The Foundation of Mathematics di Frank Ramsey – Appendice – Recensione del Tractatus Logico-Philosophicus di Ludwig Wittgenstein

30 Giu

Ludwig_Wittgenstein_1910Riporto la mia traduzione della recensione del Tractatus Logico-Philosophicus di Ludwig Wittgenstein riportata nell’Appendice del libro The Foundation of Mathematics di Frank Plumpton Ramsey.

Questa recensione è molto importante in quanto chiarisce il modo di affrontare i testi di Wittgenstein ovvero mediante il riunire alcuni paragrafi sotto un determinato tema ed esaminare così in dettaglio il pensiero espresso da Wittgenstein. Inoltre l’esame di Ramsey risulta molto più completo e approfondito di quello espresso nella prefazione da parte di Russell.

E’ interessante come l’analisi di Ramsey, per forza di cose limitata ad alcuni argomenti, acquisisca importanti valutazioni di Wittgenstein su argomenti basilari quali il “significato”, “la filosofia”, “la percezione”, ecc. Ma nel contempo sia in grado di evidenziare l’incompletezza di alcuni temi o di palesi errori di valutazione che saranno oggetto di revisione nell’opera posteriore al Tractatus da parte di Wittgenstein.

In particolare la questione del significato e delle proposizioni riguardanti i colori sono messe sotto esame per l’insoddisfacente aspetto della teoria esposta in merito.  Questi elementi saranno elaborati in molti scritti successivi di Wittgenstein come “Osservazione sui colori”, Osservazioni sulla filosofia della psicologia, ed altri testi che riportano gli appunti (mai pubblicati in forma organica) dell’Autore austriaco.

La recensione è una pagina importante per comprendere sia le teorie wittgensteiniane  sia le importanti elaborazioni della logica matematica seguite alla pubblicazione dei Principia di Russell – Whitehead che si possono considerare la base di tutta l’elaborazione scientifica della logica matematica moderna.

Sia Ramsey sia Wittgenstein hanno rimosso, con le loro opera, la maggior parte dei problemi che potevano sorgere nel sistema logico di Russell-Whitehead ed hanno costituito la scuola logico-matematica di Cambridge in opposizione alla scuola tedesca orientata maggiormente ad un materialismo elitario e spesso fortemente permeato da tendenze giustificatrici delle ideologie della destra nazionalista, anche se muovevano dal superamento dell’hegelismo.

Penso che sarebbe opportuno tenere presente come le teorie di Russell-Whitehead con le elaborazioni di Ramsey e Wittgenstein rappresentino una elaborazione scientifica che rispetta i valori della libertà individuale e della giustizia e consentono di concepire un’etica del rispetto delle idee e delle persone che non possimo trovare nella scuola tedesca, in Popper e suoi epigoni che fanno del relativismo una scelta scientifica benché porti necessariamente a contraddizioni. Ma questo probabilmente fa parte di questioni di opportunismo e quindi esulano dalle problematiche della scienza.

Per pronto riferimento ho inserito i paragrafi del Tractatus che vengono citati nella recensione.

APPENDICE

RECENSIONE ( 1923)

Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein, con una Introduzione di Bertrand Russell. (International Library of Psychology, Philosophy and Scientific Method.) 1922.

Questo è un libro molto importante che contiene idee originali su una vasta gamma di argomenti, che formano un sistema coerente, che sia o non sia, come sostiene l’autore, nella sua essenza la soluzione dei problemi trattati, è di straordinario interesse e merita l’attenzione di tutti i filosofi. E anche se il sistema fosse del tutto errato il libro contiene un gran numero di profonde osservazioni incidentali e critiche di altre teorie. È, tuttavia, molto difficile da capire, nonostante il fatto che esso sia stampato con il testo tedesco e una traduzione in inglese nelle pagine a fronte.

Wittgenstein scrive, non una prosa coordinata, ma brevi proposizioni numerate in modo da mostrare l’accento posto su di esse nella sua esposizione. Questo dà al suo lavoro un carattere epigrammatico avvincente, e forse lo rende più accurato nei dettagli poiché ogni frase deve aver ricevuto una particolare riflessione; ma questo sembra che gli abbia impedito di fornire spiegazioni adeguate di molti dei suoi termini tecnici e delle sue teorie, forse perché le spiegazioni richiedono qualche sacrificio in accuratezza.

Questa carenza è in parte rimediata dall’introduzione di Russell, ma è possibile che egli non sia una guida infallibile alle idee di Wittgenstein. “Per capire il libro di Wittgenstein”, dice Russell, “è necessario comprendere quale è il problema di cui si occupa. Nella parte della sua teoria che tratta il Simbolismo egli si occupa delle delle condizioni che dovrebbero essere soddisfatte in un linguaggio logicamente perfetto”. Questa sembra essere una generalizzazione molto dubbia, ci sono, infatti, passaggi in cui Wittgenstein è esplicitamente interessato ad una logica perfetta, e non ad un qualche linguaggio, ad esempio la discussione di ‘sintassi logica’ in 3.325 ff. 1; ma in generale sembra sostenere che le sue dottrine si applicano a linguaggi ordinari nonostante l’apparenza del contrario (cfr. in particolare 4.002 ff. 2).

1 3.325 Per sfuggire questi errori dobbiamo impiegare un linguaggio segnico, il quale li escluda non impiegando, in simboli diversi, io stesso segno, e non impiegando, apparentemente nello stesso‘ modo, segni che designano in modo diverso. Un linguaggio segnico, dunque, che obbedisca alla grammatica logica — alla sintassi logica  —. (L’ideografia di Frege e di Russell è un tale linguaggio, che certo non esclude ancora tutti gli sbagli.)

2 4.002 L’uomo possiede la capacità di costruire linguaggi, con i quali ogni senso può esprimersi, senza sospettare come e che cosa ogni parola significhi. — Così come si parla senza sapere come i singoli suoni siano emessi.

Il linguaggio comune è una parte dell’organismo umano, né è meno complicato di questo.

È umanamente impossibile desumerne immediatamente la logica del linguaggio.

Il linguaggio traveste i pensieri. E precisamente così che dalla forma esteriore dell’abito non si può concludere alla forma del pensiero rivestito; perché la forma esteriore dell’abito è formata per ben altri scopi che quello di far riconoscere la forma del corpo.

Le tacite intese per la comprensione del linguaggio comune sono enormemente complicate.

Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus – traduzione di Amedeo G. Conte – Einaudi editore.

Questo è ovviamente un punto importante, perché questa più larga applicazione aumenta notevolmente l’interesse e diminuisce la plausibilità di una tesi come quella che il signor Russell dichiara di essere forse la più fondamentale nella teoria di Wittgenstein; che ” al fine che una certa frase asserisca un certo fatto ci deve essere, comunque venga costruito il linguaggio, qualcosa in comune tra la struttura della frase e la struttura del fatto”.

Questa concezione sembra dipendere dalle difficili nozioni di “immagine” e le sue “forme di rappresentazione”, che tenterò di spiegare e sottoporre a critica.

