Andreatta, padre della stangata

16 Apr

Ripropongo un articolo del numero di Settembre 1982 di Alfabeta sul divorzio tra Bankitalia e Tesoro di un, allora, giovane economista, il prof. Augusto Graziani

(l’immagine è tratta dal sito di Keynesblog)

Andreatta, padre della stangata

Augusto Graziani

Chi volesse tentare una valutazione della politica economica del ministro del Tesoro Andreatta, sarebbe tentato di definirla:astuta sotto il  profilo tecnico, rischiosa dal punto di i vista economico, rovinosa nel suo contenuto politico. Da giovane, Andreatta scrisse un brillante saggio di teoria e tecnica monetaria. Lo intitolò Il governo della liquidità e lo dedicò a Guido Carli, allora Principe della Banca d’Italia, che lo lesse e se ne compiacque. Oggi, al timone dell’economia italiana, Andreatta comprova la sua ca-pacità di governare la liquidità. Ma il governare il tessuto produttivo e la struttura economica e sociale del paese si rivela cosa assai più complessa e insidiosa, ed i rischi di produrre guasti irreversibili sono assai maggiori.

Negli anni più recenti, il processo di ristrutturazione dell’industria italiana, iniziato ormai più di dieci anni or sono, ha compiuto un altro balzo in avanti. Un primo aspetto di questa trasformazione è ormai così noto che è sufficiente ricordarlo nei suoi termini più sintetici. La riduzione progressiva del peso della grande industria, il decentramento produttivo, lo sviluppo di medie e piccole imprese, il dilagare del lavoro indipendente, del lavoro a domicilio e del lavoro nero, hanno consentito al capitale industriale italiano non soltanto una riduzione sostanziale del costo del lavoro, ma anche l’acquisizione di un controllo del processo produttivo che l’avanzata sindacale di dieci anni or sono aveva seriamente ridotto.

È questo un processo certamente non ancora giunto al suo termine (nessun processo di trasformazione possiede un suo preciso termine finale): ma esso ha avuto modo di esplicarsi per un periodo sufficientemente lungo per poterne scorgere con chiarezza linee e contenuto. L’industria italiana si ritrova oggi con una struttura modificata nelle dimensioni tecniche (assai meno grandi impianti e molte unità minori in più), diversamente distribuita nel territorio (mai dimenticata l’antica concentrazione nel triangolo industriale, e intensamente industrializzate le regioni nordorientali e centrali), profondamente alterate le tecnologie (automazione spinta nei grandi impianti, uso sempre più diffuso dell’elettronica nelle imprese minori).

Tutto questo, come è stato tante volte messo in risalto, può essere interpretato come una grande manovra antisindacale, tendente a disperdere la forza lavoro, rafforzando il controllo padronale.

Vi è tuttavia un secondo aspetto della ristrutturazione produttiva, le cui linee sono emerse con chiarezza soltanto in tempi più recenti ed hanno quindi ricevuto finora minore attenzione. La trasformazione strutturale dell’industria italiana è stata accompagnata da una selezione progressiva di settori e mercati che l’ha condotta a concentrare le esportazioni verso i mercati europei

Questa vocazione europeistica è una tradizione antica della politica italiana, giustificata di volta in volta con argomentazioni di carattere politico, culturale, storico, sentimentale. Le sue radici risiedono probabilmente nell’inserimento internazionale del paese e sono frutto di scelte in parte libere in parte vincolate.

A stento, e con un certo sforzo, dopo la crisi petrolifera, le imprese italiane hanno cominciato a farsi strada nei mercati dei paesi Opec. Ma tuttora, la quota delle esportazioni italiane dirette ai mercati europei è una quota dominante, mentre le esportazioni verso l’area del dollaro conservano un peso sostanzialmente modesto. Ancora oggi, più della metà delle esportazioni italiane (il 53 per cento) è rivolta a destinazioni europee, mentre la quota diretta agli Stati Uniti è inferiore al 7 per cento e tende a contrarsi (dieci anni or sono toccava quasi il l0 per cento).

Che tutto questo sia stato in vari modi favorito e pilotato dalle autorità economiche è cosa che sarebbe difficile negare. Basti ricordare che, fra il 1973 ed il 1979, allorché venne praticato dai paesi occidentali un sistema di pagamenti internazionali a cambi flessibili, le autorità italiane manovrarono il corso della lira in modo da provocare una graduale,svalutazione nei confronti del marco tedesco, cercando al tempo stesso di tenere stabile o addirittura di rivalutare, la lira nei confronti del dollaro. Questa politica di cambi differenziati venne allora considerata di grande saggezza, in quanto, traendo vantaggio da un andamento dei cambi favorevole, le autorità riuscivano ad evitare che le importazioni, provenienti per lo più dall’area del dollaro, crescessero di prezzo, rendendo al tempo stesso le esportazioni italiane più competitive nei mercati europei.

Ma se sotto il profilo immediato, i risultati erano indubbiamente favorevoli, sotto il profilo strutturale la manovra del cambio favoriva ulteriormente la specializzazione delle esportazioni italiane verso l’area europea, e scoraggiava gli esportatori italiani nei confronti dell’area del dollaro.

La concentrazione delle esportazioni italiane verso l’area europea ha prodotto conseguenze negative che non possono essere trascurate. La conseguenza maggiore, e quella che merita più seria attenzione, è che l’industria italiana si è trovata a competere con strutture industriali tecnologicamente più avanzate, e quindi su mercati nei quali i prodotti italiani potevano affermarsi soltanto in virtù di prezzi più bassi, industrie d’avanguardia sotto il profilo tecnologico, come quella germanica, riescono a collocare i propri prodotti in ragione della novità e della tecnologia in essi incorporata.

Industrie come quella italiana, allorché si trovano ad agire in mercati come quello europeo dominati da strutture industriali più avanzate, devono fare affidamento sul basso costo del prodotto.

Infatti, nell’ultimo decennio la quota di prodotti innovativi collocati dall’Italia nei mercati della Germania Federale è caduta dal 9 per cento al 6 per cento mentre è cresciuta dal 22 per cento al 24 per cento la quota di esportazioni tradizionali.

Ecco dunque che, riaffermando l’orientamento delle esportazioni italiane verso i mercati europei, si è prodotta un’esigenza precisa, quella di puntare non già sull’avanzamento tecnologico bensì sulla continua riduzione dei costi.

Riduzioni di costo possono essere ottenute sia aumentando i prezzi a parità di salari monetari, sia aumentando la produttività del lavoro (si potrebbero anche ridurre i salari monetari a parità di prezzo, ma questa via è meno agevole da percorrere.). Fra queste strade, gli imprenditori italiani nel corso degli anni settanta, hanno scelto di preferenza la seconda.

Il grande processo di ristrutturazione cui abbiamo detto in precedenza, è servito non soltanto e non tanto a ridurre il costo monetario del lavoro, quanto ad accrescerne la produttività attraverso una maggiore intensità del lavoro, un allungamento degli orari, un uso maggiore degli straordinari, una più ampia mobilità fra reparti e fra mansioni, e via dicendo.

Se negli anni settanta, gli imprenditori italiani hanno puntato tutta la loro attenzione sul problema della ristrutturazione come mezzo per accrescere il rendimento della forza lavoro, essi hanno mostrato invece interesse molto minore per la compressione del costo monetario del lavoro.

Sul terreno del salario monetario, gli imprenditori italiani degli anni decorsi, si mostravano assai più cedevoli, sapendo di poter contare su meccanismi compensativi. Ogni aumento del costo monetario del lavoro poteva essere compensato prontamente da un aumento dei prezzi ed ogni aumento dei prezzi interni veniva con altrettanta prontezza seguito da una svalutazione esterna della lira, in modo che le esportazioni italiane non ne venissero danneggiate.

Questa spirale sistematica di aumento dei prezzi, aumento dei salari, e svalutazione della lira finiva con il rendere gli imprenditori italiani insensibili al problema del costo monetario del lavoro, problema che ai loro occhi appariva come meramente nominalistico.

Tutti ricordano che, quando si cominciò a discutere di riforma della scala mobile, nel mezzo della polemica, nel maggio del 1981, giunse dagli Stati Uniti un articolo di Franco Modigliani, autorevole mentore d’oltre oceano, il quale ammoniva appunto gli esperti italiani che si affannavano a ideare meccanismi di scala mobile non inflazionistici, ricordando che il problema autentico non era quello di ridurre il costo monetario del lavoro, bensì quello di aumentarne la produttività.

Con questo intervento, Modigliani interpretava correttamente lo stato d’animo degli imprenditori italiani di allora, tutti tesi a riconquistare il controllo della forza lavoro, e disattenti invece sul terreno delle grandezze monetarie.

Dopo di allora, la discussione si è trascinata stancamente, nell’idea che la spirale prezzi-salari-cambi esteri dovesse rompersi partendo da una stabilizzazione dei salari o dei prezzi interni. Ma poiché la stabilizzazione dei prezzi avrebbe dovuto essere realizzata dagli imprenditori e poiché gli imprenditori non avevano alcun interesse immediato a realizzarla, potendo contare sulle svalutazioni ricorrenti della lira, non vi è da stupirsi che la spirale abbia proseguito senza posa.

Infatti la svalutazione della lira è continuata anche dopo, l’entrata in vigore del Sistema monetario europeo: si può calcolare che dal marzo del 1979 a oggi, sommando le svalutazioni della lira e le rivalutazioni del marco, la lira si sia svalutata rispetto al marco non meno del 20 per cento.

La linea del ministro Andreatta ha tentato per la prima volta di capovolgere la situazione. La tesi di Andreatta è stata fin dall’inizio che la spirale prezzi-salari-cambi dovesse essere interrotta non già a partire dalla stabilizzazione dei prezzi interni, bensì a partire dalla stabilizzazione dei cambi esteri.

Per sua convinzione, Andreatta è stato sempre contrario alla svalutazione della lira, manovra che, a suo avviso, e non soltanto a suo avviso, alimenta inesorabilmente l’inflazione, ed è sempre stato incline ad operare invece una politica di stabilità dei cambi esteri, o addirittura di rivalutazione della lira, nella convinzione che per questa via si possa ridurre il costo delle importazioni e stabilizzare anche i prezzi interni.

È cosa nota del resto che in tutte le trattative comunitarie, Andreatta si è sempre espresso contro le svalutazioni ed ha accettato di svalutare la lira soltanto nei limiti in cui vi è stato costretto.

Da quando è diventato ministro, Andreatta si è quindi messo all’opera per stabilizzare anzitutto i cambi esteri. La manovra non si presentava facile sotto il profilo tecnico; anzi, stabilizzare il valore esterno della lira mentre l’inflazione italiana continuava a superare di gran lunga l’inflazione europea poteva parere una manovra perdente in partenza.

Per sostenere il valore esterno della lira, Andreatta non ha esitato a fare ricorso ad un indebitamento estero crescente cercando al tempo stesso di comprimere le importazioni con una manovra monetaria restrittiva.

E’ accaduto così che, nonostante l’intenzione e nonostante il disavanzo della bilancia commerciale, la svalutazione della lire è-stata assai ridotta. Non. poche voci autorevoli, ivi compresa quella del Direttore generale del Tesoro Sarcinelli, si sono levate a recriminare il livello eccessivo dell’indebitamento che nel 1981 ha raggiunto i 41000 miliardi di lire,superando il 10 per cento del prodotto interno lordo (nel 1980 non  raggiungeva il 7 per cento).

Ma prima di recriminare occorre rendersi conto del fatto che questo indebitamento non rappresenta un obiettivo bensì uno strumento, il cui scopo finale dovrebbe essere quello di stabilizzare anche il livello dei prezzi interni. Quello che va se mai sottolineato è la manovra politica con la quale il governo è riuscito a procurarsi tanto credito e tanta fiducia nei  mercati finanziari internazionali: una manovra fatta di lotta al terrorismo, di repressione, di demonizzazione del sindacato, che evidentemente alla finanza mondiale deve essere piaciuta molto.

La politica di Andreatta ha riscosso un primo palese successo, non definitivo, ma certamente significativo.

Mentre, in passato, come abbiamo detto, gli imprenditori italiani erano stati poco attenti alle grandezze monetarie, oggi la loro posizione ha subito un capovolgimento completo.

Gli imprenditori si sono trovati improvvisamente stretti da un cambio estero assai meno flessibile del previsto che ha impedito loro di compensare con la svalutazione gli aumenti dei prezzi. Al tempo stesso essi si sono trovati a corto di liquidità in virtù di una politica di restrizioni creditizie che, sotto il governo di Andreatta, ha assunto per la prima volta toni seri e concreti.

In passato, le così dette strette creditizie si riducevano ad un aumento dei tassi di interesse senza restrizione simultanea della base monetaria. E’ vero che in teoria le due cose dovrebbero operare l’una a ruota dell’altra: un aumento dei tassi di interesse dovrebbe indurre le imprese a ridurre il loro indebitamento, riducendo per questa via la liquidità dell’intera economia.

Ma se gli imprenditori possono contare su una espansione della quantità di moneta, anche di fronte ad un aumento dei tassi di interesse essi non hanno alcuna ragione di ridurre la propria attività.

Essi cercheranno al contrario di compensare l’aumento dei tassi di interesse e l’aumento dei costi che esso induce, mediante un aumento dei prezzi e, se le autorità monetarie, aumentando la quantità di moneta, fanno in modo che tale aumento possa realizzarsi davvero, tutto si risolve in un’ondata di inflazione.

L’aumento dei tassi di interesse, che le autorità monetarie italiane hanno presentato tante volte come manovra di stabilizzazione, si è tradotto infatti altrettante volte in un contributo all’accelerazione dell’inflazione. Per la prima volta, Andreatta, fidandosi poco delle ricette da manuale e facendo assegnamento sul suo fiuto concreto, ha capovolto la situazione ed ha agito direttamente sulla quantità di moneta, operando una stretta creditizia in piena regola. La base monetaria, che nel 1978 era arrivata a crescere del 25 per cento, negli ultimi due anni è cresciuta appena del 13 per cento.

Uno strumento rigoroso utilizzato in questa direzione nel 1981 è stato il deposito infruttifero a fronte di pagamenti esteri, che da solo ha operato una distruzione di base monetaria di 3.800 miliardi.

Gli imprenditori italiani si sono trovati dunque stretti in una tenaglia. Da un lato, l’aumento dei prezzi diventava sempre più difficile perché le autorità monetarie non erano più disposte a finanziarlo mediante aumenti della liquidità; dall’altro, nella misura in cui era ancora possibile accrescere i prezzi, l’operazione si traduceva in una perdita netta di competitività nei mercati esteri. Per gli imprenditori italiani è quindi diventato urgente comprimere il costo monetario del lavoro.

Il voltafaccia degli imprenditori sul  terreno del salario monetario non si è  lasciato attendere. Come tutti sanno, il 1° giugno la Confindustria ha denunciato l’accordo sulla scalamobile del 1975 (lo stesso accordo che era stato raggiunto dopo una trattativa distesa, condotta dall’allora presidente Gianni Agnelli); alla fine dello stesso mese. con una procedura un tantino più travagliata, anche le imprese a partecipazione statale, attraverso l’Intersind. prendevano la stessa decisione.

Sul terreno della politica salariale. Andreatta, nel giro di pochi mesi, ha convertito gli imprenditori italiani da avversari in alleati. L’auspicio da lui espresso nel febbraio di quest’anno a Bruxelles, all’indomani della sospensione della scala mobile in Belgio, di poter presto celebrare il requiem anche per la scala mobile italiana, l’ultimo meccanismo di indicizzazione europeo, acquista ora maggiori probabilità di realizzazione concreta.

La politica monetaria restrittiva del ministro del Tesoro ha creato vincoli non indifferenti sul terreno del debito pubblica Qui la linea di Andreatta si ispira a due esigenze diverse, ma nel concreto convergenti. La prima, già ricordata, è quella di ridurre la liquidità del sistema economico; in Omaggio a questa esigenza, le autorità hanno tentato di ridurre la quota del disavanzo pubblico finanziato attraverso il ricorso all’istituto di emissione, cercando invece di accrescere la quota del disavanzo coperta dal gettito fiscale o da emissione di titoli collocati  regolarmente sul mercato.

Questo così detto divorzio fra Banca d’Italia e Tesoro è stato accompagnato, sempre nell’intento di ridurre la creazione di liquidità ad opera del tesoro, dalla pratica di emettere titoli anche per finanziare i pagamenti per interessi, il che, nei limiti in cui riesce, equivale a pagare gli interessi sul debito pubblico in titoli anziché in moneta. Ne sono scaturiti due effetti inevitabili, e per ciò stesso previsti: che le emissioni lorde di titoli del debito pubblico sono rapidamente cresciute, ma che al tempo stesso la creazione di liquidità ad opera del Tesoro si è ridotta.

Mentre l’indebitamento del settore statale fra il 1978 ed il 1981 è passato dal 62 per cento al 65 percento del prodotto interno lordo, il ricorso netto al mercato mediante emissione di titoli e di buoni ordinari del Tesoro è sceso dal 9,2 per cento al 7,9 per cento. Il castello di debito pubblico che, per le sue dimensioni crescenti, fa inarcare il sopracciglio dei puristi della finanza pubblica, una volta analizzato nelle sue dimensioni effettive si rivela per  un castello di carta e le sue conseguenze sulla creazione di liquidità appaiono del tutto inconsistenti.

La seconda esigenza che spinge il ministro del Tesoro a vedere con favore una riduzione della spesa pubblica riveste contenuto assai diverso e si connette ad obiettivi di carattere politico. Andreatta appartiene a coloro che apprezzano le virtù del mercato più di quelle dell’intervento pubblico, che considerano la spesa pubblica un pericoloso veicolo di corruzione e di clientelismo. La sua adesione sul terreno politico ai tentativi di rifondazione della Dc lo conducono, sul terreno economico, ad una politica di severo controllo delle uscite pubbliche. Può darsi che questa posizione sia assunta in piena buona fede; il suo realismo, come diremo fra breve, non può non destare seri dubbi.

Gli interrogativi suscitati da una linea tecnicamente e politicamente così complessa sono numerosi. Proviamo ad enumerarli:

1) Primo quesito: la manovra stabilizzatrice di Andreatta, che esige una stabilizzazione del cambio prima di avere stabilizzato i prezzi, implica come ingrediente tecnico necessario un gravoso indebitamento estero. Ammesso che la manovra riesca e che la stabilizzazione monetaria venga raggiunta davvero, come verrà rjpagato il debito contratto? La via classica sarebbe, una volta raggiunto l’obiettivo della stabilizzazione, di proseguire nella deflazione, in modo da tenere le importazioni al di sotto delle esportazioni per un periodo sufficiente a ripagare il debito estero.

Non si direbbe però che il ministro del Tesoro, uomo di fertile fantasia economica e finanziaria, voglia battere una strada così scolastica e culturalmente piatta, addossandosi per di più, lui che si è sovente dichiarato keynesiano, un marchio di monetarista infame..

Una seconda strada potrebbe essere quella di portare la manovra di stabilizzazione al di là dell’obbiettivo dichiarato, riducendo il tasso di inflazione italiano addirittura al di sotto di quello europeo, in modo da arrivare ad una rivalutazione della lira che riduca in misura consistente l’onere del debito estero. Sarebbe una via elegante, ma rischiosa quanto una puntata alla roulette.

Sembra più probabile che il ministro pensi ad una terza via, che egli stesso ha già cominciato a coltivare, che è quella di convertire gradualmente il debito esterno in debito a lungo termine e in partecipazioni azionarie favorendo l’ingresso di capitale straniero nell’industria italiana. In tal modo, l’industria italiana, dopo essersi indebitata per ragioni urgenti ma transitorie, salderebbe i propri debiti vendendo nel mercato internazionale brandelli del proprio patrimonio. Quale modo migliore per riconfermare la propria fede nell’integrazione internazionale?

2) Secondo quesito: supponendo che i problemi monetari trovino soluzione, che dire delle trasformazioni strutturali impresse all’apparato produttivo? Qui il giudizio è davvero fosco. L’ortodossia europea non solo trasforma l’industria italiana in un apparato privo di ambizioni tecnologiche, ma la rende anche legata alle vicende economiche e valutarie della Cee. La politica valutaria italiana ha dato i suoi frutti quando la lira è riuscita a muoversi tra marco e dollaro lungo il sentiero più favorevole; ma nessuno garantisce che questa situazione possa riprodursi in avvenire.

Oggi, ad esempio, ci troviamo a navigare in acque tutte diverse: rispetto al marco la lira tende a restare stabile, mentre l’ascesa irresistibile del dollaro la costringe a svalutarsi verso la moneta statunitense.

Qui vengono inesorabilmente al pettine i nodi di una politica industriale a senso unico. Se le esportazioni italiane fossero state consapevolmente orientate verso tutti i mercati mondiali, se l’area del dollaro fosse stata coltivata con adeguata penetrazione commerciale, se, alla stregua della Germania o del Giappone, anche gli esportatori italiani fossero presenti in tutti i mercati, la rivalutazione del dollaro verrebbe oggi come un’occasione d’oro offertaci spontaneamente dagli Stati Uniti, per espandere le esportazioni italiane nell’area del dollaro, e potrebbe quindi rappresentare un evento favorevole. Viceversa, dopo anni ed anni di passione europea, l’industria italiana si trova nell’impossibilità di sfruttare l’occasione favorevole, e la rivalutazione del dollaro si abbatte sul paese come una tempesta, che accresce spaventosamente il costo delle importazioni, senza darci nulla o quasi nulla in cambio.

Ecco quindi che, di fronte a un dollaro che punta senza sosta verso l’alto, le autorità economiche sono costrette a correre ai ripari, senza sapere più quali strumenti escogitare per comprimere le importazioni, e con esse la produzione e l’occupazione.

3) Terzo quesito: se sul fronte internazionale l’industria italiana è davvero collocata male, sul fronte interno la situazione rischia di essere ancora peggiore, sul piano degli squilibri territoriali.. Le regioni del Centro-Nord sono avviate a raggiungere un loro equilibrio, basato sulla diffusione territoriale della media industria, su di una utilizzazione intensa della forza lavoro attraverso il decentramento produttivo e la diffusione del doppio lavoro, e senza più fare ricorso come in passato a mano d’opera di importazione (l’immigrazione nelle regioni del Centro Nord è ormai limitata a quella forma di occupazione che la mano d’opera locale tende a rifiutare).

Del tutto opposta la situazione del Mezzogiorno. Qui il venir meno della grande industria ha ulteriormente ridotto quelle poche isole di occupazione stabile che l’industrializzazione degli anni sessanta aveva creato; al tempo stesso, l’arresto dell’emigrazione, sia verso le regioni del Nord che verso gli altri paesi europei, aggrava ulteriormente la situazione del mercato del lavoro.

Le prospettive del Mezzogiorno non sono mai state così tetre, e a giudicare dalle linee di azione che sembrano emergere si direbbe che la classe responsabile non si sia ancora resa conto della gravità del problema.

Una prima linea è quella di conservare il Mezzogiorno nel suo stato di enorme riserva di disoccupati, utilizzando le forme già in atto di sussidi palesi e larvati che la spesa pubblica fornisce, per tenere il reddito ad un livello accettabile, e utilizzando al tempo stesso il collaudato sistema clientelare democristiano per controllare l’equilibrio politico.

Una linea tranquilla, questa, che vanta ripetuti successi nel passato, e che non può riscuotere il consenso dei ceti dominanti del Sud. E però una linea che si pone in conflitto totale con gli ideali di restaurazione del mercato e di riduzione della spesa pubblica clientelare che, stando alle dichiarazioni ufficiali, ispirerebbero gli attuali ministri responsabili.

Una seconda linea è quella di trasformare gradualmente il Mezzogiorno sussidiato in Mezzogiorno produttivo utilizzando la forza lavoro del Sud come riserva di lavoro nero. Sarebbe questa una linea di sviluppo industriale che ripeterebbe il tentativo di industrializzazione accelerata degli anni sessanta, con la differenza sostanziale che, mentre allora si puntò sui grandi impianti e sull’azione dell’industria pubblica, oggi si punterebbe sul lavoro disperso e sull’iniziativa privata.

Questa seconda linea conta appoggi concreti fuori del Mezzogiorno: le regioni del Centro-Nord vi scorgono un modo per proseguire nel proprio sviluppo senza ulteriori importazioni di mano d’opera, utilizzando il lavoro del Sud come prolungamento decentrato dell’industria settentrionale È chiaro d’altro canto che una soluzione simile per tradursi in realtà, dovrebbe ottenere consensi non soltanto dall’esterno ma anche all’interno del Mezzogiorno, il che richiede una molto più sottile opera di mediazione fra industria del Nord e notabilato locale.

Non si può escludere che i vertici del potere economico e politico, rappresentati dalla Confindustria e dalla Dc nelle persone di Merloni e di De Mita puntino proprio ad un compromesso di questa natura.

Nell’uno come nell’altro caso, la classe lavoratrice del Mezzogiorno, ridotta al rango di popolazione sussidiata o a quello di mano d’opera disgregata verrebbe cancellata dalla scena  politica del paese, mentre le ormai tradizionali e sempre risorgenti figure della borghesia di stato troverebbero ancora una volta sostegno e conferma..

È proprio qui, in questa posizione di antimeridionalismo convinto, che la politica monetaria di Andreatta e la politica industriale di Merloni trovano il loro punto di più solida saldatura.

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