perciò diminuisce la circolazione monetaria che può richiedere il sistema produttivo, il problema è tra Stato e cittadini, l’intervento di Confindustria è un classico pro domo sua in un campo che non gli compete ed ha solo lo scopo di consentire di depredare i cittadini di diritti economici acquisiti. E’ come se mettesse il naso sulle rendite assicurative per versamenti volontari di privati dicendo che si deve posticipare la data di godimento della rendita oltre i termini contrattuali. Sulle privatizzazioni abbiamo già dato: Le imprese privatizzate che non sono o sono poco soggette al mercato internazionale si sono trasformate in monopoli privati. E quindi capisco l’interesse per certi imprenditori che vogliono fare i miracolati. Spesso oltre al danno delle tariffe di fantasia di queste aziende se si vanno a fare i conti si può riscontrare che queste imprese, costruite con i soldi delle tasse nostre e dei nostri padri, le stiamo pagando una seconda volta perché sono state acquistate senza capitale di rischio, ma a credito dalle banche. Quindi le alte tariffe sono la conseguenza del rimborso di ingentissimi mutui forniti a questi impresari con la garanzia di alti ritorni dell’investimento. Le privatizzazioni di aziende che si muovevano sul mercato internazionale spesso sono state l’anticamera del fallimento, sempre perché gli imprenditori non mettevano capitale, ma debito, per acquistare società statali. Quindi alla fine anche qui con i soldi dei cittadini si erano create imprese che alla fine sono state chiuse con una perdita di competitività complessiva del sistema Italia. Uno Stato migliore Le indicazioni sono le solite: troppe regole, scarsa applicazione delle norme, tempi lunghi dei processi civili, mancanza di una scuola privata (finanziata), lo Stato inefficiente perché i responsabili sono di nomina politica e non per professionalità. Tutto vero, ma che c’entra con l’attività imprenditoriale? Fra l’altro alcuni imprenditori si sono giovati delle vicinanze politiche quando addirittura non sono divenuti essi stessi dei politici. L’impresa deve vivere nel tessuto sociale esistente e non può pretendere di modificarlo imponendo regole allo Stato, altrimenti non è più impresa, ma soggetto politico ed in questo caso secondo la logica liberale della stessa Marcegaglia, potendo modificare a suo piacere le regole del gioco, diviene soggetto di concorrenza sleale. Le imprese dovrebbero piuttosto cercare di ottenere che il governo proceda a fare quelle attività che, previste da regolamenti nazionali e/o comunitari, favoriscono l’accesso al credito, l’aiuto alla ricerca industriale, il controllo della concorrenza sleale e quanto serve per stare concorrenzialmente sul mercato. La dissipazione delle risorse messe a disposizione dal sistema produttivo allo Stato non può essere una contestazione generica. I dati del bilancio dello Stato e il dettaglio della spesa degli enti locali permette anche al privato cittadino di contestare le scelte degli amministratori pubblici. A maggior ragione la Confindustria dovrebbe fare le campagne di informazione sugli sprechi. Se non lo fa si vede che ha un suo interesse nel non farlo. Investimento in capitale umano La descrizione di cosa intende la Marcegaglia per capitale umano fa cadere la braccia. Il modello a cui si ispira è il seguente: lo Stato deve mettere a disposizione le strutture educative e di specializzazione dei potenziali lavoratori. Questi raggiungeranno, con il proprio impegno una eccellente professionalità. Ma la domanda è:Per farne cosa? Per prendere 1000 -1300 euro al mese dall’imprenditore che ne sfrutterà le capacità finché ne ha bisogno con un contratto flessibilissimo. I lavoratori ringraziano per la generosità. Il consiglio che si può dare a questi professionisti è di dare un contributo all’azienda pari al valore del salario. Tra l’altro non c’è più differenza tra specializzati e generici, prendono tutti quasi le stesse cifre di stipendio. Come queste aziende possano pensare di competere in un mercato globalizzato con queste idee è per me un mistero. Impegni delle imprese Generico, poco interessante e gratuito. Le imprese invece dovrebbero, per stare sul mercato, cercare, come si faceva una volta, di catturare i migliori collaboratori, creare al loro interno professionalità, fidelizzare i dipendenti e cercare sempre nuovi prodotti e nuovi processi stando attenti alle novità dovunque queste si affaccino. Purtroppo la nostra classe imprenditoriale si è adattata ad un sistema di finanziamenti agevolati, contributi in conto capitale (ora per fortuna sono stati cancellati), ad accordi con il sistema politico per cui hanno preso anche loro il vezzo di assumere dipendenti in funzione delle prossimità politiche. Si è adattata al sistema sindacale che è divenuto un pezzo importante dell’economia, anche se è un fatto improprio. Nessuno si è mai scagliato contro il fatto che un terzo della spesa pubblica è gestita da sindacalisti o ex sindacalisti. Questo naturalmente è stato un grosso ostacolo alla concorrenza, ma di questo nessuno ne parla. Relazioni industriali La relazione è la diretta conseguenza della modifica sostanziale dell’attività del sindacato che da rappresentante dei lavoratori si è trasformato in un ente economico protetto che cerca di mantenere i propri privilegi. Quindi la Confindustria dice che deve essere ridotta la contrattazione a quella interna di fabbrica. Con le premesse di voler flessibilizzare e quindi pagare poco si tende ad eliminare qualsiasi rappresentanza dei lavoratori. In sostanza si dice: il sindacato non c’è più, quindi lasciateci fare come ci pare senza i riti propiziatori di un ente che si chiama sindacato. Il mezzogiorno Secondo la Marcegaglia il problema del Mezzogiorno è principalmente legato ai problemi dell’illegalità. Sembra poi quasi che la mancanza del pedaggio sulla Salerno – Reggio Calabria sia la causa principale dell’arretratezza del meridione. Forse la Marcegaglia non è mai stata nel profondo sud e non ha visto certi tratti di quella che pomposamente è stata chiamata, fin dall’inizio, autostrada. Ma ridurre il meridione a questo è improponibile e sconcerta per la superficialità. I motivi del ritardo economico, che continua a crescere malgrado la maggiore scolarizzazione dei meridionali rispetto a molte aree del settentrione, dipendono da fattori complessi, ma tutti ben noti e documentati. E non sono certo quelli indicati. Infrastrutture, logistica e mobilità, Marcegaglia non può limitarsi a dire che occorre un intervento del governo e che le opere pubbliche hanno tempi di realizzazione troppo lunghi. Si vede che non conosce le procedure di realizzazione delle opere pubbliche e le modalità di finanziamento. Non parla di fondi strutturali e di come questi potrebbero permettere di costruire qualsiasi opera solo che venisse fatta una semplificazione delle procedure e venissero dati fondi per gli studi di ingegneria per fare i progetti. Ma alla Marcegaglia non interessano i professionisti sia dentro sia fuori dalle imprese, vuole il miracolo delle infrastrutture realizzate in poco tempo. Forse un viaggio a Lourdes o una novena a San Pio da Pietrelcina….. Ricerca e innovazione Questo, che dovrebbe essere il centro dell’attenzione per le imprese in un sistema globalizzato, viene trattato con poche righe e chiedendo minuscole agevolazioni. Solo che la ricerca non è compatibile con il modello imprenditoriale che prevede la flessibilità del posto di lavoro e quindi con l’idea che un lavoratore vale come un altro, anzi vale per quanto prende poco di salario e per quanto si può licenziare. La ricerca, nelle imprese che la fanno veramente, è un’attività continua e sistematica con specialisti che vengono tenuti a tutti i costi per evitare che vadano alla concorrenza con le loro conoscenze. Pertanto non è compatibile con il modello Marcegaglia. Pressione fiscale Nemmeno una parola sul sistema predatorio dello Stato sulle imprese! Neppure si è parlato dei due milioni di lettere con cui Visco ha chiesto un’integrazione delle tasse pagate perché i bilanci presentati erano fuori degli indicatori (maggiorati) del governo. Neppure si è detto che nel 2007 quasi tutta la crescita economica è andata a sfamare la crescita della spesa del bilancio dello Stato. Si vede che non ci si vuole inimicare persone potenti. Ma con questo giustifica un comportamento per cui sono stati chiamati a pagare proprio quegli imprenditori che già pagavano e si è detto che questi importi, presi con il ricatto di un intervento di controllo, erano un recupero dell’evasione facendo vedere alle famiglie miraggi di strani tesoretti che ora ci sono e ora spariscono nel Leviatano della spesa pubblica. Quello che manca nella relazione La situazione delle imprese italiane è difficile per motivi interni e per una congiuntura internazionale recessiva. La recessione è accompagnata da inflazione a causa di politiche monetarie precise della FED e della BCE. Le banche centrali hanno deciso di non far fallire le banche che si erano dedicate alla bolla speculativa del settore immobiliare. La stampa di dollari da parte della FED per imponenti valori ha determinato sia l’inflazione che oggi riscontriamo sia l’incremento delle materie prime e dei prodotti energetici strategici. LA BCE si è alleata al partito dell’inflazione con una precisa determinazione. Questo proprio per l’errore di valutazione che il dollaro debole possa creare problemi all’economia europea. Così oltre alla tassa governativa paghiamo la tassa inflazione. Contrariamente a quanto ritiene la Marcegaglia, che dovrebbe fare un ampio ripasso di macroeconomia, l’effetto sulle imprese è sicuramente negativo e può progressivamente indebolire anche economie più forti della nostra. Non si può ancora pensare che siccome abbiamo imprese poco evolute dobbiamo puntare sul fattore cambio per essere competitivi. Per far riprendere l’economia produttiva la comunità europea ha messo a disposizione fondi praticamente illimitati di tipo partecipativo per finanziamenti che possono coprire fino al 75 % degli investimenti delle imprese accompagnati da un sostanzioso fondo di garanzia. Per averli in Italia occorre solo che le Regioni deleghino ad un ente finanziario (della Regione o ad una Banca) la stipula della convenzione con il Fondo Europeo per gli investimenti. Qui la Confindustria ha brillato per al sua assenza. Solo la Regione Lombardia si è attrezzata e solo lì le imprese possono ricorrere a questo potente strumento per presentarsi, al termine della recessione, sul mercato più forti e con gli impianti aggiornati per reggere al concorrenza.   La relazione della Marcegaglia è la solita minestra riscaldata di un’imprenditoria vecchia, debole e mediocre che pretende di stare sul mercato solo rapinando i lavoratori del loro diritto ad un salario commisurato con il valore del loro lavoro. Strizza l’occhio ai politici perché continuino a privatizzare all’italiana con danno effettivo all’erario e ai beni che gli italiani negli anni si sono costruiti con grandi sacrifici. Il buongiorno si vede dal mattino, ma questa relazione sembra più che altro una buonanotte all’imprenditoria italiana che si conferma ancora una volta arretrata culturalmente e su cui non c’è da scommettere.

23 mag, ’08, 1:05 m.

Una premessa chiarificatrice, prima: per capire leggete questa favola.

La favola di Bianchina in finestra

(raccontata dalla mamme toscane di inizio e metà novecento)

Bianchina era una bella gatta così chiamata perché era tutta di un bellissimo pelo bianco.

Così quando fu in età da marito Bianchina si mise in finestra ad aspettarne uno che fosse di suo gradimento.

Passò di lì un cane che disse:

–      O Bianchina icché tu fai costassù in finestra?

E Bianchina rispose:

–      Aspetto marito!

–      O mi vorresti tu come marito?

–      Si, ma prima fa’ sentire come canti.

E il cane cominciò:

–      Bau, bau

E Bianchina disse:

–      No, va’ via che ‘un mi piaci

Passò di lì un leone che disse:

–      O Bianchina icché tu fai costassù in finestra?

E Bianchina rispose:

–      Aspetto marito!

–      O mi vorresti tu come marito?

–      Si, ma prima fa’ sentire come canti.

E il leone fece:

–      Groarr

E Bianchina disse:

–      No, va’ via che ‘un mi piaci

Passò di lì un topo che disse:

–      O Bianchina icché tu fai costassù in finestra?

E Bianchina rispose:

–      Aspetto marito!

–      O mi vorresti tu come marito?

–      Si, ma prima fa’ sentire come canti.

E il topo cominciò:

–      Squitt, squitt

E Bianchina fece:

–      O sì, mi piace proprio come canti! Vieni su.

Il topo infilò le scale lesto lesto e tutto contento, ma appena arrivato Bianchina se lo mangiò.

 

Quello che non è condivisibile perché falso.

E’ riduttivo dare esclusivamente la colpa ai politici ed al sistema paese di una scarsa crescita. E’ vero che le scelte politiche sono state poco coraggiose nell’affrontare il problema di un debito pubblico generato da dei politici imbecilli. Infatti la politica di sostituire la stampa della moneta per coprire il deficit statale con il sistema di contrarre un debito ha fatto pagare alla nazione il deficit due volte: una per la spesa superiore all’entrata e quindi con l’inflazione diretta e poi con gli interessi sul debito che hanno rastrellato la liquidità del Paese a vantaggio non del sistema produttivo, ma del sistema finanziario. Tuttavia queste scelte non sono mai state contestate da Confindustria che anzi applaudiva i governi che hanno fatto queste operazioni contro gli interessi di tutto il sistema produttivo: lavoratori e capitale.

Non è condivisibile perché sposta l’attenzione su false soluzioni e su obiettivi inconsistenti

Secondo la Marcegaglia:

Per raggiungere l’obiettivo della crescita e di una vera modernizzazione, c’è bisogno di un’azione basata su

quattro pilastri:

una società aperta e integrata nel sistema internazionale;

uno Stato migliore;

l’investimento in capitale umano;

l’elaborazione di una strategia che contemperi le esigenze di crescita con i vincoli energetici e ambientali. Un

tema su cui io credo la nostra cultura e i nostri schieramenti politici saranno costretti a confrontarsi nel

prossimo futuro

 

Se si legge il dettaglio ci si domanda: Ma di che parla? Ma veramente ci crede?

La relazione è tutta da buttare. Vediamo qualche valutazione:

Una società aperta e integrata nel sistema internazionale:

La concezione di società aperta e integrata nel sistema internazionale con precise regole antidumping è, nell’immaginario della Marcegaglia, una società dove si incrementa la flessibilità del lavoro, l’eliminazione dei sussidi agricoli, delle relazioni sindacali locali e non sostenute da un sindacato nazionale. Una società che vuole peggiorare il sistema pensionistico con la scusa che crea guerra tra generazioni.

Infine occorrerebbe riprendere il cammino delle privatizzazioni.

Questo discorso puzza di stantio e di raffazzonato.

Si vuole infatti portare il sistema dei salari al livello più basso possibile mediante i flussi migratori e rendere il sistema lavoro né più né meno che una merce che si compra e si vende e quindi si butta quando non serve più.

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Non è difficile vedere la contraddizione con quanto dice la Marcegaglia sulle capacità delle imprese italiane. Un lavoratore demotivato, mal pagato (sia esso italiano o straniero) non coopera a sviluppare l’impresa, ma se ne sente come un corpo estraneo e intende, così come è nella mentalità della presidentessa della Confindustria, dare il meno possibile a questo sfruttamento del lavoro. In queste condizioni solo l’imprenditore ha interesse a far crescere tecnologicamente e nel mercato l’impresa e certo non può farcela senza la collaborazione dei suoi lavoratori.

Si sostanzia così il concetto di Confindustria della superiorità del capitale sul lavoro che è la prima causa dell’arretramento del nostro sistema produttivo da quando si è reso il mercato del lavoro un mercato competitivo.

L’eliminazione dei sussidi agricoli è un intervento che provocherà più danni che vantaggi.

Oggi in Italia si coltiva ancora la terra, anche se economicamente non conviene, perché ci sono i contributi agricoli. E’ vero che la politica comunitaria in proposito è incomprensibile per chi opera nel settore ed ha portato a problemi gravi come la mucca pazza, la diossina nei polli, ed a truffe sugli aiuti agli agricoltori. Tuttavia se ancora abbiamo un’agricoltura in grado di sostenere la fertilità dei nostri suoli lo dobbiamo agli aiuti comunitari. Se non ci fossero stati avremmo assistito ad un inurbamento ancora più massiccio con incremento delle sacche di povertà, se non altro perché i contadini erano i meno scolarizzati della popolazione e quindi più esposti alla perdita del lavoro nelle ricorrenti crisi economiche del sistema capitalistico. Oggi molti figli di contadini sono laureati o diplomati e spesso non abbandonano la terra.

Sulle pensioni occorre dire che gli industriali non possono dare giudizi: infatti la pensione è, di regola, una rendita differita di versamenti effettuati dai lavoratori con prelievo dai loro salari. Se lo Stato ha dissipato questi capitali e quindi chiede ai cittadini di reintegrarli con le tasse e perciò diminuisce la circolazione monetaria che può richiedere il sistema produttivo, il problema è tra Stato e cittadini, l’intervento di Confindustria è un classico pro domo sua in un campo che non gli compete ed ha solo lo scopo di consentire di depredare i cittadini di diritti economici acquisiti. E’ come se mettesse il naso sulle rendite assicurative per versamenti volontari di privati dicendo che si deve posticipare la data di godimento della rendita oltre i termini contrattuali.

Sulle privatizzazioni abbiamo già dato:

Le imprese privatizzate che non sono o sono poco soggette al mercato internazionale si sono trasformate in monopoli privati. E quindi capisco l’interesse per certi imprenditori che vogliono fare i miracolati.

Spesso oltre al danno delle tariffe di fantasia di queste aziende se si vanno a fare i conti si può riscontrare che queste imprese, costruite con i soldi delle tasse nostre e dei nostri padri, le stiamo pagando una seconda volta perché sono state acquistate senza capitale di rischio, ma a credito dalle banche. Quindi le alte tariffe sono la conseguenza del rimborso di ingentissimi mutui forniti a questi impresari con la garanzia di alti ritorni dell’investimento.

Le privatizzazioni di aziende che si muovevano sul mercato internazionale spesso sono state l’anticamera del fallimento, sempre perché gli imprenditori non mettevano capitale, ma debito, per acquistare società statali.

Quindi alla fine anche qui con i soldi dei cittadini si erano create imprese che alla fine sono state chiuse con una perdita di competitività complessiva del sistema Italia.

Uno Stato migliore

Le indicazioni sono le solite: troppe regole, scarsa applicazione delle norme, tempi lunghi dei processi civili, mancanza di una scuola privata (finanziata), lo Stato inefficiente perché i responsabili sono di nomina politica e non per professionalità.

Tutto vero, ma che c’entra con l’attività imprenditoriale? Fra l’altro alcuni imprenditori si sono giovati delle vicinanze politiche quando addirittura non sono divenuti essi stessi dei politici.

L’impresa deve vivere nel tessuto sociale esistente e non può pretendere di modificarlo imponendo regole allo Stato, altrimenti non è più impresa, ma soggetto politico ed in questo caso secondo la logica liberale della stessa Marcegaglia, potendo modificare a suo piacere le regole del gioco, diviene soggetto di concorrenza sleale.

Le imprese dovrebbero piuttosto cercare di ottenere che il governo proceda a fare quelle attività che, previste da regolamenti nazionali e/o comunitari, favoriscono l’accesso al credito, l’aiuto alla ricerca industriale, il controllo della concorrenza sleale e quanto serve per stare concorrenzialmente sul mercato.

La dissipazione delle risorse messe a disposizione dal sistema produttivo allo Stato non può essere una contestazione generica. I dati del bilancio dello Stato e il dettaglio della spesa degli enti locali permette anche al privato cittadino di contestare le scelte degli amministratori pubblici. A maggior ragione la Confindustria dovrebbe fare le campagne di informazione sugli sprechi. Se non lo fa si vede che ha un suo interesse nel non farlo.

Investimento in capitale umano

La descrizione di cosa intende la Marcegaglia per capitale umano fa cadere la braccia.

Il modello a cui si ispira è il seguente: lo Stato deve mettere a disposizione le strutture educative e di specializzazione dei potenziali lavoratori. Questi raggiungeranno, con il proprio impegno una eccellente professionalità. Ma la domanda è:Per farne cosa? Per prendere 1000 -1300 euro al mese dall’imprenditore che ne sfrutterà le capacità finché ne ha bisogno con un contratto flessibilissimo. I lavoratori ringraziano per la generosità.

Il consiglio che si può dare a questi professionisti è di dare un contributo all’azienda pari al valore del salario. Tra l’altro non c’è più differenza tra specializzati e generici, prendono tutti quasi le stesse cifre di stipendio.

Come queste aziende possano pensare di competere in un mercato globalizzato con queste idee è per me un mistero.

Impegni delle imprese

Generico, poco interessante e gratuito.

Le imprese invece dovrebbero, per stare sul mercato, cercare, come si faceva una volta, di catturare i migliori collaboratori, creare al loro interno professionalità, fidelizzare i dipendenti e cercare sempre nuovi prodotti e nuovi processi stando attenti alle novità dovunque queste si affaccino.

Purtroppo la nostra classe imprenditoriale si è adattata ad un sistema di finanziamenti agevolati, contributi in conto capitale (ora per fortuna sono stati cancellati), ad accordi con il sistema politico per cui hanno preso anche loro il vezzo di assumere dipendenti in funzione delle prossimità politiche. Si è adattata al sistema sindacale che è divenuto un pezzo importante dell’economia, anche se è un fatto improprio. Nessuno si è mai scagliato contro il fatto che un terzo della spesa pubblica è gestita da sindacalisti o ex sindacalisti. Questo naturalmente è stato un grosso ostacolo alla concorrenza, ma di questo nessuno ne parla.

Relazioni industriali

La relazione è la diretta conseguenza della modifica sostanziale dell’attività del sindacato che da rappresentante dei lavoratori si è trasformato in un ente economico protetto che cerca di mantenere i propri privilegi. Quindi la Confindustria dice che deve essere ridotta la contrattazione a quella interna di fabbrica. Con le premesse di voler flessibilizzare e quindi pagare poco si tende ad eliminare qualsiasi rappresentanza dei lavoratori. In sostanza si dice: il sindacato non c’è più, quindi lasciateci fare come ci pare senza i riti propiziatori di un ente che si chiama sindacato.

Il mezzogiorno

Secondo la Marcegaglia il problema del Mezzogiorno è principalmente legato ai problemi dell’illegalità. Sembra poi quasi che la mancanza del pedaggio sulla Salerno – Reggio Calabria sia la causa principale dell’arretratezza del meridione.

Forse la Marcegaglia non è mai stata nel profondo sud e non ha visto certi tratti di quella che pomposamente è stata chiamata, fin dall’inizio, autostrada. Ma ridurre il meridione a questo è improponibile e sconcerta per la superficialità.

I motivi del ritardo economico, che continua a crescere malgrado la maggiore scolarizzazione dei meridionali rispetto a molte aree del settentrione, dipendono da fattori complessi, ma tutti ben noti e documentati. E non sono certo quelli indicati.

Infrastrutture, logistica e mobilità,

Marcegaglia non può limitarsi a dire che occorre un intervento del governo e che le opere pubbliche hanno tempi di realizzazione troppo lunghi.

Si vede che non conosce le procedure di realizzazione delle opere pubbliche e le modalità di finanziamento. Non parla di fondi strutturali e di come questi potrebbero permettere di costruire qualsiasi opera solo che venisse fatta una semplificazione delle procedure e venissero dati fondi per gli studi di ingegneria per fare i progetti.

Ma alla Marcegaglia non interessano i professionisti sia dentro sia fuori dalle imprese, vuole il miracolo delle infrastrutture realizzate in poco tempo. Forse un viaggio a Lourdes o una novena a San Pio da Pietrelcina…..

Ricerca e innovazione

Questo, che dovrebbe essere il centro dell’attenzione per le imprese in un sistema globalizzato, viene trattato con poche righe e chiedendo minuscole agevolazioni.

Solo che la ricerca non è compatibile con il modello imprenditoriale che prevede la flessibilità del posto di lavoro e quindi con l’idea che un lavoratore vale come un altro, anzi vale per quanto prende poco di salario e per quanto si può licenziare.

La ricerca, nelle imprese che la fanno veramente, è un’attività continua e sistematica con specialisti che vengono tenuti a tutti i costi per evitare che vadano alla concorrenza con le loro conoscenze. Pertanto non è compatibile con il modello Marcegaglia.

Pressione fiscale

Nemmeno una parola sul sistema predatorio dello Stato sulle imprese! Neppure si è parlato dei due milioni di lettere con cui Visco ha chiesto un’integrazione delle tasse pagate perché i bilanci presentati erano fuori degli indicatori (maggiorati) del governo.

Neppure si è detto che nel 2007 quasi tutta la crescita economica è andata a sfamare la crescita della spesa del bilancio dello Stato.

Si vede che non ci si vuole inimicare persone potenti. Ma con questo giustifica un comportamento per cui sono stati chiamati a pagare proprio quegli imprenditori che già pagavano e si è detto che questi importi, presi con il ricatto di un intervento di controllo, erano un recupero dell’evasione facendo vedere alle famiglie miraggi di strani tesoretti che ora ci sono e ora spariscono nel Leviatano della spesa pubblica.

Quello che manca nella relazione

La situazione delle imprese italiane è difficile per motivi interni e per una congiuntura internazionale recessiva. La recessione è accompagnata da inflazione a causa di politiche monetarie precise della FED e della BCE.

Le banche centrali hanno deciso di non far fallire le banche che si erano dedicate alla bolla speculativa del settore immobiliare. La stampa di dollari da parte della FED per imponenti valori ha determinato sia l’inflazione che oggi riscontriamo sia l’incremento delle materie prime e dei prodotti energetici strategici. LA BCE si è alleata al partito dell’inflazione con una precisa determinazione. Questo proprio per l’errore di valutazione che il dollaro debole possa creare problemi all’economia europea. Così oltre alla tassa governativa paghiamo la tassa inflazione.

Contrariamente a quanto ritiene la Marcegaglia, che dovrebbe fare un ampio ripasso di macroeconomia, l’effetto sulle imprese è sicuramente negativo e può progressivamente indebolire anche economie più forti della nostra. Non si può ancora pensare che siccome abbiamo imprese poco evolute dobbiamo puntare sul fattore cambio per essere competitivi.

Per far riprendere l’economia produttiva la comunità europea ha messo a disposizione fondi praticamente illimitati di tipo partecipativo per finanziamenti che possono coprire fino al 75 % degli investimenti delle imprese accompagnati da un sostanzioso fondo di garanzia.

Per averli in Italia occorre solo che le Regioni deleghino ad un ente finanziario (della Regione o ad una Banca) la stipula della convenzione con il Fondo Europeo per gli investimenti.

Qui la Confindustria ha brillato per al sua assenza. Solo la Regione Lombardia si è attrezzata e solo lì le imprese possono ricorrere a questo potente strumento per presentarsi, al termine della recessione, sul mercato più forti e con gli impianti aggiornati per reggere al concorrenza.

 

La relazione della Marcegaglia è la solita minestra riscaldata di un’imprenditoria vecchia, debole e mediocre che pretende di stare sul mercato solo rapinando i lavoratori del loro diritto ad un salario commisurato con il valore del loro lavoro.

Strizza l’occhio ai politici perché continuino a privatizzare all’italiana con danno effettivo all’erario e ai beni che gli italiani negli anni si sono costruiti con grandi sacrifici.

Il buongiorno si vede dal mattino, ma questa relazione sembra più che altro una buonanotte all’imprenditoria italiana che si conferma ancora una volta arretrata culturalmente e su cui non c’è da scommettere.

 

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Facce toste

FRANKRAMSEY

Forse è l’innata attitudine all’ostensione della faccia tosta che ha ispirato l’atteggiamento dell’ex presidente del consiglio Prodi durante un’intervista addomesticata di Sky tg 24. Le affermazioni del personaggio sono state tutte basate su ricostruzioni orientate a dimostrare la bontà delle sue scelte politiche per la moneta comune malgrado i fatti stiano volgendo finalmente a dimostrare il grande imbroglio dell’euro per i cittadini europei. Il Prodi continua invece a sostenere che se non avessimo avuto l’euro avremmo dovuto subire chissà quali svalutazioni della lira. Quindi si danno due casi:   Primo caso) La banca d’Italia non lo ha informato della politica monetaria della BCE. Non si rende conto di cosa sta succedendo alla moneta della comunità europea. Inoltre non ha curiosità per i fenomeni economici e quindi non si informa e non legge documenti alla portata di tutti in grado di dirci perché ci sia questo aumento generalizzato dei prezzi.   Secondo caso) Sa che la BCE controlla solo l’8% della produzione di massa monetaria e quindi che non è in grado di sostenere il cambio della moneta neppure forzando gli stati europei alle più rigorose politiche di bilancio, ma non lo considera un problema. Quindi quando riconosce che c’è volatilità elevata nel valore dell’euro attribuisce le cause al “mercato”. Sa che la BCE in questo momento sta facendo una politica di inflazione acquistando dollari sul mercato per mantenerne il cambio e quindi facendo crescere la massa monetaria in Europa a livelli notevolmente inflazionistici, ma non se ne cura. Sostiene che il rigore della politica di bilancio degli stati aderenti all’euro della BCE serve a conservare il valore della moneta che i governanti italiani (tra cui lui) non sarebbero stati in grado di perseguire se fossimo rimasti con la lira.   Nel corso dell’intervista fa poi una descrizione di come siamo entrati nell’euro che fa a pugni con le idee che se ne sono fatti gli italiani. Secondo la sua ricostruzione: Avrebbe avuto uno screzio con Aznar (presidente del consiglio spagnolo dell’epoca) che sosteneva che l’Italia non aveva i conti a posto e quindi non doveva entrare nell’euro. Per fortuna Chirac gli avrebbe detto che non si poteva fare l’unità europea senza l’Italia.   In Italia invece pensiamo che: Prodi sia andato da Aznar per dirgli: siamo tutti e due con i conti fuori posto, mettiamoci d’accordo per farci ammettere lo stesso. Solo che non si era informato e Aznar gli ha risposto che lui i conti li aveva sistemati. Naturalmente questa possibilità è più credibile. Se non altro non si capisce perché sia andato subito da Aznar che non gli sarebbe stato amico, mentre vanta la simpatia di Chirac. Infine il motivo per cui siamo stati ammessi è che abbiamo (con la manovra straordinaria che tutti ricordiamo sulla nostra pelle) accettato un cambio sottostimato della lira sul marco e quindi abbiamo ripianato (tra l’altro) il deficit della Germania che si era verificato per la riunificazione tedesca e per le spese sostenute per investimenti nell’Europa dell’Est economicamente fallimentari, ma finalizzati a consolidare l’unificazione. Non solo per gli esperti di macroeconomia, ma anche per i commercialisti che si occupano di fusioni, quando stabiliscono le parità tra le azioni delle società che si fondono, è chiaro come sottostimando il cambio si sia dato luogo al riversamento di ricchezza dall’Italia all’Europa. Prodi non pensa di averci caricato un bel fardello economico sulle spalle senza averne vantaggi. Non mi sembra un atteggiamento giornalistico serio e professionale aver intervistato Prodi senza contraddittorio.

8 mag, ’08, 12:09 m.

Forse è l’innata attitudine all’ostensione della faccia tosta che ha ispirato l’atteggiamento dell’ex presidente del consiglio Prodi durante un’intervista addomesticata di Sky tg 24.

Le affermazioni del personaggio sono state tutte basate su ricostruzioni orientate a dimostrare la bontà delle sue scelte politiche per la moneta comune malgrado i fatti stiano volgendo finalmente a dimostrare il grande imbroglio dell’euro per i cittadini europei.

Il Prodi continua invece a sostenere che se non avessimo avuto l’euro avremmo dovuto subire chissà quali svalutazioni della lira. Quindi si danno due casi:

 

Primo caso) La banca d’Italia non lo ha informato della politica monetaria della BCE. Non si rende conto di cosa sta succedendo alla moneta della comunità europea. Inoltre non ha curiosità per i fenomeni economici e quindi non si informa e non legge documenti alla portata di tutti in grado di dirci perché ci sia questo aumento generalizzato dei prezzi.

 

Secondo caso) Sa che la BCE controlla solo l’8% della produzione di massa monetaria e quindi che non è in grado di sostenere il cambio della moneta neppure forzando gli stati europei alle più rigorose politiche di bilancio, ma non lo considera un problema. Quindi quando riconosce che c’è volatilità elevata nel valore dell’euro attribuisce le cause al “mercato”. Sa che la BCE in questo momento sta facendo una politica di inflazione acquistando dollari sul mercato per mantenerne il cambio e quindi facendo crescere la massa monetaria in Europa a livelli notevolmente inflazionistici, ma non se ne cura. Sostiene che il rigore della politica di bilancio degli stati aderenti all’euro della BCE serve a conservare il valore della moneta che i governanti italiani (tra cui lui) non sarebbero stati in grado di perseguire se fossimo rimasti con la lira.

 

Nel corso dell’intervista fa poi una descrizione di come siamo entrati nell’euro che fa a pugni con le idee che se ne sono fatti gli italiani. Secondo la sua ricostruzione:

Avrebbe avuto uno screzio con Aznar (presidente del consiglio spagnolo dell’epoca) che sosteneva che l’Italia non aveva i conti a posto e quindi non doveva entrare nell’euro. Per fortuna Chirac gli avrebbe detto che non si poteva fare l’unità europea senza l’Italia.

 

In Italia invece pensiamo che: Prodi sia andato da Aznar per dirgli: siamo tutti e due con i conti fuori posto, mettiamoci d’accordo per farci ammettere lo stesso. Solo che non si era informato e Aznar gli ha risposto che lui i conti li aveva sistemati. Naturalmente questa possibilità è più credibile. Se non altro non si capisce perché sia andato subito da Aznar che non gli sarebbe stato amico, mentre vanta la simpatia di Chirac.

Infine il motivo per cui siamo stati ammessi è che abbiamo (con la manovra straordinaria che tutti ricordiamo sulla nostra pelle) accettato un cambio sottostimato della lira sul marco e quindi abbiamo ripianato (tra l’altro) il deficit della Germania che si era verificato per la riunificazione tedesca e per le spese sostenute per investimenti nell’Europa dell’Est economicamente fallimentari, ma finalizzati a consolidare l’unificazione.

Non solo per gli esperti di macroeconomia, ma anche per i commercialisti che si occupano di fusioni, quando stabiliscono le parità tra le azioni delle società che si fondono, è chiaro come sottostimando il cambio si sia dato luogo al riversamento di ricchezza dall’Italia all’Europa. Prodi non pensa di averci caricato un bel fardello economico sulle spalle senza averne vantaggi.

Non mi sembra un atteggiamento giornalistico serio e professionale aver intervistato Prodi senza contraddittorio.

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Perché stiamo diventando sempre più poveri.

FRANKRAMSEY

Sinossi L’analisi dei dati pubblicati dalla Banca Centrale Europea dimostra che ormai i governi dei paesi della UE hanno perso il controllo economico e quindi politico della cosa pubblica. Il potere è stato ceduto ai burocrati della BCE che operano solo nell’interesse del potere finanziario internazionale e provocano, con la politica inflazionista e di contrazione del reddito dei cittadini europei, un impoverimento progressivo della popolazione. Parte prima Le polemiche che si registrano tra giornalisti, politici, opinionisti e quegli strani personaggi che compaiono storicamente tutte le volte che si vuole ingannare il popolo sono stati rivolti ultimamente a nascondere un’operazione di copertura di insensate operazioni finanziarie fatte dalle banche centrali e dal sistema finanziario globalizzato a danno dei cittadini e dei lavoratori europei. Questa grave  situazione è stata creata per salvare degli incapaci che gestiscono il credito come se scommettessero alle corse dei cani o dei cavalli con la complicità delle banche centrali. Anche i politici hanno gravi responsabilità in quanto hanno delegato le loro prerogative di scelta ai burocrati delle banche centrali. Per capire gli imbrogli a cui siamo sottoposti occorre prima di tutto indicare alcune definizioni basilari in campo economico. Il valore di una moneta non è più il suo controvalore in oro dato che da decenni non esiste più la convertibilità, ma  rappresenta il valore delle transazioni che si fanno con quella moneta. Per moneta intendiamo il termine esteso e cioè non solo la massa cartacea, ma anche tutta quella parte generata dal sistema finanziario con i depositi e averi di impiego immediato e a più o meno breve termine. Se la quantità di moneta supera il valore dei beni soggetti a transazioni il valore di questa diminuisce e quindi si svaluta e c’è inflazione, se è inferiore al valore dei beni soggetti a transazioni la moneta si rivaluta. La massa monetaria sotto il diretto controllo della BCE è limitata ad un 8-10% della massa complessiva. Il resto è sotto il controllo diretto e assoluto del sistema finanziario globalizzato. Se ogni scelta economica è una scelta politica possiamo affermare che i governi europei hanno quindi delegato la propria attività politica in primo luogo al sistema finanziario internazionale e in secondo luogo, ma in modo puntuale, alla BCE che è divenuto il gendarme del sistema finanziario internazionale e il controllore dei governi europei indipendentemente dalla qualità e dal merito della spesa. In passato si riteneva critico il rapporto tra banca centrale e governo. Infatti il ministro del tesoro talvolta voleva far fare, per motivi politici, delle scelte alla banca centrale che erano in contrasto con quella che veniva ritenuta una buona politica di bilancio. Altre volte il governatore, intendendo divenire un importante uomo politico, operava contro l’interesse della banca centrale e accettava situazioni di deficit eccessivo con ripercussioni gravi sulla capacità di sviluppo del paese. E’ quello che è accaduto, ad esempio, tra il 1988 ed il 1992 con la creazione del grande deficit italiano sotto i governi di De Mita, Andreotti e Amato. Quando i governi europei hanno scelto di sottostare al patto di stabilità hanno accettato il controllo politico della BCE. In altri termini la banca centrale da controllata è divenuta il gestore della politica comunitaria. E passiamo a descrivere un primo imbroglio legato al patto di stabilità. La BCE controlla solo la produzione di massa monetaria tra l’8 ed il 10% del totale. Il dato si può rilevare sui bollettini periodici della BCE scaricabili da internet all’indirizzo: http://www.ecb.int/pub/mb/html/index.en.html La BCE controlla che gli stati europei non superino il limite di deficit del 3% sul relativo prodotto interno lordo. Se il deficit viene superato inizia una procedura di infrazione. Il motivo addotto per questo limite è che si controlla in questo modo che la produzione di massa monetaria creata dai governi per effetto del deficit di bilancio non superi questo importo. Da una serie di calcoli si è ritenuto che in questo modo si potesse ottenere la stabilità di cambio e il controllo dell’inflazione. Come ognuno può capire se la BCE controlla solo il 10% della massa monetaria è impossibile che possa assicurare la stabilità della moneta a fronte di attività casuali derivanti dal sistema finanziario internazionale e da eventuali politiche conflittuali di altre banche centrali che controllano oltre il 90% della creazione della massa monetaria. Quindi tutti i sacrifici impostici per entrare nell’euro sono stati un colossale imbroglio che è venuto alla luce, non solo ora per effetto dell’instabilità dei mercati finanziari internazionali, ma da subito per la volatilità che ha mostrato il cambio dell’euro fin dai primi momenti che è entrato sul mercato. Ma c’è un altro imbroglio e più grave in quanto si tratta di azione politica della BCE mirata solo a contenere la caduta del valore del dollaro. La BCE si è data una politica volutamente inflazionistica per motivi che sono in contrasto con gli interessi dei cittadini europei ed in armonia con interessi economici di parti terze che stanno sfasciando economie solidissime come quella inglese e statunitense. Gli USA pubblicano un dato parziale della massa monetaria. Il diagramma della massa monetaria complessiva USA riportata più sotto è stata ricavata da fonti indipendenti. Come si può vedere  l’incremento a dicembre era di oltre il 13,5%. La BCE pubblica periodicamente l’incremento della massa monetaria complessiva nell’area dell’euro. A dicembre l’incremento è stato del 12,5%. A questo incremento corrisponde un effetto inflattivo con conseguente incremento di prezzi in particolare nei settori strategici (energia, alimentari, ecc). Ecco spiegata l’impennata dei prezzi dei combustibili e delle derrate alimentari. I nostri giornalisti, opportunamente imbeccati fanno ancora a gara nel riferire che l’aumento delle materie prime alimentari è dovuto all’uso di risorse agricole ai fini energetici mentre si guardano bene da spiegare l’aumento dei combustibili fossili come se fosse dovuto ad una sorta di sfortuna o di congiunzione astrale tra Marte e Saturno. E le stesse disinformazioni si ricavano dai bollettini della BCE. Il motivo, invece, dell’aumento della massa monetaria in USA è legato ad una precisa politica della FED che stampa dollari non solo per compensare il deficit di bilancio, ma anche per fornire alle banche americane il contante per sostituire le perdite accumulate per le insolvenze dei  mutui subprime, oltre a tutta una serie di interventi speculativi di cui attendiamo che ci venga svelata la natura. Questo risulta da un conto della serva: se i subprime hanno dato una perdita di 600 miliardi di dollari e si è stampata moneta per 1000 miliardi di dollari c’è ancora da spiegare perdite per 400 miliardi di dollari. In Europa la situazione sembra positiva in quanto non si registrano insolvenze bancarie delle dimensioni americane, i deficit di bilancio comunitari sono sotto controllo, inoltre si ha un apprezzamento dell’euro. Invece, come detto, osserviamo un incremento della massa monetaria intorno al 12,5% a dicembre 2007 e quindi paragonabile con quella degli USA. Non c’è che una spiegazione. La BCE compra dollari (svalutati) per contenere la svalutazione della moneta americana. Non è credibile che abbia fatto questo per evitare la perdita di competitività delle merci europee nell’area del dollaro. Invece lo si è fatto per creare una inflazione importata che mette in discussione i redditi delle famiglie mentre permette l’accumulazione del capitale per gli enti finanziari e le banche. Quindi si tratta di un’operazione di rafforzamento del sistema finanziario europeo. Naturalmente il rovescio della medaglia della crescita della massa monetaria è l’inflazione che sappiamo già come ha cominciato a mordere in Europa. Quindi il patto di stabilità è stato solo una specchietto per le allodole finalizzato a ridurre il reddito dei lavoratori, delle famiglie e a distruggere i risparmi degli europei. Qui appare la grande contraddizione del sistema economico europeo. Se uno stato ha un deficit di bilancio del 4% sul PIL viene sanzionato e si procede con una procedura d’infrazione anche se l’effetto sull’inflazione europea può essere di modestissimo impatto. Invece se la BCE fa una politica inflazionistica non è chiamata a rispondere anche se questo è contro l’interesse dei popoli dell’Europa. Un caso analogo di inflazione importata si è verificato in Germania nel 1992 per effetto delle pressioni speculative sulla lira. Il presidente del consiglio Amato, in presenza di questa pressione sulla moneta italiana (i giornali all’epoca riportarono guadagni favolosi per Soros a seguito di questa operazione) riteneva di scamparla grazie agli accordi del serpente monetario. La banca centrale tedesca per contenere la riduzione di valore della nostra moneta aveva iniziato ad acquistare lire sul mercato facendo crescere la massa monetaria in Germania. All’epoca i giornalisti nostrani tranquillizzavano: siamo nel sistema europeo non si deve cedere alla speculazione. Invece, appena si rivelarono problemi di inflazione in Germania, il governo tedesco (il cancelliere era Helmut Joseph Michael Kohl  a quell’epoca) impose ad Amato una svalutazione che, essendo tardiva e preceduta da informazioni di stampa di segno contrario, si rivelò una Caporetto per il cambio lira – marco. Allora c’era un capo di stato in Germania che sapeva il suo mestiere, oggi in tutti i paesi europei si lascia che la BCE faccia una politica inflattiva senza che nessuno vada a stanare quegli incompetenti che la dirigono. Neppure i tedeschi che almeno allora avevano ancora il timore dell’inflazione. Comunque la si metta i governi europei hanno perso completamente il controllo dell’economia e quindi della loro attività politica. La conseguenza è che siamo governati da burocrati delle banche centrali europee a cui non possiamo togliere la fiducia con libere elezioni quando fanno politiche contri gli interessi dei cittadini europei. Non si capisce perché dobbiamo sottostare ad errori simili da parte della BCE senza che si possano cacciare i burocrati della banca dai loro posti con ignominia e con richiesta di riparazione del danno. La colpa dei governi europei è l’ignavia, la colpa dei cittadini europei è il non aver capito che non viviamo più in democrazie parlamentari, ma in una forma di governo di tecnici bancari (impiegatucci di ragioneria senza fantasia e senza idee, in grado solo di applicare formule sballate a condizioni economiche diverse). In conclusione la precarietà dei lavoratori, l’immigrazione selvaggia, l’inflazione galoppante in particolare sui beni di prima necessità, l’indebitamento delle famiglie fanno parte di una strategia di una lobby di potere economico e finanziario che controlla strettamente l’informazione e fa in modo che si parli di altro e non di questa grande truffa contro i popoli d’Europa. E’ anche spiegato il motivo dello scontento degli italiani che cambiano governo dopo due anni dalle elezioni. Ma se questo governo non prenderà provvedimenti sollecitando la UE ad intervenire sulla BCE, sarà destinato alla stessa fine di Prodi e quindi lo stesso succederà a chi vincerà le prossime elezioni. Su questo argomento nulla è stato detto dai falsi profeti che impazzano in televisione e sui giornali I lacché di questo sistema di potere se ne guardano bene e preferiscono fare falsi scoop su fatti marginali riversando su obbiettivi deboli o finti forti lo scontento popolare. Così nessuno si accorge che una oligarchia di personaggi in giacca e cravatta viene accompagnata ogni giorno in lussuosi uffici da auto di rappresentanza per rapinarci. Non possiamo mandarli in galera, farci pagare i danni, né possiamo mandarli a casa con libere elezioni. Con la supremazia della BCE e della FED è finita, se mai c’è stata, la democrazia parlamentare. Come se ne può uscire? E’ difficile, ma alcune cose andrebbero fatte subito per limitare i danni. Il governo dovrebbe abolire la nuova legge bancaria (è la legge 385 del 1993), ripristinare la legge bancaria del ’36, incrementare da subito la riserva obbligatoria per le banche dal 2% al 20%. Riprendere il cammino dell’incremento della capacità produttiva delle imprese contrastando il predominio delle banche sul sistema economico. Se si dovesse superare il 3% di deficit consiglierei, in caso di contestazione della BCE, di rendere istituzionale l’invio, come riparazione, di autotreni di carta igienica per i burocrati europei e della banca centrale. Lo sgomento del popolo della sinistra non doveva essere quello di aver perso le elezioni, ma, molto prima, di aver avuto loro rappresentanti che pretendevano di risolvere solo problemi marginali come i DICO, o una legge contro i lavoratori sui salari minimi, mentre il mondo andava verso una crisi economica che maggiormente coinvolgeva il loro elettorato. Parte seconda Occorre ricordare cosa si intende per massa monetaria: 1)    Massa monetaria M0: o base monetaria, è la moneta creata dalla banca centrale: banconote in circolazione e averi in conto giro delle banche presso la Banca centrale. Sulla massa monetaria M0, la Banca centrale esercita un’influenza diretta. 2)    Massa monetaria M1: comprende gli averi che si possono impiegare in qualsiasi momento per effettuare pagamenti: contanti in circolazione e depositi a vista in moneta locale (euro, dollari, franchi svizzeri, ecc) presso le banche e la posta 3)    Massa monetaria M2: è composta da M1 più i depositi di risparmio in moneta locale; entro un certo limite di prelievo, gli averi di risparmio sono facilmente e rapidamente convertibili in contanti. 4)    Massa monetaria M3: include la massa monetaria M2 e i depositi a termine in moneta locale (averi a termine). Quindi M3 è la massa monetaria complessiva. Il diagramma sopra esposto indica l’incremento di massa monetaria. Poiché le merci e i servizi non sono cresciuti nello stesso modo è implicito nell’operazione di incremento della massa monetaria un effetto inflattivo. In questo caso la manovra ha anche lo scopo di recuperare le perdite sostenute dal sistema finanziario internazionale ad esempio a seguito di errori gravi di valutazione nel merito del credito. I governi hanno deciso che era meglio non far fallire le banche lasciando ai lavoratori ed ai piccoli risparmiatori di pagare gli sbagli altrui. Naturalmente l’incremento delle materie prime alimentari ha già prodotto seri problemi di sopravvivenza per le regioni povere del mondo. In ultimo di fronte a questi problemi spicca il silenzio dei sindacati, incapaci di adeguarsi ai problemi dell’economia moderna, che hanno perso l’occasione per una dura lotta contro la BCE ed a favore del valore del salario dei lavoratori.   Gli USA non pubblicano più i valori della massa monetaria M3, pertanto i dati sono forniti da enti indipendenti dal governo sulla base, comunque, di dati ufficiali.   Nel diagramma seguente è riportato anche il valore stimato della massa monetaria USA dopo la cessazione della pubblicazione dei dati fino ai primi mesi del 2008.

5 mag, ’08, 11:49 m.

Sinossi

L’analisi dei dati pubblicati dalla Banca Centrale Europea dimostra che ormai i governi dei paesi della UE hanno perso il controllo economico e quindi politico della cosa pubblica. Il potere è stato ceduto ai burocrati della BCE che operano solo nell’interesse del potere finanziario internazionale e provocano, con la politica inflazionista e di contrazione del reddito dei cittadini europei, un impoverimento progressivo della popolazione.

Parte prima

Le polemiche che si registrano tra giornalisti, politici, opinionisti e quegli strani personaggi che compaiono storicamente tutte le volte che si vuole ingannare il popolo sono stati rivolti ultimamente a nascondere un’operazione di copertura di insensate operazioni finanziarie fatte dalle banche centrali e dal sistema finanziario globalizzato a danno dei cittadini e dei lavoratori europei.

Questa grave  situazione è stata creata per salvare degli incapaci che gestiscono il credito come se scommettessero alle corse dei cani o dei cavalli con la complicità delle banche centrali. Anche i politici hanno gravi responsabilità in quanto hanno delegato le loro prerogative di scelta ai burocrati delle banche centrali.

Per capire gli imbrogli a cui siamo sottoposti occorre prima di tutto indicare alcune definizioni basilari in campo economico.

Il valore di una moneta non è più il suo controvalore in oro dato che da decenni non esiste più la convertibilità, ma  rappresenta il valore delle transazioni che si fanno con quella moneta. Per moneta intendiamo il termine esteso e cioè non solo la massa cartacea, ma anche tutta quella parte generata dal sistema finanziario con i depositi e averi di impiego immediato e a più o meno breve termine.

Se la quantità di moneta supera il valore dei beni soggetti a transazioni il valore di questa diminuisce e quindi si svaluta e c’è inflazione, se è inferiore al valore dei beni soggetti a transazioni la moneta si rivaluta.

La massa monetaria sotto il diretto controllo della BCE è limitata ad un 8-10% della massa complessiva. Il resto è sotto il controllo diretto e assoluto del sistema finanziario globalizzato.

Se ogni scelta economica è una scelta politica possiamo affermare che i governi europei hanno quindi delegato la propria attività politica in primo luogo al sistema finanziario internazionale e in secondo luogo, ma in modo puntuale, alla BCE che è divenuto il gendarme del sistema finanziario internazionale e il controllore dei governi europei indipendentemente dalla qualità e dal merito della spesa.

In passato si riteneva critico il rapporto tra banca centrale e governo. Infatti il ministro del tesoro talvolta voleva far fare, per motivi politici, delle scelte alla banca centrale che erano in contrasto con quella che veniva ritenuta una buona politica di bilancio. Altre volte il governatore, intendendo divenire un importante uomo politico, operava contro l’interesse della banca centrale e accettava situazioni di deficit eccessivo con ripercussioni gravi sulla capacità di sviluppo del paese. E’ quello che è accaduto, ad esempio, tra il 1988 ed il 1992 con la creazione del grande deficit italiano sotto i governi di De Mita, Andreotti e Amato.

Quando i governi europei hanno scelto di sottostare al patto di stabilità hanno accettato il controllo politico della BCE. In altri termini la banca centrale da controllata è divenuta il gestore della politica comunitaria.

E passiamo a descrivere un primo imbroglio legato al patto di stabilità.

La BCE controlla solo la produzione di massa monetaria tra l’8 ed il 10% del totale. Il dato si può rilevare sui bollettini periodici della BCE scaricabili da internet all’indirizzo: http://www.ecb.int/pub/mb/html/index.en.html

La BCE controlla che gli stati europei non superino il limite di deficit del 3% sul relativo prodotto interno lordo.

Se il deficit viene superato inizia una procedura di infrazione.

Il motivo addotto per questo limite è che si controlla in questo modo che la produzione di massa monetaria creata dai governi per effetto del deficit di bilancio non superi questo importo. Da una serie di calcoli si è ritenuto che in questo modo si potesse ottenere la stabilità di cambio e il controllo dell’inflazione.

Come ognuno può capire se la BCE controlla solo il 10% della massa monetaria è impossibile che possa assicurare la stabilità della moneta a fronte di attività casuali derivanti dal sistema finanziario internazionale e da eventuali politiche conflittuali di altre banche centrali che controllano oltre il 90% della creazione della massa monetaria.

Quindi tutti i sacrifici impostici per entrare nell’euro sono stati un colossale imbroglio che è venuto alla luce, non solo ora per effetto dell’instabilità dei mercati finanziari internazionali, ma da subito per la volatilità che ha mostrato il cambio dell’euro fin dai primi momenti che è entrato sul mercato.

Ma c’è un altro imbroglio e più grave in quanto si tratta di azione politica della BCE mirata solo a contenere la caduta del valore del dollaro.

La BCE si è data una politica volutamente inflazionistica per motivi che sono in contrasto con gli interessi dei cittadini europei ed in armonia con interessi economici di parti terze che stanno sfasciando economie solidissime come quella inglese e statunitense.

Gli USA pubblicano un dato parziale della massa monetaria. Il diagramma della massa monetaria complessiva USA riportata più sotto è stata ricavata da fonti indipendenti. Come si può vedere  l’incremento a dicembre era di oltre il 13,5%.

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La BCE pubblica periodicamente l’incremento della massa monetaria complessiva nell’area dell’euro. A dicembre l’incremento è stato del 12,5%. A questo incremento corrisponde un effetto inflattivo con conseguente incremento di prezzi in particolare nei settori strategici (energia, alimentari, ecc). Ecco spiegata l’impennata dei prezzi dei combustibili e delle derrate alimentari. I nostri giornalisti, opportunamente imbeccati fanno ancora a gara nel riferire che l’aumento delle materie prime alimentari è dovuto all’uso di risorse agricole ai fini energetici mentre si guardano bene da spiegare l’aumento dei combustibili fossili come se fosse dovuto ad una sorta di sfortuna o di congiunzione astrale tra Marte e Saturno. E le stesse disinformazioni si ricavano dai bollettini della BCE.

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Il motivo, invece, dell’aumento della massa monetaria in USA è legato ad una precisa politica della FED che stampa dollari non solo per compensare il deficit di bilancio, ma anche per fornire alle banche americane il contante per sostituire le perdite accumulate per le insolvenze dei  mutui subprime, oltre a tutta una serie di interventi speculativi di cui attendiamo che ci venga svelata la natura. Questo risulta da un conto della serva: se i subprime hanno dato una perdita di 600 miliardi di dollari e si è stampata moneta per 1000 miliardi di dollari c’è ancora da spiegare perdite per 400 miliardi di dollari.

In Europa la situazione sembra positiva in quanto non si registrano insolvenze bancarie delle dimensioni americane, i deficit di bilancio comunitari sono sotto controllo, inoltre si ha un apprezzamento dell’euro.

Invece, come detto, osserviamo un incremento della massa monetaria intorno al 12,5% a dicembre 2007 e quindi paragonabile con quella degli USA. Non c’è che una spiegazione. La BCE compra dollari (svalutati) per contenere la svalutazione della moneta americana. Non è credibile che abbia fatto questo per evitare la perdita di competitività delle merci europee nell’area del dollaro.

Invece lo si è fatto per creare una inflazione importata che mette in discussione i redditi delle famiglie mentre permette l’accumulazione del capitale per gli enti finanziari e le banche.

Quindi si tratta di un’operazione di rafforzamento del sistema finanziario europeo.

Naturalmente il rovescio della medaglia della crescita della massa monetaria è l’inflazione che sappiamo già come ha cominciato a mordere in Europa.

Quindi il patto di stabilità è stato solo una specchietto per le allodole finalizzato a ridurre il reddito dei lavoratori, delle famiglie e a distruggere i risparmi degli europei.

Qui appare la grande contraddizione del sistema economico europeo. Se uno stato ha un deficit di bilancio del 4% sul PIL viene sanzionato e si procede con una procedura d’infrazione anche se l’effetto sull’inflazione europea può essere di modestissimo impatto.

Invece se la BCE fa una politica inflazionistica non è chiamata a rispondere anche se questo è contro l’interesse dei popoli dell’Europa.

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Un caso analogo di inflazione importata si è verificato in Germania nel 1992 per effetto delle pressioni speculative sulla lira. Il presidente del consiglio Amato, in presenza di questa pressione sulla moneta italiana (i giornali all’epoca riportarono guadagni favolosi per Soros a seguito di questa operazione) riteneva di scamparla grazie agli accordi del serpente monetario. La banca centrale tedesca per contenere la riduzione di valore della nostra moneta aveva iniziato ad acquistare lire sul mercato facendo crescere la massa monetaria in Germania. All’epoca i giornalisti nostrani tranquillizzavano: siamo nel sistema europeo non si deve cedere alla speculazione. Invece, appena si rivelarono problemi di inflazione in Germania, il governo tedesco (il cancelliere era Helmut Joseph Michael Kohl  a quell’epoca) impose ad Amato una svalutazione che, essendo tardiva e preceduta da informazioni di stampa di segno contrario, si rivelò una Caporetto per il cambio lira – marco.

Allora c’era un capo di stato in Germania che sapeva il suo mestiere, oggi in tutti i paesi europei si lascia che la BCE faccia una politica inflattiva senza che nessuno vada a stanare quegli incompetenti che la dirigono. Neppure i tedeschi che almeno allora avevano ancora il timore dell’inflazione.

Comunque la si metta i governi europei hanno perso completamente il controllo dell’economia e quindi della loro attività politica. La conseguenza è che siamo governati da burocrati delle banche centrali europee a cui non possiamo togliere la fiducia con libere elezioni quando fanno politiche contri gli interessi dei cittadini europei. Non si capisce perché dobbiamo sottostare ad errori simili da parte della BCE senza che si possano cacciare i burocrati della banca dai loro posti con ignominia e con richiesta di riparazione del danno.

La colpa dei governi europei è l’ignavia, la colpa dei cittadini europei è il non aver capito che non viviamo più in democrazie parlamentari, ma in una forma di governo di tecnici bancari (impiegatucci di ragioneria senza fantasia e senza idee, in grado solo di applicare formule sballate a condizioni economiche diverse).

In conclusione la precarietà dei lavoratori, l’immigrazione selvaggia, l’inflazione galoppante in particolare sui beni di prima necessità, l’indebitamento delle famiglie fanno parte di una strategia di una lobby di potere economico e finanziario che controlla strettamente l’informazione e fa in modo che si parli di altro e non di questa grande truffa contro i popoli d’Europa.

E’ anche spiegato il motivo dello scontento degli italiani che cambiano governo dopo due anni dalle elezioni. Ma se questo governo non prenderà provvedimenti sollecitando la UE ad intervenire sulla BCE, sarà destinato alla stessa fine di Prodi e quindi lo stesso succederà a chi vincerà le prossime elezioni.

Su questo argomento nulla è stato detto dai falsi profeti che impazzano in televisione e sui giornali I lacché di questo sistema di potere se ne guardano bene e preferiscono fare falsi scoop su fatti marginali riversando su obbiettivi deboli o finti forti lo scontento popolare. Così nessuno si accorge che una oligarchia di personaggi in giacca e cravatta viene accompagnata ogni giorno in lussuosi uffici da auto di rappresentanza per rapinarci. Non possiamo mandarli in galera, farci pagare i danni, né possiamo mandarli a casa con libere elezioni.

Con la supremazia della BCE e della FED è finita, se mai c’è stata, la democrazia parlamentare.

Come se ne può uscire? E’ difficile, ma alcune cose andrebbero fatte subito per limitare i danni.

Il governo dovrebbe abolire la nuova legge bancaria (è la legge 385 del 1993), ripristinare la legge bancaria del ’36, incrementare da subito la riserva obbligatoria per le banche dal 2% al 20%. Riprendere il cammino dell’incremento della capacità produttiva delle imprese contrastando il predominio delle banche sul sistema economico.

Se si dovesse superare il 3% di deficit consiglierei, in caso di contestazione della BCE, di rendere istituzionale l’invio, come riparazione, di autotreni di carta igienica per i burocrati europei e della banca centrale.

Lo sgomento del popolo della sinistra non doveva essere quello di aver perso le elezioni, ma, molto prima, di aver avuto loro rappresentanti che pretendevano di risolvere solo problemi marginali come i DICO, o una legge contro i lavoratori sui salari minimi, mentre il mondo andava verso una crisi economica che maggiormente coinvolgeva il loro elettorato.

Parte seconda

Occorre ricordare cosa si intende per massa monetaria:

1)    Massa monetaria M0: o base monetaria, è la moneta creata dalla banca centrale: banconote in circolazione e averi in conto giro delle banche presso la Banca centrale. Sulla massa monetaria M0, la Banca centrale esercita un’influenza diretta.

2)    Massa monetaria M1: comprende gli averi che si possono impiegare in qualsiasi momento per effettuare pagamenti: contanti in circolazione e depositi a vista in moneta locale (euro, dollari, franchi svizzeri, ecc) presso le banche e la posta

3)    Massa monetaria M2: è composta da M1 più i depositi di risparmio in moneta locale; entro un certo limite di prelievo, gli averi di risparmio sono facilmente e rapidamente convertibili in contanti.

4)    Massa monetaria M3: include la massa monetaria M2 e i depositi a termine in moneta locale (averi a termine).

Quindi M3 è la massa monetaria complessiva.

Il diagramma sopra esposto indica l’incremento di massa monetaria. Poiché le merci e i servizi non sono cresciuti nello stesso modo è implicito nell’operazione di incremento della massa monetaria un effetto inflattivo. In questo caso la manovra ha anche lo scopo di recuperare le perdite sostenute dal sistema finanziario internazionale ad esempio a seguito di errori gravi di valutazione nel merito del credito.

I governi hanno deciso che era meglio non far fallire le banche lasciando ai lavoratori ed ai piccoli risparmiatori di pagare gli sbagli altrui. Naturalmente l’incremento delle materie prime alimentari ha già prodotto seri problemi di sopravvivenza per le regioni povere del mondo.

In ultimo di fronte a questi problemi spicca il silenzio dei sindacati, incapaci di adeguarsi ai problemi dell’economia moderna, che hanno perso l’occasione per una dura lotta contro la BCE ed a favore del valore del salario dei lavoratori.

 

 

Gli USA non pubblicano più i valori della massa monetaria M3, pertanto i dati sono forniti da enti indipendenti dal governo sulla base, comunque, di dati ufficiali.

 

Nel diagramma seguente è riportato anche il valore stimato della massa monetaria USA dopo la cessazione della pubblicazione dei dati fino ai primi mesi del 2008.

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La promozione turistica di Roma

FRANKRAMSEY

Secondo WV per effetto della promozione effettuata dal Comune di Roma si sono registrate presenze eccezionali di turisti nella Capitale. Ma queste presenze non giovano né alle casse del Comune né ai cittadini Romani che si trovano a dover utilizzare le già scarse infrastrutture locali condividendole con ben 10 milioni di arrivi all’anno ovvero con presenze turistiche di 23 milioni di persone. Quindi il disagio dei romani per queste schiere di visitatori non è solo un’impressione, ma un vero problema. A questo si aggiunga che sebbene Repubblica (24 gennaio 2008 — Fonte: repubblica.it)  affermi che questo ha comportato aumento delle entrate del Comune e per lo Stato per 500 milioni di euro, non si capisce perché in realtà le entrate del Comune evidenzino invece una riduzione anche nella parte dei primi tre titoli di spesa che dovrebbero essere abbastanza stabili se non in crescita grazie all’aumento della pressione fiscale comunale. Se questo è il modello Roma, Dio salvi chi dovesse seguirlo. E quindi riportiamo di seguito i dati dell’Ente Bilaterale del Turismo di Roma e i dati del bilancio di previsione pubblicati sul sito del Comune di Roma. Solo per la cronaca il Comune di Milano nel 2006 ha speso, per la promozione turistica, euro 5.248.500,00 che è circa la previsione per l’anno 2007 del Comune di Roma.

1 apr, ’08, 11:38 m.

Secondo WV per effetto della promozione effettuata dal Comune di Roma si sono registrate presenze eccezionali di turisti nella Capitale.

Ma queste presenze non giovano né alle casse del Comune né ai cittadini Romani che si trovano a dover utilizzare le già scarse infrastrutture locali condividendole con ben 10 milioni di arrivi all’anno ovvero con presenze turistiche di 23 milioni di persone.

Quindi il disagio dei romani per queste schiere di visitatori non è solo un’impressione, ma un vero problema. A questo si aggiunga che sebbene Repubblica (24 gennaio 2008 — Fonte: repubblica.it)  affermi che questo ha comportato aumento delle entrate del Comune e per lo Stato per 500 milioni di euro, non si capisce perché in realtà le entrate del Comune evidenzino invece una riduzione anche nella parte dei primi tre titoli di spesa che dovrebbero essere abbastanza stabili se non in crescita grazie all’aumento della pressione fiscale comunale.

Se questo è il modello Roma, Dio salvi chi dovesse seguirlo.

E quindi riportiamo di seguito i dati dell’Ente Bilaterale del Turismo di Roma e i dati del bilancio di previsione pubblicati sul sito del Comune di Roma.

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Solo per la cronaca il Comune di Milano nel 2006 ha speso, per la promozione turistica, euro 5.248.500,00 che è circa la previsione per l’anno 2007 del Comune di Roma.

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Franceschini smentisce Marx ed Engels: non è vero che ogni azione politica è un’azione economica!

FRANKRAMSEY

Lo dimostra la   PROPOSTA DI LEGGE d’iniziativa del deputato Dario FRANCESCHINI Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della cucina tipica ferrarese   (Una tentazione libidinosa: LA SALAMA da SUGO FERRARESE…. mmmm) presentata il 24 novembre 2004   Questa è non è una legge come si fanno di solito, questa è pura poesia, un inno alla golosità ed alla ricerca della buona cucina, basta con le polemiche politiche, sui problemi dell’inflazione, la redistribuzione del reddito, le morti sul lavoro, ora c’è un illuminato politico che ci offre una legge per la sua Ferrara da esportare in tutte le località d’Italia. Poi non costa nulla: 100.000 euro che altrimenti venivano spesi in un altro modo dal ministero del Tesoro. Ecco alcuni estratti dell’illustrazione della legge nelle parti più liriche e da ghiottoni e di seguito il testo della proposta completo con le coperture finanziarie. Perché una legge così illuminante non è stata approvata? Forse è colpa del solito Berlusconi a cui piace di più la cucina Meneghina?   Ed ecco l’aureo testo. Ferrara infatti, che mai è stata città di mare, tuttavia è sempre stata, fin dall’epoca della sua fondazione, all’incirca a metà  del primo millennio, una città di costa. (nota: a nessuno può sfuggire il significato esoterico dell’affermazione). Ferrara si trova quindi su un confine che il lavoro degli uomini ha reso oggi quasi invisibile: il confine fra terra e acqua, fra campagna e palude, fra il lavoro del contadino e quello del pescatore. In questo connotato geografico sta la prima caratteristica della cucina ferrarese, in cui si incontrano piatti che sono figli della cultura della terra a base di maiale, di zucca, del grano per un pane unico al mondo, con altri piatti e sapori che vengono dal fiume, dalla laguna, dal mare. Essi sono i sapori dell’anguilla, del cefalo, delle aguglie e di tutti i pesci che popolano i bassi fondali delle acque interne, ma sono anche i sapori del germano, del fischione e di altri uccelli d’acqua che solo la miseria ha obbligato a considerare cibo per gli uomini, e che solo una cultura millenaria ha saputo trasformare in specialità  straordinarie, come quella folaga che i preti della fine dell’ottocento dispensavano dal consumare il venerdì, perché era un piatto talmente povero, che era difficile dire se fosse a base di carne o di pesce … (l’incolpevole FOLAGA che non avrebbe un buon sapore) (FISCHIONE: Il Franceschin crudele… se lo vorrebbe divorare per legge)  (nota: questa affermazione è troppo difficile da capire, mi astengo da commentarla, ma noterete l’aspetto poetico e l’immedesimazione dell’autore nello schifare la carne di folaga). Ecco allora la radice di sapori rari o del tutto inusuali per la pianura padana, come l’agrodolce dei cappellacci ripieni di zucca, il sapore fortissimo della salama da sugo, la coppia e tutto il pane ferrarese, il pasticcio di maccheroni che racchiude nel dolce della pasta frolla il suo cuore morbido di besciamella profumata del tartufo dei boschi perifluviali del Po (nota: questa poesia si potrebbe musicare con solo piccoli ritocchi al testo). Il Po, questo re dei fiumi italiani, che a Ferrara raggiunge, dopo l’immissione del Panaro, l’ultimo dei suoi tributari, la massima portata d’acqua e la dimensione di un vero gigante. Un gigante che ospita ancora, sapientemente tutelato dalle leggi, il più pregiato dei pesci, quel re delle tavole, lo storione, che ha regalato a Ferrara una specialità che oggi e` andata purtroppo perduta per sempre, e che dovrebbe fare riflettere sull’opportunità` di leggi di tutela e di protezione dei prodotti della gastronomia tradizionale come quella che viene proposta oggi.   (lo STORIONE del PO il cui occhio arguto somiglia a quello del Uoltèr) Mi riferisco al caviale del ghetto di Ferrara, che nella fumosa bottega prima di Nuta Ascoli e poi di Adolfo Bianconi e Tilde Pulga, in via Mazzini, si poteva ancora gustare fino all’inizio degli anni ’70: un caviale unico al mondo, preparato secondo una formula originale e segreta. Veniva infatti cotto in tegami di rame, con dovizia di pepe e di altri ingredienti gelosamente custoditi. Oggi del caviale del ghetto di Ferrara rimane solo il rimpianto di chi ha avuto la fortuna di assaggiarlo (nota: siamo profondamente coinvolti nel dolore provato dall’autore per questa perversa e incolpevole privazione). …….si precisa che lo scopo del provvedimento legislativo non e` soltanto quello di tutelare e di valorizzare quel patrimonio di conoscenza e di originalità della cucina ferrarese che rischia di disperdersi per sempre, ma e` anche quello di promuovere, con un intervento unitario di carattere sperimentale che potrà indicare la strada a tentativi ugualmente importanti nel territorio nazionale, un sistema alimentare e gastronomico, fatto di botteghe di prodotti tipici, di ristoranti, trattorie e osterie, di aziende agricole di certificata qualità uniti in una rete organizzata e riconoscibile (nota: abbasso il colesterolo, viva i pranzetti). ART. 1. (Finalità). 1. La presente legge promuove la tutela e la valorizzazione dei prodotti gastronomici tipici ferraresi, attraverso l’istituzione di una rete di esercizi commerciali di vendita di prodotti tipici, di osterie, trattorie, ristoranti, forni e aziende agricole, identificati da una certificazione visibile di qualità e di corrispondenza alla antica tradizione culinaria estense. ART. 2. (Comitato per la tutela e la valorizzazione della cucina tipica ferrarese). 1. Entro un mese dalla data di entrata in vigore della presente legge, previa deliberazione della giunta provinciale di Ferrara, con decreto del Ministro delle attività produttive, e` istituito il Comitato per la tutela e la valorizzazione della cucina tipica ferrarese, di seguito denominato « Comitato ». 2. Il Comitato e` composto da: a) un rappresentante del Ministero delle attività produttive, designato dal Ministro stesso; b) due soggetti designati dal presidente della provincia di Ferrara, di cui uno quale rappresentante della provincia e uno quale rappresentante degli organismi pubblici e privati che operano nei settori del turismo e della cultura; c) un rappresentante del comune di Ferrara, designato dal sindaco;  d) due rappresentanti dei comuni della provincia di Ferrara; e) tre rappresentanti designati dalle associazioni e dagli organismi ferraresi di categoria. 3. L’attivita` e il funzionamento del Comitato sono disciplinati da un regolamento interno approvato dal Comitato stesso. Il Comitato elegge al suo interno, a maggioranza semplice, il presidente che lo rappresenta. ART. 3. (Compiti del Comitato). 1. Il Comitato ha il compito di tutelare e di promuovere i prodotti della cucina tipica ferrarese. In particolare il Comitato: a) censisce i prodotti della cucina tipica ferrarese e i requisiti e le caratteristiche della loro preparazione; b) attribuisce la certificazione di « prodotti della cucina tipica ferrarese » alle attività commerciali che vendono o elaborano prodotti corrispondenti alle indicazioni di un apposito disciplinare redatto dal Comitato, riferito alla provenienza, alle dosi e alle modalità di preparazione finale dei prodotti stessi; c) promuove attività di valorizzazione e diffusione della cucina tipica ferrarese nel mondo, anche attraverso apposite campagne promozionali e certificando, secondo i criteri di cui alla lettera b), esercizi di ristorazione della cucina tipica ferrarese fuori dal territorio della provincia; d) predispone e sostiene itinerari turistici, culturali e gastronomici costituiti da una rete di operatori della ristorazione, certificati secondo i criteri di cui alla lettera b), aventi sede nella provincia di Ferrara; e) promuove e sostiene le attività degli enti di formazione professionale e delle scuole di settore finalizzate al mantenimento dei piatti della tradizione e delle loro modalità di preparazione. 2. Il Comitato opera avvalendosi dei finanziamenti previsti dall’articolo 4 e del contributo diretto di enti pubblici, fondazioni bancarie nonché di altri soggetti pubblici e privati. ART. 4. (Copertura finanziaria). 1. All’onere derivante dall’attuazione della presente legge, determinato nel limite massimo di 100.000 euro a decorrere dall’anno 2005, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2005- 2007, nell’ambito dell’unita` previsionale di base di parte corrente « Fondo speciale » dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno 2005, allo scopo parzialmente utilizzando, quanto a 100.000 euro per l’anno 2005 l’accantonamento relativo al medesimo Ministero, e quanto a 100.000 euro a decorrere dall’anno 2006, l’accantonamento relativo al Ministero delle attività produttive. 2. Il Ministro dell’economia e delle finanze e` autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio. ART. 5. (Entrata in vigore). La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. A parte gli scherzi, da questo testo si scopre: 1)    Che ci sono dei “fondi speciali” che non hanno precise destinazioni a cui si può attingere anche per costituire comitati :  anche di ghiottoni; 2)    Che la spesa si può fissare inizialmente in un piccolo importo, ma che un semplice decreto può modificare senza che si debba ricorrere a nuove leggi di spesa. Se si va a vedere l’importo di 100.000 euro è assolutamente insufficiente a coprire la spesa, per cui, se la legge fosse stata approvata, si sarebbe corretto il tiro con conseguente aggravio della spesa pubblica. Con questi criteri la spesa pubblica è incontrollabile e non può che crescere senza un preciso limite fino al rastrellamento di tutte le risorse disponibili. Questo è quello che vuole fare la squadra di Veltroni?

27 mar, ’08, 10:01 p.

Lo dimostra la

 

PROPOSTA DI LEGGE

d’iniziativa del deputato Dario FRANCESCHINI

Disposizioni per la tutela e la valorizzazione

della cucina tipica ferrarese

 

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(Una tentazione libidinosa: LA SALAMA da SUGO FERRARESE…. mmmm)

 

presentata il 24 novembre 2004

 

Questa è non è una legge come si fanno di solito, questa è pura poesia, un inno alla golosità ed alla ricerca della buona cucina, basta con le polemiche politiche, sui problemi dell’inflazione, la redistribuzione del reddito, le morti sul lavoro, ora c’è un illuminato politico che ci offre una legge per la sua Ferrara da esportare in tutte le località d’Italia. Poi non costa nulla: 100.000 euro che altrimenti venivano spesi in un altro modo dal ministero del Tesoro.

Ecco alcuni estratti dell’illustrazione della legge nelle parti più liriche e da ghiottoni e di seguito il testo della proposta completo con le coperture finanziarie.

Perché una legge così illuminante non è stata approvata?

Forse è colpa del solito Berlusconi a cui piace di più la cucina Meneghina?

 

Ed ecco l’aureo testo.

Ferrara infatti, che mai è stata città di mare, tuttavia è sempre stata, fin dall’epoca della sua fondazione, all’incirca a metà  del primo millennio, una città di costa.

(nota: a nessuno può sfuggire il significato esoterico dell’affermazione).

Ferrara si trova quindi su un confine che il lavoro degli uomini ha reso oggi quasi invisibile: il confine fra terra e acqua, fra campagna e palude, fra il lavoro del contadino e quello del pescatore. In questo connotato geografico sta la prima caratteristica della cucina ferrarese, in cui si incontrano piatti che sono figli della cultura della terra a base di maiale, di zucca, del grano per un pane unico al mondo, con altri piatti e sapori che vengono dal fiume, dalla laguna, dal mare.

Essi sono i sapori dell’anguilla, del cefalo, delle aguglie e di tutti i pesci che popolano i bassi fondali delle acque interne, ma sono anche i sapori del germano, del fischione e di altri uccelli d’acqua che solo la miseria ha obbligato a considerare cibo per gli uomini, e che solo una cultura millenaria ha saputo trasformare in specialità  straordinarie, come quella folaga che i preti della fine dell’ottocento dispensavano dal consumare il venerdì, perché era un piatto talmente povero, che era difficile dire se fosse a base di carne o di pesce …

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(l’incolpevole FOLAGA che non avrebbe un buon sapore)

 

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(FISCHIONE: Il Franceschin crudele… se lo vorrebbe divorare per legge)

(nota: questa affermazione è troppo difficile da capire, mi astengo da commentarla, ma noterete l’aspetto poetico e l’immedesimazione dell’autore nello schifare la carne di folaga).

Ecco allora la radice di sapori rari o del tutto inusuali per la pianura padana, come l’agrodolce dei cappellacci ripieni di zucca, il sapore fortissimo della salama da sugo, la coppia e tutto il pane ferrarese, il pasticcio di maccheroni che racchiude nel dolce della pasta frolla il suo cuore morbido di besciamella profumata del tartufo dei boschi perifluviali del Po

(nota: questa poesia si potrebbe musicare con solo piccoli ritocchi al testo).

Il Po, questo re dei fiumi italiani, che a Ferrara raggiunge, dopo l’immissione del Panaro, l’ultimo dei suoi tributari, la massima portata d’acqua e la dimensione di un vero gigante.

Un gigante che ospita ancora, sapientemente tutelato dalle leggi, il più pregiato dei pesci, quel re delle tavole, lo storione, che ha regalato a Ferrara una specialità che oggi e` andata purtroppo perduta per sempre, e che dovrebbe fare riflettere sull’opportunità` di leggi di tutela e di protezione dei prodotti della gastronomia tradizionale come quella che viene proposta oggi.

 

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(lo STORIONE del PO il cui occhio arguto somiglia a quello del Uoltèr)

Mi riferisco al caviale del ghetto di Ferrara, che nella fumosa bottega prima di Nuta Ascoli e poi di Adolfo Bianconi e Tilde Pulga, in via Mazzini, si poteva ancora gustare fino all’inizio degli anni ’70: un caviale unico al mondo, preparato secondo una formula originale e segreta. Veniva infatti cotto in tegami di rame, con dovizia di pepe e di altri ingredienti gelosamente custoditi. Oggi del caviale del ghetto di Ferrara rimane solo il rimpianto di chi ha avuto la fortuna di assaggiarlo

(nota: siamo profondamente coinvolti nel dolore provato dall’autore per questa perversa e incolpevole privazione).

…….si precisa che lo scopo del provvedimento legislativo non e` soltanto quello di tutelare e di valorizzare quel patrimonio di conoscenza e di originalità della cucina ferrarese che rischia di disperdersi per sempre, ma e` anche quello di promuovere, con un intervento unitario di carattere sperimentale che potrà indicare la strada a tentativi ugualmente importanti nel territorio nazionale, un sistema alimentare e gastronomico, fatto di botteghe di prodotti tipici, di ristoranti, trattorie e osterie, di aziende agricole di certificata qualità uniti in una rete organizzata e riconoscibile

(nota: abbasso il colesterolo, viva i pranzetti).

ART. 1.

(Finalità).

1. La presente legge promuove la tutela e la valorizzazione dei prodotti gastronomici tipici ferraresi, attraverso l’istituzione di una rete di esercizi commerciali di vendita di prodotti tipici, di osterie, trattorie,

ristoranti, forni e aziende agricole, identificati da una certificazione visibile di qualità e di corrispondenza alla antica tradizione culinaria estense.

ART. 2.

(Comitato per la tutela e la valorizzazione della cucina tipica ferrarese).

1. Entro un mese dalla data di entrata in vigore della presente legge, previa deliberazione della giunta provinciale di Ferrara, con decreto del Ministro delle attività produttive, e` istituito il Comitato per la tutela e la valorizzazione della cucina tipica ferrarese, di seguito denominato « Comitato ».

2. Il Comitato e` composto da:

a) un rappresentante del Ministero delle attività produttive, designato dal Ministro stesso;

b) due soggetti designati dal presidente della provincia di Ferrara, di cui uno quale rappresentante della provincia e uno quale rappresentante degli organismi pubblici e privati che operano nei settori del turismo e della cultura;

c) un rappresentante del comune di Ferrara, designato dal sindaco;

d) due rappresentanti dei comuni della provincia di Ferrara;

e) tre rappresentanti designati dalle associazioni e dagli organismi ferraresi di categoria.

3. L’attivita` e il funzionamento del Comitato sono disciplinati da un regolamento interno approvato dal Comitato stesso. Il Comitato elegge al suo interno, a maggioranza semplice, il presidente che lo rappresenta.

ART. 3.

(Compiti del Comitato).

1. Il Comitato ha il compito di tutelare e di promuovere i prodotti della cucina tipica ferrarese. In particolare il Comitato:

a) censisce i prodotti della cucina tipica ferrarese e i requisiti e le caratteristiche della loro preparazione;

b) attribuisce la certificazione di « prodotti della cucina tipica ferrarese » alle attività commerciali che vendono o elaborano prodotti corrispondenti alle indicazioni di un apposito disciplinare redatto dal Comitato, riferito alla provenienza, alle dosi e alle modalità di preparazione finale dei prodotti stessi;

c) promuove attività di valorizzazione e diffusione della cucina tipica ferrarese nel mondo, anche attraverso apposite campagne promozionali e certificando, secondo i criteri di cui alla lettera b), esercizi di ristorazione della cucina tipica ferrarese fuori dal territorio della provincia;

d) predispone e sostiene itinerari turistici, culturali e gastronomici costituiti da una rete di operatori della ristorazione, certificati secondo i criteri di cui alla lettera b), aventi sede nella provincia di Ferrara;

e) promuove e sostiene le attività degli enti di formazione professionale e delle scuole di settore finalizzate al mantenimento dei piatti della tradizione e delle loro modalità di preparazione.

2. Il Comitato opera avvalendosi dei finanziamenti previsti dall’articolo 4 e del contributo diretto di enti pubblici, fondazioni bancarie nonché di altri soggetti pubblici e privati.

ART. 4.

(Copertura finanziaria).

1. All’onere derivante dall’attuazione della presente legge, determinato nel limite massimo di 100.000 euro a decorrere dall’anno 2005, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento

iscritto, ai fini del bilancio triennale 2005- 2007, nell’ambito dell’unita` previsionale di base di parte corrente « Fondo speciale » dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno 2005, allo scopo parzialmente utilizzando, quanto a 100.000 euro per l’anno 2005 l’accantonamento relativo al medesimo Ministero, e quanto a 100.000 euro a decorrere dall’anno 2006, l’accantonamento relativo al Ministero delle attività produttive.

2. Il Ministro dell’economia e delle finanze e` autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

ART. 5.

(Entrata in vigore).

  1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

 

 

A parte gli scherzi, da questo testo si scopre:

1)    Che ci sono dei “fondi speciali” che non hanno precise destinazioni a cui si può attingere anche per costituire comitati :  anche di ghiottoni;

2)    Che la spesa si può fissare inizialmente in un piccolo importo, ma che un semplice decreto può modificare senza che si debba ricorrere a nuove leggi di spesa.

Se si va a vedere l’importo di 100.000 euro è assolutamente insufficiente a coprire la spesa, per cui, se la legge fosse stata approvata, si sarebbe corretto il tiro con conseguente aggravio della spesa pubblica.

Con questi criteri la spesa pubblica è incontrollabile e non può che crescere senza un preciso limite fino al rastrellamento di tutte le risorse disponibili.

Questo è quello che vuole fare la squadra di Veltroni?

Leggi tutto…

 

Il Comune di Roma pubblica le cifre del dissesto

FRANKRAMSEY

Sinossi: per i non addetti ai lavori il bilancio di un ente pubblico è un sacro mistero. Per chi è abituato a trattare la contabilità è una dettagliata descrizione di cosa avviene all’interno di quell’ente. Per chi non lo sapesse la situazione di un comune viene valutata dalle banche (inclusa la Cassa Depositi e Prestiti) in base alle delegazioni di pagamento che rappresentano la solvibilità del comune a fronte di prestiti che gli vengono concessi, in genere per fare investimenti. Nel previsionale pubblicato sul sito del Comune di Roma sembrerebbe che già il bilancio 2007 dovrebbe portare al commissariamento del municipio a causa dell’impossibilità di contrarre mutui che permettano al Comune di pagare tutte le spese a fronte delle entrate previste.   Il modo di presentare il bilancio varia da Comune a Comune Il Comune di Reggio Emilia, ad esempio, oltre a pubblicare il bilancio con regolarità sul proprio sito, per i non addetti ai lavori, fornisce una descrizione dettagliata di tutto quello che ha fatto nel corso dell’esercizio. E così fanno molti Comuni anche di piccole dimensioni. Il Comune di Roma fornisce solo dati incompleti e del 2006 addirittura solo “previsioni definitive”. Naturalmente non si sogna di fare una descrizione di come sono stati spesi i soldi e gli interventi effettuati perché i numeri sono abbastanza critici. Per i non addetti ai lavori riporto di seguito la definizione di delegazioni di pagamento: l’ente locale può assumere nuovi mutui e accedere ad altre forme di finanziamento reperibili sul mercato solo se l’importo annuale degli interessi sommato a quello dei mutui precedentemente contratti, a quello dei prestiti obbligazionari precedentemente emessi, a quello delle aperture di credito stipulate ed a quello derivante da garanzie prestate ai sensi dell’articolo 207[del Testo Unico sugli Enti Locali], al netto dei contributi statali e regionali in conto interessi, non supera il 12 per cento delle entrate relative ai primi tre titoli delle entrate del rendiconto del penultimo anno precedente quello in cui viene prevista l’assunzione dei mutui. Se un Comune non dispone di delegazioni di pagamento non può contrarre mutui e quindi non può certo fare investimenti, se non quelli interamente finanziati dallo Stato o dalla Regione né coprire con finanziamenti la differenza tra entrate e uscite. Dai dati pubblicati risulta che le delegazioni di pagamento dal 2004 al 2006 sono in calo vertiginoso per diventare negative nel 2007. Naturalmente si tratta di una svista della ragioneria perché non si può dare un valore negativo alle delegazioni di pagamento per la loro stessa definizione. Quindi si può ritenere che già nel 2007 il Comune non sia stato in grado di sostenere la spesa prevista per mancanza di risorse e quindi deve averla ridotta, altrimenti sarebbe stato già commissariato. La mancanza di dati definitiva fa ritenere che la situazione sia molto peggiore di quello che ci possiamo immaginare. Di questo se ne sono accorti i cittadini romani ormai costretti a guidare su strade rappezzate che dopo ogni acquazzone somigliano sempre più alle vie di Kabul o di Bagdad costringendo gli automobilisti a pericolosi slalom per non cadere con le ruote nelle misteriose buche sull’asfalto. Se ne sono accorti per lo stato dei trasporti pubblici che esprimono di anno in anno un sempre maggiore degrado. Se ne sono accorti per la sempre maggiore precarietà degli interventi del Comune per i cittadini. Quindi l’idea di diventare presidente del consiglio per WV è un sistema per sfuggire alla crisi economica del Comune lasciando al suo successore l’onere o di risolvere il problema con tutte le conseguenze di impopolarità che comporta o di venir commissariato per bancarotta. Adesso WV intende esportare il metodo di gestione di Roma alla gestione della nazione. Ma abbiamo riflettuto sulle conseguenze di mettere alla presidenza del consiglio chi ha sfasciato un Comune ben finanziato come quello di Roma? Diagrammi:   Come si può vedere il 12% delle entrate per i primi tre titoli di bilancio sono in calo e la parte utilizzabile come dellegazioni di pagamento si azzera tra il 2006 ed il 2007. Nel 2006 (previsionale) il valore degli interessi che il comune poteva pagare per nuovi mutui era di circa 25.000.000 euro pari ad una possibilità di contrarre mutui fino a circa un miliardo di euro ai tassi attuali della Cassa Depositi e Prestiti. Queste risorse si annullano tra il 2006 ed il 2007. Il previsionale 2008, essendo basato su una previsione di delegazioni di pagamento 2006-2007 negative non è valido e deve essere rivisto. Comunque può essere d’aiuto il seguente grafico che mostra come variano le entrate e le uscite totali del comune tra il 2004 ed il 2008: Da cui si evince un dato costante: le uscite superiori alle entrate nei dati storici e una previsione di rientro solo nel previsionale 2007- 2008 con entrate molto più basse in quanto si prevede che cessino introiti straordinari, mentre viene indicato un incremento dei finanziamenti che, come detto, non possono essere stipulati per azzeramento delle delegazioni di pagamento.

26 mar, ’08, 9:40 m.

Sinossi: per i non addetti ai lavori il bilancio di un ente pubblico è un sacro mistero. Per chi è abituato a trattare la contabilità è una dettagliata descrizione di cosa avviene all’interno di quell’ente.

Per chi non lo sapesse la situazione di un comune viene valutata dalle banche (inclusa la Cassa Depositi e Prestiti) in base alle delegazioni di pagamento che rappresentano la solvibilità del comune a fronte di prestiti che gli vengono concessi, in genere per fare investimenti. Nel previsionale pubblicato sul sito del Comune di Roma sembrerebbe che già il bilancio 2007 dovrebbe portare al commissariamento del municipio a causa dell’impossibilità di contrarre mutui che permettano al Comune di pagare tutte le spese a fronte delle entrate previste.

 

Il modo di presentare il bilancio varia da Comune a Comune

Il Comune di Reggio Emilia, ad esempio, oltre a pubblicare il bilancio con regolarità sul proprio sito, per i non addetti ai lavori, fornisce una descrizione dettagliata di tutto quello che ha fatto nel corso dell’esercizio. E così fanno molti Comuni anche di piccole dimensioni.

Il Comune di Roma fornisce solo dati incompleti e del 2006 addirittura solo “previsioni definitive”.

Naturalmente non si sogna di fare una descrizione di come sono stati spesi i soldi e gli interventi effettuati perché i numeri sono abbastanza critici.

Per i non addetti ai lavori riporto di seguito la definizione di delegazioni di pagamento:

l’ente locale può assumere nuovi mutui e accedere ad altre forme di finanziamento reperibili sul mercato solo se l’importo annuale degli interessi sommato a quello dei mutui precedentemente contratti, a quello dei prestiti obbligazionari precedentemente emessi, a quello delle aperture di credito stipulate ed a quello derivante da garanzie prestate ai sensi dell’articolo 207[del Testo Unico sugli Enti Locali], al netto dei contributi statali e regionali in conto interessi, non supera il 12 per cento delle entrate relative ai primi tre titoli delle entrate del rendiconto del penultimo anno precedente quello in cui viene prevista l’assunzione dei mutui.

Se un Comune non dispone di delegazioni di pagamento non può contrarre mutui e quindi non può certo fare investimenti, se non quelli interamente finanziati dallo Stato o dalla Regione né coprire con finanziamenti la differenza tra entrate e uscite.

Dai dati pubblicati risulta che le delegazioni di pagamento dal 2004 al 2006 sono in calo vertiginoso per diventare negative nel 2007. Naturalmente si tratta di una svista della ragioneria perché non si può dare un valore negativo alle delegazioni di pagamento per la loro stessa definizione. Quindi si può ritenere che già nel 2007 il Comune non sia stato in grado di sostenere la spesa prevista per mancanza di risorse e quindi deve averla ridotta, altrimenti sarebbe stato già commissariato.

La mancanza di dati definitiva fa ritenere che la situazione sia molto peggiore di quello che ci possiamo immaginare.

Di questo se ne sono accorti i cittadini romani ormai costretti a guidare su strade rappezzate che dopo ogni acquazzone somigliano sempre più alle vie di Kabul o di Bagdad costringendo gli automobilisti a pericolosi slalom per non cadere con le ruote nelle misteriose buche sull’asfalto.

Se ne sono accorti per lo stato dei trasporti pubblici che esprimono di anno in anno un sempre maggiore degrado.

Se ne sono accorti per la sempre maggiore precarietà degli interventi del Comune per i cittadini.

Quindi l’idea di diventare presidente del consiglio per WV è un sistema per sfuggire alla crisi economica del Comune lasciando al suo successore l’onere o di risolvere il problema con tutte le conseguenze di impopolarità che comporta o di venir commissariato per bancarotta.

Adesso WV intende esportare il metodo di gestione di Roma alla gestione della nazione. Ma abbiamo riflettuto sulle conseguenze di mettere alla presidenza del consiglio chi ha sfasciato un Comune ben finanziato come quello di Roma?

Diagrammi:

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Come si può vedere il 12% delle entrate per i primi tre titoli di bilancio sono in calo e la parte utilizzabile come dellegazioni di pagamento si azzera tra il 2006 ed il 2007. Nel 2006 (previsionale) il valore degli interessi che il comune poteva pagare per nuovi mutui era di circa 25.000.000 euro pari ad una possibilità di contrarre mutui fino a circa un miliardo di euro ai tassi attuali della Cassa Depositi e Prestiti. Queste risorse si annullano tra il 2006 ed il 2007.

Il previsionale 2008, essendo basato su una previsione di delegazioni di pagamento 2006-2007 negative non è valido e deve essere rivisto.

Comunque può essere d’aiuto il seguente grafico che mostra come variano le entrate e le uscite totali del comune tra il 2004 ed il 2008:

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Da cui si evince un dato costante: le uscite superiori alle entrate nei dati storici e una previsione di rientro solo nel previsionale 2007- 2008 con entrate molto più basse in quanto si prevede che cessino introiti straordinari, mentre viene indicato un incremento dei finanziamenti che, come detto, non possono essere stipulati per azzeramento delle delegazioni di pagamento.

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Di Pietro che c’azzecca l’insider trading?

FRANKRAMSEY

Da fonti giornalistiche risulta un’accusa di Di Pietro a Berlusconi per insider trading. In Italia l’abuso di informazioni privilegiate è attualmente disciplinato dal decreto legislativo 24 febbraio 1998 n. 58 (Testo Unico della Finanza o TUF) che ha recepito, tramite la Legge comunitaria del 2004 , le indicazioni contenute nella norma europea. Ai sensi del disposto di cui all’art.184 del TUF compie il reato di abuso di informazioni privilegiate: […] chiunque, essendo in possesso di informazioni privilegiate in ragione della sua qualità di membro di organi di amministrazione, direzione o controllo dell’emittente, della partecipazione al capitale dell’emittente, ovvero dell’esercizio di un’attività lavorativa, di una professione o di una funzione, anche pubblica, o di un ufficio: a) acquista, vende o compie altre operazioni, direttamente o indirettamente, per conto proprio o per conto di terzi, su strumenti finanziari utilizzando le informazioni medesime; b) comunica tali informazioni ad altri, al di fuori del normale esercizio del lavoro, della professione, della funzione o dell’ufficio; c) raccomanda o induce altri, sulla base di esse, al compimento di taluna delle operazioni indicate nella lettera a). Mentre l’articolo 181, comma 1, specifica cosa debba intendersi per informazione privilegiata: […] si intende un’informazione di carattere preciso, che  non è stata resa pubblica, concernente, direttamente o indirettamente, uno o più emittenti strumenti finanziari o uno o più strumenti finanziari, che, se resa pubblica, potrebbe influire in modo sensibile sui prezzi di tali strumenti finanziari   Che c’azzecca l’insider trading con l’invito di Berlusconi ad investitori italiani a partecipare ad una trattativa privata con Alitalia, in concorrenza con Air France, per l’acquisto della quota di possesso detenuta ancora dallo Stato? Questa potrebbe servire ad aumentare il ricavato dell’operazione, non per precise informazioni sull’Alitalia, ma per effetto di concorrenza che è mancata con la trattativa privata con un solo potenziale acquirente. Si rimane basiti per le dichiarazioni di un ex magistrato che apparentemente non conosce la legge nazionale e comunitaria sull’insider trading. I procedimenti giudiziari non possono fare a meno della logica. Qui pare che manchi totalmente il raccordo tra l’accusa dell’ex pubblico ministero e i fatti. La difesa dell’operato di Prodi e Padoa Schioppa dopo l’intervento del ministro dei trasporti in merito alla possibilità di tempi più lunghi di quanto previsto dalla trattativa con Air France lascia aperta qualsiasi speculazione sui loro comportamenti e sulle parole dell’ex ministro Di Pietro. Per chiarire all’opinione pubblica le motivazioni di queste posizioni sarebbe opportuno che gli interessati facciano luce sui fatti al fine di sgombrare il campo da tutte le possibili illazioni che nascono da queste dichiarazioni che appaiono, a dir poco, non coerenti. Questi chiarimenti sono tanto più necessari, vista l’abbondanza su altri temi (bamboccioni, che c’azzecca, ecc. ecc), in quanto, se non ci saranno, l’assordante silenzio mostrerebbe solo il lato oscuro di una lobby di potere.

23 mar, ’08, 11:43 p.

Da fonti giornalistiche risulta un’accusa di Di Pietro a Berlusconi per insider trading.

In Italia l’abuso di informazioni privilegiate è attualmente disciplinato dal decreto legislativo 24 febbraio 1998 n. 58 (Testo Unico della Finanza o TUF) che ha recepito, tramite la Legge comunitaria del 2004 , le indicazioni contenute nella norma europea.

Ai sensi del disposto di cui all’art.184 del TUF compie il reato di abuso di informazioni privilegiate:

[…] chiunque, essendo in possesso di informazioni privilegiate in ragione della sua qualità di membro di organi di amministrazione, direzione o controllo dell’emittente, della partecipazione al capitale dell’emittente, ovvero dell’esercizio di un’attività lavorativa, di una professione o di una funzione, anche pubblica, o di un ufficio:

a) acquista, vende o compie altre operazioni, direttamente o indirettamente, per conto proprio o per conto di terzi, su strumenti finanziari utilizzando le informazioni medesime;

b) comunica tali informazioni ad altri, al di fuori del normale esercizio del lavoro, della professione, della funzione o dell’ufficio;

c) raccomanda o induce altri, sulla base di esse, al compimento di taluna delle operazioni indicate nella lettera a).

Mentre l’articolo 181, comma 1, specifica cosa debba intendersi per informazione privilegiata:

[…] si intende un’informazione di carattere preciso, che  non è stata resa pubblica, concernente, direttamente o indirettamente, uno o più emittenti strumenti finanziari o uno o più strumenti finanziari, che, se resa pubblica, potrebbe influire in modo sensibile sui prezzi di tali strumenti finanziari

 

Che c’azzecca l’insider trading con l’invito di Berlusconi ad investitori italiani a partecipare ad una trattativa privata con Alitalia, in concorrenza con Air France, per l’acquisto della quota di possesso detenuta ancora dallo Stato? Questa potrebbe servire ad aumentare il ricavato dell’operazione, non per precise informazioni sull’Alitalia, ma per effetto di concorrenza che è mancata con la trattativa privata con un solo potenziale acquirente.

Si rimane basiti per le dichiarazioni di un ex magistrato che apparentemente non conosce la legge nazionale e comunitaria sull’insider trading.

I procedimenti giudiziari non possono fare a meno della logica. Qui pare che manchi totalmente il raccordo tra l’accusa dell’ex pubblico ministero e i fatti. La difesa dell’operato di Prodi e Padoa Schioppa dopo l’intervento del ministro dei trasporti in merito alla possibilità di tempi più lunghi di quanto previsto dalla trattativa con Air France lascia aperta qualsiasi speculazione sui loro comportamenti e sulle parole dell’ex ministro Di Pietro.

Per chiarire all’opinione pubblica le motivazioni di queste posizioni sarebbe opportuno che gli interessati facciano luce sui fatti al fine di sgombrare il campo da tutte le possibili illazioni che nascono da queste dichiarazioni che appaiono, a dir poco, non coerenti.

Questi chiarimenti sono tanto più necessari, vista l’abbondanza su altri temi (bamboccioni, che c’azzecca, ecc. ecc), in quanto, se non ci saranno, l’assordante silenzio mostrerebbe solo il lato oscuro di una lobby di potere.

 

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Padoa Schioppa: le bugie hanno il naso lungo e le gambe corte.

FRANKRAMSEY

Sinossi: la situazione del bilancio dello Stato non solo non è stabilizzata, ma il rastrellamento delle risorse del Paese, da parte del governo, sta indirizzando l’economia italiana verso un punto di non ritorno (se si rimane in un sistema capitalistico). Questo è dimostrato dai dati dell’ISTAT e da una previsione scientifica dell’andamento del debito pubblico . Secondo Padoa Schioppa la situazione del debito pubblico si sarebbe stabilizzata con gli interventi messi in atto dal governo per contenere il deficit. Ma i numeri dell’ISTAT dicono cose molto diverse e più complesse. Il diagramma della spesa pubblica evidenzia complessivamente un andamento di forte crescita, in particolare sulle voci di maggior spesa: previdenza e assistenza, sanità, servizi generali. In forte aumento è altresì il prelievo fiscale che è stato quasi pari alla crescita del PIL relativo al 2007. In sostanza l’aumento dell’economia è stato rastrellato per ridurre e contenere il deficit che comunque è risultato di circa 20 miliardi. Questo potrebbe essere interpretato come un risultato positivo solo in una economia in forte e costante espansione quando il debito pubblico può trainare la crescita. Ma non è questo il caso nostro. La presenza sistematica del deficit di bilancio è legata alle politiche di spesa dei governi e degli enti locali che non sono in grado di contenerle in settori strategici come la sanità, le pensioni, l’assistenza ai bisognosi in quanto questi settori sono in mano a potentati più forti del governo. Si assiste alla situazione grottesca degli imprenditori che (ma si tratta di carità pelosa) vogliono migliorare il livello dei salari dei dipendenti, mentre i sindacati, che non hanno avuto scrupoli a far approvare leggi contro gli interessi dei lavoratori (riduzione delle pensioni, sottrazione del trattamento fine rapporto per compensare in parte la riduzione dei trattamenti pensionistici, ecc), si oppongono con le motivazioni più fantasiose. Ci domandiamo se non stiamo evolvendo verso il mondo alla rovescia. Il vicepresidente di Confindustria Bombassei ha addirittura detto che vuole fare accordi con i consigli di fabbrica e non con i sindacati di categoria. Sembra cioè che questi ultimi sono divenuti organi burocratici non in grado di sostenere una contrattazione. Purtroppo dall’analisi della spesa pubblica, delle principali voci di spesa e facendo una previsione mediante una curva logistica dell’evoluzione senza interventi correttivi, si può osservare che la principale voce che impedisce il ripianamento del debito pubblico (previdenza e assistenza) ha da pochi anni superato il punto di flesso. Per cui la crescita sostenuta è destinata a mantenersi nei prossimi anni. L’asintoto teorico è di 420 miliardi, ma l’incremento al 2015 si può prevedere in circa 62miliardi. Se si fa una stima proiettiva della spesa pubblica complessiva in rapporto al Prodotto interno lordo si può prevedere a quella data pari quasi al 60% del PIL. Secondo molti economisti è insostenibile in un sistema operante nel libero mercato e con l’impossibilità di dare aiuti di stato alle imprese per regolamento UE. In altri termini una società comunista potrebbe operare tranquillamente con questi numeri, ma non una nazione che si trova in un mercato capitalistico. Nei nostri calcoli non si è tenuto conto dell’effetto della diminuzione dell’efficienza del sistema al crescere della spesa pubblica per effetti parassiti né della riduzione di competitività del sistema Italia per l’incremento della pressione fiscale in assenza di compensazioni sul sistema delle imprese, quindi il quadro è fondamentalmente ottimistico. Introducendo questi correttori si potrebbe assistere ad un collasso economico in tempi ravvicinati.   Per chiarezza si riporta un diagramma dell’andamento della curva logistica per la spesa per assistenza e previdenza dal 1990 che mostra tutta la drammaticità del problema. Infatti considerando che questa rappresenta circa un terzo della spesa complessiva e aggiungendo per le altre voci i simili andamenti, si può prevedere la stabilizzazione dopo il 2050 sempreché il sistema Italia non sia, nel frattempo, spazzato via da nazioni che hanno una maggiore efficienza nella spesa pubblica. Comunque i dati di proiezione dicono tutti che la stabilizzazione non c’è stata e che occorre lavorare molto per raggiungerla. Questo si ricava con mezzi utilizzabili da tutti: dati ISTAT e matematica poco più che elementare. Se al Ministero del Tesoro non hanno personale in grado di fare queste previsioni sarebbe meglio che non venissero fatte affermazioni smentite dai numeri forniti dallo stesso governo.

15 mar, ’08, 10:32 p.

Sinossi: la situazione del bilancio dello Stato non solo non è stabilizzata, ma il rastrellamento delle risorse del Paese, da parte del governo, sta indirizzando l’economia italiana verso un punto di non ritorno (se si rimane in un sistema capitalistico).

Questo è dimostrato dai dati dell’ISTAT e da una previsione scientifica dell’andamento del debito pubblico .

Secondo Padoa Schioppa la situazione del debito pubblico si sarebbe stabilizzata con gli interventi messi in atto dal governo per contenere il deficit. Ma i numeri dell’ISTAT dicono cose molto diverse e più complesse.

Il diagramma della spesa pubblica evidenzia complessivamente un andamento di forte crescita, in particolare sulle voci di maggior spesa: previdenza e assistenza, sanità, servizi generali. In forte aumento è altresì il prelievo fiscale che è stato quasi pari alla crescita del PIL relativo al 2007. In sostanza l’aumento dell’economia è stato rastrellato per ridurre e contenere il deficit che comunque è risultato di circa 20 miliardi. Questo potrebbe essere interpretato come un risultato positivo solo in una economia in forte e costante espansione quando il debito pubblico può trainare la crescita. Ma non è questo il caso nostro.

La presenza sistematica del deficit di bilancio è legata alle politiche di spesa dei governi e degli enti locali che non sono in grado di contenerle in settori strategici come la sanità, le pensioni, l’assistenza ai bisognosi in quanto questi settori sono in mano a potentati più forti del governo.

Si assiste alla situazione grottesca degli imprenditori che (ma si tratta di carità pelosa) vogliono migliorare il livello dei salari dei dipendenti, mentre i sindacati, che non hanno avuto scrupoli a far approvare leggi contro gli interessi dei lavoratori (riduzione delle pensioni, sottrazione del trattamento fine rapporto per compensare in parte la riduzione dei trattamenti pensionistici, ecc), si oppongono con le motivazioni più fantasiose.

Ci domandiamo se non stiamo evolvendo verso il mondo alla rovescia.

Il vicepresidente di Confindustria Bombassei ha addirittura detto che vuole fare accordi con i consigli di fabbrica e non con i sindacati di categoria. Sembra cioè che questi ultimi sono divenuti organi burocratici non in grado di sostenere una contrattazione.

Purtroppo dall’analisi della spesa pubblica, delle principali voci di spesa e facendo una previsione mediante una curva logistica dell’evoluzione senza interventi correttivi, si può osservare che la principale voce che impedisce il ripianamento del debito pubblico (previdenza e assistenza) ha da pochi anni superato il punto di flesso. Per cui la crescita sostenuta è destinata a mantenersi nei prossimi anni. L’asintoto teorico è di 420 miliardi, ma l’incremento al 2015 si può prevedere in circa 62miliardi.

Se si fa una stima proiettiva della spesa pubblica complessiva in rapporto al Prodotto interno lordo si può prevedere a quella data pari quasi al 60% del PIL. Secondo molti economisti è insostenibile in un sistema operante nel libero mercato e con l’impossibilità di dare aiuti di stato alle imprese per regolamento UE. In altri termini una società comunista potrebbe operare tranquillamente con questi numeri, ma non una nazione che si trova in un mercato capitalistico.

Nei nostri calcoli non si è tenuto conto dell’effetto della diminuzione dell’efficienza del sistema al crescere della spesa pubblica per effetti parassiti né della riduzione di competitività del sistema Italia per l’incremento della pressione fiscale in assenza di compensazioni sul sistema delle imprese, quindi il quadro è fondamentalmente ottimistico.

Introducendo questi correttori si potrebbe assistere ad un collasso economico in tempi ravvicinati.

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Per chiarezza si riporta un diagramma dell’andamento della curva logistica per la spesa per assistenza e previdenza dal 1990 che mostra tutta la drammaticità del problema. Infatti considerando che questa rappresenta circa un terzo della spesa complessiva e aggiungendo per le altre voci i simili andamenti, si può prevedere la stabilizzazione dopo il 2050 sempreché il sistema Italia non sia, nel frattempo, spazzato via da nazioni che hanno una maggiore efficienza nella spesa pubblica.

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Comunque i dati di proiezione dicono tutti che la stabilizzazione non c’è stata e che occorre lavorare molto per raggiungerla.

Questo si ricava con mezzi utilizzabili da tutti: dati ISTAT e matematica poco più che elementare. Se al Ministero del Tesoro non hanno personale in grado di fare queste previsioni sarebbe meglio che non venissero fatte affermazioni smentite dai numeri forniti dallo stesso governo.

 

 

 

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Quando Veltroni da' i numeri

FRANKRAMSEY

Secondo WV Berlusconi ha aumentato la spesa pubblica al netto degli interessi di oltre il 2% annui durante il suo governo, mentre Prodi l’avrebbe aumentata solo dell’1,6%. Mi chiedo quali numeri gli passano i suoi collaboratori se secondo l’ISTAT l’andamento della spesa primaria è stato negli anni (a costi deinflazionati):   anno governo milioni di euro incremento percentuale 2002 Berlusconi 588.031 1,44% 2003 Berlusconi 613.712 4,37% 2004 Berlusconi 623.932 1,67% 2005 Berlusconi 639.391 2,48% 2006 Prodi 678.006 6,04% 2007 Prodi 676.699 -0,19%   Dove si può constatare che Prodi ha incrementato di più la spesa primaria, mediamente di circa il 3% contro poco più della media del 2% di Berlusconi. Per altro il significato che si attribuisce a questi numeri dati isolatamente è inconsistente. E’ come se un padre di famiglia dicesse che al netto dei mutui e degli interessi sui prestiti a fine anno ha risparmiato rispetto all’anno precedente, mentre si è dovuto indebitare ulteriormente o ha dovuto far ricorso ai risparmi accumulati in precedenza in quanto la spesa complessiva nell’anno è stata superiore alle entrate. I problemi sonno più evidenti se si va a vedere come il denaro pubblico è stato speso e quali sono le cause per cui non riusciamo a ridurlo ai livelli dei nostri competitori. Questa difficoltà non viene affrontata in campagna elettorale in quanto si preparano a farci le improvvisate poi. Non penso che un governo, di qualsiasi coalizione sia, possa mettersi contro una lobby sindacale che controlla circa un terzo della spesa pubblica e ha già permesso che si riducesse il livello di vita e previdenziale dei lavoratori (che pur dovrebbero tutelare) purché fosse salvaguardata la propria posizione di potere.

13 mar, ’08, 7:23 p.

Secondo WV Berlusconi ha aumentato la spesa pubblica al netto degli interessi di oltre il 2% annui durante il suo governo, mentre Prodi l’avrebbe aumentata solo dell’1,6%.

Mi chiedo quali numeri gli passano i suoi collaboratori se secondo l’ISTAT l’andamento della spesa primaria è stato negli anni (a costi deinflazionati):

 

anno governo milioni di euro incremento percentuale
2002 Berlusconi 588.031 1,44%
2003 Berlusconi 613.712 4,37%
2004 Berlusconi 623.932 1,67%
2005 Berlusconi 639.391 2,48%
2006 Prodi 678.006 6,04%
2007 Prodi 676.699 -0,19%

 

Dove si può constatare che Prodi ha incrementato di più la spesa primaria, mediamente di circa il 3% contro poco più della media del 2% di Berlusconi. Per altro il significato che si attribuisce a questi numeri dati isolatamente è inconsistente. E’ come se un padre di famiglia dicesse che al netto dei mutui e degli interessi sui prestiti a fine anno ha risparmiato rispetto all’anno precedente, mentre si è dovuto indebitare ulteriormente o ha dovuto far ricorso ai risparmi accumulati in precedenza in quanto la spesa complessiva nell’anno è stata superiore alle entrate.

I problemi sonno più evidenti se si va a vedere come il denaro pubblico è stato speso e quali sono le cause per cui non riusciamo a ridurlo ai livelli dei nostri competitori. Questa difficoltà non viene affrontata in campagna elettorale in quanto si preparano a farci le improvvisate poi. Non penso che un governo, di qualsiasi coalizione sia, possa mettersi contro una lobby sindacale che controlla circa un terzo della spesa pubblica e ha già permesso che si riducesse il livello di vita e previdenziale dei lavoratori (che pur dovrebbero tutelare) purché fosse salvaguardata la propria posizione di potere.

 

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Il debito pubblico italiano: analisi e prospettive per la sua riduzione

FRANKRAMSEY

Se si vuole affrontare e risolvere il problema del debito pubblico al fine di liberare risorse per lo sviluppo occorre per prima cosa esaminare i dati ISTAT dell’andamento del conto economico dello Stato alla voce uscite. In questa sezione le singole voci vanno valutate partendo dai maggiori importi. Una volta risolto il problema delle spese di importo più elevato si può fare un lavoro di limatura delle voci di spesa progressivamente più basse. La prima spesa è quella per la protezione sociale che riguarda pensioni ed assistenza pubblica. E’ un’uscita in denaro e riguarda un’attività in parte non inflattiva (le rendite per pensioni derivanti da versamenti) ed una parte inflattiva (le rendite senza versamenti, il pagamento del personale, l’assistenza pubblica agli incapienti, l’assistenza agli anziani senza reddito, ecc). Attualmente la quota delle pensioni è il 57% della spesa complessiva per questa voce di spesa e il 43% è per assistenza sociale. La causa dello squilibrio è in parte da attribuire al mancato aumento demografico che era alla base del sistema di calcolo delle pensioni e delle prestazioni assistenziali finanziate dalle casse pensionistiche. Questa spesa è apparentemente incomprimibile. Tuttavia esiste una possibilità di intervento massiccio ed efficace. La soluzione non prevede azioni che comportino una riduzione del servizio se non nella parte di puro spreco. Occorre innanzi tutto separare la previdenza dall’assistenza. Ovvero la quota dell’attività dello Stato di gestione delle rendite per versamenti pensionistici da quella dell’assistenza. Quindi si può privatizzare la previdenza pensionistica. Con una accortezza e ad una condizione. La privatizzazione pura e semplice di INPS, INPDAP,INAIL, ecc non è possibile in quanto il bilancio delle aziende private che acquisissero il servizio sarebbe dello stesso ordine di grandezza dei conti dello Stato. Quindi il condizionamento sulla politica del governo sarebbe imponente e determinerebbe una riduzione del livello di democrazia in Italia. La soluzione dovrebbe essere impostata effettuando una privatizzazione per settori di attività suddivisa su moltissime società assicurative controllate sistematicamente da parte dei pensionati, della guardia di finanza, del governo affinché queste non dilapidino il patrimonio loro affidato. In più si potrebbe prevedere un fondo di garanzia in caso di default di una assicurazione. Il relativo costo sarebbe contenuto in quanto il rischio verrebbe fortemente ripartito. Purtroppo i passati governi hanno messo in vendita gran parte del patrimonio immobiliare degli istituti previdenziali per “fare cassa” e quindi la costituzione del patrimonio per creare reddito per il pagamento delle pensioni in corso è di difficile applicazione. Il passaggio alle assicurazioni della previdenza prevede il pagamento dei contributi dei pensionandi nelle loro casse e, contemporaneamente, la cessione a queste di un patrimonio che crei una rendita adeguata a sostenere il versamento delle pensioni attualmente in essere. L’altro problema è connesso con la questione del controllo del sistema pensionistico pubblico ora in mano a sindacati e politici. Questi possono contare su risorse economiche imponenti (questa voce di spesa è tra un terzo e un quarto della spesa pubblica complessiva) e quindi sono in grado di avere una forte influenza sul sistema parlamentare. Si tratta di un esproprio di democrazia da parte di un settore parassitario e inflattivo, in ultima analisi operante contro l’interesse dei lavoratori in quanto li priva di una parte degli stipendi, salari e pensioni legata all’aumento del costo della vita. La crescita della spesa nel settore della previdenza e assistenza è stata in media di quasi il 15% annuo tra il 1990 ed il 2006. Naturalmente queste risorse sono state tolte allo sviluppo in quanto le attività parassitarie sono pura perdita economica e, come già detto, fonte di inflazione. Il sistema politico, nell’impossibilità di controllare i gestori di questo immenso patrimonio, hanno preferito agire, per ridurre il deficit prima sulla leva fiscale, poi togliendo ai lavoratori una parte del reddito generato dai loro versamenti ed infine espropriandoli del trattamento di fine rapporto che ora viene devoluto a compenso del deficit assistenziale e pensionistico. La strada maestra per ridurre questa spesa è ricondurre il sindacato alla propria attività originaria escludendolo dalla gestione previdenziale e assistenziale quindi riportandone l’attività a quella di tutela dei lavoratori. Si tratta cioè di riportare il sindacato a rappresentare i lavoratori nei consigli di fabbrica con la sua eliminazione dalla gestione di patrimoni di qualsiasi genere con eccezione dei versamenti degli associati da destinare esclusivamente al fondo di solidarietà (destinato cioè a dare un salario ai lavoratori durante gli scioperi). Eliminato questo competitore con il sistema democratico e separata la previdenza dall’assistenza si avrà una contrazione della spesa pubblica per la gestione delle pensioni, una riduzione delle entrate per la previdenza ed una riduzione del patrimonio gestito dallo Stato per sostenere la spesa pensionistica. Il relativo bilancio sarà certamente già positivo. Occorre quindi verificare i livelli di assistenza che si intende offrire ai cittadini separando contabilmente le spese per gli extracomunitari da quelle dei cittadini italiani. Questo anche per mostrare (insieme alla stessa operazione in campo sanitario) se è vero che gli immigrati sono un elemento di sviluppo o se invece rappresentano solo un incremento della spesa pubblica ed un mezzo per contenere il costo del lavoro e ridurre il livello di vita dei salariati e stipendiati. Se nell’area assistenziale e previdenziale si ottengono risparmi la voce di spesa per servizi generali (immediatamente inferiore a quella per assistenza e previdenza) si ridurrà, a pari condizioni di tassi di interesse internazionali, in proporzione al risparmio. Infatti la voce servizi generali è in gran parte dovuta alla spesa per interessi sul debito pubblico. Il terzo settore per spesa pubblica è la sanità. Dal 1990 al 2006 la spesa per singolo cittadino è lievitata da 1000 euro per persona a circa 1800 euro per persona. Si sono ridotti i posti letto negli ospedali, si è ridotta la spesa per i farmaci con l’utilizzo dei generici e in generale si è cercato di contenere la spesa con le azioni più disparate e si è avuto contemporaneamente questo incremento in termini reali deflazionati. Anche se l’invecchiamento della popolazione può in parte giustificare questo aumento resta il sospetto che in realtà esista una popolazione invisibile di extracomunitari più o meno in regolari che usufruisce di prestazioni gratuite in grado di aumentare il costo unitario per residente anche per effetto della precarietà di vita che conducono e quindi della maggiore possibilità di contrarre malattie anche gravi. La soluzione è di applicare le regole internazionali sulla sanità: ovvero come i cittadini italiani che si curano all’estero sono a carico del sistema sanitario nazionale, così per gli stranieri che non possiedono assistenza sanitaria per il lavoro che (non) svolgono si dovrebbe riversare sui rispettivi stati di provenienza il relativo costo togliendolo dal cittadino italiano. Questa iniziativa farebbe emergere prestazioni che eviteranno la sottovalutazione dell’utenza sanitaria per quei residenti che ufficialmente non esistono. Le spese per affari economici rappresentano, per larga parte, le agevolazioni del sistema produttivo che coprono il 50% delle provvidenze a favore delle imprese. L’altro 50% viene versato dalla comunità europea. Questi fondi sono indispensabili per le aree poco sviluppate e non possono essere ridotti senza ridurre di un pari importo la quota versata dalla UE. L’incremento dell’anno 2006 è legato probabilmente al termine del programma quadro 1999-2006 con la necessità di erogare entro il 2006 le somme residue per evitare di perdere i relativi contributi comunitari. Le altre spese (Attività ricreative, abitazioni, protezione ambientale, ordine pubblico, difesa) non sono singolarmente preoccupanti rispetto ai tre grandi buchi neri dell’economia nazionale, ma richiedono comunque un’adeguata indagine sulla congruità dei costi. In controtendenza il settore dell’istruzione dovrebbe avere più fondi per aumentare il livello culturale dei cittadini e permettere così alla nazione di competere con i paesi più sviluppati. Devo tuttavia essere scettico sulla effettiva possibilità di ridurre la spesa. Infatti il cancro che divora il nostro debito pubblico non è estirpabile finché non avremo il collasso dell’economia. Le posizioni di predominio che si sono create grazie alla politica di dare potere economico a chi gestisce enormi fondi come le pensioni e l’assistenza, non possono essere eliminate neppure da un governo che avesse maggioranze assolute in parlamento. Se questo tentasse di fare una politica a favore dei lavoratori contro i loro maggiori nemici ne ricaverebbe uno scontro tale da distruggerlo. Infatti i mezzi economici a disposizione di questo quinto potere potrebbero finanziare pesanti campagne contro questa operazione inducendo i cittadini, contrariamente ai fatti, a credere che sia un’azione contro i lavoratori.

10 mar, ’08, 3:41 p.

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Se si vuole affrontare e risolvere il problema del debito pubblico al fine di liberare risorse per lo sviluppo occorre per prima cosa esaminare i dati ISTAT dell’andamento del conto economico dello Stato alla voce uscite.

In questa sezione le singole voci vanno valutate partendo dai maggiori importi. Una volta risolto il problema delle spese di importo più elevato si può fare un lavoro di limatura delle voci di spesa progressivamente più basse.

La prima spesa è quella per la protezione sociale che riguarda pensioni ed assistenza pubblica. E’ un’uscita in denaro e riguarda un’attività in parte non inflattiva (le rendite per pensioni derivanti da versamenti) ed una parte inflattiva (le rendite senza versamenti, il pagamento del personale, l’assistenza pubblica agli incapienti, l’assistenza agli anziani senza reddito, ecc). Attualmente la quota delle pensioni è il 57% della spesa complessiva per questa voce di spesa e il 43% è per assistenza sociale.

La causa dello squilibrio è in parte da attribuire al mancato aumento demografico che era alla base del sistema di calcolo delle pensioni e delle prestazioni assistenziali finanziate dalle casse pensionistiche.

Questa spesa è apparentemente incomprimibile. Tuttavia esiste una possibilità di intervento massiccio ed efficace.

La soluzione non prevede azioni che comportino una riduzione del servizio se non nella parte di puro spreco.

Occorre innanzi tutto separare la previdenza dall’assistenza. Ovvero la quota dell’attività dello Stato di gestione delle rendite per versamenti pensionistici da quella dell’assistenza. Quindi si può privatizzare la previdenza pensionistica. Con una accortezza e ad una condizione.

La privatizzazione pura e semplice di INPS, INPDAP,INAIL, ecc non è possibile in quanto il bilancio delle aziende private che acquisissero il servizio sarebbe dello stesso ordine di grandezza dei conti dello Stato. Quindi il condizionamento sulla politica del governo sarebbe imponente e determinerebbe una riduzione del livello di democrazia in Italia.

La soluzione dovrebbe essere impostata effettuando una privatizzazione per settori di attività suddivisa su moltissime società assicurative controllate sistematicamente da parte dei pensionati, della guardia di finanza, del governo affinché queste non dilapidino il patrimonio loro affidato. In più si potrebbe prevedere un fondo di garanzia in caso di default di una assicurazione. Il relativo costo sarebbe contenuto in quanto il rischio verrebbe fortemente ripartito.

Purtroppo i passati governi hanno messo in vendita gran parte del patrimonio immobiliare degli istituti previdenziali per “fare cassa” e quindi la costituzione del patrimonio per creare reddito per il pagamento delle pensioni in corso è di difficile applicazione. Il passaggio alle assicurazioni della previdenza prevede il pagamento dei contributi dei pensionandi nelle loro casse e, contemporaneamente, la cessione a queste di un patrimonio che crei una rendita adeguata a sostenere il versamento delle pensioni attualmente in essere.

L’altro problema è connesso con la questione del controllo del sistema pensionistico pubblico ora in mano a sindacati e politici. Questi possono contare su risorse economiche imponenti (questa voce di spesa è tra un terzo e un quarto della spesa pubblica complessiva) e quindi sono in grado di avere una forte influenza sul sistema parlamentare.

Si tratta di un esproprio di democrazia da parte di un settore parassitario e inflattivo, in ultima analisi operante contro l’interesse dei lavoratori in quanto li priva di una parte degli stipendi, salari e pensioni legata all’aumento del costo della vita.

La crescita della spesa nel settore della previdenza e assistenza è stata in media di quasi il 15% annuo tra il 1990 ed il 2006. Naturalmente queste risorse sono state tolte allo sviluppo in quanto le attività parassitarie sono pura perdita economica e, come già detto, fonte di inflazione. Il sistema politico, nell’impossibilità di controllare i gestori di questo immenso patrimonio, hanno preferito agire, per ridurre il deficit prima sulla leva fiscale, poi togliendo ai lavoratori una parte del reddito generato dai loro versamenti ed infine espropriandoli del trattamento di fine rapporto che ora viene devoluto a compenso del deficit assistenziale e pensionistico.

La strada maestra per ridurre questa spesa è ricondurre il sindacato alla propria attività originaria escludendolo dalla gestione previdenziale e assistenziale quindi riportandone l’attività a quella di tutela dei lavoratori. Si tratta cioè di riportare il sindacato a rappresentare i lavoratori nei consigli di fabbrica con la sua eliminazione dalla gestione di patrimoni di qualsiasi genere con eccezione dei versamenti degli associati da destinare esclusivamente al fondo di solidarietà (destinato cioè a dare un salario ai lavoratori durante gli scioperi).

Eliminato questo competitore con il sistema democratico e separata la previdenza dall’assistenza si avrà una contrazione della spesa pubblica per la gestione delle pensioni, una riduzione delle entrate per la previdenza ed una riduzione del patrimonio gestito dallo Stato per sostenere la spesa pensionistica. Il relativo bilancio sarà certamente già positivo.

Occorre quindi verificare i livelli di assistenza che si intende offrire ai cittadini separando contabilmente le spese per gli extracomunitari da quelle dei cittadini italiani. Questo anche per mostrare (insieme alla stessa operazione in campo sanitario) se è vero che gli immigrati sono un elemento di sviluppo o se invece rappresentano solo un incremento della spesa pubblica ed un mezzo per contenere il costo del lavoro e ridurre il livello di vita dei salariati e stipendiati.

Se nell’area assistenziale e previdenziale si ottengono risparmi la voce di spesa per servizi generali (immediatamente inferiore a quella per assistenza e previdenza) si ridurrà, a pari condizioni di tassi di interesse internazionali, in proporzione al risparmio. Infatti la voce servizi generali è in gran parte dovuta alla spesa per interessi sul debito pubblico.

Il terzo settore per spesa pubblica è la sanità. Dal 1990 al 2006 la spesa per singolo cittadino è lievitata da 1000 euro per persona a circa 1800 euro per persona. Si sono ridotti i posti letto negli ospedali, si è ridotta la spesa per i farmaci con l’utilizzo dei generici e in generale si è cercato di contenere la spesa con le azioni più disparate e si è avuto contemporaneamente questo incremento in termini reali deflazionati. Anche se l’invecchiamento della popolazione può in parte giustificare questo aumento resta il sospetto che in realtà esista una popolazione invisibile di extracomunitari più o meno in regolari che usufruisce di prestazioni gratuite in grado di aumentare il costo unitario per residente anche per effetto della precarietà di vita che conducono e quindi della maggiore possibilità di contrarre malattie anche gravi.

La soluzione è di applicare le regole internazionali sulla sanità: ovvero come i cittadini italiani che si curano all’estero sono a carico del sistema sanitario nazionale, così per gli stranieri che non possiedono assistenza sanitaria per il lavoro che (non) svolgono si dovrebbe riversare sui rispettivi stati di provenienza il relativo costo togliendolo dal cittadino italiano. Questa iniziativa farebbe emergere prestazioni che eviteranno la sottovalutazione dell’utenza sanitaria per quei residenti che ufficialmente non esistono.

Le spese per affari economici rappresentano, per larga parte, le agevolazioni del sistema produttivo che coprono il 50% delle provvidenze a favore delle imprese. L’altro 50% viene versato dalla comunità europea. Questi fondi sono indispensabili per le aree poco sviluppate e non possono essere ridotti senza ridurre di un pari importo la quota versata dalla UE.

L’incremento dell’anno 2006 è legato probabilmente al termine del programma quadro 1999-2006 con la necessità di erogare entro il 2006 le somme residue per evitare di perdere i relativi contributi comunitari.

Le altre spese (Attività ricreative, abitazioni, protezione ambientale, ordine pubblico, difesa) non sono singolarmente preoccupanti rispetto ai tre grandi buchi neri dell’economia nazionale, ma richiedono comunque un’adeguata indagine sulla congruità dei costi. In controtendenza il settore dell’istruzione dovrebbe avere più fondi per aumentare il livello culturale dei cittadini e permettere così alla nazione di competere con i paesi più sviluppati.

Devo tuttavia essere scettico sulla effettiva possibilità di ridurre la spesa. Infatti il cancro che divora il nostro debito pubblico non è estirpabile finché non avremo il collasso dell’economia. Le posizioni di predominio che si sono create grazie alla politica di dare potere economico a chi gestisce enormi fondi come le pensioni e l’assistenza, non possono essere eliminate neppure da un governo che avesse maggioranze assolute in parlamento. Se questo tentasse di fare una politica a favore dei lavoratori contro i loro maggiori nemici ne ricaverebbe uno scontro tale da distruggerlo. Infatti i mezzi economici a disposizione di questo quinto potere potrebbero finanziare pesanti campagne contro questa operazione inducendo i cittadini, contrariamente ai fatti, a credere che sia un’azione contro i lavoratori.

 

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Penetriamo nelle retrovie del nemico e annientiamo l’invasore (Radio Tirana in salsa Veltroniana).

FRANKRAMSEY

(Indimenticabile slogan pronunciato all’inizio di ogni trasmissione di Radio Tirana al tempo di Enver Hoxha)   Chiariamo subito dov’è la mistificazione del PD quando dice che è il partito del lavoro. 1)      Veltroni propone la definitiva proletarizzazione dei lavoratori precari con l’iniziativa del salario minimo. Ciò conduce alla probabile assunzione di precari tutti con il salario minimo e senza nessuna prospettiva di miglioramento. L’effetto inflattivo non viene affrontato, per cui per questi lavoratori si può solo prevedere un declino della retribuzione effettiva. 2)      Bisogna sgombrare il campo dalle fumisterie e dai giochi delle tre carte della Rosy Bindi, della Binetti, di Carra e servi sciocchi del sistema che fanno barriera fumogena per non far vedere il grave problema posto dalla presenza dei radicali nelle liste del PD che non può che portare ad un aggravamento della situazione dei lavoratori il Italia. I radicali non sono solo, pro aborto, pro eutanasia, ecc, sono promotori del liberismo radicale che ha come assunto il predominio del mercato sul lavoro e del capitale su tutto. Quindi la presenza dei radicali è un segnale a Confindustria di non preoccuparsi tanto ci si accorda (se po’ffa).   Cari lavoratori, vi si appresta un futuro luminoso di lavoro a bassa retribuzione, pochi servizi, tanti doveri, poca pensione e, quando non servirete più, Veronesi vi assicura una buona eutanasia invece di cure costose per lo stato. Grazie a Veltroni si potrà dar luogo alla rottamazione del lavoratore non più utile. Forse non tutti sanno che i radicali non sono di sinistra, come noi l’intendiamo, ma sono la destra liberale radicale storica collocata a sinistra nel parlamento italiano dell’ottocento e che il movimento socialista aveva spostato nei banchi di destra quando il socialismo ha accettato la logica parlamentare. Per questo pochi, nelle precedenti consultazioni elettorali, hanno votato lo strano socialradicalismo di Boselli, e c’è da augurarsi che gli italiani capiscano che lo stesso inganno ha adesso mutato le sembianze nel buonismo del PD.

28 feb, ’08, 9:54 p.

(Indimenticabile slogan pronunciato all’inizio di ogni trasmissione di Radio Tirana al tempo di Enver Hoxha)

 

Chiariamo subito dov’è la mistificazione del PD quando dice che è il partito del lavoro.

1)      Veltroni propone la definitiva proletarizzazione dei lavoratori precari con l’iniziativa del salario minimo. Ciò conduce alla probabile assunzione di precari tutti con il salario minimo e senza nessuna prospettiva di miglioramento. L’effetto inflattivo non viene affrontato, per cui per questi lavoratori si può solo prevedere un declino della retribuzione effettiva.

2)      Bisogna sgombrare il campo dalle fumisterie e dai giochi delle tre carte della Rosy Bindi, della Binetti, di Carra e servi sciocchi del sistema che fanno barriera fumogena per non far vedere il grave problema posto dalla presenza dei radicali nelle liste del PD che non può che portare ad un aggravamento della situazione dei lavoratori il Italia. I radicali non sono solo, pro aborto, pro eutanasia, ecc, sono promotori del liberismo radicale che ha come assunto il predominio del mercato sul lavoro e del capitale su tutto. Quindi la presenza dei radicali è un segnale a Confindustria di non preoccuparsi tanto ci si accorda (se po’ffa).

 

Cari lavoratori, vi si appresta un futuro luminoso di lavoro a bassa retribuzione, pochi servizi, tanti doveri, poca pensione e, quando non servirete più, Veronesi vi assicura una buona eutanasia invece di cure costose per lo stato. Grazie a Veltroni si potrà dar luogo alla rottamazione del lavoratore non più utile.

Forse non tutti sanno che i radicali non sono di sinistra, come noi l’intendiamo, ma sono la destra liberale radicale storica collocata a sinistra nel parlamento italiano dell’ottocento e che il movimento socialista aveva spostato nei banchi di destra quando il socialismo ha accettato la logica parlamentare.

Per questo pochi, nelle precedenti consultazioni elettorali, hanno votato lo strano socialradicalismo di Boselli, e c’è da augurarsi che gli italiani capiscano che lo stesso inganno ha adesso mutato le sembianze nel buonismo del PD.

 

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FRANKRAMSEY

Il politico rampante e la rosa inesistente. Torno sull’argomento del salario minimo portato avanti in campagna elettorale da alcuni partiti che si definiscono di sinistra o “cristiani”. La storia dell’industrializzazione e della vita dei salariati o è a loro ignota o più probabilmente, come al solito, tentano di ingannare gli elettori con delle promesse che portano in tutt’altra direzione dai loro interessi vitali. Ho già avuto occasione di scrivere qui che la discussione sul salario minimo in Inghilterra è avvenuto nel 1795 con la legge che stabiliva di mettere a carico dello stato la differenza tra il salario pagato e quello minimo di sopravvivenza dei salariati. Tra il 1815 ed il 1826, periodo in cui l’Inghilterra non fece guerre e l’economia crebbe, i salariati ebbero il loro peggior periodo per quanto riguarda le condizioni di vita. Infatti la legge sul salario di sopravvivenza fece rimanere la classe lavoratrice per sempre ancorata alla remunerazione minima con adeguamento dei salari all’inflazione solo a posteriori. Andiamo a vedere quali sono le conseguenze del salario minimo di Veltroni e dell’ex sindacalista (?!) Pezzotta. In primo luogo tutti i datori di lavoro daranno ai dipendenti il salario minimo e non si sogneranno quasi mai di dare di più in base ad anzianità, capacità, livello di prestazioni, utilità nell’impresa, e così via. Succederà quello che i sindacati combinarono con la legge sull’equo canone. All’inizio molti, in particolare in provincia, pagarono di più e furono costretti ad aumenti periodici; dove si ebbe invece riduzione degli affitti fiorirono i contratti in nero o gli sfratti e si ridusse comunque la disponibilità di alloggi. Per esempio a Roma dove negli anni ’60 era facile trovare casa in affitto, dopo la legge sull’equo canone crollò la disponibilità di alloggi. Il costo per i lavoratori fu notevole non solo economicamente per l’aumento del costo dell’alloggio, ma anche per il blocco della mobilità volontaria dei lavoratori, utile per avere migliori retribuzioni in altre città o più lontano da casa. Ma Pezzotta dice qualcosa di ben più grave: egli dichiara che deve essere il sindacato a stabilire il salario minimo. Con ciò escludendo tutta la parte dei lavoratori non sindacalizzati e che rappresenta la maggioranza dei precari. In sostanza si torna alla concezione del sindacato come centro di potere che contratta col governo e con i padroni per fissare le regole che gli fanno comodo e per preordinarsi una futura attività politica senza curarsi di una grossa fetta del mondo del lavoro. Invece la promessa di un salario minimo dovrebbe essere considerata un errore strategico anche dagli imprenditori (se capiscono qualcosa di impresa e di competitività). Infatti un lavoratore reso povero e senza speranza di migliorare le condizioni di vita, incastrato tra un sindacato ottuso ed imprenditori avari, darà il meno possibile con il proprio lavoro riducendo le capacità di competere dell’impresa in cui lavora. Se poi si tratta di imprese o enti pubblici non soggetti a concorrenza si accentuerà il menefreghismo che ha già portato alla degenerazione dei rapporti umani tra utenti dei servizi e lavoratori di questo settore. Basta dare un’occhiata alla sanità, ai servizi pubblici, alle compagnie telefoniche per notare un totale disinteresse per la clientela e l’utenza nella maggior parte di chi è a contatto con il pubblico proprio a causa dello sfruttamento del lavoro. Sarebbe opportuno ricordare che Pezzotta è stato il segretario di un sindacato che si richiama alla tradizione cristiana del nostro Paese. Egli invece ora sviluppa teorie in contrasto con la dottrina sociale della Chiesa (dalla Rerum Novarum del 1891 ad oggi) ai cui valori si richiama evidentemente solo per avere voti dai cattolici. Capisco che non sono più i tempi della Chiesa che scomunicava, ma almeno una indignata presa di posizione del clero contro gli esponenti di un imbroglio fatto ricorrendo a sproposito a Santa Romana Chiesa sarebbe opportuna. I modi di fare di questi finti cristiani sono legati, infatti,  ad un modello di sviluppo che ha gravi conseguenze nella dignità delle persone, nelle possibilità di sviluppo sociale ed economico dei lavoratori ed avrà come conseguenze un inasprimento dei rapporti tra le varie classi sociali.

27 feb, ’08, 5:29 p.

Il politico rampante e la rosa inesistente.

images_2.jpgTorno sull’argomento del salario minimo portato avanti in campagna elettorale da alcuni partiti che si definiscono di sinistra o “cristiani”. La storia dell’industrializzazione e della vita dei salariati o è a loro ignota o più probabilmente, come al solito, tentano di ingannare gli elettori con delle promesse che portano in tutt’altra direzione dai loro interessi vitali. Ho già avuto occasione di scrivere qui che la discussione sul salario minimo in Inghilterra è avvenuto nel 1795 con la legge che stabiliva di mettere a carico dello stato la differenza tra il salario pagato e quello minimo di sopravvivenza dei salariati. Tra il 1815 ed il 1826, periodo in cui l’Inghilterra non fece guerre e l’economia crebbe, i salariati ebbero il loro peggior periodo per quanto riguarda le condizioni di vita.

Infatti la legge sul salario di sopravvivenza fece rimanere la classe lavoratrice per sempre ancorata alla remunerazione minima con adeguamento dei salari all’inflazione solo a posteriori.

Andiamo a vedere quali sono le conseguenze del salario minimo di Veltroni e dell’ex sindacalista (?!) Pezzotta.

In primo luogo tutti i datori di lavoro daranno ai dipendenti il salario minimo e non si sogneranno quasi mai di dare di più in base ad anzianità, capacità, livello di prestazioni, utilità nell’impresa, e così via. Succederà quello che i sindacati combinarono con la legge sull’equo canone. All’inizio molti, in particolare in provincia, pagarono di più e furono costretti ad aumenti periodici; dove si ebbe invece riduzione degli affitti fiorirono i contratti in nero o gli sfratti e si ridusse comunque la disponibilità di alloggi. Per esempio a Roma dove negli anni ’60 era facile trovare casa in affitto, dopo la legge sull’equo canone crollò la disponibilità di alloggi. Il costo per i lavoratori fu notevole non solo economicamente per l’aumento del costo dell’alloggio, ma anche per il blocco della mobilità volontaria dei lavoratori, utile per avere migliori retribuzioni in altre città o più lontano da casa.

Ma Pezzotta dice qualcosa di ben più grave: egli dichiara che deve essere il sindacato a stabilire il salario minimo. Con ciò escludendo tutta la parte dei lavoratori non sindacalizzati e che rappresenta la maggioranza dei precari. In sostanza si torna alla concezione del sindacato come centro di potere che contratta col governo e con i padroni per fissare le regole che gli fanno comodo e per preordinarsi una futura attività politica senza curarsi di una grossa fetta del mondo del lavoro.

Invece la promessa di un salario minimo dovrebbe essere considerata un errore strategico anche dagli imprenditori (se capiscono qualcosa di impresa e di competitività). Infatti un lavoratore reso povero e senza speranza di migliorare le condizioni di vita, incastrato tra un sindacato ottuso ed imprenditori avari, darà il meno possibile con il proprio lavoro riducendo le capacità di competere dell’impresa in cui lavora. Se poi si tratta di imprese o enti pubblici non soggetti a concorrenza si accentuerà il menefreghismo che ha già portato alla degenerazione dei rapporti umani tra utenti dei servizi e lavoratori di questo settore. Basta dare un’occhiata alla sanità, ai servizi pubblici, alle compagnie telefoniche per notare un totale disinteresse per la clientela e l’utenza nella maggior parte di chi è a contatto con il pubblico proprio a causa dello sfruttamento del lavoro.

Sarebbe opportuno ricordare che Pezzotta è stato il segretario di un sindacato che si richiama alla tradizione cristiana del nostro Paese. Egli invece ora sviluppa teorie in contrasto con la dottrina sociale della Chiesa (dalla Rerum Novarum del 1891 ad oggi) ai cui valori si richiama evidentemente solo per avere voti dai cattolici.

Capisco che non sono più i tempi della Chiesa che scomunicava, ma almeno una indignata presa di posizione del clero contro gli esponenti di un imbroglio fatto ricorrendo a sproposito a Santa Romana Chiesa sarebbe opportuna.

I modi di fare di questi finti cristiani sono legati, infatti,  ad un modello di sviluppo che ha gravi conseguenze nella dignità delle persone, nelle possibilità di sviluppo sociale ed economico dei lavoratori ed avrà come conseguenze un inasprimento dei rapporti tra le varie classi sociali.

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Contorsioni logiche in politica

FRANKRAMSEY

Non è molto chiaro al pubblico il motivo per cui Giuliano Ferrara sia attaccato dai radicali ed “ex sinistra” per una posizione che apparentemente dovrebbe essere condivisa da quanti affermano che la legge 194 non si deve toccare. E’ stato detto e ripetuto da Ferrara che non si propone di abolire o modificare la legge vigente in materia di aborto, ma di farla applicare perché, sulla base dei dati statistici e di verifica dell’applicazione, c’è il forte sospetto che l’utilizzo dello strumento non sia conforme alla legge e che la stessa venga utilizzata come mezzo per limitare le nascite. E’ stata l’intervista alla trasmissione “L’infedele” di Anna Finocchiaro a chiarire dove si trova il motivo del contendere. L’on.le Finocchiaro ha affermato, in parole povere, che l’aborto è un fatto che colpisce esclusivamente il corpo delle donne che lo praticano. E questo è coerente con la decisione esclusiva in materia della donna. Il punto di vista ricalca, nella sostanza, la convinzione che il feto non sia distinguibile dalla madre e ne segua di conseguenza la vita. Esso può essere assimilato ad un organo della genitrice che, in quanto non essenziale alla vita di questa, può essere eliminato. Giuliano Ferrara afferma, invece, che fin dal concepimento, il feto è un “terzo” rispetto alla madre e come tale non può essere considerato un oggetto rimovibile senza particolari problemi in quanto come “terzo” possiede il diritto di tutela di chi non può difendersi da solo e può essere manipolato da altri e non ha mezzi per esprimere un consenso o un dissenso alle azioni fatte su di lui. La posizione dell’on.le Finocchiaro è giustificata dalla necessità di depenalizzare l’aborto per evitare gli aborti clandestini. Tuttavia la premessa presenta seri problemi di accettabilità per le conseguenze che può comportare. E’, infatti, a questo punto necessario stabilire una definizione di “terzo” visto che qualcuno non ammette la definizione di “terzo” per il feto. Sembra ovvio che non possiamo dare una definizione universale dicendo solo che il feto non è un “terzo” perché ciò sarebbe una dichiarazione ex cathedra con implicita infallibilità che, a chi sostiene questa posizione, non si può attribuire. Passiamo ad una definizione coerente con le premesse, anche se l’on.le Finocchiaro non l’ha fornita in modo esplicito, ma certamente derivante da quanto detto. La definizione è basata su caratteristiche minime del concetto di “terzo” come è inteso dalla stessa Finocchiaro (si opera mediante la negazione per avere maggior certezza del valore universale del risultato): non è terzo tutto ciò che non può vivere di vita propria e non ha caratteristiche di vita sensitiva rilevabile e/o non ha vita intellettiva. Inoltre per giustificare l’aborto per malattia del feto, occorre aggiungere che anche tutto ciò che non può vivere di autonoma vita propria e non presenta, al momento, vita intellettiva ed è malato, può essere eliminato, anche se ha vita sensitiva. In queste condizioni il discorso dell’on.le Finocchiaro sembra reggere logicamente. Quindi si stabiliscono le seguenti regole: 1)    Tutto ciò che è malato e con vita intellettiva presumibilmente assente, anche se potenziale, anche in presenza di vita sensitiva, non è un individuo ed è quindi sopprimibile se ciò è considerato opportuno. 2)    Tutto ciò che, pur sano, presenta una vita sensitiva, ma al momento presumibilmente non dispone di vita intellettiva, non è un individuo ed è quindi eliminabile se ciò è ritenuto opportuno. Di conseguenza a)    gli ospedali potrebbero, se ritenuto opportuno, respingere i malati ivi giunti se in stato di incoscienza. b)    gli ospedali potrebbero non curare persone fisicamente sane ma con deficit intellettuale grave. c)    gli ospedali potrebbero non curare le persone con handicap se per curarle fosse necessario far perdere loro conoscenza mediante una anestesia totale. d)    gli ospedali potrebbero non curare persone fisicamente sane ma con deficit intellettuale grave. e)    non sarebbero punibili come reati gli omicidi di persone malate purché in condizioni di incoscienza f)     non sarebbe punibile come reato l’omicidio di una persona con handicap se si dimostra che l’omicida ha provveduto prima di uccidere a fargli perdere conoscenza. Naturalmente qui mi fermo, non perché queste conseguenze sembrano tratte da un libro di eugenetica nazista, ma perché occorre ricordare che da un errore di logica si può dimostrare qualsiasi cosa. Non dico che chi ragiona come l’on.le Finocchiaro sia nazista, ma se percorre quel percorso logico si è costretti a valutare anche il possibile orrore delle conseguenze. E questo non è un problema piccolo, infatti il sistema di questa “ex sinistra” di valutare con sufficienza tutti gli avversari, e di fare affermazioni apodittiche da considerare valide solo perché approvate dalla cellula, dal loro comitato centrale, o altro, porta come conseguenza a snaturare completamente gli obbiettivi politici e a non rispettare gli avversari che, per quello che sia, potrebbero avere qualche buon proposito visto che hanno anche un elettorato da rendere soddisfatto. Per questa “ex sinistra”, come al tempo in cui erano comunisti, non conta se quello che dicono sia vero o falso, conta solo ottenere un risultato in termini di consenso e di impatto mediatico (nel quale sono maestri) anche facendo violenza alla logica e spesso in spregio alla verità. Facendo credere che gli avversari siano o in malafede o dei poveri sciocchi perché non si adeguano alle loro idee, hanno è costituito uno strano mostro politico: il partito del Veltroncomunisliberismo. E non ho voluto infierire con il sillogismo fasullo: (una caramella in premio a chi scopre dov’è l’errore) Tutti i feti sono non terzi Tutti i non terzi sono eliminabli Ergo potete suicidarvi. Se la campagna elettorale continua così potremo scrivere un divertente trattato di non logica.

22 feb, ’08, 6:40 p.

Non è molto chiaro al pubblico il motivo per cui Giuliano Ferrara sia attaccato dai radicali ed “ex sinistra” per una posizione che apparentemente dovrebbe essere condivisa da quanti affermano che la legge 194 non si deve toccare.

E’ stato detto e ripetuto da Ferrara che non si propone di abolire o modificare la legge vigente in materia di aborto, ma di farla applicare perché, sulla base dei dati statistici e di verifica dell’applicazione, c’è il forte sospetto che l’utilizzo dello strumento non sia conforme alla legge e che la stessa venga utilizzata come mezzo per limitare le nascite.

E’ stata l’intervista alla trasmissione “L’infedele” di Anna Finocchiaro a chiarire dove si trova il motivo del contendere.

L’on.le Finocchiaro ha affermato, in parole povere, che l’aborto è un fatto che colpisce esclusivamente il corpo delle donne che lo praticano. E questo è coerente con la decisione esclusiva in materia della donna.

Il punto di vista ricalca, nella sostanza, la convinzione che il feto non sia distinguibile dalla madre e ne segua di conseguenza la vita. Esso può essere assimilato ad un organo della genitrice che, in quanto non essenziale alla vita di questa, può essere eliminato.

Giuliano Ferrara afferma, invece, che fin dal concepimento, il feto è un “terzo” rispetto alla madre e come tale non può essere considerato un oggetto rimovibile senza particolari problemi in quanto come “terzo” possiede il diritto di tutela di chi non può difendersi da solo e può essere manipolato da altri e non ha mezzi per esprimere un consenso o un dissenso alle azioni fatte su di lui.

La posizione dell’on.le Finocchiaro è giustificata dalla necessità di depenalizzare l’aborto per evitare gli aborti clandestini.

Tuttavia la premessa presenta seri problemi di accettabilità per le conseguenze che può comportare.

E’, infatti, a questo punto necessario stabilire una definizione di “terzo” visto che qualcuno non ammette la definizione di “terzo” per il feto.

Sembra ovvio che non possiamo dare una definizione universale dicendo solo che il feto non è un “terzo” perché ciò sarebbe una dichiarazione ex cathedra con implicita infallibilità che, a chi sostiene questa posizione, non si può attribuire.

Passiamo ad una definizione coerente con le premesse, anche se l’on.le Finocchiaro non l’ha fornita in modo esplicito, ma certamente derivante da quanto detto.

La definizione è basata su caratteristiche minime del concetto di “terzo” come è inteso dalla stessa Finocchiaro (si opera mediante la negazione per avere maggior certezza del valore universale del risultato): non è terzo tutto ciò che non può vivere di vita propria e non ha caratteristiche di vita sensitiva rilevabile e/o non ha vita intellettiva. Inoltre per giustificare l’aborto per malattia del feto, occorre aggiungere che anche tutto ciò che non può vivere di autonoma vita propria e non presenta, al momento, vita intellettiva ed è malato, può essere eliminato, anche se ha vita sensitiva.

In queste condizioni il discorso dell’on.le Finocchiaro sembra reggere logicamente.

Quindi si stabiliscono le seguenti regole:

1)    Tutto ciò che è malato e con vita intellettiva presumibilmente assente, anche se potenziale, anche in presenza di vita sensitiva, non è un individuo ed è quindi sopprimibile se ciò è considerato opportuno.

2)    Tutto ciò che, pur sano, presenta una vita sensitiva, ma al momento presumibilmente non dispone di vita intellettiva, non è un individuo ed è quindi eliminabile se ciò è ritenuto opportuno.

Di conseguenza

a)    gli ospedali potrebbero, se ritenuto opportuno, respingere i malati ivi giunti se in stato di incoscienza.

b)    gli ospedali potrebbero non curare persone fisicamente sane ma con deficit intellettuale grave.

c)    gli ospedali potrebbero non curare le persone con handicap se per curarle fosse necessario far perdere loro conoscenza mediante una anestesia totale.

d)    gli ospedali potrebbero non curare persone fisicamente sane ma con deficit intellettuale grave.

e)    non sarebbero punibili come reati gli omicidi di persone malate purché in condizioni di incoscienza

f)     non sarebbe punibile come reato l’omicidio di una persona con handicap se si dimostra che l’omicida ha provveduto prima di uccidere a fargli perdere conoscenza.

Naturalmente qui mi fermo, non perché queste conseguenze sembrano tratte da un libro di eugenetica nazista, ma perché occorre ricordare che da un errore di logica si può dimostrare qualsiasi cosa.

Non dico che chi ragiona come l’on.le Finocchiaro sia nazista, ma se percorre quel percorso logico si è costretti a valutare anche il possibile orrore delle conseguenze.

E questo non è un problema piccolo, infatti il sistema di questa “ex sinistra” di valutare con sufficienza tutti gli avversari, e di fare affermazioni apodittiche da considerare valide solo perché approvate dalla cellula, dal loro comitato centrale, o altro, porta come conseguenza a snaturare completamente gli obbiettivi politici e a non rispettare gli avversari che, per quello che sia, potrebbero avere qualche buon proposito visto che hanno anche un elettorato da rendere soddisfatto. Per questa “ex sinistra”, come al tempo in cui erano comunisti, non conta se quello che dicono sia vero o falso, conta solo ottenere un risultato in termini di consenso e di impatto mediatico (nel quale sono maestri) anche facendo violenza alla logica e spesso in spregio alla verità.

Facendo credere che gli avversari siano o in malafede o dei poveri sciocchi perché non si adeguano alle loro idee, hanno è costituito uno strano mostro politico: il partito del Veltroncomunisliberismo.

E non ho voluto infierire con il sillogismo fasullo:

(una caramella in premio a chi scopre dov’è l’errore)

Tutti i feti sono non terzi

Tutti i non terzi sono eliminabli

Ergo potete suicidarvi.

Se la campagna elettorale continua così potremo scrivere un divertente trattato di non logica.

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Veltroni e la Jurassic tax

FRANKRAMSEY

Occorre un chiarimento sul punto 9 del programma di Veltroni relativo al salario minimo. Secondo il Corriere della Sera del 15 Febbraio 2008 il salario minimo dovrebbe essere applicato dalle aziende grazie ad incentivi concessi se accompagnato da una durata del contratto di lavoro per un lungo periodo. Questa è una proposta sciagurata che è già stata applicata con effetti disastrosi per i salariati nell’Inghilterra tra la fine del ‘ 700 e l’inizio del ‘800. Come sarà certo noto a tutti il bilancio dello Stato è costituito da due voci: le entrate che sono le tasse e le uscite che praticamente sono tutto il resto. Perciò ogni fonte finanziaria è una tassa e quindi, che si dica o si sottintenda, l’uso di denaro pubblico per ottenere questo scopo deriverà da una tassa. E’ una pura formalità che esista una tassa denominata dei poveri o che derivi da Irap, Irpef, ecc. La cassa dello stato è sempre una e non si può distinguere l’origine del denaro. La legge per i poveri in Inghilterra è nata al tempo della Regina Elisabetta I Tudor e prevedeva che ogni parrocchia fosse responsabile che nessuno dei suoi poveri morisse di fame. Se una persona diventava indigente era dovere della parrocchia fornirgli i mezzi di sussistenza. Le risorse economiche erano acquisite mediante una specifica tassa. Nel 1795 Whitbread sostenne la necessità di un salario minimo senza ricorso a sostegni dello stato, ma Pitt si oppose e riuscì ad imporre, nella maggior parte dell’Inghilterra, di sopperire con la tassa dei poveri al salario di un uomo se considerato insufficiente a consentire l’esistenza a lui ed alla sua famiglia. Alcuni magistrati si riunirono a Speenhamland, dove il sistema fu introdotto per la prima volta, per definire le necessità alimentari di un uomo, di una donna e di un bambino. Stabilito che 12 Kg erano il pane per un uomo, 6 per una donna o un bambino se il suo salario settimanale era insufficiente a procurargli questa quantità di pane doveva ricevere, sulla tassa dei poveri, un supplemento che ovviamente avrebbe oscillato con il prezzo del pane. Le conseguenze della tassa sui poveri fu: 1)    La maggior parte della popolazione salariata era e rimase povera 2)    I braccianti da un certo momento in poi vennero pagati dalle parrocchie e da queste dati a nolo a chi avesse lavori da fare (erano i “roundsmen” perché facevano il giro della parrocchia per lavorare). 3)    Negli anni di applicazione della legge il livello del lavoro salariato cadde, non a causa di guerre o carestie (fino al 1826 l’Inghilterra fu in pace) di un terzo. Una caduta mai verificatasi prima in queste condizioni. Il vantaggio fu per le classi superiori di sentire la tassa come carità e nel contempo permise di evitare una rivoluzione facendo in modo che i salariati avessero sempre di che sopravvivere. Lo stesso non avvenne in Francia dove una delle cause della rivoluzione fu proprio la fame dei salariati. Qui tra il 1789 ed il 1815, nonostante le guerre e le sconfitte, il livello di vita dei contadini era cresciuto immensamente. La legge sui poveri impoverì i braccianti, minò in loro il rispetto di sé, insegnò a rispettare i superiori lasciando ai proprietari tutta la ricchezza che i lavoratori producevano. I proprietari terrieri si arricchivano, non lavoravano e facevano follie con queste ricchezze prodotte da altri. (tratto da: Storia delle idee del XIX secolo di Bertrand Russell – Einaudi 1950 – traduzione Clara Maturi Egidi). Vetroni quindi con questa proposta ha sposato un liberismo sfrenato, il sostegno all’accumulazione del capitale contro i lavoratori e le loro famiglie. Si comprende quindi la disponibilità a trattare con il partito radicale una associazione elettorale in quanto la vicinanza delle idee potrebbe erodere consensi al PD. Quello che non si capisce è come i lavoratori italiani possano coerentemente votare per un governo che fa proprie le idee vetero liberali come la rinnovata legge sui poveri aggiornata da Veltroni ai nostri tempi, ma caratterizzata dalla volontà di mantenere la classe lavoratrice al livello di sola sopravvivenza scoraggiando sia la crescita della popolazione giovane, sia la possibilità di sviluppare condizioni economiche migliori per le famiglie dei lavoratori. Questo è il nuovo che avanza e che dovrebbe contrastare lo spostamento a destra del PDL.

17 feb, ’08, 10:42 m.

Occorre un chiarimento sul punto 9 del programma di Veltroni relativo al salario minimo.

Secondo il Corriere della Sera del 15 Febbraio 2008 il salario minimo dovrebbe essere applicato dalle aziende grazie ad incentivi concessi se accompagnato da una durata del contratto di lavoro per un lungo periodo.

Questa è una proposta sciagurata che è già stata applicata con effetti disastrosi per i salariati nell’Inghilterra tra la fine del ‘ 700 e l’inizio del ‘800.

Come sarà certo noto a tutti il bilancio dello Stato è costituito da due voci: le entrate che sono le tasse e le uscite che praticamente sono tutto il resto.

Perciò ogni fonte finanziaria è una tassa e quindi, che si dica o si sottintenda, l’uso di denaro pubblico per ottenere questo scopo deriverà da una tassa. E’ una pura formalità che esista una tassa denominata dei poveri o che derivi da Irap, Irpef, ecc. La cassa dello stato è sempre una e non si può distinguere l’origine del denaro.

La legge per i poveri in Inghilterra è nata al tempo della Regina Elisabetta I Tudor e prevedeva che ogni parrocchia fosse responsabile che nessuno dei suoi poveri morisse di fame. Se una persona diventava indigente era dovere della parrocchia fornirgli i mezzi di sussistenza. Le risorse economiche erano acquisite mediante una specifica tassa.

Nel 1795 Whitbread sostenne la necessità di un salario minimo senza ricorso a sostegni dello stato, ma Pitt si oppose e riuscì ad imporre, nella maggior parte dell’Inghilterra, di sopperire con la tassa dei poveri al salario di un uomo se considerato insufficiente a consentire l’esistenza a lui ed alla sua famiglia. Alcuni magistrati si riunirono a Speenhamland, dove il sistema fu introdotto per la prima volta, per definire le necessità alimentari di un uomo, di una donna e di un bambino. Stabilito che 12 Kg erano il pane per un uomo, 6 per una donna o un bambino se il suo salario settimanale era insufficiente a procurargli questa quantità di pane doveva ricevere, sulla tassa dei poveri, un supplemento che ovviamente avrebbe oscillato con il prezzo del pane.

Le conseguenze della tassa sui poveri fu:

1)    La maggior parte della popolazione salariata era e rimase povera

2)    I braccianti da un certo momento in poi vennero pagati dalle parrocchie e da queste dati a nolo a chi avesse lavori da fare (erano i “roundsmen” perché facevano il giro della parrocchia per lavorare).

3)    Negli anni di applicazione della legge il livello del lavoro salariato cadde, non a causa di guerre o carestie (fino al 1826 l’Inghilterra fu in pace) di un terzo. Una caduta mai verificatasi prima in queste condizioni.

Il vantaggio fu per le classi superiori di sentire la tassa come carità e nel contempo permise di evitare una rivoluzione facendo in modo che i salariati avessero sempre di che sopravvivere. Lo stesso non avvenne in Francia dove una delle cause della rivoluzione fu proprio la fame dei salariati. Qui tra il 1789 ed il 1815, nonostante le guerre e le sconfitte, il livello di vita dei contadini era cresciuto immensamente.

La legge sui poveri impoverì i braccianti, minò in loro il rispetto di sé, insegnò a rispettare i superiori lasciando ai proprietari tutta la ricchezza che i lavoratori producevano. I proprietari terrieri si arricchivano, non lavoravano e facevano follie con queste ricchezze prodotte da altri.

(tratto da: Storia delle idee del XIX secolo di Bertrand Russell – Einaudi 1950 – traduzione Clara Maturi Egidi).

Vetroni quindi con questa proposta ha sposato un liberismo sfrenato, il sostegno all’accumulazione del capitale contro i lavoratori e le loro famiglie. Si comprende quindi la disponibilità a trattare con il partito radicale una associazione elettorale in quanto la vicinanza delle idee potrebbe erodere consensi al PD.

Quello che non si capisce è come i lavoratori italiani possano coerentemente votare per un governo che fa proprie le idee vetero liberali come la rinnovata legge sui poveri aggiornata da Veltroni ai nostri tempi, ma caratterizzata dalla volontà di mantenere la classe lavoratrice al livello di sola sopravvivenza scoraggiando sia la crescita della popolazione giovane, sia la possibilità di sviluppare condizioni economiche migliori per le famiglie dei lavoratori.

Questo è il nuovo che avanza e che dovrebbe contrastare lo spostamento a destra del PDL.

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Veltroni e il programma in 12 punti: we cannot; n'se po' ffa

FRANKRAMSEY

Il programma di Veltroni si rivolge ad un elettorato di sinistra o di centro, ma è un programma della più antica destra storica radical liberale oltre ad essere un raffazzonato insieme di affermazioni inapplicabili e contraddittorie. Vediamo di seguito tutti i 12 punti e gli errori di coerenza. Punto primo:dice Veltroni 1) Ambientalismo del fare : sì al coinvolgimento, alla partecipazione, alla consultazione dei cittadini. Priorità agli impianti per produrre energia pulita, rigassificatori, termovalorizzatori. L’obiettivo è produrre il 20% di energia con il sole e con il vento e «incentivare la rottamazione al petrolio». Altro aspetto, le infrastrutture: «L’alta velocità è il più grande investimento infrastrutturale in corso nel nostro Paese». Perché è incoerente: La premessa di consultare i cittadini comporta il concedere a persone, spesso incompetenti, il giudizio di fattibilità di opere pubbliche importanti. Sarebbe stato molto più opportuno parlare di programmazione del sistema energetico ed ambientale con affidamento degli studi a VERI esperti tecnici ed economici. Infatti si parla di tecnologie precise (rigassificatori, termovalorizzatori), e non si accenna a possibilità di studio e di parziale utilizzo di altre soluzioni in corso di sviluppo nei paesi che hanno investito in tecnologia e magari anche da noi. Non si analizza se il 20% di sole e vento è ottimale o se è un numero buttato lì per contentare i “baggiani”. Il problema nelle opere infrastrutturali è la mancanza di pubblicizzazione di studi di fattibilità con una sintesi accessibile ai cittadini e finalizzata ad evitare blocchi stradali di persone che in genere si interessano solo ai propri problemi particolari.   Secondo punto: dice Veltroni: 2) Mezzogiorno : «La priorità è quella di portare entro il 2013 la rete delle infrastrutture, a cominciare dal sistema dei trasporti, su un livello quantitativo e qualitativo confrontabile con l’Europa sviluppata». Perché è incoerente: Anche qui ci si domanda quali studi sono stati fatti dei costi e benefici per dimensionare questi investimenti, quali infrastrutture di trasporto si faranno (strade, autostrade, reti ferroviarie, aeroporti, e/o altro?). Terzo punto: dice Veltroni: 3) Controllo della spesa pubblica . L’obiettivo è mezzo punto di Pil di spesa primaria in meno nel primo anno, un punto nel secondo e un punto nel terzo. Poi, restituire, con riduzioni di aliquote e detrazioni, ogni euro di gettito aggiuntivo. «Aboliremo le province nei grandi comuni metropolitani». Perché è incoerente: Assolutamente insufficiente il livello proposto. Infatti non serve un controllo soft come proposto, ma andrebbe ridotta subito la spesa corrente e improduttiva che è aumentata anche con il governo Prodi. Inoltre qui si vede la superficialità e l’impossibilità di ottenere i risultati previsti. Da una parte si parla di incremento della spesa pubblica per investimenti molto importanti, dall’altra si parla di riduzione della spesa pubblica. Ma questo neppure si concilia con la riduzione delle tasse sulle imprese e sui lavoratori che viene strombazzata per far contenti i sindacalisti e prendere i voti dei loro iscritti. Naturalmente i sindacalisti possono accorgersi della falsa promessa come chiunque sappia leggere e far di conto. O Veltroni ha scoperto il Pozzo di San Patrizio o ci fa fessi con promesse impossibili da mantenere. Insomma spera di avere la botte piena e la moglie ubriaca. Quarto punto: dice Veltroni:   4) Pagare meno pagare tutti . Lo scopo è «ridurre davvero le tasse ai contribuenti leali». Quindi, subito un incremento della detrazione Irpef per i lavoratori dipendenti. Dal 2009, riduzione graduale di tutte le aliquote Irpef: un punto in meno all’anno per tre anni. Subito riduzione della pressione fiscale sulla quota di salario da contrattazione di secondo livello. Tra gli altri punti, elevare il tetto di 30mila euro di fatturato per il pagamento a forfait delle diverse imposte e tributi. «Semplificheremo drasticamente gli studi di settore» e verrà abrogata la norma che permette di reiterare gli accertamenti. Perché è incoerente: Bello e suggestivo, ma o riduce le tasse o riduce le spese pubbliche, compresi gli investimenti che dice di voler fare. Se pensa di aumentare il gettito con il recupero dell’evasione ci aspettano tempi duri. Infatti la pressione fiscale del 42,8% attuale è una media. Ci sono imprese che hanno pagato molto di più ed altre, per particolari regimi fiscali o agevolativi, molto meno. A questi livelli chi può, come sotto i bombardamenti, scappa. E non si dica che siamo in linea con la pressione fiscale tedesca o inglese. Lì i redditi sono molto più alti in valore assoluto. E’ ben diverso tassare al 40% 100.000 euro o 300.000 euro. Quinto punto: dice Veltroni: 5) Donne .Per Veltroni bisogna «trasformare l’enorme capitale umano femminile inattivo in un asso da giocare nella partita dello sviluppo» con incentivi fiscali per il lavoro delle donne. Quindi, credito d’imposta rimborsabile per le lavoratrici graduato per numero di figli. Si comincia dal Sud. Ci sarà una legge sull’uguaglianza di genere, orari flessibili e lunghi negli asili, scuole e uffici e un congedo di paternità interamente retribuito. Decisa la difesa della 194: «Discutiamo come applicarla integralmente, ma è una legge che fa difesa». Perché è incoerente: Lo statuto dei lavoratori che i governi di sinistra hanno abrogato già presentava problemi di applicazione nel diritto al lavoro femminile. Infatti nelle imprese ad ogni annuncio di problemi economici sono state le lavoratrici madri che avevano avuto figli da poco che venivano allontanate dal lavoro (usando persino degli incentivi e soldi dello Stato come la mobilità e la cassa integrazione). Con l’attuale legge sul lavoro le soluzioni proposte sono inadeguate, anzi si prestano a sprecare soldi pubblici. La difesa della legge 194 è una battaglia di retroguardia. Ricordiamo che quando fu approvata un neonato con meno di 6 mesi di gestazione non sopravviveva al parto. Le tecniche di rianimazione oggi permettono di far sopravvivere neonati di 25 settimane. Siamo quindi al limite dell’interruzione prevista dalla legge. In futuro è molto probabile che la tecnologia permetterà la sopravvivenza anche per meno di quanto previsto dalla legge. A questo punto sarà difficile stabilire se si tratta di aborto o infanticidio. Inoltre l’utilizzo di questi termini estesi per casi di possibile handicap ricorda molto i metodi spicci del loro zio Adolf in arte Hitler. Se è considerata una parvenza di vita un feto con problemi, si può estendere questo concetto ai malati, ai barboni, agli zingari (in fondo qualcuno potrebbe dire che fanno una vita che non conviene vivere nei loro campi senza nessun confort moderno) e poi si estenderà a chi è di un’altra razza o di un’altra religione perché non sono simpatici e vivono diversamente da noi. Sesto punto: dice Veltroni: 6) Aumento delle case in affitto . Proposto un progetto di social housing e la riforma del regime fiscale degli affitti: tassare il reddito da affitto ad aliquota fissa con detraibilità di una quota dell’affitto pagato. Perché è incoerente: Anche qui si parla di detrazioni di imposta, ma alla fine chi pagherà le tasse? Poi vorrei sapere che cosa è il social housing: un falansterio? Settimo punto: dice Veltroni: 7) Trend demografico . Istituzione della dote fiscale per figlio da 2500 euro annui a crescere. Diritto all’asilo nido raddoppiando i posti in 5 anni fino al 20% dei bimbi. Lotta dura alla pedofilia. Perché è incoerente: Il calo demografico dell’Italia è stato una conseguenza di un modello di sviluppo basato sulla convinzione che i figli fossero un lusso ed un problema. Da qui il basso numero di posti negli asili comunali, il licenziamento delle lavoratrici madri, e così via. Sembra una goccia nel mare il 20% dei posti negli asili nido che continueranno ad essere occupati da stranieri e bambini provenienti da famiglie assolutamente povere, mentre per le madri italiane sarà necessario pagarsi l’asilo privato. E con gli stipendi che corrono questa è una vera tassa. Quindi questa non è una politica per la famiglia, ma un mezzo per tassare gli italiani mettendo a disposizione di altri le strutture pubbliche che dovrebbero assisterli. La regola sarebbe: tanti posti quanti necessari e non il 20%. Anche qui si vede la superficialità del programma. Per fare gli asili occorre muovere la spesa pubblica e questo è sempre in contrasto con la promessa di ridurre le tasse. Consiglio caldamente Veltroni di andare a Lourdes per far arrivare, con un miracolo, i soldi per le famiglie o di rivolgersi alla Santa dell’impossibile. Ottavo punto: dice Veltroni: 8) Scuola . Cento campus universitari entro il 2010. Investimento sugli insegnanti, valutazione periodica oggettiva degli studenti: «Chi nel ’68 proponeva il 6 politico produceva un falso egualitarismo che perpetuava le divisioni sociali e di classe». Perché è incoerente: La scuola è il futuro del Paese. Limitarsi a questi interventi marginali rispetto ai problemi attuali è allucinante e dimostra solo superficialità e incompetenza. Nono punto: dice Veltroni: 9) Lotta alla precarietà : Creazione di una Unica agenzia sulla sicurezza del lavoro. Premiare le imprese che regolarizzano. Compenso minimo legale di 1000 euro al mese. Costi maggiori per le aziende per i lavori atipici. Perché è incoerente: Se i problemi del lavoro si risolvessero con una agenzia saremmo tutti molto soddisfatti, ma purtroppo non è con le agenzie che si risolvono problemi complessi. Piuttosto sembra la solita promessa di fornire poltrone ai collaboratori dei politici o ai trombati delle elezioni o ai sindacalisti che vogliono passare alla politica. In ogni caso è un costo a carico dello Stato che non fornisce miglioramento delle performances della capacità di reddito della nazione, ma semmai è un ulteriore contributo all’inflazione. Premiare con una sanatoria le imprese che regolarizzano è un insulto a quelle che hanno sempre lavorato nella regolarità. Sul compenso minimo occorre ricordare che se questo è fatto con il supporto di denaro pubblico si possono prevedere le stesse conseguenze catastrofiche che si ebbero per i lavoratori inglesi dell’inizio dell’800 con l’utilizzo della legge sui poveri. Ovvero i salariati e, in generale, i lavoratori dipendenti non possono votare Veltroni perché questo programma li renderà più poveri e oltretutto ne minerà la dignità di lavoratori (cfr Bertrand Russel:Storia delle idee del XIX secolo cap. VI). In realtàVeltroni dovrebbe decidere se è un liberista o un dirigista in economia. Se aumenta i costi del lavoro atipico è un dirigista che non affida al mercato lo sviluppo delle aziende. Se vuole contenere i costi del lavoro è un liberista che considera che l’imprenditore si deve confrontare con il mercato e da questo dipendono tutti i costi ivi incluso quello del lavoro. Decimo punto: dice Veltroni: 10) Sicurezza. Aumentare agenti per strada, utilizzo wi-fi e wimax per sorveglianza, certezza della pena. Perché è incoerente: La sicurezza non dipende solo dai poliziotti per strada, ma soprattutto dalla coesione sociale, dal buon andamento dell’economia e da una buona distribuzione dei redditi oltre che dall’istruzione diffusa. Inoltre non è da sottovalutare la speranza di un avvenire migliore che condiziona le persone a non delinquere e a collaborare nello sviluppo del Paese. Il sistema introdotto dai precedenti governi di incentivare l’immigrazione regolare ed irregolare per rendere più competitivo il mercato del lavoro ha condotto alla presenza, nel nostro Paese, di comunità con diversissime origini culturali, molte delle quali a livelli di prima civilizzazione. Come si può pensare che con il Wi-fi o le guardie per strada si risolva il conflitto culturale (origine di molti reati degli immigrati) è un mistero. Undicesimo punto: dice Veltroni: 11) Legalità : norme per la trasparenza delle nomine, non candidabilità per condannati a reati gravissimi, ridurre sensibilmente i tempi dei processi, divieto di pubblicare tutte le intercettazioni. Perché è incoerente: Il divieto di pubblicazione delle intercettazioni è un problema dei politici o di chi ha incarichi pubblici. E’ un problema irrilevante per un operaio a 1000 euro al mese che certo non si intrattiene al cellulare. Le nomine sono state sempre fatte con criteri di opportunismo politico, non si capisce a che serva la trasparenza. Non era meglio affermare che tutte le nomine si dovranno fare con un concorso pubblico? Dodicesimo punto: dice Veltroni: 12) Banda larga e Tv di qualità. Reti senza fili a banda larga in tutta Italia, ingresso nella Tv digitale con più libertà, superamento del duopolio, più concorrenza, istituire un fondo per finanziare le produzioni di qualità. Per la Rai, Veltroni propone una Fondazione titolare delle azioni che nomina un amministratore unico responsabile della gestione. Perché è incoerente: Ben venga la banda larga, ma se costa più cara in Italia che ha gli stipendi più bassi d’Europa, il beneficio sarà per pochi. Il duopolio non è un problema del precario che lavora in affitto o del disoccupato, è un problema politico come la gestione della Rai. Non ci si aspetta che i politici schiodino dai media, perché sarebbe un Harkiri. Chi racconterebbe agli elettori in bella copia le buone intenzioni di Veltroni o dell’opposizione?

17 feb, ’08, 10:15 m.

Il programma di Veltroni si rivolge ad un elettorato di sinistra o di centro, ma è un programma della più antica destra storica radical liberale oltre ad essere un raffazzonato insieme di affermazioni inapplicabili e contraddittorie. Vediamo di seguito tutti i 12 punti e gli errori di coerenza.

Punto primo:dice Veltroni

1) Ambientalismo del fare : sì al coinvolgimento, alla partecipazione, alla consultazione dei cittadini. Priorità agli impianti per produrre energia pulita, rigassificatori, termovalorizzatori. L’obiettivo è produrre il 20% di energia con il sole e con il vento e «incentivare la rottamazione al petrolio». Altro aspetto, le infrastrutture: «L’alta velocità è il più grande investimento infrastrutturale in corso nel nostro Paese».

Perché è incoerente:

La premessa di consultare i cittadini comporta il concedere a persone, spesso incompetenti, il giudizio di fattibilità di opere pubbliche importanti. Sarebbe stato molto più opportuno parlare di programmazione del sistema energetico ed ambientale con affidamento degli studi a VERI esperti tecnici ed economici. Infatti si parla di tecnologie precise (rigassificatori, termovalorizzatori), e non si accenna a possibilità di studio e di parziale utilizzo di altre soluzioni in corso di sviluppo nei paesi che hanno investito in tecnologia e magari anche da noi. Non si analizza se il 20% di sole e vento è ottimale o se è un numero buttato lì per contentare i “baggiani”.

Il problema nelle opere infrastrutturali è la mancanza di pubblicizzazione di studi di fattibilità con una sintesi accessibile ai cittadini e finalizzata ad evitare blocchi stradali di persone che in genere si interessano solo ai propri problemi particolari.

 

Secondo punto: dice Veltroni:

2) Mezzogiorno : «La priorità è quella di portare entro il 2013 la rete delle infrastrutture, a cominciare dal sistema dei trasporti, su un livello quantitativo e qualitativo confrontabile con l’Europa sviluppata».

Perché è incoerente:

Anche qui ci si domanda quali studi sono stati fatti dei costi e benefici per dimensionare questi investimenti, quali infrastrutture di trasporto si faranno (strade, autostrade, reti ferroviarie, aeroporti, e/o altro?).

Terzo punto: dice Veltroni:

3) Controllo della spesa pubblica . L’obiettivo è mezzo punto di Pil di spesa primaria in meno nel primo anno, un punto nel secondo e un punto nel terzo. Poi, restituire, con riduzioni di aliquote e detrazioni, ogni euro di gettito aggiuntivo. «Aboliremo le province nei grandi comuni metropolitani».

Perché è incoerente:

Assolutamente insufficiente il livello proposto. Infatti non serve un controllo soft come proposto, ma andrebbe ridotta subito la spesa corrente e improduttiva che è aumentata anche con il governo Prodi.

Inoltre qui si vede la superficialità e l’impossibilità di ottenere i risultati previsti. Da una parte si parla di incremento della spesa pubblica per investimenti molto importanti, dall’altra si parla di riduzione della spesa pubblica. Ma questo neppure si concilia con la riduzione delle tasse sulle imprese e sui lavoratori che viene strombazzata per far contenti i sindacalisti e prendere i voti dei loro iscritti. Naturalmente i sindacalisti possono accorgersi della falsa promessa come chiunque sappia leggere e far di conto.

O Veltroni ha scoperto il Pozzo di San Patrizio o ci fa fessi con promesse impossibili da mantenere. Insomma spera di avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Quarto punto: dice Veltroni:

4) Pagare meno pagare tutti . Lo scopo è «ridurre davvero le tasse ai contribuenti leali». Quindi, subito un incremento della detrazione Irpef per i lavoratori dipendenti. Dal 2009, riduzione graduale di tutte le aliquote Irpef: un punto in meno all’anno per tre anni. Subito riduzione della pressione fiscale sulla quota di salario da contrattazione di secondo livello. Tra gli altri punti, elevare il tetto di 30mila euro di fatturato per il pagamento a forfait delle diverse imposte e tributi. «Semplificheremo drasticamente gli studi di settore» e verrà abrogata la norma che permette di reiterare gli accertamenti.

 

Perché è incoerente:

Bello e suggestivo, ma o riduce le tasse o riduce le spese pubbliche, compresi gli investimenti che dice di voler fare.

Se pensa di aumentare il gettito con il recupero dell’evasione ci aspettano tempi duri. Infatti la pressione fiscale del 42,8% attuale è una media. Ci sono imprese che hanno pagato molto di più ed altre, per particolari regimi fiscali o agevolativi, molto meno. A questi livelli chi può, come sotto i bombardamenti, scappa.

E non si dica che siamo in linea con la pressione fiscale tedesca o inglese. Lì i redditi sono molto più alti in valore assoluto. E’ ben diverso tassare al 40% 100.000 euro o 300.000 euro.

Quinto punto: dice Veltroni:

5) Donne .Per Veltroni bisogna «trasformare l’enorme capitale umano femminile inattivo in un asso da giocare nella partita dello sviluppo» con incentivi fiscali per il lavoro delle donne. Quindi, credito d’imposta rimborsabile per le lavoratrici graduato per numero di figli. Si comincia dal Sud. Ci sarà una legge sull’uguaglianza di genere, orari flessibili e lunghi negli asili, scuole e uffici e un congedo di paternità interamente retribuito. Decisa la difesa della 194: «Discutiamo come applicarla integralmente, ma è una legge che fa difesa».

Perché è incoerente:

Lo statuto dei lavoratori che i governi di sinistra hanno abrogato già presentava problemi di applicazione nel diritto al lavoro femminile. Infatti nelle imprese ad ogni annuncio di problemi economici sono state le lavoratrici madri che avevano avuto figli da poco che venivano allontanate dal lavoro (usando persino degli incentivi e soldi dello Stato come la mobilità e la cassa integrazione). Con l’attuale legge sul lavoro le soluzioni proposte sono inadeguate, anzi si prestano a sprecare soldi pubblici.

La difesa della legge 194 è una battaglia di retroguardia. Ricordiamo che quando fu approvata un neonato con meno di 6 mesi di gestazione non sopravviveva al parto. Le tecniche di rianimazione oggi permettono di far sopravvivere neonati di 25 settimane. Siamo quindi al limite dell’interruzione prevista dalla legge. In futuro è molto probabile che la tecnologia permetterà la sopravvivenza anche per meno di quanto previsto dalla legge. A questo punto sarà difficile stabilire se si tratta di aborto o infanticidio. Inoltre l’utilizzo di questi termini estesi per casi di possibile handicap ricorda molto i metodi spicci del loro zio Adolf in arte Hitler. Se è considerata una parvenza di vita un feto con problemi, si può estendere questo concetto ai malati, ai barboni, agli zingari (in fondo qualcuno potrebbe dire che fanno una vita che non conviene vivere nei loro campi senza nessun confort moderno) e poi si estenderà a chi è di un’altra razza o di un’altra religione perché non sono simpatici e vivono diversamente da noi.

Sesto punto: dice Veltroni:

6) Aumento delle case in affitto . Proposto un progetto di social housing e la riforma del regime fiscale degli affitti: tassare il reddito da affitto ad aliquota fissa con detraibilità di una quota dell’affitto pagato.

Perché è incoerente:

Anche qui si parla di detrazioni di imposta, ma alla fine chi pagherà le tasse? Poi vorrei sapere che cosa è il social housing: un falansterio?

Settimo punto: dice Veltroni:

7) Trend demografico . Istituzione della dote fiscale per figlio da 2500 euro annui a crescere. Diritto all’asilo nido raddoppiando i posti in 5 anni fino al 20% dei bimbi. Lotta dura alla pedofilia.

Perché è incoerente:

Il calo demografico dell’Italia è stato una conseguenza di un modello di sviluppo basato sulla convinzione che i figli fossero un lusso ed un problema. Da qui il basso numero di posti negli asili comunali, il licenziamento delle lavoratrici madri, e così via. Sembra una goccia nel mare il 20% dei posti negli asili nido che continueranno ad essere occupati da stranieri e bambini provenienti da famiglie assolutamente povere, mentre per le madri italiane sarà necessario pagarsi l’asilo privato. E con gli stipendi che corrono questa è una vera tassa.

Quindi questa non è una politica per la famiglia, ma un mezzo per tassare gli italiani mettendo a disposizione di altri le strutture pubbliche che dovrebbero assisterli. La regola sarebbe: tanti posti quanti necessari e non il 20%. Anche qui si vede la superficialità del programma. Per fare gli asili occorre muovere la spesa pubblica e questo è sempre in contrasto con la promessa di ridurre le tasse. Consiglio caldamente Veltroni di andare a Lourdes per far arrivare, con un miracolo, i soldi per le famiglie o di rivolgersi alla Santa dell’impossibile.

Ottavo punto: dice Veltroni:

8) Scuola . Cento campus universitari entro il 2010. Investimento sugli insegnanti, valutazione periodica oggettiva degli studenti: «Chi nel ’68 proponeva il 6 politico produceva un falso egualitarismo che perpetuava le divisioni sociali e di classe».

Perché è incoerente:

La scuola è il futuro del Paese. Limitarsi a questi interventi marginali rispetto ai problemi attuali è allucinante e dimostra solo superficialità e incompetenza.

Nono punto: dice Veltroni:

9) Lotta alla precarietà : Creazione di una Unica agenzia sulla sicurezza del lavoro. Premiare le imprese che regolarizzano. Compenso minimo legale di 1000 euro al mese. Costi maggiori per le aziende per i lavori atipici.

Perché è incoerente:

Se i problemi del lavoro si risolvessero con una agenzia saremmo tutti molto soddisfatti, ma purtroppo non è con le agenzie che si risolvono problemi complessi. Piuttosto sembra la solita promessa di fornire poltrone ai collaboratori dei politici o ai trombati delle elezioni o ai sindacalisti che vogliono passare alla politica. In ogni caso è un costo a carico dello Stato che non fornisce miglioramento delle performances della capacità di reddito della nazione, ma semmai è un ulteriore contributo all’inflazione.

Premiare con una sanatoria le imprese che regolarizzano è un insulto a quelle che hanno sempre lavorato nella regolarità.

Sul compenso minimo occorre ricordare che se questo è fatto con il supporto di denaro pubblico si possono prevedere le stesse conseguenze catastrofiche che si ebbero per i lavoratori inglesi dell’inizio dell’800 con l’utilizzo della legge sui poveri.

Ovvero i salariati e, in generale, i lavoratori dipendenti non possono votare Veltroni perché questo programma li renderà più poveri e oltretutto ne minerà la dignità di lavoratori (cfr Bertrand Russel:Storia delle idee del XIX secolo cap. VI).

In realtàVeltroni dovrebbe decidere se è un liberista o un dirigista in economia. Se aumenta i costi del lavoro atipico è un dirigista che non affida al mercato lo sviluppo delle aziende.

Se vuole contenere i costi del lavoro è un liberista che considera che l’imprenditore si deve confrontare con il mercato e da questo dipendono tutti i costi ivi incluso quello del lavoro.

Decimo punto: dice Veltroni:

10) Sicurezza. Aumentare agenti per strada, utilizzo wi-fi e wimax per sorveglianza, certezza della pena.

Perché è incoerente:

La sicurezza non dipende solo dai poliziotti per strada, ma soprattutto dalla coesione sociale, dal buon andamento dell’economia e da una buona distribuzione dei redditi oltre che dall’istruzione diffusa. Inoltre non è da sottovalutare la speranza di un avvenire migliore che condiziona le persone a non delinquere e a collaborare nello sviluppo del Paese.

Il sistema introdotto dai precedenti governi di incentivare l’immigrazione regolare ed irregolare per rendere più competitivo il mercato del lavoro ha condotto alla presenza, nel nostro Paese, di comunità con diversissime origini culturali, molte delle quali a livelli di prima civilizzazione. Come si può pensare che con il Wi-fi o le guardie per strada si risolva il conflitto culturale (origine di molti reati degli immigrati) è un mistero.

Undicesimo punto: dice Veltroni:

11) Legalità : norme per la trasparenza delle nomine, non candidabilità per condannati a reati gravissimi, ridurre sensibilmente i tempi dei processi, divieto di pubblicare tutte le intercettazioni.

Perché è incoerente:

Il divieto di pubblicazione delle intercettazioni è un problema dei politici o di chi ha incarichi pubblici. E’ un problema irrilevante per un operaio a 1000 euro al mese che certo non si intrattiene al cellulare. Le nomine sono state sempre fatte con criteri di opportunismo politico, non si capisce a che serva la trasparenza. Non era meglio affermare che tutte le nomine si dovranno fare con un concorso pubblico?

Dodicesimo punto: dice Veltroni:

12) Banda larga e Tv di qualità. Reti senza fili a banda larga in tutta Italia, ingresso nella Tv digitale con più libertà, superamento del duopolio, più concorrenza, istituire un fondo per finanziare le produzioni di qualità. Per la Rai, Veltroni propone una Fondazione titolare delle azioni che nomina un amministratore unico responsabile della gestione.

Perché è incoerente:

Ben venga la banda larga, ma se costa più cara in Italia che ha gli stipendi più bassi d’Europa, il beneficio sarà per pochi.

Il duopolio non è un problema del precario che lavora in affitto o del disoccupato, è un problema politico come la gestione della Rai. Non ci si aspetta che i politici schiodino dai media, perché sarebbe un Harkiri. Chi racconterebbe agli elettori in bella copia le buone intenzioni di Veltroni o dell’opposizione?

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1977 – Storia di ordinaria follia e di corruzione

FRANKRAMSEY

Splinder (12/02/2008) La scrivania era abbastanza in ordine, come era di solito quando F. era al lavoro con alcune pratiche alla sinistra ed il notes al centro con una penna biro appoggiata a destra. –       Cercavo F. per andare a prendere un caffè insieme, sai dov’è? L’impiegato di ragioneria mi guardò stupito e Leggi ancora…

12 feb, ’08, 1:26 p.

Splinder (12/02/2008) La scrivania era abbastanza in ordine, come era di solito quando F. era al lavoro con alcune pratiche alla sinistra ed il notes al centro con una penna biro appoggiata a destra. –       Cercavo F. per andare a prendere un caffè insieme, sai dov’è? L’impiegato di ragioneria mi guardò stupito e Leggi ancora

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1977 – Storia di ordinaria follia e di corruzione

FRANKRAMSEY

La scrivania era abbastanza in ordine, come era di solito quando F. era al lavoro con alcune pratiche alla sinistra ed il notes al centro con una penna biro appoggiata a destra. –        Cercavo F. per andare a prendere un caffè insieme, sai dov’è? L’impiegato di ragioneria mi guardò stupito e rispose: –        Da ieri è sparito, dopo aver ricevuto la telefonata della moglie di L. che il marito si era tolto la vita ha preso la giacca ed è uscito dall’ufficio e nessuno l’ha più visto. A casa non rispondeva al telefono e la direzione ha mandato un fattorino a cercarlo, almeno per sapere se era malato, ma ha chiuso il contratto di affitto e si è trasferito senza lasciare indirizzo. –        Ma dimmi come è successo di L. –        Sai è una cosa strana L. si era dimesso da dirigente della società da alcuni mesi per tornare a Torino, dove era nato ed aveva trovato un magnifico lavoro in un’impresa privata che faceva export con i paesi arabi. Una sera era tornato dall’aeroporto con la macchina, era entrato in garage, non ha spento il motore dopo aver chiuso la serranda e si è seduto al posto di guida. L’ha trovato così la moglie dopo alcune ore quando è uscita per vedere come mai non tornava. Infatti le aveva telefonato dall’aeroporto per dirle che era in arrivo. La polizia ha detto subito che era suicidio e non hanno neppure fatto l’autopsia. In un solo momento avevo perso due amici, uno morto, l’altro fuggito. Ma non era suicidio. L. era un importante dirigente di una società delle PPS che operava nei paesi arabi e che aveva forti amicizie con alcuni intermediari di grande nome nell’Iran dello Scià. Il sistema per operare in quel paese era abbastanza comune. Ci si accordava con un intermediario locale che permetteva di acquisire  gli ordini mediante buone informazioni sulle gare. Questi prendeva come sub appalto le opere civili e veniva pagato in dollari in un paese compiacente o in Svizzera. Questi pagamenti, autorizzati dal ministero per il commercio estero, erano la via di smistamento delle tangenti sul contratto. Una parte andava all’intermediario italiano, una parte ai partiti sulla base di una precisa divisione proporzionale, una parte (circa metà) all’intermediario locale che si faceva una base economica all’estero nel caso fosse costretto a fuggire per un cambio di regime. Come “resident” della società L. era il rappresentante locale di questa sia in termini civili sia penali. Dopo 15 anni di lavoro in Iran e numerosi contratti era diventato il depositario di tutte le spartizioni di cui conosceva fino all’ultimo dollaro i destinatari e i tempi in cui si erano verificati. Ultimamente, nel comprensorio di Bandar Abbas, era stato acquisito un contratto per la costruzione di un molino da grano di enormi dimensioni sulla base di uno schema a cinque piani che all’epoca era stato abbandonato in occidente, ma che era comune nei molini europei del dopoguerra. Le macchine erano state acquistate il Italia da un importante costruttore che realizzava laminatoi, plasichter, lavagrano, pulisci grano, ecc. di dimensioni notevoli come richiesto dal capitolato. Le macchine rappresentavano un carico notevole da tener presente nella progettazione e costruzione del fabbricato in cemento armato. Il progetto era stato delegato ad una società di progettazione delle PPS che non aveva strutture progettuali e che quindi aveva dato in appalto il progetto ad uno studio di amici dell’Amministratore delegato. Questo studio non sapeva fare calcoli in cemento armato ed allo scopo aveva chiamato un ingegnere neolaureato per fare i calcoli, naturalmente pagandolo solo con un rimborso spese. Questo ingegnere non aveva esperienza, ma fece (allora non c’erano i personal computer) i calcoli con l’ausilio di un programma per una calcolatrice automatica e calcolò travi e pilastri senza chiedersi troppo se erano adeguati. D’altra parte non aveva nessuna esperienza nel cemento armato in zone sismiche . I calcoli e gli schemi dei ferri e delle sezioni del cemento armato, in un libretto ben rilegato, furono consegnati alla società di progettazione che li spedì senza nessun controllo al committente. Su quella base fu costruito il fabbricato. Il costruttore locale, per risparmiare usò un cemento di qualità inferiore, tolse molto ferro, perché lo considerava eccessivo in quanto poteva compromettere il risultato economico del lavoro e realizzò un edificio industriale a sei piani che sembrava più un palazzo mal costruito di una periferia che un molino. Appena arrivò in cantiere il capo montatore della società si trovò con le macchine pronte per il montaggio e l’edificio finito, anche se con aspetto traballante. Perciò inviò subito un telex al suo capo per dire che lui le macchine le lasciava fuori finché non avessero reso l’edificio stabile ed idoneo perché non voleva morire sotto le macerie. Prese un aereo e tornò in Italia. Anche se l’opera non era finita il ministero iraniano continuò a pagare il lavoro anche perché c’era una fideiussione collaterale bancaria a garanzia. Proprio in quel momento il regime dello scià ebbe un tracollo, Komeini tornò il Iran e le guardie della rivoluzione (molte di queste erano laureate in Europa anche in economia) cominciarono a controllare tutte le operazioni bancarie del vecchio regime e dei suoi collaboratori specialmente in Bandar Abbas dove andò a ricercare le ruberie e lo sperpero del denaro pubblico a favore di personaggi compromessi con lo Scià e delle società occidentali che operavano sul posto. Un amico iraniano avvertì L. che presto sarebbe stato arrestato per la storia del molino come unico responsabile per conto della sua società. Chiese per telefono al Direttore generale cosa doveva fare e questi gli rispose che se fosse tornato le banche avrebbero pagato la fideiussione al governo iraniano, ma che poi queste si sarebbero rivalse sulla società. Se rimaneva e andava in prigione la fideiussione non sarebbe stata escussa e quindi lui doveva rimanere. L. telefonò a casa e la moglie gli disse che aveva sposato lei e non quei delinquenti dell’Azienda e che se non tornava avrebbe chiesto il divorzio per colpa. Poi aggiunse che i vecchi amici di famiglia gli avrebbero trovato un buon lavoro vicino casa e che non c’era da preoccuparsi per la questione economica. L. quindi andò in aeroporto e prese un biglietto per un altro paese arabo, facendo presente al governo iraniano che aveva necessità di sollecitare l’arrivo di materiali da una impresa di quel paese per completare l’opera. Gli fu accordato di partire. Dal Kuwait prese un aereo per la Svizzera e quindi arrivò casa. Il giorno successivo andò a Reggio Emilia in azienda. Qui ebbe una infuocata riunione con il Direttore generale, il direttore amministrativo, il direttore tecnico che gli rimproverarono la fuga e l’onere conseguente che l’impresa avrebbe dovuto sostenere. Per altro nessuno a quel punto avrebbe accettato di sostituirlo sapendo di dover finire per anni in una galera iraniana. L. ebbe la sciagurata idea di lasciare la riunione dicendo: – Mi dimetto, ma voi dovreste sapere che conosco tutto di quello che avete fatto in questi 15 anni. So anche chi sono i vostri politici di riferimento e quali partiti avete pagato. Quindi state in campana.   L’amministratore delegato telefonò subito ad un suo referente al ministero del commercio estero. –        Abbiamo un problema. Quel nostro dirigente, L., che tu sai… potrebbe crearci dei problemi per quello che abbiamo fatto in Iran. Per le altre attività non c’è problema. –        Non c’è da preoccuparsi – rispose il suo contatto. Presto sarà tutto sistemato.   In quel periodo alcune cosche mafiose erano in lite per uno sgarro. Due mafiosi erano in pericolo perché considerati gli esecutori di un omicidio eccellente. Per questo avevano chiesto protezione e si trovavano lontano dalla loro regione in località protetta. Venne da loro un amico che disse: –        Abbiamo deciso che se farete un lavoretto ben fatto potrete avere un passaporto, dei soldi ed una nuova identità all’estero. I due accettarono. Si trattava di un omicidio facile facile. All’aeroporto di Torino dovevano intercettare una persona, fargli un’iniezione letale, portarlo con la sua macchina in un garage ad un certo indirizzo, chiudere e lasciare il motore acceso. Poi dovevano andare in un bar del centro di Torino dove avrebbero ricevuto soldi, la nuova identità ed il passaporto. Solo che invece dei soldi e della nuova identità trovarono chi li stava cercando da mesi per farli fuori. E sul giornale il giorno dopo si seppe del suicidio del dirigente e in un’altra pagina la descrizione di come la faida tra cosche avesse portato nella civile Torino ad un efferato omicidio in una zona centralissima.

12 feb, ’08, 1:14 p.

La scrivania era abbastanza in ordine, come era di solito quando F. era al lavoro con alcune pratiche alla sinistra ed il notes al centro con una penna biro appoggiata a destra.

–        Cercavo F. per andare a prendere un caffè insieme, sai dov’è?

L’impiegato di ragioneria mi guardò stupito e rispose:

–        Da ieri è sparito, dopo aver ricevuto la telefonata della moglie di L. che il marito si era tolto la vita ha preso la giacca ed è uscito dall’ufficio e nessuno l’ha più visto. A casa non rispondeva al telefono e la direzione ha mandato un fattorino a cercarlo, almeno per sapere se era malato, ma ha chiuso il contratto di affitto e si è trasferito senza lasciare indirizzo.

–        Ma dimmi come è successo di L.

–        Sai è una cosa strana L. si era dimesso da dirigente della società da alcuni mesi per tornare a Torino, dove era nato ed aveva trovato un magnifico lavoro in un’impresa privata che faceva export con i paesi arabi. Una sera era tornato dall’aeroporto con la macchina, era entrato in garage, non ha spento il motore dopo aver chiuso la serranda e si è seduto al posto di guida. L’ha trovato così la moglie dopo alcune ore quando è uscita per vedere come mai non tornava. Infatti le aveva telefonato dall’aeroporto per dirle che era in arrivo. La polizia ha detto subito che era suicidio e non hanno neppure fatto l’autopsia.

In un solo momento avevo perso due amici, uno morto, l’altro fuggito.

Ma non era suicidio.

L. era un importante dirigente di una società delle PPS che operava nei paesi arabi e che aveva forti amicizie con alcuni intermediari di grande nome nell’Iran dello Scià.

Il sistema per operare in quel paese era abbastanza comune. Ci si accordava con un intermediario locale che permetteva di acquisire  gli ordini mediante buone informazioni sulle gare. Questi prendeva come sub appalto le opere civili e veniva pagato in dollari in un paese compiacente o in Svizzera. Questi pagamenti, autorizzati dal ministero per il commercio estero, erano la via di smistamento delle tangenti sul contratto. Una parte andava all’intermediario italiano, una parte ai partiti sulla base di una precisa divisione proporzionale, una parte (circa metà) all’intermediario locale che si faceva una base economica all’estero nel caso fosse costretto a fuggire per un cambio di regime.

Come “resident” della società L. era il rappresentante locale di questa sia in termini civili sia penali.

Dopo 15 anni di lavoro in Iran e numerosi contratti era diventato il depositario di tutte le spartizioni di cui conosceva fino all’ultimo dollaro i destinatari e i tempi in cui si erano verificati.

Ultimamente, nel comprensorio di Bandar Abbas, era stato acquisito un contratto per la costruzione di un molino da grano di enormi dimensioni sulla base di uno schema a cinque piani che all’epoca era stato abbandonato in occidente, ma che era comune nei molini europei del dopoguerra.

Le macchine erano state acquistate il Italia da un importante costruttore che realizzava laminatoi, plasichter, lavagrano, pulisci grano, ecc. di dimensioni notevoli come richiesto dal capitolato. Le macchine rappresentavano un carico notevole da tener presente nella progettazione e costruzione del fabbricato in cemento armato.

Il progetto era stato delegato ad una società di progettazione delle PPS che non aveva strutture progettuali e che quindi aveva dato in appalto il progetto ad uno studio di amici dell’Amministratore delegato. Questo studio non sapeva fare calcoli in cemento armato ed allo scopo aveva chiamato un ingegnere neolaureato per fare i calcoli, naturalmente pagandolo solo con un rimborso spese.

Questo ingegnere non aveva esperienza, ma fece (allora non c’erano i personal computer) i calcoli con l’ausilio di un programma per una calcolatrice automatica e calcolò travi e pilastri senza chiedersi troppo se erano adeguati. D’altra parte non aveva nessuna esperienza nel cemento armato in zone sismiche .

I calcoli e gli schemi dei ferri e delle sezioni del cemento armato, in un libretto ben rilegato, furono consegnati alla società di progettazione che li spedì senza nessun controllo al committente.

Su quella base fu costruito il fabbricato. Il costruttore locale, per risparmiare usò un cemento di qualità inferiore, tolse molto ferro, perché lo considerava eccessivo in quanto poteva compromettere il risultato economico del lavoro e realizzò un edificio industriale a sei piani che sembrava più un palazzo mal costruito di una periferia che un molino.

Appena arrivò in cantiere il capo montatore della società si trovò con le macchine pronte per il montaggio e l’edificio finito, anche se con aspetto traballante.

Perciò inviò subito un telex al suo capo per dire che lui le macchine le lasciava fuori finché non avessero reso l’edificio stabile ed idoneo perché non voleva morire sotto le macerie. Prese un aereo e tornò in Italia.

Anche se l’opera non era finita il ministero iraniano continuò a pagare il lavoro anche perché c’era una fideiussione collaterale bancaria a garanzia.

Proprio in quel momento il regime dello scià ebbe un tracollo, Komeini tornò il Iran e le guardie della rivoluzione (molte di queste erano laureate in Europa anche in economia) cominciarono a controllare tutte le operazioni bancarie del vecchio regime e dei suoi collaboratori specialmente in Bandar Abbas dove andò a ricercare le ruberie e lo sperpero del denaro pubblico a favore di personaggi compromessi con lo Scià e delle società occidentali che operavano sul posto.

Un amico iraniano avvertì L. che presto sarebbe stato arrestato per la storia del molino come unico responsabile per conto della sua società.

Chiese per telefono al Direttore generale cosa doveva fare e questi gli rispose che se fosse tornato le banche avrebbero pagato la fideiussione al governo iraniano, ma che poi queste si sarebbero rivalse sulla società. Se rimaneva e andava in prigione la fideiussione non sarebbe stata escussa e quindi lui doveva rimanere.

L. telefonò a casa e la moglie gli disse che aveva sposato lei e non quei delinquenti dell’Azienda e che se non tornava avrebbe chiesto il divorzio per colpa. Poi aggiunse che i vecchi amici di famiglia gli avrebbero trovato un buon lavoro vicino casa e che non c’era da preoccuparsi per la questione economica.

L. quindi andò in aeroporto e prese un biglietto per un altro paese arabo, facendo presente al governo iraniano che aveva necessità di sollecitare l’arrivo di materiali da una impresa di quel paese per completare l’opera. Gli fu accordato di partire.

Dal Kuwait prese un aereo per la Svizzera e quindi arrivò casa.

Il giorno successivo andò a Reggio Emilia in azienda.

Qui ebbe una infuocata riunione con il Direttore generale, il direttore amministrativo, il direttore tecnico che gli rimproverarono la fuga e l’onere conseguente che l’impresa avrebbe dovuto sostenere. Per altro nessuno a quel punto avrebbe accettato di sostituirlo sapendo di dover finire per anni in una galera iraniana.

L. ebbe la sciagurata idea di lasciare la riunione dicendo:

– Mi dimetto, ma voi dovreste sapere che conosco tutto di quello che avete fatto in questi 15 anni. So anche chi sono i vostri politici di riferimento e quali partiti avete pagato. Quindi state in campana.

 

L’amministratore delegato telefonò subito ad un suo referente al ministero del commercio estero.

–        Abbiamo un problema. Quel nostro dirigente, L., che tu sai… potrebbe crearci dei problemi per quello che abbiamo fatto in Iran. Per le altre attività non c’è problema.

–        Non c’è da preoccuparsi – rispose il suo contatto. Presto sarà tutto sistemato.

 

In quel periodo alcune cosche mafiose erano in lite per uno sgarro. Due mafiosi erano in pericolo perché considerati gli esecutori di un omicidio eccellente.

Per questo avevano chiesto protezione e si trovavano lontano dalla loro regione in località protetta.

Venne da loro un amico che disse:

–        Abbiamo deciso che se farete un lavoretto ben fatto potrete avere un passaporto, dei soldi ed una nuova identità all’estero.

I due accettarono.

Si trattava di un omicidio facile facile. All’aeroporto di Torino dovevano intercettare una persona, fargli un’iniezione letale, portarlo con la sua macchina in un garage ad un certo indirizzo, chiudere e lasciare il motore acceso. Poi dovevano andare in un bar del centro di Torino dove avrebbero ricevuto soldi, la nuova identità ed il passaporto.

Solo che invece dei soldi e della nuova identità trovarono chi li stava cercando da mesi per farli fuori.

E sul giornale il giorno dopo si seppe del suicidio del dirigente e in un’altra pagina la descrizione di come la faida tra cosche avesse portato nella civile Torino ad un efferato omicidio in una zona centralissima.

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PAGELLE

FRANKRAMSEY

Partendo dall’ipotesi che ogni azione politica è un’azione economica siamo in grado di dare un giudizio sui governi della Repubblica che si sono succeduti negli ultimi 27 anni in base ai dati ISTAT pubblicati e precisamente dal 1980 al 2006. I dati grezzi dell’Istituto di statistica sono stati rettificati in modo tale che le cifre siano tutte rapportate al valore della moneta del 2006 utilizzando le tabelle dallo stesso fornite. Occorre però una premessa. Il bilancio dello Stato è stato profondamente modificato nel 1982 con la legge dell’allora ministro del bilancio Beniamino Andreatta che sancì la separazione tra il bilancio dello Stato e la Banca d’Italia. Infatti fino a quel momento le leggi di bilancio prevedevano una spesa per ogni ministero da ripartire nel corso dell’anno. Quando i sodi erano finiti la Banca d’Italia anticipava le spese correnti fino al 31 dicembre di quell’esercizio. Il primo gennaio, con i fondi della nuova legge di bilancio, veniva restituita l’anticipazione a Bankitalia. Il meccanismo aveva il vantaggio di limitare le spese ed il deficit dello Stato che all’epoca era circa pari al 77% del Prodotto interno lordo e sostanzialmente allineato ai valori dei principali stati della Comunità europea. La legge Andreatta proibì di usare le anticipazioni Bankitalia per arrivare a fine anno. Per sopperire al deficit si sarebbero, invece, emessi certificati di debito del Tesoro (BOT, CCT, BPT, ecc) a tassi di mercato e non più al 5% (tasso molto inferiore a quello di inflazione) Per essere certi di acquisire le risorse dal mercato il tasso fu fissato a valori superiori di quelli dei certificati di deposito degli Istituti di Credito (all’epoca di proprietà dello Stato) che operavano a tassi di mercato per la propria provvista. Fu un successo strepitoso in termini di possibilità di aumento del debito, ma qualsiasi sempliciotto si sarebbe reso conto che c’era qualcosa che non tornava. Infatti un prestito deve essere restituito, possibilmente senza farne uno di importo superiore altrimenti si va in bancarotta. All’epoca l’economia andava male, il tasso di inflazione era intorno al 14% e il tasso di disoccupazione era relativamente alto. La crescita economica stava rallentando mentre cresceva la spesa e la pressione fiscale che tuttavia era ancora abbastanza contenuta (intorno al 38% del PIL). La domanda di un normale padre di famiglia sarebbe stata: come posso restituire il debito visto che non ci sono prospettive di un corrispondente aumento delle entrate? La risposta stava nei fatti che si sono verificati negli anni successivi quando la corrente economica andreattiana si è concretizzata con tutte e due le soluzioni possibili alla domanda. La prima era costituita dalla vendita dei gioielli di famiglia alias le partecipazioni statali, ad investitori italiani con il sostegno delle banche perché capitali privati per questo investimento in Italia non c’erano. Oppure ad investitori esteri con le conseguenze che si sono viste: le imprese straniere hanno acquistato e dopo pochi anni, avendo acquisito le nostre tecnologie, hanno dismesso gli impianti avendo così tolto di mezzo un concorrente. La cosa non sarebbe tanto tragica se non avesse determinato un contrazione dell’occupazione nella grande industria e la precarizzazione di lavoratori specializzati oltre alla spesa pubblica per mobilità, cassa integrazione, sostegno alla povertà, ecc. Per  cui si è rivelato un pessimo affare. E non è da trascurare l’effetto sugli incidenti sul lavoro in quanto uno stabilimento in dismissione è un luogo dove non solo non si fanno investimenti, ma dove si cerca di risparmiare su tutto (personale, attrezzature, sicurezza, ecc). La vendita ad industriali italiani ha comportato la formazione di un debito privato che corrisponde ai mutui necessari per acquisire gli asset delle società pubbliche privatizzate. A ciò corrisponde un costo di esercizio spesso molto alto che comporta un prezzo delle prestazioni e dei prodotti elevato. Quando il mercato è protetto e monopolistico si determina la formazione di una tassa occulta sugli utilizzatori che pagano i servizi molto più della concorrenza europea. Per le imprese che operano nei mercati non protetti si è ottenuta la rapida dismissione degli impianti dopo che gli acquirenti si sono affrettati a prendersi tutto il buono che c’era nelle società privatizzate. Altra possibilità era quella di ridurre il tasso di inflazione al di sotto della media dei mercati europei (allora non c’era ancora la globalizzazione). Questo si poteva ottenere con la cancellazione dello statuto dei lavoratori rendendo il lavoro una merce che si compra e si vende a prezzi di mercato e si getta via quando non serve più. Lo scopo era di contenere il costo del lavoro come mezzo per avere maggiore competitività senza cercare prodotti nuovi e maggiore efficienza produttiva. Si pensava cioè che l’inflazione fosse dovuta alla distribuzione alla classe lavoratrice di una maggiore quota del reddito rispetto al passato grazie alle lotte sindacali degli anni ’50 e ’60. Mi ricordo che ebbi occasione di dire queste cose (allora ero giovane) ad un convegno sindacale a cui partecipavo a Reggio Emilia. Chiesi la parola e dissi che questa era la politica del governo Spadolini – Andreatta. Finito di parlare mi aspettavo che i sindacalisti mi avrebbero, per lo meno, chiesto delucidazioni o attaccato per contestare la possibilità che il sindacato lasciasse fare a questi economisti antioperai. Invece nessuno disse nulla e da quel giorno non partecipai più riunioni sindacali perché era chiaro che non erano interessati alle sorti dei loro iscritti, ma evidentemente ad altro. L’effetto immediato della riforma Andreatta fu, come ovvio, un aumento della spesa pubblica in quanto i centri di spesa non ebbero più limiti in quanto appena si generava un deficit si stampavano BOT, BTP, ecc. La cosa andò avanti finché non ci si accorse che il debito pubblico assorbiva tutte le risorse del paese. A questo punto cominciò, con la scusa che vivevamo al disopra delle nostre possibilità, l’aumento della pressione fiscale, il contenimento dei salari, la precarizzazione del lavoro, la proletarizzazione dei lavoratori, il rastrellamento delle risorse destinate allo sviluppo ed alla ricerca per pagare la spesa pubblica che, maturata in una situazione di euforia finanziaria, presentava esborsi solo per spesa corrente non facilmente riducibili senza scontentare una larga fetta dell’elettorato. Siamo cioè arrivati a scoprire che la spesa pubblica è poco qualificata nell’ottica dello sviluppo economico e pertanto toglie risorse al sistema produttivo che viene tartassato di tasse e balzelli e non riesce ad evolvere. Ciò avviene anche per sua colpa perché il sistema produttivo da decenni punta sulla riduzione del costo del lavoro e non sulla qualificazione e fidelizzazione dei lavoratori. Queste considerazioni sulla scarsa efficienza nella spesa pubblica derivano dall’esame dei dati economici pubblicati dall’ISTAT nel periodo 1980 -2006 e dal dettaglio di spesa. Abbiamo riportato i diagrammi: 1)     del PIL, 2)      del debito pubblico cumulato, 3)     delle entrate dello stato, 4)     delle uscite dello stato, 5)     dell’indebitamento netto, 6)     della crescita del PIL, 7)     della crescita delle uscite, 8)     della crescita del debito pubblico, 9)     della crescita delle entrate in funzione dei presidenti del consiglio che hanno gestito il nostro Paese. Per dare una indicazione sulla gravità della situazione abbiamo costruito un diagramma contenente il PIL, il debito pubblico cumulato, le entrate e le uscite dello Stato con le relative tendenze lineari, ovvero cosa accadrà senza correzioni.                   Si nota che malgrado l’aumento della pressione fiscale (è il rimedio apparentemente più semplice per ridurre il deficit) la situazione al 31/12/2006 è molto grave. Il debito pubblico tende ad incrementare il differenziale con il PIL mentre le entrate e le uscite sono praticamente in pareggio su quote molto alte del PIL. Pertanto non si può più far conto sulla leva fiscale anche per la mancanza di crescita di risorse (il PIL tende a non aumentare in termini reali). Gli ex comunisti hanno sempre sostenuto che la causa della situazione attuale è da ricercare nella politica economica del lungo governo socialista con la presidenza di Bettino Craxi. I dati dell’ISTAT dicono che questo è falso, non solo, ma il governo Craxi (con ministro del tesoro Visentini) fu uno degli ultimi governi di sviluppo della nostra nazione. Dopo il periodo di riduzione della crescita, pur in presenza di un aumento della spesa Craxi seppe creare le condizioni per creare il maggior aumento del PIL dopo anni di vacche magre. Dopo di lui Fanfani e Goria continuarono con migliori tassi di crescita, ma con un aumento sostanziale di tasse e spesa pubblica. Poi De Mita fece calare l’incremento del PIL aumentando contemporaneamente le uscite più delle entrate. Quindi Andreotti iniziò con buon aumento del PIL con alta spesa pubblica e negli anni successivi arrivò ad una contrazione del PIL con aumento delle entrate ben superiore all’aumento delle uscite. Berlusconi, nel primo governo, aumentò il PIL facendo crescere le entrate e, in maniera molto contenuta, le uscite. Il governo D’Alema fu in grado di aumentare il PIL, ridurre in termini reali il debito pubblico, con una modesta crescita delle entrate ed una riduzione in termini reali delle uscite. Il secondo governo Berlusconi iniziò bene: all’inizio ridusse il debito pubblico, accrebbe il PIL ridusse le uscite e diminuì le entrate. Negli ultimi due anni di quel governo la tendenza si invertì anche per la forte stagnazione economica. Il governo Prodi nel 2006 rivitalizzò la crescita del debito, ebbe una crescita economica modesta e aumentò sia la spesa che le entrate. I detrattori di Craxi hanno detto che la sua politica economica ha condizionato gli anni successivi. Non è vero: se si va a fare una analisi sulla tendenza del PIL, debito pubblico, entrate ed uscite risulta un tendenziale di equilibrio tra aumento del debito pubblico e PIL per una economia allora in crescita. L’unico problema riguarda il livello delle entrate che avrebbe richiesto un modesto intervento per evitare una probabile divaricazione rispetto alle spese. Adesso la situazione presenta dati da rompicapo economico. L’economia per crescere non può fare conto su un aumento della spesa pubblica. Le infrastrutture nazionali sono vecchie e non favoriscono la crescita economica, non ci sono capitali pubblici o privati disponibili per ammodernare il sistema. L’aumento delle tasse ha determinato una contrazione del reddito disponibile per le famiglie e le imprese. Contemporaneamente si assiste ad una inflazione strisciante specialmente nei beni di prima necessità in quanto è evidente che, essendo la spesa pubblica per larga parte destinata al mantenimento dell’apparato statale, si è dato luogo ad una crescita (anche se settoriale) della massa monetaria. L’aumento della massa monetaria comporta inflazione,  perdita di competitività dell’industria italiana e recessione, quindi assistiamo al saldamento della politica di Andreatta con quella di Prodi tesa a ridurre la capacità dei lavoratori di contrattare migliori condizioni di vita. Al contrario le attività finanziarie (banche, assicurazioni, imprese conglomerate a carattere finanziario) in questo momento hanno un periodo di ottime performances. Si è così ottenuto quello che il liberismo dell’ottocento considerava ottimale, cioè aumento del capitale nelle mani di pochi, famiglie alla fame con integrazione di sopravvivenza a carico dello stato. Quindi il governo cosiddetto dei comunisti è in realtà radical liberale e quello di Craxi fu un governo a favore dei lavoratori e delle loro famiglie. Questo secondo i numeri pubblicati dall’ISTAT. Quindi alla “sinistra” converrà chiudere l’istituto di statistica, nascondere i dati e continuare a servirsi di giornalisti che di economia non sanno nulla per potersi presentare a chiedere i voti a quelli che vogliono danneggiare per favorire quelli che non li votano, ma detengono il potere economico. Ma allora perché ancora i “sinistri” continuano a denigrare Craxi? 1)     Perché aveva fatto una politica nuova ed efficiente (occorre anche riconoscere che il suo ministro del tesoro Visentini non è estraneo a questi successi) 2)     Perché non si è inchinato al capitalismo italiano e straniero, anzi l’ha sfruttato per finanziare il partito (e questo è il motivo dell’astio di quelli che avevano finanziato il PSI: non era Craxi a chiedere, ma loro a dover offrire) 3)     Perché con Craxi non si poteva svendere il lavoro italiano delle partecipazioni statali senza pagare pegno 4)     Perché Craxi non faceva una politica ostile al reddito dei lavoratori togliendo ai comunisti spazio vitale di propaganda (visto quello gli ex hanno poi combinato).   Queste note, basate su numeri e risultati, evidenziano come i governi non vengano scelti sulla base delle capacità, ma su altri parametri. Ad esempio il governo D’Alema è stato uno dei migliori in termini di risultati. Invece di candidarlo come presidente del consiglio, il suo partito ha preferito Prodi che aveva dato già risultati mediocri. Forse anche D’Alema soffre del problema del primo della classe: ha dimostrato di essere stato bravo in economia e perciò è risultato antipatico anche ai suoi compagni di partito che gli hanno preferito un ex democristiano.   Per concludere una citazione di Lotta Comunista del 1995 Il modello Prodi La CISL spiega le ragioni della palese scelta di campo: «Il polo di destra punta apertamente a creare un rapporto diretto tra elettore e eletto, mediato solo dalla televisione, ma questo fa saltare ogni ruolo delle forze sociali, la società civile viene emarginata, esce di scena». Prodi riassume il suo concetto di relazioni industriali con la tesi che le “guerre salarialiste” hanno portato alla sconfitta il sindacalismo britannico, quindi devono essere “bandite per sempre”. Morese lo conforta: «Noi abbiamo combattuto e vinto la guerra per la partecipazione, siamo contro ogni conflittualismo». Era il 3 marzo e i nostri interpreti della nuova realtà sociale non avevano ancora sottomano quanto stava accadendo in Germania, dove la IG Metall si impegnava in una battaglia salarialista e ne usciva con risultati positivi. La scelta della CISL è stata criticata da Sergio Cofferati promotore della «esigenza irrinunciabile per la CGIL, ma credo per tutto il sindacato confederale, di dare corpo e visibilità alla sua autonomia». Facile la ironia di D’Antoni: «Noi siamo tanto autonomi da non aver nessun partito di riferimento. Per la CGIL, invece, mi sembra ci sia qualcosa come il PDS…». La CISL, riflettendo le tensioni proprie del Partito Popolare ha portato allo scoperto il “segreto di Pulcinella”, ma il passaggio dalla cinghia di trasmissione occulta a quella palese accentua i contraccolpi dentro il sindacato delle diatribe parlamentari, rendendo esplicita la sua responsabilità. Ad esempio, per un sindacato legato al carro “progressista”, nella corsa al centro sarebbe impossibile una lotta salariale come quella dei meccanici tedeschi, accusati di essere “classisti” e di non tener conto degli interessi dei disoccupati. Al contrario un tale sindacato è a suo agio negli accordi triangolari: ottimi se, come nel passato, erano pagati dalla spesa pubblica; buoni se, finita la festa, sono pagati dal lavoro dipendente; indispensabili nella corsa al centro per apparire in qualche modo difensori del ceto medio e non affogare nell’accusa di essere statalisti, ovvero agenti delle tasse tanto mascherati quanto spreconi e, perché no, corrotti. Lotta Comunista marzo 1995

4 feb, ’08, 9:35 p.

Partendo dall’ipotesi che ogni azione politica è un’azione economica siamo in grado di dare un giudizio sui governi della Repubblica che si sono succeduti negli ultimi 27 anni in base ai dati ISTAT pubblicati e precisamente dal 1980 al 2006.

I dati grezzi dell’Istituto di statistica sono stati rettificati in modo tale che le cifre siano tutte rapportate al valore della moneta del 2006 utilizzando le tabelle dallo stesso fornite.

Occorre però una premessa.

Il bilancio dello Stato è stato profondamente modificato nel 1982 con la legge dell’allora ministro del bilancio Beniamino Andreatta che sancì la separazione tra il bilancio dello Stato e la Banca d’Italia. Infatti fino a quel momento le leggi di bilancio prevedevano una spesa per ogni ministero da ripartire nel corso dell’anno. Quando i sodi erano finiti la Banca d’Italia anticipava le spese correnti fino al 31 dicembre di quell’esercizio. Il primo gennaio, con i fondi della nuova legge di bilancio, veniva restituita l’anticipazione a Bankitalia.

Il meccanismo aveva il vantaggio di limitare le spese ed il deficit dello Stato che all’epoca era circa pari al 77% del Prodotto interno lordo e sostanzialmente allineato ai valori dei principali stati della Comunità europea.

La legge Andreatta proibì di usare le anticipazioni Bankitalia per arrivare a fine anno.

Per sopperire al deficit si sarebbero, invece, emessi certificati di debito del Tesoro (BOT, CCT, BPT, ecc) a tassi di mercato e non più al 5% (tasso molto inferiore a quello di inflazione)

Per essere certi di acquisire le risorse dal mercato il tasso fu fissato a valori superiori di quelli dei certificati di deposito degli Istituti di Credito (all’epoca di proprietà dello Stato) che operavano a tassi di mercato per la propria provvista.

Fu un successo strepitoso in termini di possibilità di aumento del debito, ma qualsiasi sempliciotto si sarebbe reso conto che c’era qualcosa che non tornava.

Infatti un prestito deve essere restituito, possibilmente senza farne uno di importo superiore altrimenti si va in bancarotta.

All’epoca l’economia andava male, il tasso di inflazione era intorno al 14% e il tasso di disoccupazione era relativamente alto. La crescita economica stava rallentando mentre cresceva la spesa e la pressione fiscale che tuttavia era ancora abbastanza contenuta (intorno al 38% del PIL).

La domanda di un normale padre di famiglia sarebbe stata: come posso restituire il debito visto che non ci sono prospettive di un corrispondente aumento delle entrate?

La risposta stava nei fatti che si sono verificati negli anni successivi quando la corrente economica andreattiana si è concretizzata con tutte e due le soluzioni possibili alla domanda.

La prima era costituita dalla vendita dei gioielli di famiglia alias le partecipazioni statali, ad investitori italiani con il sostegno delle banche perché capitali privati per questo investimento in Italia non c’erano. Oppure ad investitori esteri con le conseguenze che si sono viste: le imprese straniere hanno acquistato e dopo pochi anni, avendo acquisito le nostre tecnologie, hanno dismesso gli impianti avendo così tolto di mezzo un concorrente. La cosa non sarebbe tanto tragica se non avesse determinato un contrazione dell’occupazione nella grande industria e la precarizzazione di lavoratori specializzati oltre alla spesa pubblica per mobilità, cassa integrazione, sostegno alla povertà, ecc. Per  cui si è rivelato un pessimo affare. E non è da trascurare l’effetto sugli incidenti sul lavoro in quanto uno stabilimento in dismissione è un luogo dove non solo non si fanno investimenti, ma dove si cerca di risparmiare su tutto (personale, attrezzature, sicurezza, ecc).

La vendita ad industriali italiani ha comportato la formazione di un debito privato che corrisponde ai mutui necessari per acquisire gli asset delle società pubbliche privatizzate.

A ciò corrisponde un costo di esercizio spesso molto alto che comporta un prezzo delle prestazioni e dei prodotti elevato. Quando il mercato è protetto e monopolistico si determina la formazione di una tassa occulta sugli utilizzatori che pagano i servizi molto più della concorrenza europea. Per le imprese che operano nei mercati non protetti si è ottenuta la rapida dismissione degli impianti dopo che gli acquirenti si sono affrettati a prendersi tutto il buono che c’era nelle società privatizzate.

Altra possibilità era quella di ridurre il tasso di inflazione al di sotto della media dei mercati europei (allora non c’era ancora la globalizzazione).

Questo si poteva ottenere con la cancellazione dello statuto dei lavoratori rendendo il lavoro una merce che si compra e si vende a prezzi di mercato e si getta via quando non serve più.

Lo scopo era di contenere il costo del lavoro come mezzo per avere maggiore competitività senza cercare prodotti nuovi e maggiore efficienza produttiva. Si pensava cioè che l’inflazione fosse dovuta alla distribuzione alla classe lavoratrice di una maggiore quota del reddito rispetto al passato grazie alle lotte sindacali degli anni ’50 e ’60.

Mi ricordo che ebbi occasione di dire queste cose (allora ero giovane) ad un convegno sindacale a cui partecipavo a Reggio Emilia. Chiesi la parola e dissi che questa era la politica del governo Spadolini – Andreatta. Finito di parlare mi aspettavo che i sindacalisti mi avrebbero, per lo meno, chiesto delucidazioni o attaccato per contestare la possibilità che il sindacato lasciasse fare a questi economisti antioperai. Invece nessuno disse nulla e da quel giorno non partecipai più riunioni sindacali perché era chiaro che non erano interessati alle sorti dei loro iscritti, ma evidentemente ad altro.

L’effetto immediato della riforma Andreatta fu, come ovvio, un aumento della spesa pubblica in quanto i centri di spesa non ebbero più limiti in quanto appena si generava un deficit si stampavano BOT, BTP, ecc.

La cosa andò avanti finché non ci si accorse che il debito pubblico assorbiva tutte le risorse del paese. A questo punto cominciò, con la scusa che vivevamo al disopra delle nostre possibilità, l’aumento della pressione fiscale, il contenimento dei salari, la precarizzazione del lavoro, la proletarizzazione dei lavoratori, il rastrellamento delle risorse destinate allo sviluppo ed alla ricerca per pagare la spesa pubblica che, maturata in una situazione di euforia finanziaria, presentava esborsi solo per spesa corrente non facilmente riducibili senza scontentare una larga fetta dell’elettorato.

Siamo cioè arrivati a scoprire che la spesa pubblica è poco qualificata nell’ottica dello sviluppo economico e pertanto toglie risorse al sistema produttivo che viene tartassato di tasse e balzelli e non riesce ad evolvere. Ciò avviene anche per sua colpa perché il sistema produttivo da decenni punta sulla riduzione del costo del lavoro e non sulla qualificazione e fidelizzazione dei lavoratori.

Queste considerazioni sulla scarsa efficienza nella spesa pubblica derivano dall’esame dei dati economici pubblicati dall’ISTAT nel periodo 1980 -2006 e dal dettaglio di spesa.

Abbiamo riportato i diagrammi:

1)     del PIL,

2)      del debito pubblico cumulato,

3)     delle entrate dello stato,

4)     delle uscite dello stato,

5)     dell’indebitamento netto,

6)     della crescita del PIL,

7)     della crescita delle uscite,

8)     della crescita del debito pubblico,

9)     della crescita delle entrate

in funzione dei presidenti del consiglio che hanno gestito il nostro Paese.

 

Per dare una indicazione sulla gravità della situazione abbiamo costruito un diagramma contenente il PIL, il debito pubblico cumulato, le entrate e le uscite dello Stato con le relative tendenze lineari, ovvero cosa accadrà senza correzioni.

 

 

 

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Si nota che malgrado l’aumento della pressione fiscale (è il rimedio apparentemente più semplice per ridurre il deficit) la situazione al 31/12/2006 è molto grave. Il debito pubblico tende ad incrementare il differenziale con il PIL mentre le entrate e le uscite sono praticamente in pareggio su quote molto alte del PIL. Pertanto non si può più far conto sulla leva fiscale anche per la mancanza di crescita di risorse (il PIL tende a non aumentare in termini reali).

Gli ex comunisti hanno sempre sostenuto che la causa della situazione attuale è da ricercare nella politica economica del lungo governo socialista con la presidenza di Bettino Craxi.

I dati dell’ISTAT dicono che questo è falso, non solo, ma il governo Craxi (con ministro del tesoro Visentini) fu uno degli ultimi governi di sviluppo della nostra nazione. Dopo il periodo di riduzione della crescita, pur in presenza di un aumento della spesa Craxi seppe creare le condizioni per creare il maggior aumento del PIL dopo anni di vacche magre. Dopo di lui Fanfani e Goria continuarono con migliori tassi di crescita, ma con un aumento sostanziale di tasse e spesa pubblica. Poi De Mita fece calare l’incremento del PIL aumentando contemporaneamente le uscite più delle entrate.

Quindi Andreotti iniziò con buon aumento del PIL con alta spesa pubblica e negli anni successivi arrivò ad una contrazione del PIL con aumento delle entrate ben superiore all’aumento delle uscite.

Berlusconi, nel primo governo, aumentò il PIL facendo crescere le entrate e, in maniera molto contenuta, le uscite.

Il governo D’Alema fu in grado di aumentare il PIL, ridurre in termini reali il debito pubblico, con una modesta crescita delle entrate ed una riduzione in termini reali delle uscite.

Il secondo governo Berlusconi iniziò bene: all’inizio ridusse il debito pubblico, accrebbe il PIL ridusse le uscite e diminuì le entrate. Negli ultimi due anni di quel governo la tendenza si invertì anche per la forte stagnazione economica.

Il governo Prodi nel 2006 rivitalizzò la crescita del debito, ebbe una crescita economica modesta e aumentò sia la spesa che le entrate.

I detrattori di Craxi hanno detto che la sua politica economica ha condizionato gli anni successivi. Non è vero: se si va a fare una analisi sulla tendenza del PIL, debito pubblico, entrate ed uscite risulta un tendenziale di equilibrio tra aumento del debito pubblico e PIL per una economia allora in crescita. L’unico problema riguarda il livello delle entrate che avrebbe richiesto un modesto intervento per evitare una probabile divaricazione rispetto alle spese.

Adesso la situazione presenta dati da rompicapo economico.

L’economia per crescere non può fare conto su un aumento della spesa pubblica. Le infrastrutture nazionali sono vecchie e non favoriscono la crescita economica, non ci sono capitali pubblici o privati disponibili per ammodernare il sistema. L’aumento delle tasse ha determinato una contrazione del reddito disponibile per le famiglie e le imprese. Contemporaneamente si assiste ad una inflazione strisciante specialmente nei beni di prima necessità in quanto è evidente che, essendo la spesa pubblica per larga parte destinata al mantenimento dell’apparato statale, si è dato luogo ad una crescita (anche se settoriale) della massa monetaria.

L’aumento della massa monetaria comporta inflazione,  perdita di competitività dell’industria italiana e recessione, quindi assistiamo al saldamento della politica di Andreatta con quella di Prodi tesa a ridurre la capacità dei lavoratori di contrattare migliori condizioni di vita.

Al contrario le attività finanziarie (banche, assicurazioni, imprese conglomerate a carattere finanziario) in questo momento hanno un periodo di ottime performances.

Si è così ottenuto quello che il liberismo dell’ottocento considerava ottimale, cioè aumento del capitale nelle mani di pochi, famiglie alla fame con integrazione di sopravvivenza a carico dello stato.

Quindi il governo cosiddetto dei comunisti è in realtà radical liberale e quello di Craxi fu un governo a favore dei lavoratori e delle loro famiglie.

Questo secondo i numeri pubblicati dall’ISTAT.

Quindi alla “sinistra” converrà chiudere l’istituto di statistica, nascondere i dati e continuare a servirsi di giornalisti che di economia non sanno nulla per potersi presentare a chiedere i voti a quelli che vogliono danneggiare per favorire quelli che non li votano, ma detengono il potere economico.

Ma allora perché ancora i “sinistri” continuano a denigrare Craxi?

1)     Perché aveva fatto una politica nuova ed efficiente (occorre anche riconoscere che il suo ministro del tesoro Visentini non è estraneo a questi successi)

2)     Perché non si è inchinato al capitalismo italiano e straniero, anzi l’ha sfruttato per finanziare il partito (e questo è il motivo dell’astio di quelli che avevano finanziato il PSI: non era Craxi a chiedere, ma loro a dover offrire)

3)     Perché con Craxi non si poteva svendere il lavoro italiano delle partecipazioni statali senza pagare pegno

4)     Perché Craxi non faceva una politica ostile al reddito dei lavoratori togliendo ai comunisti spazio vitale di propaganda (visto quello gli ex hanno poi combinato).

 

Queste note, basate su numeri e risultati, evidenziano come i governi non vengano scelti sulla base delle capacità, ma su altri parametri. Ad esempio il governo D’Alema è stato uno dei migliori in termini di risultati. Invece di candidarlo come presidente del consiglio, il suo partito ha preferito Prodi che aveva dato già risultati mediocri.

Forse anche D’Alema soffre del problema del primo della classe: ha dimostrato di essere stato bravo in economia e perciò è risultato antipatico anche ai suoi compagni di partito che gli hanno preferito un ex democristiano.

 

 

 

 

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Per concludere una citazione di Lotta Comunista del 1995

Il modello Prodi

La CISL spiega le ragioni della palese scelta di campo: «Il polo di destra punta apertamente a creare un rapporto diretto tra elettore e eletto, mediato solo dalla televisione, ma questo fa saltare ogni ruolo delle forze sociali, la società civile viene emarginata, esce di scena». Prodi riassume il suo concetto di relazioni industriali con la tesi che le “guerre salarialiste” hanno portato alla sconfitta il sindacalismo britannico, quindi devono essere “bandite per sempre”. Morese lo conforta: «Noi abbiamo combattuto e vinto la guerra per la partecipazione, siamo contro ogni conflittualismo». Era il 3 marzo e i nostri interpreti della nuova realtà sociale non avevano ancora sottomano quanto stava accadendo in Germania, dove la IG Metall si impegnava in una battaglia salarialista e ne usciva con risultati positivi. La scelta della CISL è stata criticata da Sergio Cofferati promotore della «esigenza irrinunciabile per la CGIL, ma credo per tutto il sindacato confederale, di dare corpo e visibilità alla sua autonomia». Facile la ironia di D’Antoni: «Noi siamo tanto autonomi da non aver nessun partito di riferimento. Per la CGIL, invece, mi sembra ci sia qualcosa come il PDS…». La CISL, riflettendo le tensioni proprie del Partito Popolare ha portato allo scoperto il “segreto di Pulcinella”, ma il passaggio dalla cinghia di trasmissione occulta a quella palese accentua i contraccolpi dentro il sindacato delle diatribe parlamentari, rendendo esplicita la sua responsabilità. Ad esempio, per un sindacato legato al carro “progressista”, nella corsa al centro sarebbe impossibile una lotta salariale come quella dei meccanici tedeschi, accusati di essere “classisti” e di non tener conto degli interessi dei disoccupati. Al contrario un tale sindacato è a suo agio negli accordi triangolari: ottimi se, come nel passato, erano pagati dalla spesa pubblica; buoni se, finita la festa, sono pagati dal lavoro dipendente; indispensabili nella corsa al centro per apparire in qualche modo difensori del ceto medio e non affogare nell’accusa di essere statalisti, ovvero agenti delle tasse tanto mascherati quanto spreconi e, perché no, corrotti.

Lotta Comunista marzo 1995

 

 

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Guerre Economiche: Aiutaci Jeremie (Wan Kenobi) sei la nostra unica speranza

FRANKRAMSEY

Nel quadro desolante della situazione economica italiana a seguito della scelta del governo arrendersi senza combattere alle economie emergenti (Cina, India e Brasile) ci resta una speranza. Nel 2006 la Comunità europea ha varato un piano di sostegno delle micro, piccole e medie imprese finalizzato a sostenere gli investimenti e l’innovazione oltre alla creazione di nuove aziende. Il programma si chiama Jeremie (Joint European REsources for MIcro to medium Enterprises) e sono stati stanziati complessivamente per l’intero territorio della UE 11 miliardi di euro dal 2007 al 2013. Il programma prevede la partecipazione al capitale delle imprese per un importo fino a circa il 24% del costo dell’investimento oltre alla costituzione di un fondo per garantire i finanziamenti integrativi che venissero richiesti dagli operatori economici per i suddetti investimenti. La Banca Europea per gli Investimenti può fornire, in aggiunta, risorse per altri 20 miliardi circa. E’ richiesto cioè un apporto di capitale per gli investimenti di circa il 26% del programma di spesa. Perciò un piano finanziario tipico potrebbe essere: – Quota di capitale proveniente dall’impresa: 26 % del costo del progetto – Quota di capitale JEREMIE: 24 % del costo del progetto – Mutuo BEI: 50% del costo del progetto L’intervento è utilizzabile su tutto il territorio italiano senza eccezioni e per tutte le attività escluse quelle soggette a limitazioni dall’UE (automobili, siderurgia, agro alimentare, e poche altre). Per le micro imprese la partecipazione al capitale si limita ad un massimo di 25.000 euro e può sostenere investimenti che le banche non sono disponibili a dare a questo tipo di imprese per ragioni di scarso interesse. Il fondo per le micro imprese può servire per avviare l’attività imprenditoriale per l’apertura di un punto vendita, dell’attività di un artigiano, di un esperto in servizi informatici, e così via. Nel panorama generale di crisi dell’imprenditoria per carenza di capitali e di sostegno questa opportunità corrisponde ai micro prestiti garantiti dallo Stato per la ripresa dell’attività produttiva e dei servizi del dopoguerra. Già, perché la politica economica degli ultimi governi ha realizzato danni al sistema produttivo come una guerra senza che sia stato necessario sganciare delle bombe. Infatti il prelievo sistematico del reddito nazionale per spese improduttive legate alle attività dello Stato, l’aumento del deficit pubblico e la conseguente inflazione con contrazione del reddito delle famiglie e delle imprese equivale ormai ad una guerra persa. La ricostruzione potrebbe nascere dai fondi Jeremie per le piccole e medie imprese, ma occorre fare presto perché, se l’Italia non prende i fondi, questi sono assorbiti da altri stati della UE che ne hanno fatto richiesta. Se, ad esempio, si metterà in moto il sistema dopo 5 anni dal 2007 (come successe per la legge 488 deliberata nel 1992 che iniziò ad operare nel 1996), i fondi per l’Italia si ridurrebbero a ben poca cosa e l’occasione andrebbe persa. Cosa si deve fare per attivare Jeremie? L’Italia ha stabilito che i fondi saranno utilizzati con regole e accordi tra il FEI (Fondo Europeo per gli Investimenti) e le singole Regioni attraverso un organismo finanziario a ciò delegato dalle stesse Regioni. La Lombardia ha già siglato l’accordo tramite la Finlombarda che ora deve: 1)    Costituire gli organismi che dovranno gestire le domande di finanziamento ed il fondo di garanzia. 2)    Costituire gli organismi di controllo dei progetti finanziati e l’accertamento finale della realizzazione dei progetti. 3)    Costituire gli organismi per la richiesta al FEI e l’erogazione dei fondi agli operatori economici che ne faranno richiesta. 4)    Diffondere una adeguata conoscenza delle opportunità derivanti da Jeremie agli operatori economici e alle loro associazioni di categoria 5)    Fornire un supporto (possibilmente elettronico) per le domande di finanziamento 6)    Coordinare con le banche che dispongono di fondi BEI le condizioni per l’accesso al credito, al fondo di garanzia ed ai fondi del FEI costituendo un sistema unificato di giudizio di ammissibilità. 7)    Fornire agli operatori l’informativa sui giudizi di ammissibilità dei progetti alle agevolazioni per evitare perdite di efficienza in istruttoria dovute a domande non accettabili sin dall’origine. 8)    Fornire l’elenco degli investimenti non ammissibili in quanto attività soggette a restrizione in ambito comunitario. Quindi tutte le Regioni, tranne la Lombardia, devono ancora siglare l’accordo con il FEI e poi procedere alla messa in opera dell’attività di finanziamento. Un anno di finanziamenti è già perso e così i relativi fondi che sono stati, nel frattempo, presi da altri stati della UE. Sarà questa la verifica finale sui nostri amministratori, se cioè sono solo capaci di parlare di beghe giudiziarie e di come fare per avere più seggi con meno voti, o se sono in grado di guidare l’Italia allo sviluppo o condannarla ad un inevitabile declino. E’ inspiegabile come anche le organizzazioni imprenditoriali e sindacali non abbiano fatto pressione sulle amministrazioni locali per attivare uno strumento di importanza fondamentale per il rilancio della’attività produttiva e dell’occupazione stabile già attivo persino in alcuni stati  dell’Unione di recente ammissione alla Comunità europea.

27 gen, ’08, 11:31 m.

Nel quadro desolante della situazione economica italiana a seguito della scelta del governo arrendersi senza combattere alle economie emergenti (Cina, India e Brasile) ci resta una speranza.

Nel 2006 la Comunità europea ha varato un piano di sostegno delle micro, piccole e medie imprese finalizzato a sostenere gli investimenti e l’innovazione oltre alla creazione di nuove aziende.

Il programma si chiama Jeremie (Joint European REsources for MIcro to medium Enterprises) e sono stati stanziati complessivamente per l’intero territorio della UE 11 miliardi di euro dal 2007 al 2013.

Il programma prevede la partecipazione al capitale delle imprese per un importo fino a circa il 24% del costo dell’investimento oltre alla costituzione di un fondo per garantire i finanziamenti integrativi che venissero richiesti dagli operatori economici per i suddetti investimenti. La Banca Europea per gli Investimenti può fornire, in aggiunta, risorse per altri 20 miliardi circa.

E’ richiesto cioè un apporto di capitale per gli investimenti di circa il 26% del programma di spesa.

Perciò un piano finanziario tipico potrebbe essere:

– Quota di capitale proveniente dall’impresa: 26 % del costo del progetto

– Quota di capitale JEREMIE: 24 % del costo del progetto

– Mutuo BEI: 50% del costo del progetto

L’intervento è utilizzabile su tutto il territorio italiano senza eccezioni e per tutte le attività escluse quelle soggette a limitazioni dall’UE (automobili, siderurgia, agro alimentare, e poche altre).

Per le micro imprese la partecipazione al capitale si limita ad un massimo di 25.000 euro e può sostenere investimenti che le banche non sono disponibili a dare a questo tipo di imprese per ragioni di scarso interesse. Il fondo per le micro imprese può servire per avviare l’attività imprenditoriale per l’apertura di un punto vendita, dell’attività di un artigiano, di un esperto in servizi informatici, e così via. Nel panorama generale di crisi dell’imprenditoria per carenza di capitali e di sostegno questa opportunità corrisponde ai micro prestiti garantiti dallo Stato per la ripresa dell’attività produttiva e dei servizi del dopoguerra. Già, perché la politica economica degli ultimi governi ha realizzato danni al sistema produttivo come una guerra senza che sia stato necessario sganciare delle bombe. Infatti il prelievo sistematico del reddito nazionale per spese improduttive legate alle attività dello Stato, l’aumento del deficit pubblico e la conseguente inflazione con contrazione del reddito delle famiglie e delle imprese equivale ormai ad una guerra persa.

La ricostruzione potrebbe nascere dai fondi Jeremie per le piccole e medie imprese, ma occorre fare presto perché, se l’Italia non prende i fondi, questi sono assorbiti da altri stati della UE che ne hanno fatto richiesta. Se, ad esempio, si metterà in moto il sistema dopo 5 anni dal 2007 (come successe per la legge 488 deliberata nel 1992 che iniziò ad operare nel 1996), i fondi per l’Italia si ridurrebbero a ben poca cosa e l’occasione andrebbe persa.

Cosa si deve fare per attivare Jeremie?

L’Italia ha stabilito che i fondi saranno utilizzati con regole e accordi tra il FEI (Fondo Europeo per gli Investimenti) e le singole Regioni attraverso un organismo finanziario a ciò delegato dalle stesse Regioni.

La Lombardia ha già siglato l’accordo tramite la Finlombarda che ora deve:

1)    Costituire gli organismi che dovranno gestire le domande di finanziamento ed il fondo di garanzia.

2)    Costituire gli organismi di controllo dei progetti finanziati e l’accertamento finale della realizzazione dei progetti.

3)    Costituire gli organismi per la richiesta al FEI e l’erogazione dei fondi agli operatori economici che ne faranno richiesta.

4)    Diffondere una adeguata conoscenza delle opportunità derivanti da Jeremie agli operatori economici e alle loro associazioni di categoria

5)    Fornire un supporto (possibilmente elettronico) per le domande di finanziamento

6)    Coordinare con le banche che dispongono di fondi BEI le condizioni per l’accesso al credito, al fondo di garanzia ed ai fondi del FEI costituendo un sistema unificato di giudizio di ammissibilità.

7)    Fornire agli operatori l’informativa sui giudizi di ammissibilità dei progetti alle agevolazioni per evitare perdite di efficienza in istruttoria dovute a domande non accettabili sin dall’origine.

8)    Fornire l’elenco degli investimenti non ammissibili in quanto attività soggette a restrizione in ambito comunitario.

Quindi tutte le Regioni, tranne la Lombardia, devono ancora siglare l’accordo con il FEI e poi procedere alla messa in opera dell’attività di finanziamento. Un anno di finanziamenti è già perso e così i relativi fondi che sono stati, nel frattempo, presi da altri stati della UE.

Sarà questa la verifica finale sui nostri amministratori, se cioè sono solo capaci di parlare di beghe giudiziarie e di come fare per avere più seggi con meno voti, o se sono in grado di guidare l’Italia allo sviluppo o condannarla ad un inevitabile declino.

E’ inspiegabile come anche le organizzazioni imprenditoriali e sindacali non abbiano fatto pressione sulle amministrazioni locali per attivare uno strumento di importanza fondamentale per il rilancio della’attività produttiva e dell’occupazione stabile già attivo persino in alcuni stati  dell’Unione di recente ammissione alla Comunità europea.  Leggi tutto…

 

La recessione prossima ventura

FRANKRAMSEY

Questa non è una pagina di analisi politica. Faccio solo delle osservazioni sulla situazione economica nazionale ed internazionale. La crisi delle banche americane che offrivano mutui immobiliari senza una adeguate garanzia di rimborso ha determinato una perdita del sistema bancario internazionale molto consistente per cui si è ridotta la capacità di offrire alla clientela finanziamenti di qualsiasi genere. Si tratta cioè di una contrazione della capacità di credito oggettiva. A questa si aggiunge, come sempre accade dopo un periodo di euforia finanziaria, una stretta sulle condizioni per fare nuovo credito con una conseguente riduzione soggettiva del credito. Le banche sono tra loro intimamente interconnesse per cui la contrazione della capacità di credito sul mercato americano determina una contrazione per tutte le banche del mondo. Questa riduzione può essere più o meno forte, ma è certa. Allo stato attuale la libertà con cui si muovono i capitali ha impedito di fare la somma delle perdite e stabilire a quanto ammonta la perdita totale in ambito mondiale. Questo è un problema serio, ma non è il solo. Il rastrellamento di risorse da parte degli Stati Uniti per condurre le guerre in Irak ed Afganistan e le necessità di finanziare le spedizioni in appoggio degli USA da parte degli alleati NATO ha creato una naturale riduzione delle risorse da destinare al credito. La guerra, come è sempre stato, ha determinato una tendenza inflattiva in quanto utilizza risorse solo per attività distruttive e non di reddito (almeno finché la guerra non consenta un rientro dell’investimento per razzie o prelievo di risorse dai vinti). Questa inflazione che si è sviluppata negli Stati Uniti è stata interpretata dal Presidente della FED come un pericolo per la stabilità monetaria da contrastare con un aumento dei tassi di interesse americani che a loro volta hanno trascinato i tassi di tutto il mondo al rialzo. Pertanto oltre alla contrazione delle disponibilità del credito si è è avuto un aumento del costo del denaro con ulteriore riduzione della possibilità da parte degli operatori di accedere a capitali di prestito. Non faccio questa analisi per esaminare le cause della recessione in atto, ma per comunicare che ci sono per noi europei degli strumenti per riprendere il cammino dello sviluppo economico e rendere migliore la vita dei nostri concittadini. Nel 2006 la Comunità Europea ha costituito un formidabile strumento di sviluppo economico per gli operatori economici delle micro imprese e delle piccole e medie imprese. Si tratta di una partecipazione al capitale di rischio delle imprese che fanno investimenti di circa il 25% del programma di spesa, un fondo di garanzia sui prestiti con fondi della Banca Europea degli Investimenti per un totale di 11 miliardi di euro da erogare tra il 2007 ed il 2013. Poiché la Banca Europea per gli Investimenti finanzia il 50% dei programmi di spesa questa è una ulteriore provvista finanziaria utilizzabile e considerando che le imprese devono apportare solo il 25% del costo del progetto si sono predisposti, senza problemi di carenza di provvista di fondi, finanziamenti alle piccole e medie imprese per oltre 35 miliardi di euro in 7 anni. Il problema è che questi fondi in Italia devono essere gestiti dalle Regioni e solo la Lombardia ha sottoscritto la convenzione con la Comunità Europea. Altre Regioni ci stanno lavorando. Altre ancora la ignorano. Ma i fondi europei se non vengono da noi utilizzati vengono presi da altri stati europei che li richiedono e noi li perdiamo. Ricordiamo che la legge 488 per lo sviluppo economico con fondi comunitari fu approvata nel 1992 e il primo utilizzo fu nel 1996. Se le Regioni opereranno con i tempi dello Stato, è sicuro che perderemo quasi tutti questi fondi per lo sviluppo economico. L’occasione è buona in quanto in questo inverno della recessione si devono effetture quegli investimenti che alla primavera della ripresa determineranno uno sviluppo economico consistente e tale da far riprendere alla maggior parte degli italiani la strada della fiducia nel futuro. Tutto dipende dagli organismi burocratici delle Regioni che devono sottoscrivere una convenzione e definire l’organismo finanziario che farà le istruttorie per l’accesso a questi fondi. Se perdiamo questa occasione non potremo che confermare il giudizio del Financial Times che siamo il paese peggio governato d’Europa. Spero proprio che quella sia un infelice giudizio di un concorrente economico e non l’iscrizione sulla pietra tombale della nostra economia. Un motivo di pessimismo mi è dato dal racconto di un dirigente in pensione (da più di 20 anni) di una primaria banca italiana che si era recato dall’allora Presidente della Campania per illustrargli la possibilità di fornirgli i finanziamenti della Banca Europea degli Investimenti per finanziare la parte non coperta dai fondi strutturali comunitari per i progetti dello smaltimento dei rifiuti. I progetti finanziati dalla Comunità europea erano di 13 inceneritori, numerose discariche, sistemi di raccolta differenziata e così via. Un programma simile a quello (realizzato) dalla Lombardia. La burocrazia regionale fece scadere i fondi comunitari che non vennero più riproposti dalla UE. E adesso la Campania si trova in questa situazione. Speriamo che sia un esempio che non verrà più seguito. N.B. : il fondo di garanzia è un fondo che in caso di insolvenza del debitore rimborsa la banca creditrice di capitale e interessi per un importo variabile dal 50% al 100% della perdita. Permette ad imprenditori che non abbiano garanzie adeguate per la banca di accedere al credito.

22 gen, ’08, 4:41 p.

Questa non è una pagina di analisi politica. Faccio solo delle osservazioni sulla situazione economica nazionale ed internazionale.

La crisi delle banche americane che offrivano mutui immobiliari senza una adeguate garanzia di rimborso ha determinato una perdita del sistema bancario internazionale molto consistente per cui si è ridotta la capacità di offrire alla clientela finanziamenti di qualsiasi genere. Si tratta cioè di una contrazione della capacità di credito oggettiva. A questa si aggiunge, come sempre accade dopo un periodo di euforia finanziaria, una stretta sulle condizioni per fare nuovo credito con una conseguente riduzione soggettiva del credito.

Le banche sono tra loro intimamente interconnesse per cui la contrazione della capacità di credito sul mercato americano determina una contrazione per tutte le banche del mondo. Questa riduzione può essere più o meno forte, ma è certa. Allo stato attuale la libertà con cui si muovono i capitali ha impedito di fare la somma delle perdite e stabilire a quanto ammonta la perdita totale in ambito mondiale.

Questo è un problema serio, ma non è il solo. Il rastrellamento di risorse da parte degli Stati Uniti per condurre le guerre in Irak ed Afganistan e le necessità di finanziare le spedizioni in appoggio degli USA da parte degli alleati NATO ha creato una naturale riduzione delle risorse da destinare al credito.

La guerra, come è sempre stato, ha determinato una tendenza inflattiva in quanto utilizza risorse solo per attività distruttive e non di reddito (almeno finché la guerra non consenta un rientro dell’investimento per razzie o prelievo di risorse dai vinti).

Questa inflazione che si è sviluppata negli Stati Uniti è stata interpretata dal Presidente della FED come un pericolo per la stabilità monetaria da contrastare con un aumento dei tassi di interesse americani che a loro volta hanno trascinato i tassi di tutto il mondo al rialzo.

Pertanto oltre alla contrazione delle disponibilità del credito si è è avuto un aumento del costo del denaro con ulteriore riduzione della possibilità da parte degli operatori di accedere a capitali di prestito.

Non faccio questa analisi per esaminare le cause della recessione in atto, ma per comunicare che ci sono per noi europei degli strumenti per riprendere il cammino dello sviluppo economico e rendere migliore la vita dei nostri concittadini.

Nel 2006 la Comunità Europea ha costituito un formidabile strumento di sviluppo economico per gli operatori economici delle micro imprese e delle piccole e medie imprese.

Si tratta di una partecipazione al capitale di rischio delle imprese che fanno investimenti di circa il 25% del programma di spesa, un fondo di garanzia sui prestiti con fondi della Banca Europea degli Investimenti per un totale di 11 miliardi di euro da erogare tra il 2007 ed il 2013. Poiché la Banca Europea per gli Investimenti finanzia il 50% dei programmi di spesa questa è una ulteriore provvista finanziaria utilizzabile e considerando che le imprese devono apportare solo il 25% del costo del progetto si sono predisposti, senza problemi di carenza di provvista di fondi, finanziamenti alle piccole e medie imprese per oltre 35 miliardi di euro in 7 anni.

Il problema è che questi fondi in Italia devono essere gestiti dalle Regioni e solo la Lombardia ha sottoscritto la convenzione con la Comunità Europea. Altre Regioni ci stanno lavorando. Altre ancora la ignorano.

Ma i fondi europei se non vengono da noi utilizzati vengono presi da altri stati europei che li richiedono e noi li perdiamo.

Ricordiamo che la legge 488 per lo sviluppo economico con fondi comunitari fu approvata nel 1992 e il primo utilizzo fu nel 1996. Se le Regioni opereranno con i tempi dello Stato, è sicuro che perderemo quasi tutti questi fondi per lo sviluppo economico.

L’occasione è buona in quanto in questo inverno della recessione si devono effetture quegli investimenti che alla primavera della ripresa determineranno uno sviluppo economico consistente e tale da far riprendere alla maggior parte degli italiani la strada della fiducia nel futuro.

Tutto dipende dagli organismi burocratici delle Regioni che devono sottoscrivere una convenzione e definire l’organismo finanziario che farà le istruttorie per l’accesso a questi fondi.

Se perdiamo questa occasione non potremo che confermare il giudizio del Financial Times che siamo il paese peggio governato d’Europa.

Spero proprio che quella sia un infelice giudizio di un concorrente economico e non l’iscrizione sulla pietra tombale della nostra economia.

Un motivo di pessimismo mi è dato dal racconto di un dirigente in pensione (da più di 20 anni) di una primaria banca italiana che si era recato dall’allora Presidente della Campania per illustrargli la possibilità di fornirgli i finanziamenti della Banca Europea degli Investimenti per finanziare la parte non coperta dai fondi strutturali comunitari per i progetti dello smaltimento dei rifiuti. I progetti finanziati dalla Comunità europea erano di 13 inceneritori, numerose discariche, sistemi di raccolta differenziata e così via. Un programma simile a quello (realizzato) dalla Lombardia.

La burocrazia regionale fece scadere i fondi comunitari che non vennero più riproposti dalla UE. E adesso la Campania si trova in questa situazione.

Speriamo che sia un esempio che non verrà più seguito.

N.B. : il fondo di garanzia è un fondo che in caso di insolvenza del debitore rimborsa la banca creditrice di capitale e interessi per un importo variabile dal 50% al 100% della perdita.

Permette ad imprenditori che non abbiano garanzie adeguate per la banca di accedere al credito.

 

 

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Una riflessione sulla lettera del prof. Marcello CIni

FRANKRAMSEY

Occorre una riflessione sull’origine della rinuncia del Pontefice a presenziare all’inaugurazione dell’anno accademico all’università di Roma. Tutto nasce dalla lettera del prof. emerito Marcello Cini pubblicata sul “Manifesto” il 14 novembre del 2007 e scaricabile da internet su numerosi siti. Il problema di base è che questa comunicazione presenta delle concezioni che sono più da vecchio cattedratico che da scienziato. E vediamo perché. Nella lettera si dice che è una fortuna che non si insegni più teologia nelle università statali. Mi sembra una idea strana: se ci si oppone a delle idee o dei movimenti occorre conoscerli per evitare battaglie perse in partenza. E non è detto che il non insegnare teologia nelle università statali sia un progresso. Se è un insegnamento fallace sarebbe comunque opportuno farne oggetto di conoscenza per evitare agli studenti di incorrere in errori. Se non è fallace perché non dovrebbe essere insegnato? Se non è né l’una né l’altra cosa sarebbe bene dire “in dubio libertas”. Tra l’altro esiste una teologia cattolica, una ortodossa, molte protestanti, molte della religione islamica anche non codificate. Esiste persino una teologia wagneriana nell’opera Sigfrido. Non credo che verrebbe contrastato chi si occupa letterariamente del sistema teologico dell’Anello del Nibelungo di Wagner ed eventualmente lo volesse insegnare all’università. Anzi se esistesse una religione che segue questa teologia non credo che verrebbe osteggiata con tanto astio nei sui rappresentanti se si presentassero in una università. Infatti il motivo di quanto è successo è in quello che non è stato scritto in quanto argomenti non conclusivi che sembrano più un viscerale atteggiamento anticlericale che un sistema argomentato deduttivamente. Sono cose connaturate con un certo modo di vivere e pensare di chi ha scritto l’articolo e, se mostrate, determinerebbero una immediata ostilità da parte del pubblico. Si tratta dell’atteggiamento da vecchio cattedratico, abituato ad essere omaggiato ovunque vada e che si è creato l’dea di essere un infallibile scienziato. Questo è rafforzato dal credo assoluto e acritico nella scienza galileiana. Si vede che non gli è mai venuto in mente che possano esistere sistemi scientifici diversi dall’empirismo. Non ha mai pensato che la formulazione scientifica consistente nel passaggio dal particolare all’universale richiede una grande umiltà del ricercatore ed una sostanziale capacità critica. Non ha mai pensato che i modelli scientifici basati su questi sistemi sono autoreferenziali in quanto spesso di una teoria scientifica si ricercano le conferme empiriche alterando le regole del gioco. Inoltre gli manca totalmente la conoscenza di quello che considera l’avversario. Il cristianesimo è una religione escatologica e quindi per i cristiani tutto ha un valore ed un significato e nessun uomo può essere considerato superiore ad un altro. Questo concetto è quello che fa imbestialire questi “scienziati” che pensano, dall’alto della loro miscredenza, di essere superiori “al basso volgo” dei credenti. Pertanto il concetto di ingerenza della Chiesa è nel fatto che i credenti ascoltino quello che dice il papa mentre non ascoltano le parole degli “infallibili scienziati” che si pongono come superiore autorità morale e scientifica. La mancanza di un senso escatologico della vita rende questo atteggiamento cinico e perdente e quindi oggetto di sincera compassione. Infatti ora sono ancora riveriti ex docenti, domani lasceranno una traccia dietro di sé rappresentata da un episodio ora considerato increscioso e, in futuro, un fatto neppure da citare nelle cronache del nostro Paese alla stregua dei fidanzati delle veline. Visto che il prof. Cini è esperto di stocastica, per evitare di essere considerato poco rigoroso, posso consigliargli di applicare la legge di Cromwell al contrario di come l’applicò questi la prima volta con i preti inglesi: Pensate che sia possibile che il papa abbia ragione. D’altra parte parlando in termini di probabilità il fatto che una cosa sia vera o falsa in assenza di prove scientifiche è del 50%. Se poi il tutto è un episodio di viscerale anticlericalismo si abbia il coraggio di dirlo e di sostenerlo, ma solo come opinione personale e non come messaggio della scienza ufficiale.

17 gen, ’08, 7:19 p.

Occorre una riflessione sull’origine della rinuncia del Pontefice a presenziare all’inaugurazione dell’anno accademico all’università di Roma.

Tutto nasce dalla lettera del prof. emerito Marcello Cini pubblicata sul “Manifesto” il 14 novembre del 2007 e scaricabile da internet su numerosi siti.

Il problema di base è che questa comunicazione presenta delle concezioni che sono più da vecchio cattedratico che da scienziato. E vediamo perché.

Nella lettera si dice che è una fortuna che non si insegni più teologia nelle università statali. Mi sembra una idea strana: se ci si oppone a delle idee o dei movimenti occorre conoscerli per evitare battaglie perse in partenza.

E non è detto che il non insegnare teologia nelle università statali sia un progresso. Se è un insegnamento fallace sarebbe comunque opportuno farne oggetto di conoscenza per evitare agli studenti di incorrere in errori. Se non è fallace perché non dovrebbe essere insegnato? Se non è né l’una né l’altra cosa sarebbe bene dire “in dubio libertas”.

Tra l’altro esiste una teologia cattolica, una ortodossa, molte protestanti, molte della religione islamica anche non codificate. Esiste persino una teologia wagneriana nell’opera Sigfrido.

Non credo che verrebbe contrastato chi si occupa letterariamente del sistema teologico dell’Anello del Nibelungo di Wagner ed eventualmente lo volesse insegnare all’università.

Anzi se esistesse una religione che segue questa teologia non credo che verrebbe osteggiata con tanto astio nei sui rappresentanti se si presentassero in una università.

Infatti il motivo di quanto è successo è in quello che non è stato scritto in quanto argomenti non conclusivi che sembrano più un viscerale atteggiamento anticlericale che un sistema argomentato deduttivamente.

Sono cose connaturate con un certo modo di vivere e pensare di chi ha scritto l’articolo e, se mostrate, determinerebbero una immediata ostilità da parte del pubblico.

Si tratta dell’atteggiamento da vecchio cattedratico, abituato ad essere omaggiato ovunque vada e che si è creato l’dea di essere un infallibile scienziato. Questo è rafforzato dal credo assoluto e acritico nella scienza galileiana. Si vede che non gli è mai venuto in mente che possano esistere sistemi scientifici diversi dall’empirismo. Non ha mai pensato che la formulazione scientifica consistente nel passaggio dal particolare all’universale richiede una grande umiltà del ricercatore ed una sostanziale capacità critica. Non ha mai pensato che i modelli scientifici basati su questi sistemi sono autoreferenziali in quanto spesso di una teoria scientifica si ricercano le conferme empiriche alterando le regole del gioco.

Inoltre gli manca totalmente la conoscenza di quello che considera l’avversario.

Il cristianesimo è una religione escatologica e quindi per i cristiani tutto ha un valore ed un significato e nessun uomo può essere considerato superiore ad un altro.

Questo concetto è quello che fa imbestialire questi “scienziati” che pensano, dall’alto della loro miscredenza, di essere superiori “al basso volgo” dei credenti. Pertanto il concetto di ingerenza della Chiesa è nel fatto che i credenti ascoltino quello che dice il papa mentre non ascoltano le parole degli “infallibili scienziati” che si pongono come superiore autorità morale e scientifica.

La mancanza di un senso escatologico della vita rende questo atteggiamento cinico e perdente e quindi oggetto di sincera compassione.

Infatti ora sono ancora riveriti ex docenti, domani lasceranno una traccia dietro di sé rappresentata da un episodio ora considerato increscioso e, in futuro, un fatto neppure da citare nelle cronache del nostro Paese alla stregua dei fidanzati delle veline.

Visto che il prof. Cini è esperto di stocastica, per evitare di essere considerato poco rigoroso, posso consigliargli di applicare la legge di Cromwell al contrario di come l’applicò questi la prima volta con i preti inglesi: Pensate che sia possibile che il papa abbia ragione.

D’altra parte parlando in termini di probabilità il fatto che una cosa sia vera o falsa in assenza di prove scientifiche è del 50%.

Se poi il tutto è un episodio di viscerale anticlericalismo si abbia il coraggio di dirlo e di sostenerlo, ma solo come opinione personale e non come messaggio della scienza ufficiale.

 

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Come fare semplici valutazioni in condizioni di incertezza

FRANKRAMSEY

Un metodo semplificato per utilizzare la legge di Bayes per valutare la probabilità di un evento.   Supponiamo di avere due possibilità di un evento, ad esempio: Di fronte a noi ci sono due scatole non trasparenti di cui sappiamo solo che una contiene le solite palle rosse per 2/3 e la seconda palle rosse per 1/3. Le altre palle sono bianche sia nella prima sia nella seconda scatola. Chiameremo scatola rossa quella con 2/3 di palle rosse e scatola bianca quella con 2/3 di palle bianche. All’inizio non sappiamo se la prima è rossa o se è rossa la seconda pertanto la probabilità che la prima sia rossa è del 50%. Detto in termini di ragione di scommessa si tratta, su due possibilità, 1 è rossa e 1 è bianca. Cioè in termini di ragione di scommessa siamo a 1:1. Supponiamo che si possa estrarre dalla scatola una palla alla volta. Per il teorema di Bayes la probabilità che l’informazione sia giusta è data dalla ragione di scommessa iniziale (1:1) per il rapporto tra le probabilità che la scatola sia rossa e che la scatola sia bianca una volta estratta una palla. Se estraiamo la rossa la probabilità che l’urna sia rossa aumenta del rapporto 2/3:1/3=2, se estraiamo la bianca la probabilità che sia rossa diminuisce del rapporto 1/3:2/3=1/2. Se estraiamo 33 palle di cui 20 rosse e 13 bianche si avrà un raddoppio della probabilità che la scatola sia rossa per 20 volte ed un dimezzamento per 13 volte. Quindi 20-13=7 la probabilità raddoppia 7 volte: 1*2*2*2*2*2*2*2*2=128. Cioè su 129 possibilità 128 sono a favore della scatola rossa e 1 contro. Esempio preso da Lindley (prof. Dennis V. Lindley: Making Decisions John Wiley and Sons Ltd 1985, tradotto da Martina Piccone in italiano per “Il Saggiatore”). Questo sistema può essere applicato con semplicità in forma multipla se le estrazioni sono tra loro indipendenti. Per utilizzare questo sistema ai casi incerti, nei quali la probabilità che si attribuisce ad un evento è soggettiva, è importante evitare l’applicazione del teorema di Bayes in forma multipla come sopra. Infatti se non c’è la certezza dell’indipendenza delle informazioni si ottengono errori madornali nella valutazione della probabilità finale di un evento. Sia dato uno scommettitore alle corse dei cani, completamente digiuno di informazioni sulle capacità di vittoria di ciascun esemplare. L’unica cosa che conosce è la ragione di scommessa alla quale viene venduto ciascun cane. Supponiamo che acquisti una scommessa di vittoria 1 a 5 su un cane di nome pinocchio. A questo punto incontra un amico che gioca frequentemente in quel cinodromo e che conosce tutte le bestie, gli allenatori, la condizione di forma, ecc e che sembra alle corse spesso vinca. Questi gli dice: hai comprato pinocchio? E’ un affare l’1 a 5 perché oggi vince sicuramente. Supponiamo di attribuire 3 contro su 4 a favore che il nostro amico abbia ragione. La probabilità finale diventa: 1/5:4/7= quasi 1 a 2 ovvero su tre probabilità 1 sono a favore e 2 contro. Notiamo che siamo partiti da molto in basso nelle valutazioni del bookmaker e quindi abbiamo guadagnato sulla scommessa in quanto abbiamo pagato 1 a 5 un 1 a 2. Incontriamo l’allenatore del cane che ci dice: questo oggi non ha rivali, vincerà. Attribuiamo all’allenatore, che non conosciamo, 5 probabilità a favore e quattro contro. Cioè su 9 casi 5 favoravoli e 4 contrari. La probabilità si aggiorna a circa il 60% a favore ovvero quasi 10 a favore e 6 contro su 16 possibilità. Sembra quindi che abbiamo fatto un magnifico affare perché una prossima certezza di vittoria è stata pagata come una probabile sconfitta. Se poi incontriamo il fantino che ci dice: oggi vinco, non ho rivali ecco che aggiorniamo la nostra probabilità da 10 a 6 a qualcosa che rasenta la certezza di vittoria. Ma se l’informazione del nostro amico è dovuta a quella dell’allevatore ecco che abbiamo sviluppato un aggiornamento della probabilità con un criterio sicuramente errato in quanto, anche se non lo sappiamo, le informazioni sono spessissimo non indipendenti tra loro. Pertanto, come quasi sempre capita, se vogliamo aggiornare la probabilità mediante l’informazione dobbiamo dare a tutte le informazioni una probabilità complessiva ed applicare solo una volta il teorema di Bayes. Altrimenti possiamo dimostrare l’efficacia dell’omeopatia per la cura delle leucemie, la cura del cancro con l’acqua fresca o con l’aspirina e così via. La regola è la seguente: 1)     Fissare una probabilità iniziale. Questo non è difficile perché in assenza di informazioni tutti i risultati sono equiprobabili. Se c’è già una ragione di scommessa fissiamo questa come valore iniziale. 2)     Stabiliamo il rapporto tra la probabilità di verità dell’informazione in rapporto alla falsità, ovvero diamo un valore complessivo di ragione di scommessa a tutte le informazioni ricevute 3)     Facciamo il prodotto della ragione di scommessa iniziale e quello dell’informazione ed abbiamo la ragione di scommessa finale della possibilità di verificarsi dell’evento incerto di cui stiamo trattando. Questa parte della valutazione della probabilità è fondamentale nella definizione delle scelte in condizioni di incertezza, ma insufficiente a stabilire cosa conviene fare. Per completarlo occorre l’analisi dell’utilità dei risultati che si intende ottenere. Questo lo vedremo in un altro momento ed è la parte più complessa del problema in quanto soggetta a vincoli soggettivi sostanziali.   Invece è opportuno osservare che le valutazioni di probabilità dell’informazione sono soggettive e dipendono dal carattere delle persone. Alcuni agiscono senza rendersi conto di essere incoerenti in quanto applicano probabilità all’informazione non adeguate al proprio modo di pensare, altri sono condizionati nella valutazione della probabilità dall’effetto dei risultati possibili che devono essere valutati indipendentemente dalle probabilità ed in base ai criteri di utilità.   Il sistema decisionale degli uomini è la capacità di valutare l’effetto di azioni nel presente sullo sviluppo degli avvenimenti futuri. Il sistema decisionale è basato sull’esperienza, la propensione al rischio e sul carattere degli individui. Per classificare le caratteristiche decisionali “normali” occorre definire i comportamenti patologici estremi. Occorre innanzi tutto alcune definizioni: L’informazione è quella risorsa che permette di modificare una probabilità iniziale. Se cioè di un determinato fenomeno non conosco nulla sarò indotto a fornire un valore di equiprobabilità ai risultati. Se acquisisco un’informazione devo innanzi tutto definire il valore di probabilità a questa. Se l’informazione viene da un ente affidabile si darà un valore più alto, se viene da noti mentitori o da persone senza conoscenze nell’ambito si darà un valore di probabilità più basso. Il valore di probabilità finale viene determinato dall’equazione di Bayes: Se E ed F sono due eventi qualsiasi, se la probabilità di E – p(E) – è diversa da zero la probabilità di F data l’informazione  E è la probabilità di E dato F moltiplicata per la probabilità di F divisa per la probabilità di E: p(F|E)=p(E|F)*p(F)/P(E) In termini di ragioni di scommessa (R = rapporto tra probabilità di un evento diviso per la probabilità della sua negazione: es: ragione di scommessa 1: 5 significa che su 6 casi 1 è a favore e 5 contro: R(F|E)= R(F)* P(E|F)/P(E|-F)   I principali comportamenti estremi sono: 1)     L’incapacità di valutare l’effetto delle informazioni sulle azioni (lo definiremo comportamento psicotico) 2)     La modifica sostanziale delle proprie azioni in presenza di informazioni che non sono rilevanti per le decisioni da prendere (lo definiremo comportamento neurotico) 3)     La tendenza a considerare l’effetto del mondo esterno come assolutamente ostile (paranoia) 4)     La tendenza a considerare il mondo esterno come favorevole (ottimismo patologico) 5)     Risposta alle informazioni puramente casuale (schizofrenia)   Queste cinque tendenze tra loro combinate rappresentano il carattere individuale. Nei casi patologici prevale uno o più di queste tendenze estreme con conseguente incapacità di valutare l’effetto delle proprie azioni sugli eventi futuri.   Il carattere si può rappresentare con un diagramma cartesiano avente come asse delle ascisse la valutazione quantitativa dell’informazione (valori da – infinito a + infinito); con l’asse delle ordinate si riporta la probabilità assegnata all’informazione (valori compresi tra 0 e 1). In questo diagramma il comportamento psicotico puro (ogni informazione non modifica il comportamento), è identificato dall’asse delle ascisse mentre il comportamento neurotico puro (anche la mancanza di informazione modifica il comportamento) è espresso dall’asse delle ordinate. Il comportamento paranoide puro è rappresentato da un asse verticale posto all’ascissa – infinito. L’ottimismo patologico puro con un asse verticale in ascissa + infinito in quanto, in questi casi estremi non è scindibile la paranoia dal comportamento neurotico. Un comportamento normale è caratterizzato da una risposta all’informazione rappresentabile con una gaussiana più o meno schiacciata sull’asse delle ascisse quanto più il comportamento è psicotico o stretta intorno all’asse delle ordinate quanto più il comportamento è neurotico. Il massimo della campana di gauss può essere sull’ascissa zero se il comportamento è neutro rispetto alla paranoia e all’ottimismo. Sarà in un’ascissa negativa se la tendenza caratteriale è tendenzialmente paranoide, in ascissa positiva se ottimista. Il comportamento schizofrenico può essere rappresentato da una serie di punti sul diagramma senza nessuna possibilità di stabilire una legge di dipendenza ad eccezione della tendenza ad interpretare negativamente il mondo esterno con conseguenza di produrre azioni paranoidi o positiva se esiste una sostanziale equivalenza tra azioni derivanti da interpretazioni positive e negative della realtà. Si può stabilire cioè una tendenza paranoide o ottimista se i punti sono collocati nell’area negativa o positiva del diagramma.   Si potrebbe definire un carattere standard normale come quello che ha una distribuzione gaussiana con massimo pari a 0,36 in ascissa -0,36. Lo scopo di questa definizione può essere solo di riferimento per la costruzione di macchine intelligenti, ma non ha rilievo nell’esperienza comportamentale umana. Infatti la gaussiana può essere diversa a seconda dell’interesse per il tipo di decisione che si vuole prendere e dovrebbe essere applicata per famiglie di decisioni. E’ infatti diverso l’approccio decisionale se si tratta di stabilire se è meglio uscire con l’ombrello o se si deve fare una scelta  in caso di pericolo di vita. Premesso questo, è evidente che le decisioni sono un risultato di elaborazioni personali e non esiste una decisione buona o una decisione cattiva in sé, ma questa in genere viene valutata sull’esito delle azioni fatte per ottenere un risultato. Nella decisione pesa molto la propensione al rischio. La propensione al rischio è rappresentabile, in linea di massima, con una curva esponenziale di tipo “logistico” o curva di Volterra dove in ordinate è riportata l’utilità soggettiva del risultato ed in ascisse l’oggetto della decisione. Secondo Lindley (prof. Dennis V. Lindley: Making Decisions John Wiley and Sons Ltd 1985, tradotto da Martina Piccone in italiano per “Il Saggiatore”) per il denaro l’utilità, nel caso di avversione al rischio costante, è rappresentabile con una curva esponenziale del tipo u(x) = 1- e –cxdove c è una costante e x è l’importo del denaro. Nel caso di avversione al rischio decrescente si può usare una formula del tipo: u(x)= 1-we ax-(1-w)e bx.Le costanti indicate vanno determinate con un test sul decisore.   Dell’utilità dei risultati delle decisioni parleremo in un altro momento in quanto occorre fare una serie di osservazioni che cercheremo di semplificare al massimo per renderle di uso immediato quando si devono prendere delle decisioni.

24 dic, ’07, 10:30 m.

Un metodo semplificato per utilizzare la legge di Bayes per valutare la probabilità di un evento.

 

Supponiamo di avere due possibilità di un evento, ad esempio:

Di fronte a noi ci sono due scatole non trasparenti di cui sappiamo solo che una contiene le solite palle rosse per 2/3 e la seconda palle rosse per 1/3. Le altre palle sono bianche sia nella prima sia nella seconda scatola.

Chiameremo scatola rossa quella con 2/3 di palle rosse e scatola bianca quella con 2/3 di palle bianche.

All’inizio non sappiamo se la prima è rossa o se è rossa la seconda pertanto la probabilità che la prima sia rossa è del 50%. Detto in termini di ragione di scommessa si tratta, su due possibilità, 1 è rossa e 1 è bianca. Cioè in termini di ragione di scommessa siamo a 1:1.

Supponiamo che si possa estrarre dalla scatola una palla alla volta. Per il teorema di Bayes la probabilità che l’informazione sia giusta è data dalla ragione di scommessa iniziale (1:1) per il rapporto tra le probabilità che la scatola sia rossa e che la scatola sia bianca una volta estratta una palla.

Se estraiamo la rossa la probabilità che l’urna sia rossa aumenta del rapporto 2/3:1/3=2, se estraiamo la bianca la probabilità che sia rossa diminuisce del rapporto 1/3:2/3=1/2.

Se estraiamo 33 palle di cui 20 rosse e 13 bianche si avrà un raddoppio della probabilità che la scatola sia rossa per 20 volte ed un dimezzamento per 13 volte. Quindi 20-13=7 la probabilità raddoppia 7 volte:

1*2*2*2*2*2*2*2*2=128.

Cioè su 129 possibilità 128 sono a favore della scatola rossa e 1 contro.

Esempio preso da Lindley (prof. Dennis V. Lindley: Making Decisions John Wiley and Sons Ltd 1985, tradotto da Martina Piccone in italiano per “Il Saggiatore”).

Questo sistema può essere applicato con semplicità in forma multipla se le estrazioni sono tra loro indipendenti. Per utilizzare questo sistema ai casi incerti, nei quali la probabilità che si attribuisce ad un evento è soggettiva, è importante evitare l’applicazione del teorema di Bayes in forma multipla come sopra. Infatti se non c’è la certezza dell’indipendenza delle informazioni si ottengono errori madornali nella valutazione della probabilità finale di un evento.

Sia dato uno scommettitore alle corse dei cani, completamente digiuno di informazioni sulle capacità di vittoria di ciascun esemplare. L’unica cosa che conosce è la ragione di scommessa alla quale viene venduto ciascun cane.

Supponiamo che acquisti una scommessa di vittoria 1 a 5 su un cane di nome pinocchio.

A questo punto incontra un amico che gioca frequentemente in quel cinodromo e che conosce tutte le bestie, gli allenatori, la condizione di forma, ecc e che sembra alle corse spesso vinca.

Questi gli dice: hai comprato pinocchio? E’ un affare l’1 a 5 perché oggi vince sicuramente.

Supponiamo di attribuire 3 contro su 4 a favore che il nostro amico abbia ragione. La probabilità finale diventa: 1/5:4/7= quasi 1 a 2 ovvero su tre probabilità 1 sono a favore e 2 contro. Notiamo che siamo partiti da molto in basso nelle valutazioni del bookmaker e quindi abbiamo guadagnato sulla scommessa in quanto abbiamo pagato 1 a 5 un 1 a 2.

Incontriamo l’allenatore del cane che ci dice: questo oggi non ha rivali, vincerà. Attribuiamo all’allenatore, che non conosciamo, 5 probabilità a favore e quattro contro. Cioè su 9 casi 5 favoravoli e 4 contrari.

La probabilità si aggiorna a circa il 60% a favore ovvero quasi 10 a favore e 6 contro su 16 possibilità.

Sembra quindi che abbiamo fatto un magnifico affare perché una prossima certezza di vittoria è stata pagata come una probabile sconfitta.

Se poi incontriamo il fantino che ci dice: oggi vinco, non ho rivali ecco che aggiorniamo la nostra probabilità da 10 a 6 a qualcosa che rasenta la certezza di vittoria.

Ma se l’informazione del nostro amico è dovuta a quella dell’allevatore ecco che abbiamo sviluppato un aggiornamento della probabilità con un criterio sicuramente errato in quanto, anche se non lo sappiamo, le informazioni sono spessissimo non indipendenti tra loro.

Pertanto, come quasi sempre capita, se vogliamo aggiornare la probabilità mediante l’informazione dobbiamo dare a tutte le informazioni una probabilità complessiva ed applicare solo una volta il teorema di Bayes. Altrimenti possiamo dimostrare l’efficacia dell’omeopatia per la cura delle leucemie, la cura del cancro con l’acqua fresca o con l’aspirina e così via.

La regola è la seguente:

1)     Fissare una probabilità iniziale. Questo non è difficile perché in assenza di informazioni tutti i risultati sono equiprobabili. Se c’è già una ragione di scommessa fissiamo questa come valore iniziale.

2)     Stabiliamo il rapporto tra la probabilità di verità dell’informazione in rapporto alla falsità, ovvero diamo un valore complessivo di ragione di scommessa a tutte le informazioni ricevute

3)     Facciamo il prodotto della ragione di scommessa iniziale e quello dell’informazione ed abbiamo la ragione di scommessa finale della possibilità di verificarsi dell’evento incerto di cui stiamo trattando.

Questa parte della valutazione della probabilità è fondamentale nella definizione delle scelte in condizioni di incertezza, ma insufficiente a stabilire cosa conviene fare.

Per completarlo occorre l’analisi dell’utilità dei risultati che si intende ottenere.

Questo lo vedremo in un altro momento ed è la parte più complessa del problema in quanto soggetta a vincoli soggettivi sostanziali.

 

Invece è opportuno osservare che le valutazioni di probabilità dell’informazione sono soggettive e dipendono dal carattere delle persone.

Alcuni agiscono senza rendersi conto di essere incoerenti in quanto applicano probabilità all’informazione non adeguate al proprio modo di pensare, altri sono condizionati nella valutazione della probabilità dall’effetto dei risultati possibili che devono essere valutati indipendentemente dalle probabilità ed in base ai criteri di utilità.

 

Il sistema decisionale degli uomini è la capacità di valutare l’effetto di azioni nel presente sullo sviluppo degli avvenimenti futuri.

Il sistema decisionale è basato sull’esperienza, la propensione al rischio e sul carattere degli individui.

Per classificare le caratteristiche decisionali “normali” occorre definire i comportamenti patologici estremi.

Occorre innanzi tutto alcune definizioni:

L’informazione è quella risorsa che permette di modificare una probabilità iniziale.

Se cioè di un determinato fenomeno non conosco nulla sarò indotto a fornire un valore di equiprobabilità ai risultati.

Se acquisisco un’informazione devo innanzi tutto definire il valore di probabilità a questa. Se l’informazione viene da un ente affidabile si darà un valore più alto, se viene da noti mentitori o da persone senza conoscenze nell’ambito si darà un valore di probabilità più basso.

Il valore di probabilità finale viene determinato dall’equazione di Bayes:

Se E ed F sono due eventi qualsiasi, se la probabilità di E – p(E) – è diversa da zero la probabilità di F data l’informazione  E è la probabilità di E dato F moltiplicata per la probabilità di F divisa per la probabilità di E:

p(F|E)=p(E|F)*p(F)/P(E)

In termini di ragioni di scommessa (R = rapporto tra probabilità di un evento diviso per la probabilità della sua negazione: es: ragione di scommessa 1: 5 significa che su 6 casi 1 è a favore e 5 contro:

R(F|E)= R(F)* P(E|F)/P(E|-F)

 

I principali comportamenti estremi sono:

1)     L’incapacità di valutare l’effetto delle informazioni sulle azioni (lo definiremo comportamento psicotico)

2)     La modifica sostanziale delle proprie azioni in presenza di informazioni che non sono rilevanti per le decisioni da prendere (lo definiremo comportamento neurotico)

3)     La tendenza a considerare l’effetto del mondo esterno come assolutamente ostile (paranoia)

4)     La tendenza a considerare il mondo esterno come favorevole (ottimismo patologico)

5)     Risposta alle informazioni puramente casuale (schizofrenia)

 

Queste cinque tendenze tra loro combinate rappresentano il carattere individuale.

Nei casi patologici prevale uno o più di queste tendenze estreme con conseguente incapacità di valutare l’effetto delle proprie azioni sugli eventi futuri.

 

Il carattere si può rappresentare con un diagramma cartesiano avente come asse delle ascisse la valutazione quantitativa dell’informazione (valori da – infinito a + infinito); con l’asse delle ordinate si riporta la probabilità assegnata all’informazione (valori compresi tra 0 e 1).

In questo diagramma il comportamento psicotico puro (ogni informazione non modifica il comportamento), è identificato dall’asse delle ascisse mentre il comportamento neurotico puro (anche la mancanza di informazione modifica il comportamento) è espresso dall’asse delle ordinate.

Il comportamento paranoide puro è rappresentato da un asse verticale posto all’ascissa – infinito. L’ottimismo patologico puro con un asse verticale in ascissa + infinito in quanto, in questi casi estremi non è scindibile la paranoia dal comportamento neurotico.

Un comportamento normale è caratterizzato da una risposta all’informazione rappresentabile con una gaussiana più o meno schiacciata sull’asse delle ascisse quanto più il comportamento è psicotico o stretta intorno all’asse delle ordinate quanto più il comportamento è neurotico. Il massimo della campana di gauss può essere sull’ascissa zero se il comportamento è neutro rispetto alla paranoia e all’ottimismo. Sarà in un’ascissa negativa se la tendenza caratteriale è tendenzialmente paranoide, in ascissa positiva se ottimista.

Il comportamento schizofrenico può essere rappresentato da una serie di punti sul diagramma senza nessuna possibilità di stabilire una legge di dipendenza ad eccezione della tendenza ad interpretare negativamente il mondo esterno con conseguenza di produrre azioni paranoidi o positiva se esiste una sostanziale equivalenza tra azioni derivanti da interpretazioni positive e negative della realtà. Si può stabilire cioè una tendenza paranoide o ottimista se i punti sono collocati nell’area negativa o positiva del diagramma.

 

Si potrebbe definire un carattere standard normale come quello che ha una distribuzione gaussiana con massimo pari a 0,36 in ascissa -0,36. Lo scopo di questa definizione può essere solo di riferimento per la costruzione di macchine intelligenti, ma non ha rilievo nell’esperienza comportamentale umana. Infatti la gaussiana può essere diversa a seconda dell’interesse per il tipo di decisione che si vuole prendere e dovrebbe essere applicata per famiglie di decisioni. E’ infatti diverso l’approccio decisionale se si tratta di stabilire se è meglio uscire con l’ombrello o se si deve fare una scelta  in caso di pericolo di vita.

Premesso questo, è evidente che le decisioni sono un risultato di elaborazioni personali e non esiste una decisione buona o una decisione cattiva in sé, ma questa in genere viene valutata sull’esito delle azioni fatte per ottenere un risultato.

Nella decisione pesa molto la propensione al rischio.

La propensione al rischio è rappresentabile, in linea di massima, con una curva esponenziale di tipo “logistico” o curva di Volterra dove in ordinate è riportata l’utilità soggettiva del risultato ed in ascisse l’oggetto della decisione.

Secondo Lindley (prof. Dennis V. Lindley: Making Decisions John Wiley and Sons Ltd 1985, tradotto da Martina Piccone in italiano per “Il Saggiatore”) per il denaro l’utilità, nel caso di avversione al rischio costante, è rappresentabile con una curva esponenziale del tipo u(x) = 1- e –cxdove c è una costante e x è l’importo del denaro.

Nel caso di avversione al rischio decrescente si può usare una formula del tipo:

u(x)= 1-we ax-(1-w)e bx.Le costanti indicate vanno determinate con un test sul decisore.

 

Dell’utilità dei risultati delle decisioni parleremo in un altro momento in quanto occorre fare una serie di osservazioni che cercheremo di semplificare al massimo per renderle di uso immediato quando si devono prendere delle decisioni.

 

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Premesse di logica fondamentali

FRANKRAMSEY

General view of philosophy April 1928   1.     Philosophy is the clarification of thought by means of analysis; it proposes by means of an analysis of propositions to make clear their structure and mutual relations. 2.     It has three main parts; first to exhibit the possible forms of propositions and their relations in a systematic way; this is logic (or formal logic); secondly to analyse the notions of belief and knowledge; this is epistemology and thirdly to analyse all other propositions of daily life or science which is metaphisics.   1. La filosofia è la chiarificazione del pensiero mediante l’analisi; si propone di rendere chiara la struttura e le mutue relazioni delle proposizioni per mezzo di un’analisi di esse. 2. Ha tre parti principali; la prima mostra le possibili forme delle proposizioni e le loro relazioni in modo sistematico: questa è la logica (o logica formale). La seconda analizza i concetti di credere e conoscere: questa è l’epistemologia. La terza analizza tutte le altre proposizioni della vita quotidiana o della scienza, ed è la metafisica. Frank Ramsey   If meaning is casual If the meaning is casual, we cannot mean anything about the nature of things; decisions about the nature of things are acts of will based on anticipation of convenience: or of course nonsensical muddles. We cannot really picture the world as disconnected selves; the selves we know are in the world. What we can’t do we can’t do and it’s no good trying. Philosophy comes from non understanding the logic of our language; but the logic of our language is not what Wittgenstein thought. The pictures we make to ourselves are not picture of facts.   Se il significato è casuale, non possiamo intendere nulla sulla natura delle cose; le decisioni circa la natura delle cose sono atti di volontà basati sulla previsione di comodo: o naturalmente assurdi pasticci. Non possiamo immaginare davvero il mondo come una serie di elementi a sé stanti; tutti gli elementi a sé stanti che conosciamo esistono nel mondo. Quello che non possiamo fare, non possiamo farlo, e non è buona cosa tentare di farlo. La filosofia ha origine dal fatto di non capire la logica della nostro linguaggio; Ma la logica del nostro linguaggio non è quella che pensava Wittgenstein. Le  immagini che ci facciamo non sono immagini di  fatti. Frank Ramsey   La critica riguarda alcuni passi del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein Secondo Wittgensten per conoscere un oggetto non è necessario passare attraverso l’intermediazione del concetto dell’oggetto, ma è sufficiente conoscere tutte le possibilità del suo occorrere in stati di cose. Questa è la forma dell’oggetto che non preesiste ad esso (M. Trinchero). Il vantaggio di questa posizione è di eliminare completamente la matematica dalla necessità  delle funzioni proposizionali, dalla connotazione (Frege), dalle classi di Russell, ma offre il fianco alla critica di Ramsey. 2.014 Gli oggetti contengono la possibilità di tutte le situazioni. 2.0123 Se conosco l’oggetto conosco anche tutte le possibilità del suo occorrere in stati di cose. 2.01241 La possibilità del suo occorrere in stati di cose è la forma dell’oggetto. 2.03 Nello stato di cose gli oggetti ineriscono l’uno nell’altro come le maglie di una catena. (L. Wittgenstein Tractatus logico philosophicus). Se si ammette che nel mondo le nostre conoscenze sono, in grado più o meno elevato, soggettive si comprende come la critica di Ramsey sia appropriata e cancella la possibilità di tentare un oggettivismo matematico che è inesistente in sé, ma che è valido nel momento in cui si fissano le regole proposizionali che la fondano. Di tutte queste idee si salva solo il ritorno al rasoio di Ockam per il quale non occorre, per la comprensione degli oggetti e dei fatti, passare attraverso l’intermediazione del “concetto” di questi. Wittgenstein modificherà successivamente queste idee deterministiche in base anche alla suddetta critica di Ramsey  e quella di Sraffa. Citazioni da: Wittgenstein Tractatus Logico – Philosophicus – Einaudi – trad. Amedeo Conte Wittgenstein Osservazioni sopra I fondamenti della matematica  Einaudi : introduzione e trad. Mario Trinchero Frank Plumpton Ramsey: Notes on philosophy.probability and mathematics- a cura di Maria Carla Galavotti ed. Bibilopolis

12 nov, ’07, 9:51 m.

General view of philosophy

April 1928

 

1.     Philosophy is the clarification of thought by means of analysis; it proposes by means of an analysis of propositions to make clear their structure and mutual relations.

2.     It has three main parts; first to exhibit the possible forms of propositions and their relations in a systematic way; this is logic (or formal logic); secondly to analyse the notions of belief and knowledge; this is epistemology and thirdly to analyse all other propositions of daily life or science which is metaphisics.

 

1. La filosofia è la chiarificazione del pensiero mediante l’analisi; si propone di rendere chiara la struttura e le mutue relazioni delle proposizioni per mezzo di un’analisi di esse.

2. Ha tre parti principali; la prima mostra le possibili forme delle proposizioni e le loro relazioni in modo sistematico: questa è la logica (o logica formale). La seconda analizza i concetti di credere e conoscere: questa è l’epistemologia. La terza analizza tutte le altre proposizioni della vita quotidiana o della scienza, ed è la metafisica.

Frank Ramsey

 

If meaning is casual

If the meaning is casual, we cannot mean anything about the nature of things; decisions about the nature of things are acts of will based on anticipation of convenience: or of course nonsensical muddles.

We cannot really picture the world as disconnected selves; the selves we know are in the world.

What we can’t do we can’t do and it’s no good trying.

Philosophy comes from non understanding the logic of our language; but the logic of our language is not what Wittgenstein thought. The pictures we make to ourselves are not picture of facts.

 

Se il significato è casuale, non possiamo intendere nulla sulla natura delle cose; le decisioni circa la natura delle cose sono atti di volontà basati sulla previsione di comodo: o naturalmente assurdi pasticci.

Non possiamo immaginare davvero il mondo come una serie di elementi a sé stanti; tutti gli elementi a sé stanti che conosciamo esistono nel mondo.

Quello che non possiamo fare, non possiamo farlo, e non è buona cosa tentare di farlo.

La filosofia ha origine dal fatto di non capire la logica della nostro linguaggio; Ma la logica del nostro linguaggio non è quella che pensava Wittgenstein. Le  immagini che ci facciamo non sono immagini di  fatti.

Frank Ramsey

 

La critica riguarda alcuni passi del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein

Secondo Wittgensten per conoscere un oggetto non è necessario passare attraverso l’intermediazione del concetto dell’oggetto, ma è sufficiente conoscere tutte le possibilità del suo occorrere in stati di cose. Questa è la forma dell’oggetto che non preesiste ad esso (M. Trinchero).

Il vantaggio di questa posizione è di eliminare completamente la matematica dalla necessità  delle funzioni proposizionali, dalla connotazione (Frege), dalle classi di Russell, ma offre il fianco alla critica di Ramsey.

2.014 Gli oggetti contengono la possibilità di tutte le situazioni.

2.0123 Se conosco l’oggetto conosco anche tutte le possibilità del suo occorrere in stati di cose.

2.01241 La possibilità del suo occorrere in stati di cose è la forma dell’oggetto.

2.03 Nello stato di cose gli oggetti ineriscono l’uno nell’altro come le maglie di una catena.

(L. Wittgenstein Tractatus logico philosophicus).

Se si ammette che nel mondo le nostre conoscenze sono, in grado più o meno elevato, soggettive si comprende come la critica di Ramsey sia appropriata e cancella la possibilità di tentare un oggettivismo matematico che è inesistente in sé, ma che è valido nel momento in cui si fissano le regole proposizionali che la fondano.

Di tutte queste idee si salva solo il ritorno al rasoio di Ockam per il quale non occorre, per la comprensione degli oggetti e dei fatti, passare attraverso l’intermediazione del “concetto” di questi.

Wittgenstein modificherà successivamente queste idee deterministiche in base anche alla suddetta critica di Ramsey  e quella di Sraffa.

Citazioni da:

Wittgenstein Tractatus Logico – Philosophicus – Einaudi – trad. Amedeo Conte

Wittgenstein Osservazioni sopra I fondamenti della matematica  Einaudi : introduzione e trad. Mario Trinchero

Frank Plumpton Ramsey: Notes on philosophy.probability and mathematics- a cura di Maria Carla Galavotti ed. Bibilopolis

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La politica economica del governo

FRANKRAMSEY

La politica economica del governo è basata sull’assunto che il nostro sistema industriale non è in grado di competere con quello internazionale globalizzato. Premesso che la scelta della UE è di totale apertura dei mercati alla concorrenza internazionale, da qualche anno il governo opera per massimizzare l’attività finanziaria a scapito di quella produttiva. Questo giustifica le grandi scelte in politica economica, la totale mancanza di sostegno alla ricerca industriale, l’abolizione del sistema di agevolazioni per sviluppare le aree depresse del Paese e la costante attenzione a tutti quegli interventi che permettono di massimizzare l’accumulazione del capitale in tutti i settori. Questa scelta comporta una contrazione della base produttiva, l’eliminazione delle attività marginali anche se producono un aumento della ricchezza nazionale, un aumento delle tasse su qualsiasi attività residua, una riduzione dei consumi interni e l’accumulazione del capitale in organismi operanti nel terziario. In sostanza si sta sviluppando una politica di trasferimento della ricchezza dal sistema produttivo al sistema finanziario in modo totalmente indiscriminato e con una sistematicità che permette di prevedere scenari apocalittici prossimi se non verranno fatte le opportune correzioni. Come noto il sistema finanziario non è in grado da sé di accrescere la ricchezza di una nazione in quanto le attività finanziarie sono a somma zero. E’ un motore dello sviluppo se permette di anticipare gli investimenti produttivi che generano reddito. Per il governo l’impossibilità di competere con la Cina, l’India ed il Brasile determina la necessità di rafforzare l’accumulazione del capitale finanziario per poter usufruire, con gli investimenti in ambito internazionale, dello sviluppo economico di quei paesi in forte espansione produttiva. Questo è il motivo della deindustrializzazione operante in Italia. La scelta di non utilizzare i capitali messi a disposizione della Comunità Europea per lo sviluppo delle aree con reddito inferiore alla media UE con il blocco di tutte le attività di sostegno all’industria, commercio e turismo è funzionale a questa scelta. Sono rimasti in piedi solo i sostegni basati sulla contrattazione programmata (contratti di programma e contratti d’area) in quanto fanno parte del giardino politico. Sono cioè agevolazioni che prevedono l’intervento dei partiti politici, dei sindacati, delle autonomie locali e servono per ottenere consenso in aree circoscritte. La sistematicità del trasferimento del reddito dal lavoro al capitale si coglie anche nelle scelte minime del governo che spesso sono mascherate da gentili concessioni e presentate con espressioni paternalistiche. Ad esempio tutte le operazioni di elemosina che sta sviluppando questa maggioranza sono orientate sistematicamente al rafforzamento del capitale finanziario: –        Le iniziative del “tesoretto” (che fra l’altro non esiste perché l’esercizio 2006 si è chiuso con un pesante deficit) del ministro Ferrero –        Gli aiuti ai bamboccioni che escono di casa –        Per le altre leggetevi le leggi finanziarie 2006 e 2007 Vediamo di spiegare. Se un giovane si fa convincere da Padoa Schioppa ad uscire di casa perché non vuole essere più bamboccione gli viene erogato un contributo per agevolargli il pagamento dell’affitto. Dove vanno questi soldi? Certo non nelle tasche di lavoratori, ma di persone che mettono a disposizione la casa per ottenerne un vantaggio economico. Quindi il lavoratore che esce di casa per stare da solo, oltre a dover pagare tutti l balzelli locali (nettezza urbana, tasse sul gas, luce, telefono, ecc) ed accollarsi le spese che altrimenti si sarebbero spalmate sulla famiglia di origine aumenterà il gettito delle tasse per importi che spesso sono superiori all’agevolazione che finisce nelle tasche dei padroni di casa che possono così promuovere l’accumulo di capitale. Naturalmente lo scenario sarebbe diverso se il governo volesse fare realmente l’interesse dei lavoratori. Per esempio potrebbe promuovere la costruzione o la ristrutturazione di fabbricati da vendere a giovani lavoratori con mutui a tasso agevolato (anche a tasso zero) e/o con una quota a fondo perduto. Con ciò si andrebbe contro l’ipotesi dell’accumulazione del capitale e della riduzione del reddito delle famiglie in quanto questa attività metterebbe in gioco il lavoro di muratori, idraulici, elettricisti, operai e tecnici con uno spostamento del reddito dal capitale alle famiglie. Ma questa non è la politica del governo. L’una tantum del ministro Ferrero ha la stessa funzione, sostenere la spesa dei più poveri per accrescere l’accumulazione del capitale. Gli scenari sull’esito di questa politica sono inquietanti. Se viene ridotta la base produttiva e quella che rimane non si aggiorna tecnologicamente si può solo prevedere una crisi economica generalizzata con crollo dell’occupazione, contrazione dei salari e degli stipendi. Si torna indietro di due secoli nelle condizioni economiche della popolazione. La differenza rispetto al passato è che l’inurbamento ha eliminato nella popolazione quelle conoscenze, comuni anche un secolo fa, necessarie alla sopravvivenza. Oggi è difficile trovare una persona in grado coltivarsi qualcosa per poter mangiare, e nelle città queste conoscenze non servono per la mancanza di aree coltivabili. Si può prevedere, se qualcosa non cambia, una situazione di impoverimento della popolazione tale da generare nella migliore delle ipotesi emigrazione, nella peggiore morti per fame come nel terzo mondo. La politica economica di questo governo è ispirata da persone che hanno già danneggiato il paese con scelte che hanno comportato danni gravissimi. Infatti tutti parlano di come ridurre il debito pubblico, ma nessuno dice come si è generato; addirittura i politici attuali (figli della politica economica che ha fatto il danno) fanno ricadere la colpa sui cittadini che, secondo loro, hanno vissuto al disopra delle loro disponibilità. Ma di questa storia ne parleremo la prossima volta.

8 nov, ’07, 9:58 p.

La politica economica del governo è basata sull’assunto che il nostro sistema industriale non è in grado di competere con quello internazionale globalizzato.

Premesso che la scelta della UE è di totale apertura dei mercati alla concorrenza internazionale, da qualche anno il governo opera per massimizzare l’attività finanziaria a scapito di quella produttiva.

Questo giustifica le grandi scelte in politica economica, la totale mancanza di sostegno alla ricerca industriale, l’abolizione del sistema di agevolazioni per sviluppare le aree depresse del Paese e la costante attenzione a tutti quegli interventi che permettono di massimizzare l’accumulazione del capitale in tutti i settori.

Questa scelta comporta una contrazione della base produttiva, l’eliminazione delle attività marginali anche se producono un aumento della ricchezza nazionale, un aumento delle tasse su qualsiasi attività residua, una riduzione dei consumi interni e l’accumulazione del capitale in organismi operanti nel terziario.

In sostanza si sta sviluppando una politica di trasferimento della ricchezza dal sistema produttivo al sistema finanziario in modo totalmente indiscriminato e con una sistematicità che permette di prevedere scenari apocalittici prossimi se non verranno fatte le opportune correzioni.

Come noto il sistema finanziario non è in grado da sé di accrescere la ricchezza di una nazione in quanto le attività finanziarie sono a somma zero. E’ un motore dello sviluppo se permette di anticipare gli investimenti produttivi che generano reddito.

Per il governo l’impossibilità di competere con la Cina, l’India ed il Brasile determina la necessità di rafforzare l’accumulazione del capitale finanziario per poter usufruire, con gli investimenti in ambito internazionale, dello sviluppo economico di quei paesi in forte espansione produttiva.

Questo è il motivo della deindustrializzazione operante in Italia.

La scelta di non utilizzare i capitali messi a disposizione della Comunità Europea per lo sviluppo delle aree con reddito inferiore alla media UE con il blocco di tutte le attività di sostegno all’industria, commercio e turismo è funzionale a questa scelta. Sono rimasti in piedi solo i sostegni basati sulla contrattazione programmata (contratti di programma e contratti d’area) in quanto fanno parte del giardino politico. Sono cioè agevolazioni che prevedono l’intervento dei partiti politici, dei sindacati, delle autonomie locali e servono per ottenere consenso in aree circoscritte.

La sistematicità del trasferimento del reddito dal lavoro al capitale si coglie anche nelle scelte minime del governo che spesso sono mascherate da gentili concessioni e presentate con espressioni paternalistiche.

Ad esempio tutte le operazioni di elemosina che sta sviluppando questa maggioranza sono orientate sistematicamente al rafforzamento del capitale finanziario:

–        Le iniziative del “tesoretto” (che fra l’altro non esiste perché l’esercizio 2006 si è chiuso con un pesante deficit) del ministro Ferrero

–        Gli aiuti ai bamboccioni che escono di casa

–        Per le altre leggetevi le leggi finanziarie 2006 e 2007

Vediamo di spiegare.

Se un giovane si fa convincere da Padoa Schioppa ad uscire di casa perché non vuole essere più bamboccione gli viene erogato un contributo per agevolargli il pagamento dell’affitto.

Dove vanno questi soldi? Certo non nelle tasche di lavoratori, ma di persone che mettono a disposizione la casa per ottenerne un vantaggio economico. Quindi il lavoratore che esce di casa per stare da solo, oltre a dover pagare tutti l balzelli locali (nettezza urbana, tasse sul gas, luce, telefono, ecc) ed accollarsi le spese che altrimenti si sarebbero spalmate sulla famiglia di origine aumenterà il gettito delle tasse per importi che spesso sono superiori all’agevolazione che finisce nelle tasche dei padroni di casa che possono così promuovere l’accumulo di capitale.

Naturalmente lo scenario sarebbe diverso se il governo volesse fare realmente l’interesse dei lavoratori. Per esempio potrebbe promuovere la costruzione o la ristrutturazione di fabbricati da vendere a giovani lavoratori con mutui a tasso agevolato (anche a tasso zero) e/o con una quota a fondo perduto. Con ciò si andrebbe contro l’ipotesi dell’accumulazione del capitale e della riduzione del reddito delle famiglie in quanto questa attività metterebbe in gioco il lavoro di muratori, idraulici, elettricisti, operai e tecnici con uno spostamento del reddito dal capitale alle famiglie. Ma questa non è la politica del governo.

L’una tantum del ministro Ferrero ha la stessa funzione, sostenere la spesa dei più poveri per accrescere l’accumulazione del capitale.

Gli scenari sull’esito di questa politica sono inquietanti.

Se viene ridotta la base produttiva e quella che rimane non si aggiorna tecnologicamente si può solo prevedere una crisi economica generalizzata con crollo dell’occupazione, contrazione dei salari e degli stipendi. Si torna indietro di due secoli nelle condizioni economiche della popolazione.

La differenza rispetto al passato è che l’inurbamento ha eliminato nella popolazione quelle conoscenze, comuni anche un secolo fa, necessarie alla sopravvivenza. Oggi è difficile trovare una persona in grado coltivarsi qualcosa per poter mangiare, e nelle città queste conoscenze non servono per la mancanza di aree coltivabili.

Si può prevedere, se qualcosa non cambia, una situazione di impoverimento della popolazione tale da generare nella migliore delle ipotesi emigrazione, nella peggiore morti per fame come nel terzo mondo.

La politica economica di questo governo è ispirata da persone che hanno già danneggiato il paese con scelte che hanno comportato danni gravissimi.

Infatti tutti parlano di come ridurre il debito pubblico, ma nessuno dice come si è generato; addirittura i politici attuali (figli della politica economica che ha fatto il danno) fanno ricadere la colpa sui cittadini che, secondo loro, hanno vissuto al disopra delle loro disponibilità.

Ma di questa storia ne parleremo la prossima volta.

 

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Alcune regole di logica di base

FRANKRAMSEY

190. Si può dire: >. Qual è il criterio per stabilire in che modo viene intesa la formula? Forse il modo e la maniera in cui la usiamo costantemente, il modo in cui ci è stato insegnato ad usarla. Per esempio, a uno che usi un segno a noi sconosciuto diciamo: 2 ottieni questo valore di y; se con quel segno intendi 2x, ottieni quell’altro>>. – Ora chiediti: Come si fa, con > a intendere l’una o l’altra cosa? Così dunque l’intendere può predeterminare i passaggi. (L. Wittgenstein, Ricerche Filosofiche – Einaudi a cura di Mario Trinchero; trad. Renzo Piovesan e Mario Trinchero) Significato. Il significato di una qualsiasi espressione rapportabile ad una comunicazione linguistica dipende dall’uso. In altre parole il significato non dipende dall’utilizzo di uno schema innato nella mente delle persone, ma dalla pratica corrente di assegnare valori alle parole riconosciuti almeno nell’ambito di due persone. Gioco La lingua italiana, francese e tedesca non attribuiscono comunemente alla parola “gioco” un significato intrinseco di competizione (inglese game). Il gioco linguistico consiste nel predisporre alcune regole non contraddittorie ed utilizzarle per comunicare tra le persone. Naturalmente le regole sono libere e non è possibile definirne di migliori di altre. Tuttavia, almeno nell’ambito dell’uso comune, è opportuno che le regole linguistiche siano coerenti e non contraddittorie. Si può usare una logica zen, una logica aristotelica, una logica booleana, ecc. In ogni caso occorre che chi la usa sia in accordo, per quanto riguarda le regole, con i destinatari della comunicazione. I problemi nascono quando si danno significati diversi alle parole rispetto all’uso o se si usano regole logiche diverse da quelle utilizzate dell’autore del messaggio che ci viene proposto. La filosofia è un campo di battaglia di parole utilizzate con significati diversi da quelli comuni e di logiche anomale. Basti pensare alla logica hegeliana che si snoda in tesi, antitesi e sintesi e ha generato, essendo basata su presupposti errati, una sequela di errori in quanto, come è noto, da un’errata proposizione si può dedurre qualsiasi cosa. L’errore di base in questo caso, apparentemente banale, consiste nel fatto che l’universo da Hegel era immaginato come un insieme senza soluzione di continuità, pertanto ogni fenomeno nell’universo fisico non poteva essere in contraddizione di altri perché tutto era una sola unità. I politici, non Hegel, sono stati responsabili dell’uso di questa concezione per sviluppare le più infernali dittature del XX secolo. Infatti un capo di stato non può fare errori, comunque si comporti, perché le sue azioni sono parte di un universo senza contraddizioni. Quindi secondo Hegel se un esponente del governo apparentemente fa male, in realtà fa bene ed il risultato è lo stato ben governato, anche se fa la guerra, stermina popolazioni inermi, e si comporta da teppista. Forse questa concezione è ancora radicata nei politici del nostro tempo. Facciamo un esempio. Molti Italiani sono convinti che questo governo non cadrà perché i parlamentari della maggioranza e dell’opposizione devono maturare la pensione con circa tre anni di attività parlamentare. Nel frattempo si è tolta ai lavoratori una parte della pensione, parzialmente (forse) rimpiazzata da un’integrazione con i fondi della liquidazione di fine rapporto (quindi soppressa). Ci si predispone ad un aumento della durata della vita lavorativa ben al di là dei due o tre anni di spostamento dell’età minima per il pensionamento previsti dalla riforma. In uno stato di diritto i versamenti fatti dai lavoratori per la propria pensione e liquidazione dovrebbero essere utilizzati rispettivamente dallo Stato e dai datori di lavoro per investimenti. Così che quando il lavoratore andrà in pensione con il reddito generato direttamente o indirettamente da questi investimenti, possa essere retribuito il capitale da questi versato con una rendita (la pensione) e del contante (la liquidazione). Se il governo è hegeliano è giusto (tesi) espropriare i lavoratori di questa retribuzione riducendo il livello di vita dei futuri pensionati (antitesi), perché i politici (sintesi) sono autorizzati a sperperare il denaro a loro affidato. Infine ai lavoratori la sinistra hegeliana dice: state buoni (tesi) altrimenti ci cacciano dal governo (antitesi) e poi torna la destra (sintesi). Se quest’ultima serie di proposizioni dovesse essere intesa come sillogismo consiglio la lettura del “Gioco della Logica” di Lewis Carrol che è certamente di più facile lettura di “Alice nel Paese delle Meraviglie”.

7 nov, ’07, 10:03 p.

190. Si può dire: << Il modo in cui la formula viene intesa determina quali passaggi si debbano compiere>>. Qual è il criterio per stabilire in che modo viene intesa la formula? Forse il modo e la maniera in cui la usiamo costantemente, il modo in cui ci è stato insegnato ad usarla.

Per esempio, a uno che usi un segno a noi sconosciuto diciamo: << Se con x!2 intendi x2 ottieni questo valore di y; se con quel segno intendi 2x, ottieni quell’altro>>. – Ora chiediti: Come si fa, con << x!2 >> a intendere l’una o l’altra cosa?

Così dunque l’intendere può predeterminare i passaggi.

(L. Wittgenstein, Ricerche Filosofiche – Einaudi a cura di Mario Trinchero; trad. Renzo Piovesan e Mario Trinchero)

Significato.

Il significato di una qualsiasi espressione rapportabile ad una comunicazione linguistica dipende dall’uso.

In altre parole il significato non dipende dall’utilizzo di uno schema innato nella mente delle persone, ma dalla pratica corrente di assegnare valori alle parole riconosciuti almeno nell’ambito di due persone.

Gioco

La lingua italiana, francese e tedesca non attribuiscono comunemente alla parola “gioco” un significato intrinseco di competizione (inglese game).

Il gioco linguistico consiste nel predisporre alcune regole non contraddittorie ed utilizzarle per comunicare tra le persone. Naturalmente le regole sono libere e non è possibile definirne di migliori di altre. Tuttavia, almeno nell’ambito dell’uso comune, è opportuno che le regole linguistiche siano coerenti e non contraddittorie.

Si può usare una logica zen, una logica aristotelica, una logica booleana, ecc. In ogni caso occorre che chi la usa sia in accordo, per quanto riguarda le regole, con i destinatari della comunicazione.

I problemi nascono quando si danno significati diversi alle parole rispetto all’uso o se si usano regole logiche diverse da quelle utilizzate dell’autore del messaggio che ci viene proposto.

La filosofia è un campo di battaglia di parole utilizzate con significati diversi da quelli comuni e di logiche anomale. Basti pensare alla logica hegeliana che si snoda in tesi, antitesi e sintesi e ha generato, essendo basata su presupposti errati, una sequela di errori in quanto, come è noto, da un’errata proposizione si può dedurre qualsiasi cosa.

L’errore di base in questo caso, apparentemente banale, consiste nel fatto che l’universo da Hegel era immaginato come un insieme senza soluzione di continuità, pertanto ogni fenomeno nell’universo fisico non poteva essere in contraddizione di altri perché tutto era una sola unità.

I politici, non Hegel, sono stati responsabili dell’uso di questa concezione per sviluppare le più infernali dittature del XX secolo. Infatti un capo di stato non può fare errori, comunque si comporti, perché le sue azioni sono parte di un universo senza contraddizioni. Quindi secondo Hegel se un esponente del governo apparentemente fa male, in realtà fa bene ed il risultato è lo stato ben governato, anche se fa la guerra, stermina popolazioni inermi, e si comporta da teppista.

Forse questa concezione è ancora radicata nei politici del nostro tempo.

Facciamo un esempio.

Molti Italiani sono convinti che questo governo non cadrà perché i parlamentari della maggioranza e dell’opposizione devono maturare la pensione con circa tre anni di attività parlamentare.

Nel frattempo si è tolta ai lavoratori una parte della pensione, parzialmente (forse) rimpiazzata da un’integrazione con i fondi della liquidazione di fine rapporto (quindi soppressa). Ci si predispone ad un aumento della durata della vita lavorativa ben al di là dei due o tre anni di spostamento dell’età minima per il pensionamento previsti dalla riforma.

In uno stato di diritto i versamenti fatti dai lavoratori per la propria pensione e liquidazione dovrebbero essere utilizzati rispettivamente dallo Stato e dai datori di lavoro per investimenti. Così che quando il lavoratore andrà in pensione con il reddito generato direttamente o indirettamente da questi investimenti, possa essere retribuito il capitale da questi versato con una rendita (la pensione) e del contante (la liquidazione).

Se il governo è hegeliano è giusto (tesi) espropriare i lavoratori di questa retribuzione riducendo il livello di vita dei futuri pensionati (antitesi), perché i politici (sintesi) sono autorizzati a sperperare il denaro a loro affidato.

Infine ai lavoratori la sinistra hegeliana dice: state buoni (tesi) altrimenti ci cacciano dal governo (antitesi) e poi torna la destra (sintesi).

Se quest’ultima serie di proposizioni dovesse essere intesa come sillogismo consiglio la lettura del “Gioco della Logica” di Lewis Carrol che è certamente di più facile lettura di “Alice nel Paese delle Meraviglie”.

 

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FRANKRAMSEY

La vocazione caritatevole del Grande Elemosiniere ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero. Non avevo intenzione di fare valutazioni con implicazioni economiche senza alcune premesse di carattere logico molto importanti e in mancanza di chiare definizioni di lavoro. Tuttavia per la ripetuta presenza del ministro Paolo Ferrero in televisione che reitera proposte in contrasto con quelle che ci si aspetterebbe fossero fatte da un esponente del partito comunista che rappresenta, non posso esimermi dal proporne una valutazione di coerenza. In occasione  della trasmissione “Exit” su La7 “la bomba dei mutui” il problema esposto era quello dell’incremento delle rate dei mutui a tasso variabile che starebbe mettendo in ginocchio l’economia delle famiglie di lavoratori. Si sono visti esempi di aumento delle rate mensili di 300-400 euro con redditi familiari che si riducono al netto del costo dell’alloggio a 500 euro al mese. La ricetta del ministro è di dare alle famiglie in difficoltà, mediante stanziamenti in finanziaria, la differenza tra tasso fisso e tasso variabile. Il ministro, ex sindacalista, appartiene ad un partito comunista, quindi di ispirazione marxiana, almeno così si dovrebbe ritenere. Invece il suo operato è di puro liberismo ottocentesco. Per la dimostrazione non occorre che si scomodi la logica matematica e definizioni di liberismo, socialismo, comunismo, ecc. Basta citare un autore indigesto ai comunisti anche se non fu un liberale. Nella “Storia delle idee del XIX secolo” Bertrand Russel racconta come la classe operaia in Inghilterra fosse, all’inizio dell’era industriale, retribuita con un salario pari al costo del pane indispensabile alla sopravvivenza del lavoratore. Gli industriali consideravano questa spesa insostenibile per la concorrenzialità del prodotto inglese e poiché non potevano pagare di meno gli operai senza che questi deperissero fino a morire ottennero dal governo che la paga fosse ridotta e che l’integrazione salariale divenisse un onere dello Stato erogata dalle parrocchie. Siamo nel periodo di liberismo puro, quando si presumeva che i lavoratori dovessero prima produrre ricchezza per i capitalisti affinché l’aumento del reddito generale potesse poi ricadere su di loro. Nell’anno 2007 analogamente il ministro Ferrero propone, e non è la prima volta, la stessa elemosina dei governi liberali dell’800 mentre un sindacalista dell’epoca avrebbe fatto un’altra valutazione. Fin d’allora avrebbe considerato che se il lavoratore è utile alla società avrebbe diritto al rispetto e quindi ad un salario che non lo costringesse a chiedere elemosine. Quindi secondo il sindacalismo ottocentesco (non quello attuale del ministro) al lavoratore deve essere attribuito un salario crescente con l’inflazione (reale). Infatti, in regime di inflazione i prestatori di denaro aumentano gli interessi per non subire perdite in capitale e/o interessi. Pertanto, senza correzioni, le rate dei mutui salgono ed il reddito dei lavoratori diminuisce. Il Ministro sindacalista Ferrero, al contrario potrebbe chiedere tranquillamente l’iscrizione al partito liberale, o, se preferisce a quello radicale, ma non può dire di essere un ministro militante di un partito comunista. Quanto scritto ha il solo scopo di evidenziare una chiara contraddizione operativa di un deputato che ha chiesto voti ad un certo elettorato ed ora si pone in un’ottica in palese conflitto con gli interessi dei suoi elettori. Per coerenza al prossimo turno di elezioni dovrebbe fare campagna elettorale in Confindustria e dichiarare di voler ridurre il costo del lavoro in Italia scaricandolo sullo Stato, in parte o del tutto. Nella stessa trasmissione si è parlato di un industriale marchigiano della pasta che ha aumentato lo stipendio ai propri dipendenti dopo essersi accorto che questi non potevano arrivare alla fine del mese con il loro salario. Questo è ancora un atteggiamento liberale, non socialista, in quanto il padrone si è reso conto che per salvaguardare il proprio patrimonio, basato su un prodotto di qualità realizzato dai suoi dipendenti, doveva assicurare loro un livello di vita esente da tensioni finanziarie familiari. Questo imprenditore dunque potrebbe essere un elettore di Ferrero poiché, nell’ottica dei provvedimenti immaginati dal caritatevole sindacalista, non dovrebbe più preoccuparsi dell’equa retribuzione dei suoi dipendenti. Indipendentemente dalle convinzioni politiche di ciascuno occorre tenere presente che un’elemosina prestata dallo Stato appare anche come una contraddizione nel contratto sociale in quanto uno Stato moderno deve assicurare livelli di reddito idonei a fornire a ogni lavoratore la propria dignità di cittadino.

23 ott, ’07, 8:09 p.

La vocazione caritatevole del Grande Elemosiniere ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero.

Non avevo intenzione di fare valutazioni con implicazioni economiche senza alcune premesse di carattere logico molto importanti e in mancanza di chiare definizioni di lavoro.

Tuttavia per la ripetuta presenza del ministro Paolo Ferrero in televisione che reitera proposte in contrasto con quelle che ci si aspetterebbe fossero fatte da un esponente del partito comunista che rappresenta, non posso esimermi dal proporne una valutazione di coerenza.

In occasione  della trasmissione “Exit” su La7 “la bomba dei mutui” il problema esposto era quello dell’incremento delle rate dei mutui a tasso variabile che starebbe mettendo in ginocchio l’economia delle famiglie di lavoratori. Si sono visti esempi di aumento delle rate mensili di 300-400 euro con redditi familiari che si riducono al netto del costo dell’alloggio a 500 euro al mese.

La ricetta del ministro è di dare alle famiglie in difficoltà, mediante stanziamenti in finanziaria, la differenza tra tasso fisso e tasso variabile.

Il ministro, ex sindacalista, appartiene ad un partito comunista, quindi di ispirazione marxiana, almeno così si dovrebbe ritenere. Invece il suo operato è di puro liberismo ottocentesco.

Per la dimostrazione non occorre che si scomodi la logica matematica e definizioni di liberismo, socialismo, comunismo, ecc. Basta citare un autore indigesto ai comunisti anche se non fu un liberale.

Nella “Storia delle idee del XIX secolo” Bertrand Russel racconta come la classe operaia in Inghilterra fosse, all’inizio dell’era industriale, retribuita con un salario pari al costo del pane indispensabile alla sopravvivenza del lavoratore.

Gli industriali consideravano questa spesa insostenibile per la concorrenzialità del prodotto inglese e poiché non potevano pagare di meno gli operai senza che questi deperissero fino a morire ottennero dal governo che la paga fosse ridotta e che l’integrazione salariale divenisse un onere dello Stato erogata dalle parrocchie.

Siamo nel periodo di liberismo puro, quando si presumeva che i lavoratori dovessero prima produrre ricchezza per i capitalisti affinché l’aumento del reddito generale potesse poi ricadere su di loro.

Nell’anno 2007 analogamente il ministro Ferrero propone, e non è la prima volta, la stessa elemosina dei governi liberali dell’800 mentre un sindacalista dell’epoca avrebbe fatto un’altra valutazione. Fin d’allora avrebbe considerato che se il lavoratore è utile alla società avrebbe diritto al rispetto e quindi ad un salario che non lo costringesse a chiedere elemosine. Quindi secondo il sindacalismo ottocentesco (non quello attuale del ministro) al lavoratore deve essere attribuito un salario crescente con l’inflazione (reale).

Infatti, in regime di inflazione i prestatori di denaro aumentano gli interessi per non subire perdite in capitale e/o interessi. Pertanto, senza correzioni, le rate dei mutui salgono ed il reddito dei lavoratori diminuisce.

Il Ministro sindacalista Ferrero, al contrario potrebbe chiedere tranquillamente l’iscrizione al partito liberale, o, se preferisce a quello radicale, ma non può dire di essere un ministro militante di un partito comunista.

Quanto scritto ha il solo scopo di evidenziare una chiara contraddizione operativa di un deputato che ha chiesto voti ad un certo elettorato ed ora si pone in un’ottica in palese conflitto con gli interessi dei suoi elettori.

Per coerenza al prossimo turno di elezioni dovrebbe fare campagna elettorale in Confindustria e dichiarare di voler ridurre il costo del lavoro in Italia scaricandolo sullo Stato, in parte o del tutto.

Nella stessa trasmissione si è parlato di un industriale marchigiano della pasta che ha aumentato lo stipendio ai propri dipendenti dopo essersi accorto che questi non potevano arrivare alla fine del mese con il loro salario.

Questo è ancora un atteggiamento liberale, non socialista, in quanto il padrone si è reso conto che per salvaguardare il proprio patrimonio, basato su un prodotto di qualità realizzato dai suoi dipendenti, doveva assicurare loro un livello di vita esente da tensioni finanziarie familiari. Questo imprenditore dunque potrebbe essere un elettore di Ferrero poiché, nell’ottica dei provvedimenti immaginati dal caritatevole sindacalista, non dovrebbe più preoccuparsi dell’equa retribuzione dei suoi dipendenti.

Indipendentemente dalle convinzioni politiche di ciascuno occorre tenere presente che un’elemosina prestata dallo Stato appare anche come una contraddizione nel contratto sociale in quanto uno Stato moderno deve assicurare livelli di reddito idonei a fornire a ogni lavoratore la propria dignità di cittadino.

 

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Schemi interessanti dell'economia prima della rivoluzione industriale

FRANKRAMSEY

Qui di seguito riporto uno schema del sistema economico antico che si è concretamente utilizzato fino alla seconda guerra mondiale che spiega il consenso che si sviluppo nei confronti dei governi durante le guerre e come questo in genera cada al termine di queste. Per l’elevata inefficienza economica della guerra dopo la seconda guerra mondiale si sono tentate strade alternative in economia e sistemi di pressione a più alta efficacia anche se con effetti meno immediati. Tuttavia il fare la guerra, malgrado le controindicazioni sul piano economico, resta un sistema diffuso. L’hanno riscoperta anche gli americani con gli ultimi presidenti con esiti molto dubbi sul piano strategico. Qui sotto trovere lo schema dell’economia di pace e di guerra secondo lo schema “antico”.

9 ott, ’07, 6:15 p.

Qui di seguito riporto uno schema del sistema economico antico che si è concretamente utilizzato fino alla seconda guerra mondiale che spiega il consenso che si sviluppo nei confronti dei governi durante le guerre e come questo in genera cada al termine di queste.

Per l’elevata inefficienza economica della guerra dopo la seconda guerra mondiale si sono tentate strade alternative in economia e sistemi di pressione a più alta efficacia anche se con effetti meno immediati. Tuttavia il fare la guerra, malgrado le controindicazioni sul piano economico, resta un sistema diffuso. L’hanno riscoperta anche gli americani con gli ultimi presidenti con esiti molto dubbi sul piano strategico.

Qui sotto trovere lo schema dell’economia di pace e di guerra secondo lo schema “antico”.
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Una storia interessante

FRANKRAMSEY

L’economia tradizionale ovvero il sistema bellico.   Sinossi Racconto storico ambientato nella Marca del 1100 per esemplificare come in una Città Stato si sviluppa ed evolve ’economia tramite lo strumento della guerra. A ben guardare lo schema economico, a parte la sanguinarietà considerata fatto ordinario, è molto simile a quello attuale dove si spacciano per benevolenza azioni più o meno legali. Sono rappresentati tutti gli attori della moderna economia: politici, mercanti, giornalisti, militari, finanzieri, capitalisti, proletari e “quant’altro”. Si lascia al lettore di individuarne il parallelismo. Attori: il libero Comune di Petritoli ed il libero Comune di Fermo. L’anno: il 1113.   L’estate del 1113 era stata per il Comune di Petritoli molto produttiva in termini di raccolto. La produzione di paglia era stata abbondante e quella del grano aveva raggiunto la media di 25 quintali per ettaro grazie alla stagione favorevole che faceva il paio con quella dell’anno precedente che aveva permesso una vendemmia superiore alle medie del secolo. Gli artigiani del paese erano scontenti perché potevano costruire e vendere solo pochi strumenti in legno di olmo e pochissimi in ferro. La circolazione del denaro era limitatissima. A quell’epoca si mormorava di una cassa di monete antiche d’oro nelle cantine del vecchio nobile e scorbutico Manfredo Masnadieri che faceva usura in barba alle scomuniche ecclesiastiche. Si diceva in paese che l’origine dei beni del nobile fosse dovuta alla scorreria di trent’anni prima contro Fermo e che quell’oro sarebbe stato sottratto in una casa nobiliare durante la guerra e la sconfitta dell’odiato Comune rivale. Nel frattempo si svolgevano le feste del raccolto. Da una parte c’erano i contadini che con i proprietari terrieri celebravano il buon andamento dell’annata; dall’altra gli artigiani, che si ritenevano di classe superiore ai contadini, contavano i magri guadagni per la vendita dei servizi e degli attrezzi agli agricoltori. Ma i più scontenti erano quelli che vivevano in paese al servizio dei “signori” perché per questi c’erano solo vitto e alloggio e l’impossibilità di avere una casa propria. Vivevano in genere ai piani terra delle case signorili in ambienti spogli e con letti di foglie di grano saraceno. Il Confaloniere che veniva eletto dai notabili del paese era preoccupato. La sua rielezione poteva essere messa in forse dal fatto che gli interessi economici degli artigiani non ricevevano adeguato sostegno. Gli artigiani non erano elettori, ma erano amici dei notabili e questi erano seccati dalle lamentele che dovevano sentire tutte le volte che si presentavano a pranzo presso di loro. Era infatti tradizione che i ricchi del paese facessero grandi tavolate all’ora di desinare a cui tutti erano invitati. Tutti per modo di dire perché i servi dovevano mangiare in cucina ed i poveri non osavano presentarsi. Alla mensa partecipavano guardie, artigiani, i preti della parrocchia del notabile e tutta la schiera dei mezzani, intermediari, mercanti, faccendieri e sfaticati del Paese. Il Confaloniere Don Filippo Mezzocchi aveva una riunione del consiglio a fine settembre e non intendeva ricevere il benservito a favore di un giovane cadetto della famiglia dei Saracchi che aveva molte terre e gestiva l’ammasso del grano. Chiamò quindi nella sala riservata del Comune il suo fido consigliere Mario Aguzzi e gli espose il problema. –        Mi sembra assurdo che quando le cose vanno bene debba essere messo da parte; solo dieci anni fa sono venuti a pregarmi di fare il Confaloniere perché sapevano che avrei saputo trattare i danni di guerra con Fermo dopo la sciocca spedizione della primavera del 1103. Il mio predecessore per la fame dovuta alla carestia aveva fatto quella specie di assalto a Ponzano per prendere il grano e la farina senza sapere che i fermani ci stavano aspettando e che a Ponzano avevano meno grano di noi. Il consigliere era un astuto contadino di nascita, che aveva assassinato il padrone e fatto ricadere la colpa sulla moglie di questi. Don Filippo l’aveva scelto perché sapeva che poteva avere bisogno di una persona senza scrupoli in grado di usare sia il veleno, sia la daga e meglio ancora la lingua. –        Padrone vi servirò io a puntino e per il prossimo consiglio sarete sugli scudi con una vittoria in mano. Lasciatemi fare –        Bene, ma non voglio sapere altro. Mario Aguzzi chiamò il suo servo Bortolotto ed insieme si recarono all’osteria come se volessero giocare la solita partita a carte. Qui fingevano di discutere tra loro mentre seguivano il copione prestabilito. Bortolotto: – Ho saputo da una serva dei Monaldi di Fermo che i soldati fermani con l’aiuto di quelli del porto di San Giorgio hanno rapinato una galea Veneziana arenata sugli scogli del Lido di Palme. Pare che abbiano ucciso tutto l’equipaggio e bruciato la nave dopo aver rubato un carico di due tonnellate di oro. L’oro è stato portato a fermo dal Confaloniere e diviso in parti uguali tra le tre famiglie nobili di Fermo. Aguzzi: – non è vero, tu sei il solito imbroglione; ti metterò le mani addosso e ti farò sputare il sangue da quel figlio di ignota che sei. La nave era saracena e portava i frutti delle scorrerie delle nostre parti e l’oro era di sette tonnellate e non tre. I saraceni si sono salvati e sono andati ad insediarsi in un castello della costa dove si sono fortificati in attesa dei rinforzi dalla loro flotta. Presto attaccheranno Fermo per riprendersi il bottino. Bortolotto: – No, continuò urlando a squarciagola per farsi sentire, sono i veneziani che stanno per attaccare Fermo quando hanno saputo della strage dei loro. Le urla ovviamente attirarono l’attenzione di tutti gli sfaccendati del paese che quella sera stessa misero in giro una storia di carichi d’oro, debitamente aumentati, che si trovavano a Fermo e che presto sarebbero stati ripresi da una potenza straniera. Non ci vollero nemmeno due giorni perché una folla di popolo chiamasse il Confaloniere dalla strada urlando: andiamo a Fermo e vendichiamoci dell’altra volta. Don Filippo si mostrò sorpreso, come se non sapesse nulla, ma di fronte alla piazza non poté che promettere una riunione del consiglio di guerra dove i suoi avevano la maggioranza. Il consiglio fu convocato per la stessa sera e chiamato con invito scritto. Nel consiglio di guerra c’erano molti artigiani che all’idea che si dovesse attrezzare una spedizione erano felici pensando a quanto avrebbero guadagnato. Perciò il consiglio di guerra fece la proposta al consiglio degli anziani di assaltare subito Fermo per prendere l’oro lasciando ai fermani l’onere della vendetta di quelli che erano stati da loro rapinati. Il consiglio del libero Comune ratificò e così uscì l’editto che imponeva la formazione di un esercito e si approvò la spesa per 500 armigeri con relative dotazioni e salmerie. La spesa doveva gravare sul bilancio dell’anno successivo. Intanto venivano firmati i crediti comunali agli artigiani, all’ammasso granario, ai produttori di vino e di pane. Il debito corrispondeva ad ottanta bilanci annuali del Comune, ma in previsione di una vittoria sarebbe stato saldato entro pochi mesi. Tutti erano felici: i contadini che vendevano i prodotti a prezzi maggiorati all’esercito, gli artigiani perché producevano in poco tempo moltissime armi ed attrezzature ben pagate, i poveri e in nullafacenti perché prendevano da subito la paga del soldato, da bere all’osteria, che sarebbe stata integrata con le razzie in territorio nemico. Nel giro di un mese tutto era pronto per sferrare l’attacco all’odiato Fermo e i soldati erano pronti a scannare uccidere e rubare nel paese nemico. La spedizione partì la mattina del 15 settembre prima del sorgere del sole. Il piccolo esercito seguiva un sentiero nascosto alle vedette fermane che passava tra boschi e ritani prima in territorio petritolese fino alla frazione di Torchiaro e poi in territorio fermano da Ponzano in poi. Non appena in territorio nemico la schiera procedeva con l’accerchiamento silenzioso delle case isolate dei contadini, si sorprendevano i nemici nel sonno e se facevano resistenza si passavano per le armi, altrimenti si mettevano su un carro ben legati ed i servi li portavano in territorio petritolese come potenziali ostaggi. Quanto c’era da mangiare e da bere veniva subito introdotto nei capaci stomachi degli armati. I polli, le mucche, gli asini, le oche venivano condotti in un recinto in attesa che il consiglio decidesse a chi darli. Gli attrezzi agricoli erano di chi se li prendeva. La marcia durò tre ore e quindi la schiera allegra per le libagioni del vino altrui giunse in vista delle mura di Fermo nei pressi di Caldarette. Qui erano allo scoperto. Non appena i difensori videro il drappello chiusero le porte della città e si disposero alla difesa. Ma l’attacco era inaspettato e le difese erano di poche decine di armati perché, per la crisi economica, era stata ridotta la schiera dei difensori e l’esercito era stato praticamente disperso. Le forze petritolesi quindi erano soverchianti e in breve ebbero ragione dei pochi difensori di una delle porte. Entrati in città cominciarono subito a dare fuoco alle case dopo una sommaria spoliazione finché giunsero ai palazzi dei nobili e del governo. Qui la piccola guarnigione a difesa non tentò neppure di combattere, ma si diede a precipitosa fuga verso le campagne. Entrarono i 500 petritolesi nei palazzi ed il comandante dette l’ordine di trovare l’oro subito perché entro sera si doveva trovare a casa “per cose urgenti”. I palazzi furono frugati da cima a fondo, ma si trovarono solo le poche monete d’oro nelle casse dell’assessore ai tributi che aveva incassato il giorno prima la tassa sul focatico. Si diffuse la voce che l’oro era stato nascosto e quindi cominciò la ricerca con i soliti metodi della guerra: si prendeva chi capitava e se non diceva dove era l’oro si uccideva sul posto. Naturalmente ne risultò una strage degli innocenti perché l’oro veneziano o saraceno non era mai esistito e a Fermo erano tre anni che si consumava il capitale pubblico per andare avanti. Anzi già il Comune aveva contratto debiti con alcuni notabili per spese urgenti per opere di difesa, dopo il crollo per le piogge di una parte delle mura castellane. Quando a Fermo cominciò ad essere troppo caldo per gli incendi appiccati ed i carri per le razzie furono pieni, i petritolesi tornarono a casa. Fu una vittoria mutilataperché in tutto aveva fruttato pochi materiali e attrezzi e pochi prigionieri che furono subito rilasciati per non dover spendere per nutrirli. Animali per gli agricoltori pochissimi in rapporto alla dimensione della spedizione. E c’era un altro problema: sicuramente i fermani avrebbero tentato una vendetta e quindi occorreva tenere in piedi l’esercito a non fare nulla e pagare i soldati e loro armi. Dopo due anni il Confaloniere venne preso in un agguato dai fermani e decapitato. I petritolesi non si occuparono minimamente della questione se non per cercare di ottenere la pace dai vicini ed evitare ritorsioni facendo ricadere tutte le responsabilità sul capo del governo. Nota al racconto Questa storia serve per esemplificare il sistema economico che si è sviluppato fino alla seconda guerra mondiale (e oltre). I governanti in caso di difficoltà economica o per squilibri all’interno del loro paese investono in armamenti ed attività connesse a spese dell’erario. In questo periodo l’economia va a gonfie vele trainata dal debito pubblico. I più poveri colgono l’occasione per arruolarsi con la prospettiva di migliorare la propria posizione sociale con un fortunato bottino di guerra. Alla fine con i saccheggi, l’assoggettamento del nemico e di tutta la sua economia ci si attende un sostanzioso vantaggio economico con ripianamento del debito. In caso di perdita oltre a dover ripianare il debito il paese è costretto a pagare i danni causati dalla guerra con peggioramento del livello di vita medio degli abitanti. Naturalmente non per tutti: chi ha finanziato la guerra è in grado di farsi pagare, magari con dilazioni, e riceve comunque un utile anche in caso di sconfitta. Il sistema è dispendioso ed è stato applicato fino alla seconda guerra mondiale (e talora anche dopo). Aveva una frequente probabilità di dividere, come in questo caso, il danno tra vincitore ed vinto. Per questi problemi l’economia di guerra è in corso di abbandono. Inoltre un’analisi di costi benefici pone questo schema al vertice dell’inefficienza economica. Basti pensare alla quantità di materiali che si costruiscono e che si distruggono senza nessun recupero e che non hanno contropartita di introito economico. Ad esempio se si costruisce una bomba, questa dopo che è esplosa è costata e non ha dato utili, anzi può aver distrutto beni mobili o immobili che sono certamente onerosi da riprodurre. Il danno maggiore tuttavia è quello legato alle vittime dei conflitti che sono una perdita fisica non ripristinabile, ma anche economica in quanto le guerre cancellano persone in grado di dare un contributo alla società con il lavoro, lo studio, la cultura. La perdita economica relativa non è quantificabile facilmente, ma è la maggiore perdita per la nazione in guerra unitamente allo straniamento dei soldati, già cittadini, a cui di colpo si danno ordini che aboliscono alcuni principi fondamentali della civiltà quali in particolare: non rubare e non uccidere. E’ questo un esempio di come il relativismo culturale non sia sinonimo di libertà, ma piuttosto una pesante costrizione da cui è difficile difendersi per la propaganda interessata di chi lo propugna.

9 ott, ’07, 5:39 p.

L’economia tradizionale ovvero il sistema bellico.

 

Sinossi

Racconto storico ambientato nella Marca del 1100 per esemplificare come in una Città Stato si sviluppa ed evolve ’economia tramite lo strumento della guerra. A ben guardare lo schema economico, a parte la sanguinarietà considerata fatto ordinario, è molto simile a quello attuale dove si spacciano per benevolenza azioni più o meno legali. Sono rappresentati tutti gli attori della moderna economia: politici, mercanti, giornalisti, militari, finanzieri, capitalisti, proletari e “quant’altro”. Si lascia al lettore di individuarne il parallelismo. Attori: il libero Comune di Petritoli ed il libero Comune di Fermo. L’anno: il 1113.

 

L’estate del 1113 era stata per il Comune di Petritoli molto produttiva in termini di raccolto. La produzione di paglia era stata abbondante e quella del grano aveva raggiunto la media di 25 quintali per ettaro grazie alla stagione favorevole che faceva il paio con quella dell’anno precedente che aveva permesso una vendemmia superiore alle medie del secolo.

 

Gli artigiani del paese erano scontenti perché potevano costruire e vendere solo pochi strumenti in legno di olmo e pochissimi in ferro. La circolazione del denaro era limitatissima.

A quell’epoca si mormorava di una cassa di monete antiche d’oro nelle cantine del vecchio nobile e scorbutico Manfredo Masnadieri che faceva usura in barba alle scomuniche ecclesiastiche. Si diceva in paese che l’origine dei beni del nobile fosse dovuta alla scorreria di trent’anni prima contro Fermo e che quell’oro sarebbe stato sottratto in una casa nobiliare durante la guerra e la sconfitta dell’odiato Comune rivale.

Nel frattempo si svolgevano le feste del raccolto. Da una parte c’erano i contadini che con i proprietari terrieri celebravano il buon andamento dell’annata; dall’altra gli artigiani, che si ritenevano di classe superiore ai contadini, contavano i magri guadagni per la vendita dei servizi e degli attrezzi agli agricoltori.

Ma i più scontenti erano quelli che vivevano in paese al servizio dei “signori” perché per questi c’erano solo vitto e alloggio e l’impossibilità di avere una casa propria. Vivevano in genere ai piani terra delle case signorili in ambienti spogli e con letti di foglie di grano saraceno.

Il Confaloniere che veniva eletto dai notabili del paese era preoccupato. La sua rielezione poteva essere messa in forse dal fatto che gli interessi economici degli artigiani non ricevevano adeguato sostegno. Gli artigiani non erano elettori, ma erano amici dei notabili e questi erano seccati dalle lamentele che dovevano sentire tutte le volte che si presentavano a pranzo presso di loro. Era infatti tradizione che i ricchi del paese facessero grandi tavolate all’ora di desinare a cui tutti erano invitati. Tutti per modo di dire perché i servi dovevano mangiare in cucina ed i poveri non osavano presentarsi. Alla mensa partecipavano guardie, artigiani, i preti della parrocchia del notabile e tutta la schiera dei mezzani, intermediari, mercanti, faccendieri e sfaticati del Paese.

Il Confaloniere Don Filippo Mezzocchi aveva una riunione del consiglio a fine settembre e non intendeva ricevere il benservito a favore di un giovane cadetto della famiglia dei Saracchi che aveva molte terre e gestiva l’ammasso del grano.

Chiamò quindi nella sala riservata del Comune il suo fido consigliere Mario Aguzzi e gli espose il problema.

–        Mi sembra assurdo che quando le cose vanno bene debba essere messo da parte; solo dieci anni fa sono venuti a pregarmi di fare il Confaloniere perché sapevano che avrei saputo trattare i danni di guerra con Fermo dopo la sciocca spedizione della primavera del 1103. Il mio predecessore per la fame dovuta alla carestia aveva fatto quella specie di assalto a Ponzano per prendere il grano e la farina senza sapere che i fermani ci stavano aspettando e che a Ponzano avevano meno grano di noi.

Il consigliere era un astuto contadino di nascita, che aveva assassinato il padrone e fatto ricadere la colpa sulla moglie di questi. Don Filippo l’aveva scelto perché sapeva che poteva avere bisogno di una persona senza scrupoli in grado di usare sia il veleno, sia la daga e meglio ancora la lingua.

–        Padrone vi servirò io a puntino e per il prossimo consiglio sarete sugli scudi con una vittoria in mano. Lasciatemi fare

–        Bene, ma non voglio sapere altro.

Mario Aguzzi chiamò il suo servo Bortolotto ed insieme si recarono all’osteria come se volessero giocare la solita partita a carte.

Qui fingevano di discutere tra loro mentre seguivano il copione prestabilito.

Bortolotto: – Ho saputo da una serva dei Monaldi di Fermo che i soldati fermani con l’aiuto di quelli del porto di San Giorgio hanno rapinato una galea Veneziana arenata sugli scogli del Lido di Palme. Pare che abbiano ucciso tutto l’equipaggio e bruciato la nave dopo aver rubato un carico di due tonnellate di oro. L’oro è stato portato a fermo dal Confaloniere e diviso in parti uguali tra le tre famiglie nobili di Fermo.

Aguzzi: – non è vero, tu sei il solito imbroglione; ti metterò le mani addosso e ti farò sputare il sangue da quel figlio di ignota che sei. La nave era saracena e portava i frutti delle scorrerie delle nostre parti e l’oro era di sette tonnellate e non tre. I saraceni si sono salvati e sono andati ad insediarsi in un castello della costa dove si sono fortificati in attesa dei rinforzi dalla loro flotta. Presto attaccheranno Fermo per riprendersi il bottino.

Bortolotto: – No, continuò urlando a squarciagola per farsi sentire, sono i veneziani che stanno per attaccare Fermo quando hanno saputo della strage dei loro.

Le urla ovviamente attirarono l’attenzione di tutti gli sfaccendati del paese che quella sera stessa misero in giro una storia di carichi d’oro, debitamente aumentati, che si trovavano a Fermo e che presto sarebbero stati ripresi da una potenza straniera.

Non ci vollero nemmeno due giorni perché una folla di popolo chiamasse il Confaloniere dalla strada urlando: andiamo a Fermo e vendichiamoci dell’altra volta.

Don Filippo si mostrò sorpreso, come se non sapesse nulla, ma di fronte alla piazza non poté che promettere una riunione del consiglio di guerra dove i suoi avevano la maggioranza.

Il consiglio fu convocato per la stessa sera e chiamato con invito scritto.

Nel consiglio di guerra c’erano molti artigiani che all’idea che si dovesse attrezzare una spedizione erano felici pensando a quanto avrebbero guadagnato.

Perciò il consiglio di guerra fece la proposta al consiglio degli anziani di assaltare subito Fermo per prendere l’oro lasciando ai fermani l’onere della vendetta di quelli che erano stati da loro rapinati.

Il consiglio del libero Comune ratificò e così uscì l’editto che imponeva la formazione di un esercito e si approvò la spesa per 500 armigeri con relative dotazioni e salmerie.

La spesa doveva gravare sul bilancio dell’anno successivo. Intanto venivano firmati i crediti comunali agli artigiani, all’ammasso granario, ai produttori di vino e di pane.

Il debito corrispondeva ad ottanta bilanci annuali del Comune, ma in previsione di una vittoria sarebbe stato saldato entro pochi mesi.

Tutti erano felici: i contadini che vendevano i prodotti a prezzi maggiorati all’esercito, gli artigiani perché producevano in poco tempo moltissime armi ed attrezzature ben pagate, i poveri e in nullafacenti perché prendevano da subito la paga del soldato, da bere all’osteria, che sarebbe stata integrata con le razzie in territorio nemico.

Nel giro di un mese tutto era pronto per sferrare l’attacco all’odiato Fermo e i soldati erano pronti a scannare uccidere e rubare nel paese nemico.

La spedizione partì la mattina del 15 settembre prima del sorgere del sole.

Il piccolo esercito seguiva un sentiero nascosto alle vedette fermane che passava tra boschi e ritani prima in territorio petritolese fino alla frazione di Torchiaro e poi in territorio fermano da Ponzano in poi.

Non appena in territorio nemico la schiera procedeva con l’accerchiamento silenzioso delle case isolate dei contadini, si sorprendevano i nemici nel sonno e se facevano resistenza si passavano per le armi, altrimenti si mettevano su un carro ben legati ed i servi li portavano in territorio petritolese come potenziali ostaggi. Quanto c’era da mangiare e da bere veniva subito introdotto nei capaci stomachi degli armati. I polli, le mucche, gli asini, le oche venivano condotti in un recinto in attesa che il consiglio decidesse a chi darli. Gli attrezzi agricoli erano di chi se li prendeva.

La marcia durò tre ore e quindi la schiera allegra per le libagioni del vino altrui giunse in vista delle mura di Fermo nei pressi di Caldarette. Qui erano allo scoperto.

Non appena i difensori videro il drappello chiusero le porte della città e si disposero alla difesa.

Ma l’attacco era inaspettato e le difese erano di poche decine di armati perché, per la crisi economica, era stata ridotta la schiera dei difensori e l’esercito era stato praticamente disperso.

Le forze petritolesi quindi erano soverchianti e in breve ebbero ragione dei pochi difensori di una delle porte.

Entrati in città cominciarono subito a dare fuoco alle case dopo una sommaria spoliazione finché giunsero ai palazzi dei nobili e del governo.

Qui la piccola guarnigione a difesa non tentò neppure di combattere, ma si diede a precipitosa fuga verso le campagne.

Entrarono i 500 petritolesi nei palazzi ed il comandante dette l’ordine di trovare l’oro subito perché entro sera si doveva trovare a casa “per cose urgenti”.

I palazzi furono frugati da cima a fondo, ma si trovarono solo le poche monete d’oro nelle casse dell’assessore ai tributi che aveva incassato il giorno prima la tassa sul focatico.

Si diffuse la voce che l’oro era stato nascosto e quindi cominciò la ricerca con i soliti metodi della guerra: si prendeva chi capitava e se non diceva dove era l’oro si uccideva sul posto. Naturalmente ne risultò una strage degli innocenti perché l’oro veneziano o saraceno non era mai esistito e a Fermo erano tre anni che si consumava il capitale pubblico per andare avanti. Anzi già il Comune aveva contratto debiti con alcuni notabili per spese urgenti per opere di difesa, dopo il crollo per le piogge di una parte delle mura castellane.

Quando a Fermo cominciò ad essere troppo caldo per gli incendi appiccati ed i carri per le razzie furono pieni, i petritolesi tornarono a casa.

Fu una vittoria mutilataperché in tutto aveva fruttato pochi materiali e attrezzi e pochi prigionieri che furono subito rilasciati per non dover spendere per nutrirli. Animali per gli agricoltori pochissimi in rapporto alla dimensione della spedizione.

E c’era un altro problema: sicuramente i fermani avrebbero tentato una vendetta e quindi occorreva tenere in piedi l’esercito a non fare nulla e pagare i soldati e loro armi.

Dopo due anni il Confaloniere venne preso in un agguato dai fermani e decapitato.

I petritolesi non si occuparono minimamente della questione se non per cercare di ottenere la pace dai vicini ed evitare ritorsioni facendo ricadere tutte le responsabilità sul capo del governo.

Nota al racconto

Questa storia serve per esemplificare il sistema economico che si è sviluppato fino alla seconda guerra mondiale (e oltre).

I governanti in caso di difficoltà economica o per squilibri all’interno del loro paese investono in armamenti ed attività connesse a spese dell’erario. In questo periodo l’economia va a gonfie vele trainata dal debito pubblico. I più poveri colgono l’occasione per arruolarsi con la prospettiva di migliorare la propria posizione sociale con un fortunato bottino di guerra.

Alla fine con i saccheggi, l’assoggettamento del nemico e di tutta la sua economia ci si attende un sostanzioso vantaggio economico con ripianamento del debito.

In caso di perdita oltre a dover ripianare il debito il paese è costretto a pagare i danni causati dalla guerra con peggioramento del livello di vita medio degli abitanti. Naturalmente non per tutti: chi ha finanziato la guerra è in grado di farsi pagare, magari con dilazioni, e riceve comunque un utile anche in caso di sconfitta.

Il sistema è dispendioso ed è stato applicato fino alla seconda guerra mondiale (e talora anche dopo). Aveva una frequente probabilità di dividere, come in questo caso, il danno tra vincitore ed vinto. Per questi problemi l’economia di guerra è in corso di abbandono.

Inoltre un’analisi di costi benefici pone questo schema al vertice dell’inefficienza economica. Basti pensare alla quantità di materiali che si costruiscono e che si distruggono senza nessun recupero e che non hanno contropartita di introito economico.

Ad esempio se si costruisce una bomba, questa dopo che è esplosa è costata e non ha dato utili, anzi può aver distrutto beni mobili o immobili che sono certamente onerosi da riprodurre.

Il danno maggiore tuttavia è quello legato alle vittime dei conflitti che sono una perdita fisica non ripristinabile, ma anche economica in quanto le guerre cancellano persone in grado di dare un contributo alla società con il lavoro, lo studio, la cultura. La perdita economica relativa non è quantificabile facilmente, ma è la maggiore perdita per la nazione in guerra unitamente allo straniamento dei soldati, già cittadini, a cui di colpo si danno ordini che aboliscono alcuni principi fondamentali della civiltà quali in particolare: non rubare e non uccidere. E’ questo un esempio di come il relativismo culturale non sia sinonimo di libertà, ma piuttosto una pesante costrizione da cui è difficile difendersi per la propaganda interessata di chi lo propugna.

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Per iniziare

FRANKRAMSEY

Questo schema è inserito solo per avere un riferimento. Poiché nel seguito dovremo fornire delle regole, questo disegno ci occorrerà per chiarire alcuni punti essenziali per riconoscere chi opera realmente nel nostro interesse e chi per altri.

7 ott, ’07, 8:21 p.

 

 

 

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Questo schema è inserito solo per avere un riferimento. Poiché nel seguito dovremo fornire delle regole, questo disegno ci occorrerà per chiarire alcuni punti essenziali per riconoscere chi opera realmente nel nostro interesse e chi per altri.

 

 

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78.

FRANKRAMSEY

“Il modo di dire secondo cui il farsi rappresentazioni è soggetto al volere può essere fuorviante, perchè suscita l’apparenza illusoria che la volontà sia una specie di motore e le rappresentazioni siano ad esso collegate, così che esso le possa evocare, muovere, togliere di mezzo” (L.Wittgenstein. Osservazioni sulla filosofia della psicologia, Adelphi 1990) Questo Blog si ispira alle teorie scientifiche della conoscenza dei logici matematici Ramsey e Wittgenstein con l’intenzione di applicare le loro utility scientifiche alla formulazione di pareri personali sulle scelte economiche e quindi politiche di quanti usano ogni forma di comunicazione per formare e condizionare l’opinione pubblica.

7 ott, ’07, 6:45 p.

“Il modo di dire secondo cui il farsi rappresentazioni è soggetto al volere può essere fuorviante, perchè suscita l’apparenza illusoria che la volontà sia una specie di motore e le rappresentazioni siano ad esso collegate, così che esso le possa evocare, muovere, togliere di mezzo” (L.Wittgenstein. Osservazioni sulla filosofia della psicologia, Adelphi 1990)

Questo Blog si ispira alle teorie scientifiche della conoscenza dei logici matematici Ramsey e Wittgenstein con l’intenzione di applicare le loro utility scientifiche alla formulazione di pareri personali sulle scelte economiche e quindi politiche di quanti usano ogni forma di comunicazione per formare e condizionare l’opinione pubblica.

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