Una immagine è un fatto, il fatto che i suoi elementi sono combinati tra loro in un definito modo. Questi elementi sono coordinati con certi oggetti (i costituenti il fatto di cui l’immagine è immagine). Queste coordinazioni costituiscono la relazione rappresentativa che rende l’immagine un’immagine. Questa relazione di rappresentare “appartiene all’immagine “ (2.1513) 3; questo, io penso,  significa che quando parliamo di immagine noi abbiamo qualche relazione di rappresentazione in virtù della quale questa è un’immagine. In certe circostanze diremmo che l’immagine rappresenta questo che gli oggetti sono così combinati tra loro come gli elementi dell’immagine, e questo è il significato dell’immagine. E io penso che questo debba essere assunto essere la definizione di “rappresenta” e “significato”; ovvero che quando diciamo che un’immagine rappresenta certi tipi di oggetti che sono combinati in un certo modo, intendiamo che gli elementi dell’immagine sono combinati in questo modo, e sono coordinati con gli oggetti mediante la relazione di rappresentazione che appartiene all’immagine. (Che questa sia una definizione segue, penso, da 5.542.) 4

3 2.1513 Secondo questa concezione, appartiene dunque all’immagine pure la relazione di raffigurazione che ne fa un’immagine.

4 5.542 Ma è chiaro che « A crede che p », «A pensa p », «A dice p »sono della forma « < p > dice p»: E qui si tratta non d’una coordinazione d’un fatto e d’un oggetto, ma della coordinazione di fatti per coordinazione dei loro oggetti.

Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus – traduzione di Amedeo G. Conte – Einaudi editore.

Può essere fatta luce sulla ‘forma di rappresentazione’ dalle seguenti osservazioni fatte in precedenza nel libro sulla struttura e forma dei fatti. La forma è la possibilità della struttura. La struttura dei fatti consiste di strutture di fatti atomici (2,032, 2,033, 2,034).

5 2.032 Il mondo, nel quale gli oggetti ineriscono l’uno all’altro nello stato di cose, è la struttura dello stato di cose.

2.033 La forma è la possibilità della struttura.

2.034 La struttura del fatto consta delle strutture degli stati di cose.

Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus – traduzione di Amedeo G. Conte – Einaudi editore.

Il solo punto che io vedo nella distinzione tra struttura e forma, è che l’inserimento della ‘possibilità’ può includere il caso in cui il fatto supposto la cui forma non consideriamo che sia un fatto, così che possiamo parlare della forma del fatto aRb, sia che aRb sia vero o meno, a condizione che sia logicamente possibile. Ci dobbiamo rammaricare che le definizioni di cui sopra non chiariscono se due fatti possono sempre avere la stessa struttura o la stessa forma; sembra come se due fatti atomici possano avere bene la stessa struttura, perché gli oggetti sarebbero collegati insieme nello stesso modo in ciascuna di esse. Ma sembra dalle osservazioni fatte più avanti nel libro che la struttura del fatto non sia semplicemente il modo in cui gli oggetti si collegano tra loro ma dipende anche da quali oggetti essi siano, così che due fatti differenti non hanno mai la stessa struttura.

Un’immagine è un fatto e come tale ha una struttura e una forma;

stiamo dando, tuttavia, le seguenti nuove definizioni della sua ‘struttura’ e della sua ‘ forma di rappresentazione ‘ in 2.15 , 2-151. 6 ‘ “Che gli elementi dell’immagine siano in una certa relazione tra loro in un determinato modo, mostra che le cose sono in questo modo in relazione tra loro. Questa connessione degli elementi dell’immagine viene chiamata la sua struttura; e la possibilità di questa struttura è chiamata la forma di rappresentazione dell’immagine.

La forma della rappresentazione è la possibilità che le cose siano in rapporto tra loro come lo sono gli elementi dell’immagine”.

6 2. 15  Che gli elementi dell’immagine siano in una determinata relazione l’uno all’altro mostra che le cose sono in questa relazione l’una all’altra.

Questa connessione degli elementi dell’immagine sarà chiamata struttura dell’immagine; la possibilità della struttura, forma della raffigurazione dell’immagine.

2.151 La forma della raffigurazione è la possibilità che le cose siano l’una all’altra nella stessa relazione che gli elementi dell’immagine.

Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus – traduzione di Amedeo G. Conte – Einaudi editore.

Questo passaggio è sconcertante: in primo luogo, perché abbiamo qui due diverse definizioni della forma di rappresentazione, e in secondo luogo, perché non è evidente come interpretare ” questo rapporto ” nella prima delle due definizioni: questo può riferirsi all’esatto modo in cui gli elementi sono in rapporto, o all’insieme della frase precedente, cioè ” questa combinazione di elementi ” potrebbe essere che la loro combinazione rappresenti una simile combinazione di oggetti. Né l’interpretazione della prima definizione sembra coincidere con la seconda. Possiamo solo sperare di decidere tra questi possibili significati di ‘ forma di rappresentazione ‘ considerando le cose che dice Wittgenstein a proposito di questa. La sua proprietà fondamentale, il che la rende di fondamentale importanza per la sua teoria, è affermata in 2.17 7: “Ciò che l’immagine deve avere in comune con la realtà per essere in grado di rappresentarla a suo modo, correttamente o falsamente – è la sua forma di rappresentazione.” Inoltre, “ciò che ogni immagine, di qualsiasi forma, deve avere in comune con la realtà in modo da essere in grado di rappresentarla completamente –  giustamente o falsamente – è la forma logica, che è, la forma della realtà. Se la forma di rappresentazione è la forma logica, allora l’immagine è chiamata immagine logica. Ogni immagine è anche un immagine logica. (D’altra parte, per esempio, non ogni immagine è spaziale.)” ( 2.18 , 2.181 , 2.182) 8. Sembra, allora, che una immagine possa avere diverse forme di rappresentazione, ma una di queste deve essere la forma logica; e che non si afferma che l’ immagine deve avere la stessa forma logica come ciò che essa rappresenta, ma che tutte le immagini devono avere la forma logica.

7 2.17 Ciò che l’immagine deve avere in comune con 1a realtà, per poterla raffigurare — correttamente o falsamente — nel proprio modo, è la forma di raffigurazione propria dell’immagine.

8 2.18 Ciò che ogni immagine, di qualunque forma essa sia, deve avere in comune con la realtà, per poterla raffigurare — correttamente o falsamente — è la forma logica, cioè la forma della realtà.

2.181 Se la forma della raffigurazione è la forma logica, l’immagine si chiama l’immmagine logica.

2.182 Ogni immagine è anche un’immagine logica. (Invece, ad esempio, non ogni immagine è un’immagine spaziale.)

Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus – traduzione di Amedeo G. Conte – Einaudi editore.

Questo rende anche più plausibile la deduzione che la forma logica di una rappresentazione non può essere rappresentata; perché ciò che era comune a una immagine e alla realtà non potrebbe permettersi nessuna ragione per supporre che non potrebbe essere  rappresentato in un’altra immagine.

Ora è facile vedere un senso in cui un’immagine può avere la forma spaziale e deve anche avere la forma logica, cioè, assumendo che la forma sia il (la possibilità del) modo in cui gli elementi del quadro sono messi insieme. (Una delle interpretazioni della prima definizione data sopra.) Questo può essere logico, come quando il colore di un’area evidenziata su una mappa rappresenta l’altezza sul livello del mare della corrispondente area del paese; gli elementi dell’immagine sono messi insieme come predicato e soggetto, e questo rappresenta che anche gli oggetti corrispondenti sono combinati come predicato e soggetto.

D’altra parte, la forma può essere spaziale, come quando un punto essendo tra altri due rappresenta che una certa città è tra altre due; ma in questo caso noi potremmo anche considerare lo stare in mezzo non come il modo in cui i punti sono combinati ma come un altro elemento nell’immagine, che corrisponde a se stesso. Allora  dal momento che lo stare in mezzo e i punti sono messi insieme, non spazialmente, ma come relazione tripla con i suoi relata,  questo è logicamente, che la forma è logica. Qui allora abbiamo qualcosa che può essere spaziale e deve anche essere logico; ma non ne consegue che questa è la forma di rappresentazione, perché la forma di rappresentazione potrebbe essere una qualche entità più complicata che la coinvolge e così per derivazione quella spaziale o quella logica. Se, infatti, quelle sopra indicate fossero  quelle che venivano indicate per la forma di rappresentazione, allora nel dire che un’immagine deve avere la forma logica Wittgenstein direbbe niente di più che questo deve essere un fatto; e nel dire che non possiamo rappresentare o parlare della forma logica di rappresentazione, non più di questo possiamo discutere su ciò che rende un fatto un fatto, né assolutamente affatto sui fatti, perché ogni affermazione apparentemente sui fatti è effettivamente  tra i suoi costituenti.

Egli certamente crede a queste cose, ma mi sembra improbabile che le sue proposizioni complesse circa la forma di rappresentazione siano più di questo. Probabilmente lui si è confuso e non usa il termine in modo coerente; e se torniamo alla seconda delle definizioni data sopra, “La forma della rappresentazione è la possibilità che gli oggetti siano così in relazione tra loro come lo sono gli elementi dell’immagine,” possiamo scoprire un altro senso in cui l’immagine ha la forma di rappresentazione in comune con quella disegnata, e cioè, che gli oggetti con cui i suoi elementi sono coordinati con la relazione di rappresentazione che li rappresenta sono di un certi tipi che possono essere messi in relazione nello stesso modo in cui lo sono gli elementi dell’immagine; e così arriviamo al principio fondamentale che “l’immagine contiene la possibilità della situazione che essa rappresenta” ( 2.203 ) 9. Mi sembra, per ragioni spiegate in seguito, che l’accettazione indipendente di questo principio che giustificherà quasi tutte le deduzioni non enigmatiche che Wittgenstein fa per la necessità di qualcosa in comune tra l’immagine e il mondo, che non può per se stesso essere rappresentato; e che a queste deduzioni può quindi essere data una base più solida di quanto sia procurato dalla natura di questa entità sfuggente, la forma della  rappresentazione, che è intrinsecamente impossibile discutere.

9 2.203 L’immagine contiene la possibilità della situazione che essa rappresenta.

Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus – traduzione di Amedeo G. Conte – Einaudi editore.

Al fine di ottenere ogni ulteriore comprensione di ciò che Wittgenstein pensa che una frase deve avere in comune con il fatto che essa asserisce, o, in realtà, di gran parte del suo libro, è necessario capire il suo uso della parola ‘ proposizione ‘. Questo è, credo, reso più facile con l’introduzione di due parole usate da C.S. Peirce.

La parola, nel senso in cui ci sono una dozzina di parole ‘ il ‘ in una pagina, da Peirce è chiamata simbolo, e queste decine di simboli sono tutti i casi di un tipo, la parola’ il ‘ . Oltre a ‘ parola’ ci sono altre parole che hanno questo tipo di ambiguità-simbolo, così una sensazione, un pensiero, un’emozione o un’idea possono essere sia un tipo o un simbolo.

E nell’uso di Wittgenstein, al contrario, per esempio, rispetto a Russell in The Principles of Mathematics , ‘ proposizione ‘ ha anche un’ambiguità del tipo simbolo.

Un segno proposizionale è una frase, ma questa affermazione deve essere precisata, perché con ‘ frase ‘ può essere inteso qualcosa della stessa natura come le parole di cui è composta. Ma un segno proposizionale differisce essenzialmente da una parola, perché non è un oggetto o una classe di oggetti, ma un fatto, “il fatto che i suoi elementi, le parole, sono combinati in esso in modo determinato” (3.14) 10. Così ‘ segno proposizionale ‘ ha un’ambiguità del tipo simbolo; i simboli (come quelli di qualsiasi segno) sono raggruppati in tipologie per somiglianza fisica (e da convenzioni nell’associare alcuni rumori con determinate forme), proprio come lo sono i casi di una parola. Ma una proposizione è un tipo i cui casi consistono di tutti i segni simbolo proposizionali che hanno in comune, non un certo aspetto, ma un certo senso.

10 3.14 Il segno proposizionale consiste nell’essere i suoi elementi, le parole, in una determinata relazione l’uno all’altro.

Il segno proposizionale è un fatto.

Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus – traduzione di Amedeo G. Conte – Einaudi editore.

Per quanto riguarda la relazione tra una proposizione e il pensiero Wittgenstein è piuttosto oscuro; ma penso che il suo intendere è che un pensiero è un tipo in cui i significati hanno in comune un certo senso, e comprende i simboli della corrispondente proposizione ma anche include altri simboli non verbali; questi, tuttavia, non sono in modo rilevante differenti da quelli verbali, in modo che sia sufficiente prendere in considerazione questi ultimi. Egli dice: ” E’ chiaro che: ‘A crede che p’ , ‘A pensa p’ , ‘ A dice p ‘, sono nella forma ‘ ” p ” , dice p ‘ “( 5.542 ) 11, e così esplicitamente riduce il problema all’analisi del giudizio, alla quale Russell ha varie volte dato risposte diverse, alla domanda ” che cosa è per un simbolo proposizionale l’avere un certo senso ? ” Questa riduzione mi sembra un importante passo avanti, e come la domanda a cui conduce è di fondamentale importanza, propongo di esaminare attentamente ciò che Wittgenstein dice in modo da rispondere ad essa.

11 5.542 Ma è chiaro che « A crede che p », «A pensa p », « A dice p » sono della forma « < p > dice p»: E qui si tratta non d’una coordinazione d’un fatto e d’un oggetto, ma della coordinazione di fatti per coordinazione dei loro oggetti.

Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus – traduzione di Amedeo G. Conte – Einaudi editore.

In primo luogo , si può notare che, se siamo in grado di risolvere il nostro problema contestualmente risolveremmo il problema della verità; o meglio, è ormai evidente che su questo punto non c’è nessun problema. Perché se un pensiero o proposizione simbolo ‘p’, afferma p, allora è detto vero se p, e falso se ~ p.

Potremmo dire che ciò è vero se il suo senso è in accordo con la realtà, o se lo stato di cose possibile che esso rappresenta è quello reale, ma queste formulazioni esprimono solo la definizione di cui sopra, con altre parole .

Secondo Wittgenstein un proposizione simbolo è un’immagine logica; e così il suo significato deve essere fornito attraverso il significato di un’immagine; di conseguenza il significato di una proposizione è quello che che le cose significano attraverso i suoi elementi (le parole) che sono combinate tra loro nello stesso modo come lo sono gli elementi stessi, cioè, in modo logico. Ma è evidente che, a dir poco, questa definizione è molto incompleta; può essere applicata letteralmente solo in un caso, quello di una proposizione elementare completamente analizzata. (Può essere spiegato che una proposizione elementare è quella che afferma l’esistenza di un fatto atomico, e che una proposizione simbolo è analizzata completamente se c’è in essa un elemento che corrisponde a ciascun oggetto che si presenta nel suo significato.) Così se ‘ a ‘ significa a, b ‘ b ​​’, e ‘ R ‘, o più precisamente la relazione che stabiliamo tra ‘a’ e ‘b’ scrivendo ‘ aRb ‘ , significa R , allora questo ‘a’ sta in questo rapporto a ‘b’ afferma che aRb, e questo è il suo significato.

Ma questo semplice schema deve evidentemente essere modificato, se, per esempio, una parola è usata per ‘ avendo R con b’ in modo che la proposizione non è completamente  analizzata; o se abbiamo a che fare con una proposizione più complicata che contiene costanti logiche come ‘ non ‘ o ‘ se ‘, che non rappresentano oggetti come lo sono i nomi. Wittgenstein non rende del tutto chiaro come si propone di trattare con entrambi questi problemi. Per quanto riguarda il primo, che pressoché ignora, si può ragionevolmente invocare il fatto che esso deriva dalla enorme complicazione della lingua parlata, che non può essere districato a priori; perché in un linguaggio perfetto tutte le proposizioni verrebbero analizzate completamente tranne quando avessimo definito un segno che prendere il posto di una stringa di segni semplici; allora, come dice lui, il segno definito assumerebbe il significato attraverso i segni con cui viene definito.

Ma l’altra difficoltà deve essere affrontata, in quanto non possiamo essere soddisfatti di una teoria che si occupa solo di proposizioni elementari .

Il senso delle proposizioni, in generale, è spiegato con con riferimento a proposizioni elementari. Per quanto riguarda n proposizioni elementari ci sono 2n possibilità della loro verità e falsità, che sono chiamate le possibilità di verità delle proposizioni elementari; allo stesso modo ci sono possibilità 2n di esistenza e non-esistenza dei relativi fatti atomici. Wittgenstein afferma che ogni proposizione è l’espressione di un accordo e di un disaccordo con la possibilità di verità di certe proposizioni elementari, e il suo significato è il suo accordo o disaccordo con le possibilità di esistenza e non-esistenza dei relativi fatti atomici. (4.4 , 4.2.) 12

12 4.4 La proposizione è l’espressione della concordanza e discordanza con le possibilità di verità delle proposizioni elementari.

4.2 Il senso della proposizione è la sua concordanza o discordanza con le possibilità del sussistere e non sussistere degli stati di cose.

Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus – traduzione di Amedeo G. Conte – Einaudi editore.

Questo è illustrato dal seguente simbolismo per funzioni di verità. T sta per vero, F per falso, e noi a scriviamo le quattro possibilità per due proposizioni elementari così : –

Schermata 2014-01-08 alle 21.55.09

Ora ponendo una T a fronte della possibilità di accordo e lasciando un vuoto per il disaccordo possiamo esprimere, ad esempio , p ⊃ q , così :

Schermata 2014-01-08 alle 21.56.19

Oppure, adottando un ordine convenzionale delle possibilità, ( TT – T )( p , q) . Evidentemente questa notazione non obbliga in alcun modo p , q ad essere proposizioni elementari; e può essere estesa ad includere proposizioni che contengono variabili apparenti. Così p, q possono essere date non per enumerazione ma come tutti i valori di una funzione proposizionale, vale a dire tutte le proposizioni che contengono una certa espressione (definito come “qualsiasi parte di una proposizione che caratterizza il suo significato ” ( 3.31 )) 13 ; e ( —— T ) ( ξ ) , dove T da solo esprime accordo solo con la possibilità che tutti gli argomenti sono falsi, e ξ I è l’insieme dei valori di Schermata 2013-10-04 alle 22.51.00       , è ciò che è scritto ordinariamente come ~:.( ∃x)fx .

13 3.31 Ogni parte della proposizione che ne caratterizza il senso, la chiamo un’espressione (un simbolo).

(La proposizione stessa è un’espressione.)

Espressione è quanto d’essenziale al senso della proposizione le proposizioni possono aver in comune l’una con l’altra.

L’espressione contrassegna una forma e un contenuto.

Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus – traduzione di Amedeo G. Conte – Einaudi editore.

Quindi ogni proposizione è una funzione verità di proposizioni elementari, e molti segni proposizionali diversamente costruiti sono la stessa proposizione, perché, esprimendo accordo e disaccordo con le stesse possibilità di verità, hanno lo stesso significato e sono la stessa funzione verità di proposizioni elementari. Così

q ⊃ p : ~ q ⊃ p e ~ ( ~ p V ~ p ) sono lo stesso come p.

Questo porta ad una estremamente semplice teoria dell’inferenza; se chiamiamo queste possibilità di verità con cui una proposizione concorda, il suo fondamento di verità, allora q segue da p se i fondamenti di verità di p sono contenuti tra quelli di q. In questo caso Wittgenstein dice anche che il significato di q è contenuto in quello di p, che nell’asserire p stiamo conseguentemente affermando q. Credo che questa affermazione sia in realtà una definizione di contenere per quanto riguarda i significati, e l’estensione del significato di affermare in parte in conformità con l’uso ordinario, che concorda probabilmente per quanto riguarda p.q e p , o ( x ) . fx e fa ma non altrimenti.

Ci sono due casi estremi di grande importanza, se noi esprimiamo dissenso con tutte le possibilità di verità otteniamo una contraddizione, se accordo con tutte, un tautologia, che non dice nulla. Le proposizioni della logica sono tautologie; e l’aver chiarito questo, la loro caratteristica fondamentale, è un risultato notevole.

I [ l’uso di Wittgenstein della barra è piuttosto differente da quella di altre parti di questo libro.-Il curatore. ]

Dobbiamo ora esaminare se quanto sopra è una considerazione adeguata di ciò che determina per una proposizione simbolo l’avere un certo significato; e mi sembra che certamente non lo è. Perché è davvero solo un resoconto di quale significato ci sia, non di quali segni proposizionali abbiano quale significato. Essa ci permette di sostituire a ‘ ” p”, affermo p ‘ , ‘ “p ” che esprime accordo con queste possibilità di verità e di disaccordo con queste altre ‘; ma quest’ultima formulazione non può essere considerata come una definitiva analisi della prima, e non è affatto chiaro come le sue successive analisi proseguano. Dobbiamo quindi cercare altrove la risposta al nostro problema. Nella direzione di questa risposta Wittgenstein fornisce un chiaro contributo;  in 5.542 14, dice che in ‘ “p “afferma p’ abbiamo un coordinamento dei fatti mediante un coordinamento dei loro oggetti. Ma questa considerazione è incompleta perché il significato non è completamente determinato dagli oggetti che si trovano in esso; né il segno proposizionale è completamente costituito dai nomi che si trovano in esso, perché in esso ci possono essere anche costanti logiche che non sono coordinate con oggetti e completane la definizione del significato in un modo che viene lasciato oscuro.

14 5.542 Ma è chiaro che « A crede che p », «A pensa p », « A dice p » sono della forma « < p > dice p»: E qui si tratta non d’una coordinazione d’un fatto e d’un oggetto, ma della coordinazione di fatti per coordinazione dei loro oggetti.

Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus – traduzione di Amedeo G. Conte – Einaudi editore.

Se solo avessimo a che fare con un simbolismo logico non credo che ci sarebbe qualche difficoltà. Perché, a parte variazioni nei nomi utilizzati, ci sarebbe una regola che fornisce a tutti i segni proposizionali che, in questo simbolismo, avrebbero un certo significato, e potremmo completare la definizione di ‘ significato ‘ con l’aggiunta di queste regole. Così ‘ “p” afferma che ~ aRb ‘ andrebbe, supponendo a che avessimo a che fare con il simbolismo di Principia Mathematica, analizzata come segue: chiamo qualcosa che a significa ‘a’, e così via, e chiamo ‘a’ ‘ R ‘ ‘b’ , ‘ q ‘; allora ‘ p ‘ è ‘ ~ q ‘ o ~ ~ ~ q ‘o ‘ ~ qv ~ q’ o qualsiasi degli altri simboli costruiti secondo una regola precisa.

(Si può, naturalmente, dubitare che sia possibile formulare questa regola, come sembra presupporre l’intera logica simbolica; ma in qualche notazione perfetta potrebbe essere possibile; ad esempio nella notazione di Wittgenstein con la T e F non ci sarebbe nessuna difficoltà.) Ma è ovvio che questo non è sufficiente; questo non fornirà un’analisi di ‘A afferma p’ , ma solo di ‘A afferma p con un tale e tale notazione logica ‘. Ma possiamo ben sapere che un cinese ha una certa opinione senza avere un’idea della notazione logica che usa. Anche l’affermazione evidentemente significativa che i tedeschi non usano ‘ nicht ‘ per iniziare parte della definizione di certe parole come ‘ credere ‘ , ‘pensare ‘ quando usata per i tedeschi.

E’ molto difficile vedere una via d’uscita da questa difficoltà; si può forse trovare nella proposta di Russell in The Analysis of Mind (p. 250) che ci possono essere particolari sentimenti di convinzioni che si verificano in una disgiunzione e un’implicazione. Le costanti logiche potrebbero quindi essere significative come sostituti per questi sentimenti, che costituirebbero la base di un simbolismo logico universale del pensiero umano. Ma sembra come se Wittgenstein creda in un altro tipo di soluzione, tornando alla sua precedente affermazione che il significato di un’immagine è che gli oggetti sono così combinati tra loro come lo sono gli elementi dell’immagine. L’interpretazione naturale di questo nel nostro contesto attuale è che possiamo dimostrare solo che a non ha una certa relazione con b, ponendo che ‘a’ non ha una certa relazione con ‘b’ , o , in generale, che solo un fatto negativo può affermare un fatto negativo, solo un fatto implicativo un fatto implicativo, e così via. Questo è assurdo ed evidentemente non quello che egli intende; ma egli sembra ritenere che un simbolo proposizionale assomiglia al suo significato in qualche modo in questa sorta di modo. Così egli dice (5.512) 15, “Ciò che che nega in ‘ ~ p ‘ non è ‘ ~’, ma quello che tutti i segni di questa notazione, che negano p, hanno in comune.  Di qui la regola comune secondo cui (all’infinito) vengono costruiti ‘ ~ p ‘ , ‘ ~ ~ ~ p’ , ‘ ~ p v ~ p’ , ‘ ~ p . ~ p’, ecc. , ecc. ,. E questo che è comune a tutti questi rispecchia tutte le negazioni “. Non riesco a capire come si rispecchia la negazione.

Certamente non lo fa in un modo così semplice in cui la congiunzione di due proposizioni rispecchia la congiunzione dei loro significati.

Questa differenza tra congiunzione e le altre funzioni verità può essere visto nel fatto che credere p e q è credere p e credere q; ma credere p o q non è lo stesso di credere p o credere q, né credere non -p è lo stesso che non credere p.

Dobbiamo ora tornare ad una dei più interessanti teorie di Wittgenstein, che ci sono certe cose che non si possono dire ma solo mostrare, e questi costituiscono il Mistico.

Il motivo per cui non possono essere dette è che devono avere a che fare con la forma logica, ciò che le proposizioni hanno in comune con la realtà.

15 5.512 « ∼p » è vera se « p » è falsa. Dunque, nella proposizione vera « ∼p », «p» è una proposizione falsa. Come può la tilde «∼» portarla a concordare con la realtà?

Ciò che in « ∼ p » nega non è però il « ∼ », ma ciò che è comune a tutti i segni di questa notazione i quali negano p.

Dunque la regola comune, secondo la quale son formate «∼p», «∼ ∼ ∼p», «∼pv ∼p», «∼p. ∼p», etc. etc. (ad infinitum). E questo elemento comune rispecchia la negazione.

Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus – traduzione di Amedeo G. Conte – Einaudi editore.

Che tipo di cose queste sono è spiegato in 4.122  16: “Possiamo parlare in un certo senso di proprietà formali degli oggetti e fatti atomici, o della proprietà della struttura dei fatti, e nello stesso senso di relazioni formali e relazioni di strutture. [Invece di proprietà della struttura dico anche ‘ proprietà interna ‘ , invece di relazione delle strutture ‘ relazione interna ‘. Introduco queste espressioni per mostrare la ragione della confusione, molto diffusa tra i filosofi, tra le relazioni interne e le relazioni vere (esterne).] Il sussistere di tali proprietà interne e relazioni non può, tuttavia, essere asserito da proposizioni, ma si mostra nelle proposizioni, che presentano i fatti atomici e trattano degli oggetti in questione.” Come ho già detto, non mi sembra che la natura della forma logica sia sufficientemente evidente da fornire argomenti convincenti a favore di tali conclusioni; e penso che un approccio migliore al trattamento di proprietà interne possa essere dato dal seguente criterio: ” una proprietà è interna se è impensabile che il suo oggetto non la possieda ” ( 4.123 ) 17.

16 4.122 Noi possiamo, in un certo senso, parlare di proprietà formali degli oggetti e degli stati di cose o, rispettivamente, di proprietà della struttura dei fatti e, nello stesso senso, di relazioni formali e relazioni di strutture.

(Invece di: proprietà della struttura, dico anche « proprietà interna »; invece di: relazione delle strutture, « relazione interna ».

Introduco queste espressioni per mostrare il motivo della confusione, diffusissima presso i filosofi, tra le relazioni interne e le relazioni vere e proprie (esterne).)

Il sussistere di tali proprietà e relazioni interne non può, tuttavia, essere asserito da proposizioni; ciò invece mostra sé nelle proposizioni che rappresentano quegli eventi e trattano di quegli oggetti.

17 4.123 Una proprietà è interna se è impensabile che i1 suo oggetto non la possieda.

(Questo colore azzurro e quello stanno eo ipso nella relazione interna di più chiaro e più cupo. È impensabile che questi due oggetti non stiano in questa relazione.)

(Qui, all’uso variabile delle parole «proprietà» e « relazione», corrisponde l’uso variabile della parola «oggetto ».)

Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus – traduzione di Amedeo G. Conte – Einaudi editore.

Si tratta di un principio di Wittgenstein, e, se vero, è una scoperta molto importante, che ogni proposizione vera asserisce qualche cosa possibile, ma non necessario. Ciò deriva dal suo ragionamento di una proposizione come espressione di accordo e di disaccordo con la possibilità di verità delle proposizioni elementari indipendenti, in modo che l’unica possibilità è quella di una tautologia, l’unica impossibilità quella di una contraddizione. C’è grande difficoltà nel sostenere questo; perché Wittgenstein ammette che un punto del campo visivo non può essere sia rosso sia blu; e, anzi, altrimenti, dal momento che lui pensa che l’induzione non ha alcun fondamento logico, non dovremmo avere alcun motivo per pensare che non possiamo incontrare un punto visibile che è sia rosso sia blu. Perciò egli dice che ‘ Questo è sia rosso sia blu ‘ è una contraddizione. Ciò implica che gli apparentemente semplici concetti di rosso, di blu (supponendo che stiamo indicando con queste parole tonalità definitamente specifiche) sono veramente complessi e formalmente incompatibili. Egli cerca di mostrare come questo può essere, analizzandoli in termini oscillatori.

Ma anche supponendo che il fisico fornisca in questo modo un’analisi di ciò che intendiamo per ‘rosso’, Wittgenstein sta solo riducendo la difficoltà a quella delle proprietà necessarie di spazio, di tempo e di materia o dell’etere. Egli lo fa dipendere esplicitamente dall’impossibilità per una particella di essere in due posti contemporaneamente .

Queste proprietà necessarie di spazio e tempo sono difficilmente capaci di una ulteriore riduzione di questo tipo. Per esempio, considerando un istante preciso di tempo per quanto riguarda le mie esperienze; se B è tra A e D e C tra B e D, allora C deve essere compresa tra A e D, ma è difficile vedere come questo possa essere una tautologia formale.

Ma non tutte le verità apparentemente necessarie possono essere immaginate, o sono da Wittgenstein immaginate, essere tautologie. Ci sono anche le proprietà interne di cui è impensabile che i loro oggetti non le possiedono. Frasi che apparentemente asseriscono tali proprietà degli oggetti sono ritenute da Wittgenstein essere un nonsenso, ma di stare in qualche oscura relazione con qualcosa di inesprimibile .

Quest’ultimo sembra essere implicato dalla sua ragione per cui pensa che sono nonsensi, che è che ciò che intendono affermare non si può affermare. Ma mi sembra possibile dare i motivi per cui queste frasi sono un nonsenso, e una ragione generale della loro origine e del significato apparente, che non hanno implicazioni mistiche.

Frasi di questo tipo, che noi chiamiamo ” pseudo-proposizioni ” , si presentano in vari modi a seconda della nostra lingua. Una fonte è la necessità grammaticale per certi sostantivi come ‘ oggetto’ e ‘cosa’, che non corrispondono come i nomi comuni ordinari alle funzioni proposizionali. Così da ‘Questo è un oggetto rosso ‘ sembra seguire la pseudo – proposizione ‘Questo è un oggetto ‘ , che nel simbolismo di Principia Mathematica non si potrebbe scrivere affatto.

Ma la fonte più comune e più importante è la sostituzione di nomi o nomi relativi alle descrizioni. (Io uso ‘ i nomi relativi ‘ per includere ‘p’, l’espressione di un determinato significato di p; in contrasto con una descrizione di quel significato, come ‘ quello che ho detto ‘.)

Di solito questo è legittimo; perché, se abbiamo uno schema proposizionale contenente spazi, il significato dello schema in cui gli spazi vuoti sono riempiti da descrizioni presuppone, in generale, il loro significato quando vengono riempite con i nomi delle cose corrispondenti alle descrizioni. Così l’ analisi di ‘φ è rosso ‘ è ‘ C’è una e una sola cosa che è φ, ed è rossa’; e la presenza in questo di ‘ E’ rosso ‘ mostra che il significato della nostra proposizione presuppone l’ significato di ‘ a è rossa ‘ , dove a è del tipo di φ. Ma a volte questo non è il caso perché la proposizione contenente la descrizione deve essere analizzata un po’ diversamente. Così ‘La φ esiste ‘ non è ‘ c’è una e una sola cosa che è φ; ed essa esiste ‘, ma semplicemente ‘ C’è una e una sola cosa che è φ ‘; così che il suo significato non presuppone che ‘ a esiste ‘, che è un nonsenso, perché la sua verità potrebbe essere osservata da una semplice ispezione senza confronto con la realtà, come non è mai il caso di una vera e propria proposizione. Ma in parte perché a volte non riusciamo a distinguere ‘ a esiste ‘ da ‘ L’oggetto indicato con ” a “Esiste ‘, e in parte perché ‘- esiste ‘ è sempre significativo quando lo spazio vuoto viene riempito da una descrizione, e non siamo sufficientemente attenti alla differenza tra descrizioni e nomi; ‘ a esiste ‘ a volte da’ la sensazione se fosse significativo.

Wittgenstein presenta questa sensazione ingannevole fino a sostenere che l’esistenza del nome ‘a’ mostra che a esiste, ma che questo non si può affermare; questo sembra, tuttavia, essere una componente principale nella mistica : ” Non come il mondo è , è il mistico, ma che esso è” (6.44). 18

18 6.44 Non come il mondo è, è il mistico, ma che esso è.

Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus – traduzione di Amedeo G. Conte – Einaudi editore.

Il nostro prossimo esempio è fornito dall’identità, di cui Wittgenstein fornisce una importante critica distruttiva: “la definizione di Russell di ‘ = ‘ non funziona, perché secondo questa non si può dire che due oggetti hanno tutte le loro proprietà in comune. (Anche se questa proposizione non è mai vera, è comunque dotata di significato) ” (5.5302 ). 19

19 5.5302 La definizione di Russell di « = » non basta; infatti, secondo essa, non si può dire che due oggetti hanno in comune tutte le proprietà. (Anche se questa proposizione non è mai corretta, tuttavia essa ha senso.)

Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus – traduzione di Amedeo G. Conte – Einaudi editore.

E ‘ a = b ‘ deve essere una pseudo-proposizione dal momento che è vera o falsa a priori secondo come ‘a’ , ‘b’ siano nomi per le stesse cose o di cose diverse. Se ora adottiamo la nuova convenzione che due segni diversi in una proposizione devono avere significati differenti, otteniamo una nuova analisi di descrizioni che non coinvolge il concetto di identità.

Posto  f (ιx ) ( φx ) , invece di

( ∃ x) : φx ⊃ x x = c.fc ,

abbiamo ( ∃ c). φx . fx : ~ ( ∃ x , y) . φx . φy .

E dal momento che ( ιx ) ( φx ) = c è analizzato come φc : ~ ( ∃ x , y) . φx . φy noi vediamo che ‘ – = – ‘ è solo significativo se almeno uno spazio viene riempito da una descrizione. Per inciso questo rifiuto dell’identità può avere gravi conseguenze nella teoria degli aggregati e dei numeri cardinali; è, per esempio, difficilmente plausibile dire che due classi sono solo di numero uguale quando c’è una relazione biunivoca il cui dominio di una è l’opposto dell’altra, a meno che tali relazioni possono essere costruite per mezzo di identità.

Poi mostrerò come questa considerazione si applica alle proprietà interne del significato delle proposizioni, o, se sono proposizioni vere, ai fatti corrispondenti. ‘ p è circa a ‘ è un esempio; il suo significato potrebbe essere inteso come conseguente da quello di ‘Ha detto qualcosa a proposito di a’; ma se riflettiamo sulla analisi di quest’ultima proposizione vedremo che non è questo il caso; perché riduce evidentemente non a ‘c’è una p che egli ha asserito e qualcosa riguardo ad a’ ma ‘C’è una funzione φ tale che egli asserì φa’ , che non coinvolge la pseudo – proposizione ‘p riguarda a’. Allo stesso modo ‘p è la negazione di q’ potrebbe essere pensato di essere coinvolta in ‘Egli mi ha contraddetto‘; ma si è visto essere una pseudo – proposizione quando analizziamo quest’ultima come ‘C’è  una p tale che ho affermato p, egli ha asserito ~ p’.

Naturalmente questo non è un’analisi completa, ma è il primo passo e sufficiente per il nostro scopo presente, e mostra come ‘- è la negazione di – ‘ ha significato solo quando almeno uno spazio viene riempito da una descrizione.

Altre pseudo-proposizioni sono quelle della matematica, che, secondo Wittgenstein, sono le equazioni ottenute scrivendo ‘=’ tra due proposizioni che possono essere sostituite una con l’altra. Non vedo come si possa supporre che questa considerazione copra l’intera matematica, ed è evidentemente incompleta in quanto ci sono anche le disuguaglianze, che sono più difficili da spiegare. E’, tuttavia, facile osservare che ‘ ho più di due dita ‘ non presuppone che significhi ‘ 10> 2 ‘; perché, ricordando che segni diversi devono avere significati diversi, è semplicemente ‘ ( ∃ x , y , z ) : x , y , z sono le mie dita’.

Così come la spiegazione di alcune verità apparentemente necessarie come le tautologie incontrarono difficoltà nel campo dei colori, così accade per la spiegazione del resto come pseudo- proposizioni. ” Questo colore blu e quello,” dice Wittgenstein, “stanno nella relazione interna di più chiaro e più scuro eo ipso. E’ impensabile che questi due oggetti non stiano in questa relazione ” ( 4.123 ). 20

20 4.123 Una proprietà è interna se è impensabile che i1 suo oggetto non la possieda.

(Questo colore azzurro e quello stanno eo ipso nella relazione interna di più chiaro e più cupo. È impensabile che questi due oggetti non stiano in questa relazione.)

(Qui, all’uso variabile delle parole «proprietà» e « relazione», corrisponde l’uso variabile della parola «oggetto ».)

Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus – traduzione di Amedeo G. Conte – Einaudi editore.

Di conseguenza una frase che afferma apparentemente che un colore stabilito è più chiaro di un altro colore stabilito deve essere una pseudo – proposizione; ma è difficile vedere come questo possa conciliarsi con l’indubbio significato di una frase che afferma che un colore descritto è più chiaro di un altro, come ‘Il mio cuscino di casa è più chiaro del mio tappeto’. Ma in questo caso la difficoltà potrebbe essere completamente eliminata dal presupposto che il fisico stia veramente analizzando il significato di ‘ rosso ‘; per la sua analisi di un colore si trova infine un numero, ad esempio la lunghezza d’onda o così via, e la difficoltà è ridotta a quello di conciliare la non significatività di una disuguaglianza tra due numeri dati, con il significato di una disuguaglianza tra due numeri descritti, che è evidentemente in qualche modo possibile sulle linee suggerite con ‘Ho più di due dita ‘ di cui sopra.

Passiamo ora alle osservazioni di Wittgenstein sulla filosofia.

“L’oggetto della filosofia, ” dice , “è la chiarificazione logica dei pensieri. La filosofia non è una teoria ma un’attività. Un lavoro filosofico consiste essenzialmente in delucidazioni. Il risultato della filosofia non è un certo numero di ‘ proposizioni filosofiche “, ma di rendere le proposizioni chiare. La filosofia deve chiarire e delimitare nettamente i pensieri che altrimenti sono, per così dire, opachi e sfocati” ( 4.112 ).  21

21 4.112 Scopo della filosofia è la chiarificazione logica dei pensieri.

La filosofia è non una dottrina, ma un’attività.

Un’opera filosofica consta essenzialmente d’illustrazioni.

Risultato della filosofia non sono « proposizioni filosofiche », ma il chiarirsi di proposizioni.

La filosofia deve chiarire e delimitare nettamente i pensieri che altrimenti, direi, sarebbero torbidi e indistinti.

Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus – traduzione di Amedeo G. Conte – Einaudi editore.

Mi sembra che non possiamo essere soddisfatti di questa osservazione senza qualche ulteriore spiegazione sulla ‘chiarezza’, e cercherò di dare una spiegazione in armonia con il sistema di Wittgenstein. Penso che una frase scritta è ‘ chiara’ , in quanto ha proprietà visibili correlate o mostra ‘ le proprietà interne del suo significato’. Secondo Wittgenstein queste ultime mostrano sempre sé stesse nelle proprietà interne della proposizione; ma a causa dell’ambiguità tipo di simbolo di ‘ proposizione ‘ non è immediatamente chiaro che cosa questo significa. Le proprietà di una proposizione devono, credo, significare le proprietà di tutti i suoi simboli; ma le proprietà interne di una proposizione sono quelle proprietà dei simboli che sono, per così dire, interne non ai simboli ma ai tipi; cioè quelle che uno dei simboli deve avere se è  un simbolo di quel tipo, non quelle che è impensabile che non potrebbero non avere comunque. Bisogna ricordare che non c’è la necessità di una frase di avere significato che essa in effetti ha; così che se una frase afferma fa, non è una proprietà interna della frase che ci sia qualcosa in qualche modo collegato con a; ma questa è una proprietà interna della proposizione, perché la frase non potrebbe altrimenti appartenere a questo tipo di proposizione, cioè a quelle che hanno quel significato. Così vediamo che le proprietà interne di una proposizione che mostrano quelle cose del suo significato che non sono, in generale, quelle visibili, ma quelle complicate che coinvolgono il concetto di significato. Ma in una lingua perfetta in cui ogni oggetto avesse il suo un nome, che nel significato di una frase compare un certo oggetto, sarebbe anche mostrato visibilmente dal verificarsi nella frase del nome di quell’oggetto; e questo potrebbe essere previsto accadere per quanto riguarda tutte le proprietà interne dei significati; che un certo significato, per esempio , sia contenuto in un altro (cioè una proposizione segue da un’altra) potrebbe sempre apparire visibilmente nelle frasi che lo esprime. (Questo è quasi ottenuto con la notazione T di Wittgenstein). Così in una lingua perfetta tutte le frasi o i pensieri sarebbero perfettamente chiari.

Per dare una . definizione generale di ‘ chiaro ‘ dobbiamo sostituire ‘ proprietà visibile della frase ‘ con ‘ proprietà interna del segno proposizionale ‘, che noi interpretiamo in modo analogo a ‘ struttura interna della proposizione ‘ come una proprietà che un simbolo deve avere se vuole essere quel segno, che, se il simbolo è scritto, è la stessa cosa di una proprietà visibile. Diciamo allora che un segno proposizionale è chiaro in quanto le proprietà interne del suo significato sono mostrate non solo dalle proprietà interne della proposizione, ma anche dalle proprietà interne del segno proposizionale .

(Ci può forse essere confusione tra le proprietà interne della proposizione e quelle del segno proposizionale che dà luogo all’idea che le dottrine di Wittgenstein siano, in generale, solo affermate per un linguaggio perfetto.)

Possiamo facilmente interpretare questo concetto di filosofia in termini di considerazioni non mistiche di proprietà interne di cui sopra. In primo luogo, osserviamo e spieghiamo il fatto che spesso apparentemente riconosciamo o non riconosciamo che qualcosa abbia una proprietà interna, sebbene questa sia una pseudo – proposizione e così non può essere accettata. Ciò che effettivamente riconosciamo è che ‘ l’oggetto o il significato inteso o asserito dalle parole che si trovano difronte a noi ha questa proprietà ‘, che ha un significato perché abbiamo sostituito una descrizione ad un nome. Così come riconosciamo il risultato della prova logica, non che p è una tautologia che sarebbe una pseudo – proposizione, ma che ‘ p ‘ non esprime nulla. Rendere proposizioni chiare è il facilitare il riconoscimento delle loro proprietà logiche da esse espresse in un linguaggio tale che queste proprietà sono associate con le proprietà evidenti della frase.

Ma penso che questa attività si tradurrà in proposizioni filosofiche ogni volta che scopriamo qualcosa di nuovo sulla forma logica dei significati di ogni interessante insieme di frasi, come quelle che esprimono i fatti della percezione e del pensiero. Dobbiamo concordare con Wittgenstein che l’espressione ‘ p è di tale e tale forma ‘ è un nonsenso, ma ‘ “p” ha il senso in una tale e tale forma ‘ può tuttavia essere un nonsenso. Sia che questo sia così o meno dipende dall’analisi di ‘ ” p” ha significato ‘, che mi sembra probabilmente una proposizione disgiuntiva, le cui alternative derivano in parte dalle diverse possibili forme del significato di ‘ p ‘. Se è così, possiamo escludendo alcune di queste alternative supporre una proposizione come la forma del significato di ‘p ‘. E questo in alcuni casi, come quando ‘ p’ è ‘ Egli pensa q ‘ o ‘ Egli vede a’ , potrebbe essere appropriatamente chiamata una proposizione filosofica. Né questo sarebbe incompatibile con la più moderata l’affermazione di Wittgenstein che ” la maggior parte delle proposizioni e domande, che sono state scritte su questioni filosofiche, non sono false, ma senza senso. Non possiamo, quindi, rispondere a domande di questo tipo affatto, ma solo stabilirne l’insensatezza. La maggior parte delle questioni e proposizioni dei filosofi derivano dal fatto che non capiamo la logica del nostro linguaggio ” ( 4.003 ) 22.

22 4.003 Il più delle proposizioni e questioni che sono state scritte su cose filosofiche è non falso, ma insensato. Perciò a questioni di questa specie non possiamo affatto rispondere, ma possiamo solo stabilire la loro insensatezza. Il più delle questioni e proposizioni dei filosofi si fonda sul fatto che noi non comprendiamo la nostra logica del linguaggio.

(Esse sono della specie della questione, se il bene sia più o meno identico del bello.)

Né meraviglia che i problemi più profondi propriamente non siano problemi.

Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus – traduzione di Amedeo G. Conte – Einaudi editore.

Infine vorrei toccare la visione generale del mondo di Wittgenstein. “Il mondo “, dice, ” è la totalità dei fatti, non delle cose” (1.1 ) 23, ed ” è chiaro che un mondo immaginario per quanto possa essere diverso da quello reale deve avere qualcosa – una forma – in comune con il mondo reale. Questa forma stabilita è costituita dagli oggetti” ( 2.022 , 2.023 ) 24. Si tratta di un punto di vista insolito che qualsiasi mondo immaginabile deve contenere tutti gli oggetti di un mondo reale; ma sembra che segua dai suoi principi, perché se ‘a esiste’ fosse un nonsenso, non potremmo immaginare che non esiste, ma solo che abbia o non abbia alcune proprietà.

23 1.1 Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose.

24 2.022 È manifesto che un mondo, per quanto diverso sia pensato da quello reale, pure deve avere in comune con il mondo reale qualcosa — una forma—.

2.023 Questa forma fissa consta appunto degli oggetti.

Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus – traduzione di Amedeo G. Conte – Einaudi editore.

Russell nella sua Introduzione trova una perspicace difficoltà nel fatto che ( x ) . φx coinvolge la totalità dei valori di φx e così, apparentemente, i valori di x , di cui secondo Wittgenstein non si può parlare; perché è una delle sue tesi fondamentali ” che è impossibile dire nulla del mondo nel suo insieme, e che tutto ciò che può essere detto deve esserlo su porzioni delimitate del mondo”. Mi sembra dubbio, tuttavia, se questa sia una giusta espressione del punto di vista di Wittgenstein; tanto per cominciare egli suggerisce che è impossibile dire ( x ) . φx , ma solo forse, ‘Tutte le S sono P ‘ presa come l’affermare nulla circa il non-S che egli certamente non sostiene. Può, quindi, essere interessante prendere in considerazione quello che afferma che darebbe plausibilità all’interpretazione di Russell. Egli senza dubbio nega che si possa parlare del numero di tutti gli oggetti ( 4.1272 ) 25. Ma questo non è perché tutti gli oggetti formano una totalità illegittima, ma perché ‘ oggetto’ è uno pseudo-concetto espresso non da una funzione, ma dalla variabile x. (Per inciso io non vedo perché il numero di tutti gli oggetti non potrebbe essere definito come la somma del numero di cose aventi una specifica proprietà e il numero di cose che non hanno tale proprietà.) Egli dice anche che “Il sentire del mondo nel suo insieme come limitato è il sentimento mistico” ( 6.45) 26. Ma non credo che possiamo seguire Russell nel dedurre da questo che la totalità dei valori di x è mistica, se non altro perché ” Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose” (1.1) 27. E penso che ‘ limitato ‘ fornisce la chiave per la frase sopra citata. La sensazione mistica è la sensazione che il mondo non è tutto, che ci sia qualcosa al di fuori di esso, il suo ‘ senso’ o ‘ significato ‘.

Non si deve pensare che i temi che ho discusso quasi esauriscano l’interesse del libro; Wittgenstein fa osservazioni, sempre interessanti, a volte estremamente penetranti, su molti altri argomenti, come la Teoria dei Tipi, le Relazioni Ancestrali, la  Probabilità, la Filosofia della Fisica, e l’Etica.

25 4.1272 Così il nome variabile « x » è il segno vero e proprio del concetto apparente oggetto.

La parola «oggetto» (« cosa », «ente», etc), ovunque è usata correttamente, è espressa nell’ideografia dal nome variabile.

Ad esempio, nella proposizione « vi sono 2 oggetti, che… », da « (∃x,y)… ».

Ovunque essa è usata altrimenti — dunque quale vera e propria parola esprimente un concetto — nascono insensate proposizioni apparenti.

Così non si può dire, ad esempio, « Vi sono oggetti », come si dice « Vi sono libri». Né si può dire « Vi sono 100 oggetti», o «Vi sono ℵ0 oggetti».

Ed è insensato parlare del numero di tutti gli oggetti.

Lo stesso vale delle parole « complesso», « fatto », « funzione », « numero », etc.

Esse tutte designano concetti formali e sono rappresentate nell’ideografia da variabili, non da funzioni o classi. (Come credevano Frege e Russell.)

Espressioni come: « 1 è un numero», « v’è solo uno zero », e consimili sono tutte insensate.

(È altrettanto insensato dire « v’è solo un 1 » quanto sarebbe insensato dire: « 2 + 2, alle ore 3, è eguale a 4 ».)

26 6.45 Intuire il mondo sub specie aeterni è intuirlo quale tutto – limitato -.

Sentire il mondo quale tutto limitato è il mistico.

27 Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose.

Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus – traduzione di Amedeo G. Conte – Einaudi editore.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: