L’oliva di Eric Baume – La situazione greca è un ricorso della storia?

6 Feb

Lapide ad Armando RizzenteNon so se questo testo sia coperto ancora da copyright, e non saprei a chi chiedere l’autorizzazione per ripubblicare questo racconto di Eric Baume che descrive la morte per fame a cui venne sottoposta la popolazione greca dall’occupazione germanica  durante la seconda guerra mondiale.

Lessi questo testo dalla rivista “Il Mese” pubblicata clandestinamente in Italia dagli Alleati per darci informazione gelosamente nascoste dal regime nazi-fascista perché era nella biblioteca di mio padre che lo acquistava con pericolo personale, anche se questo certamente non era il maggior pericolo che avesse corso come antifascista.

Considero importante riportare questo brano per far sapere, a chi legge, come la concezione etica del nazismo sia ancora perdurante e fortemente incisa nell’animo dei tedeschi che hanno oggi il potere e che questa mentalità sia in fase di esportazione anche nei  paesi che hanno combattuto questo scempio della concezione della morale laica. In sostanza si riscontra nel modo di pensare di questi politici che oggi stanno riportando alla fame la Grecia il principio che l’etica consiste nell’adeguarsi al modo di pensare e di agire comune della popolazione. Pertanto se, come accadde con il nazismo ed oggi accade con i principi del liberismo radicale comunemente praticato,  si convincono i cittadini che il popolo greco debba fare la fame e molti debbano morire prematuramente, ciò è eticamente corretto e chi si oppone è un populista o un asociale.

Ricordiamoci che il boia Priebke presentò proprio questo argomento a sua difesa e non si ritenne mai colpevole in quanto aveva eseguito quanto nella sua terra era considerato eticamente corretto.

Se l’unione europea è un ritorno al nazifascismo occorre opporsi a questa come hanno fatto le persone illuminate che spesso per questo hanno perso la vita.

Come annotazione a sostegno del fatto che questa politica è assolutamente irrazionale ricordo che Wittgenstein, all’epoca fuggito dall’Austria per salvarsi dal quel suo compagno teppista della scuola elementare- Hitler-, inseguì con un attizzatoio Popper in una riunione dell’Aristotelian Society perché le idee che aveva espresso comportavano severi errori di logica e giustificavano proprio chi lo voleva uccidere solo perché non si era adeguato alla concezione socio-economica del nazismo.

Questo è il racconto:

ERIC BAUME

L’oliva

Da Modern Reading (Ristampa autorizzata degli Editori Wells, Gardner, Darton & Co. per Il Mese – London The Fleet Street Press- Febbraio 1944)

Gli idrovolanti britannici da Brindisi e da Creta usavano ormeggiarsi alle boe, vicino alla sua casupola.

D’estate, dopo la scuola, il ragazzo faceva invariabilmente tappa sull’assolata litoranea percorsa dai tranvai che portavano dal Pireo ad Atene. Appoggiato al muricciolo osservava, la risacca, le brevi onde increspate che dalla lontana Milo mormoravano nel risucchio, misteriose. Sapeva, il ragazzo, che alcune di quelle onde avevan lambito la galèa di Giasone, che altre s’erano allontanate veloci dalle sabbie di Creta per sfuggire al Minotauro.

Sapeva queste cose ed altre, perché Anacreonte Leonida, il suo maestro, gliele aveva pazientemente raccontate e gli aveva persino regalato una cartolina illustrata con l’immagine del Monte Ida incappucciato di neve.

Quando i brividi d’autunno scendevano dalle montagne albanesi e il cielo si faceva buio sul mare d’Egitto, il ragazzo contemplava le plumbee nuvole che navigavano sul golfo, varcando lente le colline dell’istmo di Corinto per poi stendersi ampie sull’Acropoli, oscurando cielo e marmi. L’idrovolante si era ormeggiato.

E allora era una festa sedersi sul molo e udire gli inglesi parlare con quei suoni gutturali quasi scimmieschi. Ridevano sempre, questi inglesi, il ragazzo lo ricordava, e gli regalavano tavolette di cioccolata che chiamavano “frai” o “ron-trii”, ed era cioccolata buona e dolce.

Avevan saputo che si chiamava Demetrio e lo avevano ribattezzato Demy, tutti, anche Alfos il cameriere di bordo.

Un giorno il suo piccolo amico Senofonte Servitopoulos, il figlio del vigile urbano, lo aveva accompagnato e gli inglesi avevan dato cioccolata pure a lui. Alla partenza dell’idro Demetrio, di buon mattino, era alla pensilina a salutarli prima ancora che arrivassero i torpedoni dall’albergo Gran Bretagna, un posto misterioso (gli raccontava sua madre che vi portava spesso la biancheria lavata) ove gli inglesi e gli americani pagavano trecento dracme l’una certe bibite strane.

Una volta Alfos lo aveva fatto salire a bordo e, in assenza del pilota, gli aveva mostrato la cabina di comando. Poi gli aveva regalato due scellini inglesi. Il giorno dopo, il maestro aveva spiegato a tutta la classe l’imponente valore di quella somma. Anche sua madre ne era rimasta impressionata, il che non l’aveva distolta, però, dal cambiare i due scellini in dracme. Il fatto memorabile si ricollegava nella sua memoria con le dieci olive “forestiere” che lui e la sorellina avevan ciascuno mangiate quella sera. Erano olive grosse, d’un ovale oscuro, immerse in un olio così denso che, ad immergervi un fiammifero (se l’avesse avuto), vi sarebbe rimasto dritto in piedi. Quella sera la madre gli aveva raccontato le meraviglie di Mirabella, il villaggio cretese donde era emigrata anni prima. Suo padre possedeva allora un branco di capre e lei, a quei tempi, non era così povera come lì, in quei dannati sobborghi di Atene. A Mirabella si mangiava l’avrolemono, la zuppa di uova e di limoni, e belle fette di carne al riso, e ci si vestiva di soffice lana d’angora che teneva caldo anche nelle notti gelate d’inverno sulle cime dei colli. Dieci olive . . . e si era coricato beato a fianco della madre sul duro pagliericcio, dal quale talvolta uscivan fili d’erba secca, duri come fuscelli, che gli solleticavano la schiena. Com’era cara sua madre! Quando ritornava da scuola Demetrio trovava sempre il piatto colmo sulla tavola. Un giorno avrebbe compiuto otto anni e allora se ne sarebbe andato a lavorare dallo zio Pietro nelle provincie del nord e avrebbe mandato a sua madre tanti regali e tanto cibo. E anche diamanti e oro e, perché no? pure un diadema, un diadema ricco e lucente, più bello di quello di Pope Chrysanthopoulos, che portava i riccioli impomatati e aveva l’alito cattivo.

Un mattino d’estate del 1942 Demetrio compì otto anni. Non v’eran regali, perché sua madre era ammalata. Demetrio pensò: “Il giorno che se ne vanno farò io un bel regalo alla mamma.” Si alzò con fatica dal materasso stirandosi le membra come quando era piccolo.

Aveva otto anni, dunque era un uomo, dunque non aveva bisogno di lavarsi. Nessuno costringe gli uomini a lavarsi: gli uomini sono “grandi” e possono sputare in terra, come suo padre prima che morisse sotto le ruote di un’automobile. Suo padre, che al mattino quando si alzava di buon’ora rideva forte, sputava, e irradiava forza e allegria persino dai mustacchi; anche sua madre rideva, allora, perché ‘papà lavorava da sterratore con vanga e piccone, e aveva una paga fissa, e per questo sua madre stava a casa a cucinare e faceva il bucato soltanto per la famiglia.

Demetrio si chinò sulla mamma che respirava a fatica e aveva il viso grigiastro. Di tanto in tanto sospirava, con sospiri lenti e lunghi, un po’ sibilanti. Il ragazzo le portò dell’acqua e un pezzettino di pane nero spolverato di segatura. “Auguri per il compleanno, mamma. Per il mio,” aggiunse dopo un attimo di riflessione, e le porse il pane. La donna socchiuse gli occhi appannati.

Le labbra riarse succhiarono inconsciamente l’acqua, tanto che il liquido bagnò a rivoletti la pelle secca e scabra. Guardò il figlio e gli sorrise senza potergli parlare. Poi chiuse ancora gli occhi e sprofondò nel sonno greve. Demetrio le rincalzò la sudicia coperta e resse nelle sue la mano penzolante dal letto.

Fischiettò per un poco, bevette dell’acqua. Prese il pezzetto di pane (l’aveva trovato per istrada, vicino alla porta del Comando del 19° Fanteria Sassone) e lo pose con cura sul tavolino basso accanto al letto, di guisa che la madre potesse raggiungerlo senza fatica; poi fu assalito dai dolori, come il giorno prima. Cercò di analizzarli. Dopo tutto eran solo dolori che facevano un rumore come d’acqua che bolle e venivano su dall’addome gonfio e duro per la fame – anzi, come diceva lui, dalla sua “pancia di riccone”.

Un gemito lo scosse all’improvviso, perché fa male ad aver fame e le gambe stecchite erano indolenzite dal dover sorreggere un ventre così grosso. Smise di piangere. La madre respirava ora a intervalli irregolari e ad ogni respiro emetteva un breve sibilo. “Mamma,” esclamò, “che suono buffo stia facendo!”

Sorrise al pensiero di come si sarebbe divertita la sorellina, ma essa non c’era più; se ne era andata tanto tempo prima, avvolta in un lenzuolo bianco; se l’era portata via il Pope, e questo era successo subito dopo che i tedeschi avevano ammazzato il maestro “per niente”. “Proprio per niente,” diceva Demetrio, “proprio, e questo è il più strano.”

Dunque aveva otto anni ed era un uomo. “Non parlerò mai a un tedesco,” disse, mentre accarezzava la fronte scottante della madre.

“Non farò mai quello che ha fatto il padre di Lanthos. Sedere con quella gente, accettare da loro il cibo. . . .

Io, il cibo me lo posso trovare da me.

Se avessi avuto otto anni invece di sette, la mia sorellina avrebbe avuto da mangiare: glielo avrei procurato io.”

I dolori lo assalirono nuovamente e lo lasciarono così stremato di forze che dovette stendersi bocconi sul pavimento. Pianse sommessamente.

Sentiva come un coltello nel suo ventre e il coltello non se ne voleva andare. Si alzò e scese pianamente nella strada rumorosa e si avviò al muricciolo della litoranea.

*

Nelle acque del porto si dondolava alla fonda un idrovolante da Salonicco, dipinto con una svastica e croci nere in campo rosso. Demetrio, la faccia cadaverica, si appoggiò al muro perché il corpo lo martoriava. Ma aveva otto anni ed era un uomo, e gli piaceva osservare i meccanici che fissavano le boe, salutavano alla militare e battevano i talloni. Una volta aveva visto anche gli euzoni fare così, e le baionette avevan scintillato al sole mentre il Re li passava in rivista.

Il maestro Leonida aveva portato tutta la classe a una tribuna dello stadio oltre l’Acropoli e tutti avevan applaudito.

Vicino all’edificio dell’idroscalo due uomini trasportavano un tavolo all’aperto. Demetrio si sentiva leggero, più leggero dell’idrovolante e decise di avviarsi rasentando la palizzata. La sentinella tedesca non fece alcun movimento per fermarlo, anzi gli fece un cenno di saluto.

Demetrio non rispose. Vicino alla tavola vide un pezzo di spago. (I dolori all’addome non accennavano a diminuire.) “Adesso posso pescare.” Si curvò a terra, prese una pietruzza dal suolo e la legò allo spago; poi lanciò l’amo improvvisato nell’acqua, stendendosi sul muricciolo, in attesa del pasto che il mare gli avrebbe fornito a buon mercato.

Di lì a poco si’ addormentò.

*

Il colonnello Reichelmann e il capomanipolo delle S.S. Linkrober bevevano e mangiavano all’aperto immersi nel caldo sole del Mediterraneo. Mangiavano e bevevano generosamente, masticando a bocca piena, perché eran di partenza per Brindisi, e a Brindisi si mangiava malissimo, come il colonnello sapeva per esperienza personale. Cosicché, dando prova di previdenza e sagacia, durante il volo da Salonicco il colonnello aveva lanciato un radiomessaggio alla base ordinando zuppa di pollo, tre bottiglie di Chrono e un’anfora di olive sottolio. “Olio

più denso di quello per tingere le canne dei fucili, caro il mio capomanipolo. Un olio da fare andare in sollucchero perfino voi, damerini della Gestapo.” Resi allegri dalle bottiglie risero tutti e due. Il soldato scelto Hinz, attendente, rise anch’egli rispettosamente e pensò che le olive che sarebbero avanzate più tardi toccherebbero a lui, anche se il sapore della salsiccia ne avrebbe sofferto. I due ufficiali chiacchieravano e sputavano i noccioli oltre il muro. La guerra, naturalmente, e le complicazioni. Quei sovversivi di Brindisi‘ che davan fastidio.

Roba da poco, naturalmente; una diecina di fucilazioni e tutto sarebbe andato a posto. Un’oliva un po’ grinza emerse dall’anfora e Reichelmann meccanicamente la gettò.

Fece una parabola e cadde sulla testa di Demetrio: il ragazzo si svegliò.

Stava portandosi l’oliva alla bocca, ma la mano gli si fermò a metà.

Le gambe eran così deboli e il ventre “così pesante che dovette alzarsi lentamente e con estrema fatica. Strinse spasmodicamente il frutto nella mano scheletrica e cominciò a trascinarsi verso la sentinella, arrancando lungo il muro.

L’amo era caduto in acqua. Il colonnello vide il ragazzo. “Tempi duri per questi bimbi,” esclamò. La faccia del capomanipolo non mutò espressione. “Colonnello, siete troppo tenero.” “Oh, lasciamo perdere, lasciamo perdere,” replico il colonnello.

Nella casupola le mosche ronzavano. Mosche grosse, nere, dal corpo azzurro e peloso. Sotto all’umido calore che lo avviluppava tutto e che non riusciva a spiegarsi, Demetrio si scosse, stupito: s’era portato carponi sino a casa. “Ma forse volevo far così . . .. è un gioco anche questo, no? Per far vedere che sono contento di aver il regalo per la mamma. Il regalo del mio compleanno.”

Si avvicinò barcollando alla madre con l’oliva in mano e si accorse che la donna non respirava e che le mosche le si posavan sul viso.

“Dev’esser stanca,” disse a voce alta. “Io, uomo,’ so tutto. Ma sarà contenta ” Raggiunse tentennando la tavola e posò l’oliva accanto al tozzo di pane imbrattato di segatura.

“Quando si sveglierà. dirà che io sono un uomo e che porto l’allegria in casa, come mio padre.” La chiamò due volte. Poi si accoccolò accanto al letto in attesa del risveglio.

I dolori lo colsero di schianto, e guardò disperatamente il pane e l’oliva. mentre il corpo e l’anima soffrivano una lenta agonia. E siccome non era che un bimbo, un piccolo, povero bimbo, pianse a lungo, senza fermarsi, singhiozzando come un uomo “grande”, finché i dolori si dissolsero in una gran luce bianca e splendida, e la testa reclinò dolcemente sulla terra amica.

Annunci

3 Risposte to “L’oliva di Eric Baume – La situazione greca è un ricorso della storia?”

  1. frankramsey1903 8 febbraio 2015 a 20:06 #

    Il motivo per cui occorre ricordare quello che è avvenuto nel passato è il fatto che oggi il pericolo di un ritorno al nazifascismo è reale e presente. Il ricordo di quegli orrori deve farci riflettere sulla deriva del liberismo radicale verso una dittatura che disprezza i più deboli o chi non appartiene alle cordate del potere fino ad infischiarsene del dolore (vero e reale) inflitto ad intere popolazioni basato su astratte regole basate su assurdi presupposti di economisti che oggi si comportano come gli arroganti occupanti nazisti considerando un disvalore l’essere poveri e non integrati nel sistema. Per altro non si capisce come mai chi legge i presupposti delle loro elucubrazioni affollate di equazioni differenziali alle derivate parziali non si mette a ridere per l’evidente differenza tra mondo reale e l’immagine del mondo che questi hanno. E tutti i governi accettano queste cretineria nello stesso modo in cui Hitler sosteneva la superiorità razziale del popolo germanico.

    • umberto 9 febbraio 2015 a 09:00 #

      penso proprio sia cosi .. come avviene per le fasi cicliche in economia . Considerazioni aldilà del racconto ,di merito e di sensibilità condivisibili grazie !

Trackbacks/Pingbacks

  1. L’oliva di Eric Baume – La situazione greca è un ricorso della storia? | Notecellulari - 8 febbraio 2015

    […] Ho sempre pensato che studiare la storia e conoscere le testimonianze del passato, con i suoi progressi, ma anche con i suoi orrori, sia un insegnamento fondamentale per le giovani generazioni e non solo. Oggi i testimoni, uno alla volta, se ne vanno via; ci rimangono però la storia, le storie e i racconti come questo che Giuseppe Ricci ha ritrovato e pubblicato nel suo blog. Questa narrazione ha un protagonista, un bambino greco che muore di fame accanto alla sua mamma anch’essa morta per fame. Accanto alle vittime la narrazione manda in scena i vincitori (provvisori, ma non meno arroganti e violenti): le truppe di occupazione della Grecia; i militari tedeschi insomma. Leggetela.  L’oliva di Eric Baume – La situazione greca è un ricorso della storia?. […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: