SOCIALISM AND EQUALITY OF INCOME

21 Dic

LeninPropongo la  traduzione di questo articolo di Frank Ramsey letto alla Apostles Society di Cambridge il 3 Febbraio 1923. Il testo è stato pubblicato dalla prof.ssa Maria Carla Galavotti nel libro Notes on Philosophy, Probability and Mathematics ed. Bibliopolis. Al termine riporto la trattazione in lingua originale.

SOCIALISMO E UGUAGLIANZA DI REDDITO

3 Febbraio 1923

In un discorso tenuto l’altro giorno Maynard ha detto che, sebbene ci siano più uomini al lavoro al giorno d’oggi, che prima della guerra, tuttavia  a causa della crescita della popolazione era probabile che non saremmo in grado di trovare occupazione per tutta la nostra attuale popolazione tranne che nei periodi di boom. Non vi è alcuna necessità di allargarsi qui sui mali della disoccupazione, ma siamo costretti a considerare se non c’è modo di evitare questa cupa prospettiva. Penso che un certo modo sia determinato dalla progressiva assunzione da parte dello Stato della proprietà e del controllo dell’industria; questo io lo chiamo socialismo.

Gli argomenti a favore e contro il socialismo che mi sembrano importanti sono quelli tratti dai suoi probabili effetti sulla quantità di ricchezza prodotta e sulla proporzione in cui questa viene distribuita tra la popolazione. Ci sono altri argomenti, ma io non li considererò qui.

In primo luogo poi mi propongo di esaminare, se lo stato dovesse possedere e controllare l’industria, se verrebbe prodotta più o meno ricchezza, in relazione, ovviamente, al tempo sacrificato, all’uso di energia, e al disagio sostenuto per produrla. Argomenti di questo possono essere classificati in due punti principali; quelli che evidenziano vantaggi o svantaggi che deriverebbero dalla unificazione del settore e la sostituzione della pubblica utilità al guadagno privato come obbiettivo della produzione; e quelli che sostengono che l’efficienza industriale di varie classi di persone verrebbero aumentati o diminuiti se diventassero dipendenti dello Stato.

Iniziamo con il primo tipo di argomento; mi sembra chiaro che con l’eliminazione della concorrenza si potrebbero fare grandi economie; il costo di vendita dei beni, al contrario del realizzarli, potrebbe essere enormemente ridotto in quanto una grande quantità di pubblicità e di viaggi commerciali diventerebbero inutili. E in altri oscuri modi per il profano l’unificazione significherebbe economia; ad esempio l’attuale organizzazione del settore del carbone è stata dichiarata dagli esperti essere un grande spreco. Si asserisce, tuttavia,  che in certi settori c’è un limite oltre il quale è sconsigliabile aumentare la dimensione delle unità di produzione; anche in questo caso non vedo alcuna ragione per cui uno stato socialista non deve organizzare la produzione in unità di dimensioni più vantaggiose.

Una gran quantità di spreco dovuto alla competizione che esiste attualmente potrebbe essere eliminato dalla crescita di monopoli, ma questo processo è seguito da mali abbastanza altrettanto grandi di quelli che vorrebbe evitare, perché i monopoli, fissando i prezzi e limitando la produzione, possono estorcere profitti eccessivi dal consumatore.

Oltre ai vantaggi dell’unificazione altri benefici deriverebbero se la produzione fosse diretta da funzionari statali anziché dal capitalista che ricerca il proprio privato profitto, nel senso che potremmo fare un uso più oculato delle nostre risorse naturali come le foreste e i minerali. Ma penso che il più grande spreco che uno stato socialista potrebbe eliminare è quello dovuto alla disoccupazione, noi ora abbiamo avuto per qualche tempo circa un milione e mezzo di disoccupati, ovvero 1 su 8 dei lavoratori dell’industria in generale, ma la percentuale in alcuni settori sarebbe molto superiore. Queste persone devono essere sostenute da fondi pubblici e quando l’aiuto dato loro è insufficiente, come è generalmente il caso, la loro salute soffre di mancanza di cibo e diventa sempre più difficile per loro di riprendere il proprio lavoro di nuovo e di farlo in modo efficiente. Non credo che questa situazione in cui 1 uomo su 8 non riesce a trovare lavoro non possa essere evitata da un’organizzazione industriale competente.

Una certa disoccupazione ci deve essere in quanto non è possibile prevedere esattamente quanto di ogni prodotto può essere venduto, ma questa alternanza perpetua di boom e crisi non deve essere necessaria, ed è dovuta a difetti del nostro sistema industriale e finanziario e sagacia dei nostri uomini d’affari.

L’argomento forte utilizzato dagli oppositori del socialismo è che i funzionari statali sono inefficienti e senza iniziativa e che pertanto l’abolizione delle imprese private significherebbe una grande diminuzione della efficienza della produzione. Non credo questo, può essere che dobbiamo molto ai grandi industriali e finanzieri, e che fintanto che questi uomini hanno la scelta tra il servizio statale e l’attività privata essi sceglieranno la seconda, in tal modo rendendolo così più efficiente rispetto al servizio statale. Ma se questa scelta venisse tolta e ci fosse solo il servizio statale penso che lavorerebbero per lo Stato non molto meno efficientemente di quanto non facciano per sé stessi. Eppure io non nego che tale argomento abbia un peso, come lo ha anche la tesi che i servizi statali non sono sufficientemente pronti a correre dei rischi, essendo il biasimo in cui incorrono per un insuccesso maggiore della ricompensa per il successo; ma contro questo dobbiamo porre tre fattori che tenderebbero a rendere lo Stato più efficiente che l’impresa privata .

In primo luogo un gran numero di abili uomini d’affari oggigiorno non prestano allo stato un qualsiasi servizio degno di considerazione, perché spendono la loro energia non nell’organizzazione della produzione, ma in varie forme di speculazione, con cui accumulano fortune a scapito di altre persone. E’ vero che la speculazione fa qualcosa di buono nel tendere a livellare i prezzi, ma in questo non c’è un grande successo in quanto i prezzi hanno oscillato enormemente negli ultimi anni. In uno stato socialista, questi uomini avrebbero dovuto sfruttare meglio il loro ingegno, e i loro servizi sarebbero ottenuti più a buon mercato in quanto potrebbero ricevere solo stipendi ragionevoli, invece di fare milioni.

In secondo luogo il comune corso degli uomini d’affari sembra essere molto stupido; ottenendo solo le loro posizioni dai loro genitori.

Che il controllo delle nostre industrie debba passare a causa di un tale nepotismo nelle mani di stolti è uno scandalo che non sarebbe tollerato nel servizio dello Stato. Con un esame di concorso o in qualche altro modo, lo Stato non potrebbe mancare di essere in grado di selezionare le persone più efficienti rispetto agli uomini d’affari di oggi.

In terzo luogo sotto il socialismo è da aspettarsi che gli operai lavorerebbero meglio che oggi; non sarebbe così scontenti e inclini allo sciopero in un sistema in cui il reddito nazionale verrebbe distribuito più uniformemente. Perché se hanno scioperato per salari più alti di quanto fosse ragionevole non avrebbero, come accade oggi, il sostegno e la simpatia di tutti gli altri sindacati contro il comune nemico il datore di lavoro. Questo argomento non si accorda sottolineando che nelle industrie nazionalizzate gli scioperi sono frequenti così come che nelle altre, perché l’essenza della tesi è che i lavoratori sarebbero più soddisfatti se il reddito nazionale fosse più equamente diviso, e questo non è determinato dalla semplice nazionalizzazione di alcune industrie. Inoltre, se la paura della disoccupazione fosse rimossa, gli operai non sarebbero così propensi ad andare piano con il loro lavoro per evitare che il loro lavoro termini, o ad opporsi all’ammissione di più persone nel loro mestiere. Oggi ogni aumento del potere del sindacalismo significa più conflitto industriale e più limitazione della produzione da parte dei lavoratori. Non appena gli operai diventano più istruiti risultano più scontenti e il socialismo è l’unico modo che vedo per evitare questo problema .

Potrei forse dire che penso che l’industria potrebbe essere molto più efficientemente gestita dallo Stato, se fossero apportati alcuni miglioramenti nella Costituzione inglese e realizzate altre raccomandazioni più dettagliate contenute nella «Costituzione per il Commonwealth socialista della Gran Bretagna» del signor e la signora Webb.

Passo ora alla seconda questione che ho proposto di prendere in considerazione, gli effetti del socialismo sulla distribuzione del reddito. In primo luogo, è chiaro che questo potrebbe non essere affatto grande, l’assunzione da parte dello Stato della proprietà industriale, acquistandola dai proprietari attuali, non cambia necessariamente molto la distribuzione del reddito; renderebbe impossibile che si costituiscano ulteriori ricchezze nel settore industriale, ma non ridurrebbe le ricchezze attuali o il reddito derivato da esse. Questo, se lo si desidera, potrebbe essere realizzato attraverso la tassazione. Ma è ragionevole supporre che uno Stato socialista prenderebbe provvedimenti per distribuire il reddito nazionale più equamente, in quanto la pressione dell’opinione pubblica sarebbe in quella direzione; e questo è il grande vantaggio che la maggior parte dei suoi sostenitori vedono nel socialismo. Ora mi accingo a considerare se sarebbe davvero un vantaggio; o, più in generale, qual è il metodo più desiderabile della distribuzione del reddito nazionale.

Inizierò con i due argomenti che mi sembrano decisivi a favore di una distribuzione approssimativamente uguale. In primo luogo vi è l’argomento economico dalla legge dell’utilità marginale decrescente, o per dirla in modo non tecnico che se i redditi sono diseguali, le esigenze meno pressanti dei ricchi hanno la precedenza sui bisogni più pressanti dei poveri, e che quindi la felicità aggregata viene aumentata prendendo il denaro ai ricchi per darlo ai poveri. Questo argomento deve naturalmente essere qualificato ammettendo che gli uomini differiscono nella loro capacità di fare buon uso del denaro; e se ci fosse un modo affidabile di accertare tali differenze tra gli uomini e adeguare i loro redditi per corrispondervi, sarebbe chiaramente una buona cosa farlo. Ma non credo che questa precisazione possa essere usata per giustificare che un qualsiasi laureato abbia più di 500 sterline l’anno al massimo.

In secondo luogo vi è un argomento sociale a favore della parità di reddito; che solo così possiamo evitare l’esistenza delle classi sociali più o meno ereditarie. Gli svantaggi di un sistema di classi sono in primo luogo che questo limita le pari opportunità, che non è solo ingiusto, ma dannoso per la comunità, in quanto implica che alcuni posti di lavoro qualificati sono dati senza necessità a persone incompetenti; e in secondo luogo che limita l’area di selezione sessuale e sociale.

Supponendo poi che il reddito nazionale debba essere quasi equamente distribuito, possiamo notare alcune eccezioni minori che dovrebbero essere fatte. Se di due occupazioni una è più sgradevole, quindi, a parità di altre condizioni, questa dovrebbe essere più altamente remunerata. Inoltre un uomo dovrebbe essere in grado di risparmiare e lasciare alla sua famiglia una moderata quantità di denaro; e probabilmente sarebbe saggio per incoraggiare questo risparmio pagare interessi su tali risparmi .

La più importante e difficile questione è la remunerazione del lavoro specializzato cerebrale; a questo proposito mi vengono in mente tre punti. Per primo che a meno che non sia più ben pagato del lavoro ordinario non è probabile venga svolto così come potrebbe essere; ma in secondo luogo, in quanto è più interessante del lavoro ordinario  questa dovrebbe essere una ragione per essere pagato di meno; in terzo luogo che coloro che sono capaci di lavoro cerebrale specialistico sono forse più adatti a fare buon uso del denaro e del tempo libero di quanto lo siano altri e quindi ne dovrebbe essere dato di più. La conclusione a cui giungo è che queste persone dovrebbero avere un reddito più grande, ma non molto più grande rispetto al resto del genere umano .

Infine vi è la questione se il costo di una famiglia dovrebbe essere sostenuto dal padre o dallo Stato. Da un lato sembra ragionevole che chi ama il piacere di avere bambini dovrebbero sopportare il costo per proprio conto; ma d’altra parte il principio di fare che il reddito nazionale vada avanti per quanto possibile rende ragionevole condurre verso il mantenimento dei bambini da parte dello Stato. Evidentemente la miseria dei poveri sarebbe oggi notevolmente alleviata se i redditi fossero proporzionati alla dimensione della famiglia; e questo programma è di fatto adottato nell’assistenza ai poveri e nelle pensioni governative e nelle indennità di disoccupazione. La principale obiezione ad essa oggi è che probabilmente la popolazione tenderà ad aumentare; ma se tale obiezione manterrà la sua forza quando le persone conosceranno il controllo delle nascite e saranno abbastanza istruite da praticarlo, l’obiezione mi sembra molto dubbia. Dal punto di vista eugenetico sarebbe ovviamente consigliabile incoraggiare con generosità coloro che raggiungessero l’ indubbio livello di intelligenza di avere figli.

Questo è il testo in lingua originale:

SOCIALISM AND EQUALITY OF INCOME

3 Feb 1923

In a speech the other day Maynard said that, although there were more men in work to-day than before the war, yet owing to the increase in population it was probable that we should be unable to find employment for the whole of our present population except in times of boom. There is no need to enlarge here on the evils of unemployment, but we are forced to consider whether there is no way of avoiding this gloomy prospect. I think that such a way is provided by the gradual assumption by the state of the ownership and control of industry; this I call Socialism.

The arguments for and against Socialism which seem to me important are those,drawn from its probable effects on the quantity of wealth produced and on the proportions in which this is distributed among the population. There are other arguments but I shall not consider them here.

First then I propose to consider whether, if the state were to own and control industry, more or less wealth would be produced, in relation, of course, to the sacrifices of time, energy, and discomfort incurred in producing it. Arguments about this can be classified under two heads; those exhibiting advantages or disadvantages, which would arise from the unification of industry and the substitution of public benefit for private gain as the object of production; and those which maintain that the industrial efficiency of various classes of personnel would be increased or diminished if they became servants of the state.

To begin with the first kind of argument; it seems clear that by the elimination of competition great economies could be effected; the cost of selling goods, as opposed to making them, could be enormously reduced, as a large amount of advertising and commercial travelling would become unnecessary. And in other ways obscure to the layman unification would mean economy; for instance the present organization of the coal industry has been declared by experts to be extremely wasteful. It is, however, asserted that in certain industries there is a limit beyond which it is inexpedient to increase the size of the unit of production; even so I see no reason why a Socialist state should not organize production in units of the most advantageous size.

To a great extent the waste of competition is at present being eliminated by the growth of trusts; but this process is attended by evils quite equally great as those which it voids, because the trusts, by fixing prices and restricting output, can extort unreasonable profits from the consumer.

Beside the advantages of unification other benefits would result if production were directed by state officials instead of by capitalist seeking their private profit, in that we should make a more farsighted use of our natural resources such as forests and minerals. But I think that the largest waste that a Socialist state could eliminate is that due to unemployment, we have now had for some time about 1 1/2 million people unemployed, or 1 in 8 of industrial workers generally, the proportion in some industries being much higher. These people have to be supported out of public funds and when the relief given them is inadequate, as is generally the case, their health suffers from lack of food and it becomes more and more difficult for them to take up their work again and do it efficiently. I do not believe that this situation in which 1 man in 8 cannot find work could not be avoided by competent industrial organization.

Some unemployment there must be as it is not possible to foresee exactly how much of each product can be sold, but this perpetual alternation of boom and slump must be unnecessary, and due to defects in our industrial and financial system and in the wisdom of our business men.

The strongest argument used by opponents of Socialism is that state officials are inefficient and unenterprising and that therefore the abolition of private enterprise would mean a great decrease in the efficiency of production. I do not believe this; it may be that we owe much to great industrialists and financiers, and that so long as these men have the choice between the civil service and private business they will choose the latter, thereby rendering it more efficient than the civil service. But if this choice were removed and there were only the civil service I think they would work for the State not much less efficiently than they do for themselves. Still I do not deny that this argument has weight, as has also the contention that state departments are not sufficiently ready to take risks, the blame incurred for failure being greater than the reward for success; but against it we have to set three factors which would tend to make the state more efficient than the private firm.

First a large number of the cleverest business men to-day are not rendering the state any considerable service, because they spend their energy not in organizing production, but in various forms of speculation, in which they amass fortunes at the expense of other people. It is true that speculation does some good by tending to equalise prices; but in this it is not very successful as prices have fluctuated enormously in the last few years. In a Socialist state these men would have to make better use of their ingenuity; and their services would be obtained more cheaply as they would only receive reasonable salaries instead of making millions.

Secondly the common run of business men appear to be very stupid; only obtaining their positions from their parents.

That the control of our industries should pass by such nepotism into the hands of fools is a scandal which would not be tolerated in the civil service. By competitive examination or in some other way, the State could hardly fail to be able to select more efficient people than the business men of to-day.

Thirdly under Socialism it is to be expected that manual workers would work better than to-day; they would not be so discontented and inclined to strike under a system in which the national income was more evenly distributed. For if they struck for higher wages than was reasonable they would not as they do to-day have the support and sympathy of all other unions against their common enemy the employer. This argument is not met by pointing out that in nationalized industries strikes are as frequent than in others, for the essence of the contention is that the workers would be more contented if the national income were more equally divided, and this is not brought about merely by the nationalization of a few industries. Moreover if the fear of unemployment were removed, the workmen would not be so inclined to go slow with their work to prevent their job coming to an end, or to oppose the admission of more people into their trade. To-day every increase in the power of trade unionism means more industrial strife and more limitation of output by the workers. As the workers get more educated they get more discontented and Socialism is the only way I see of avoiding this trouble.

I might perhaps mention that I think industry might be much more efficiently run by the State if certain improvements were made in the British Constitution and other more detailed recommendations contained in Mr. and Mrs. Webb’s «Constitution for the Socialist Commonwealth of Great Britain» carried out.

I turn now to the second question I proposed to consider, the effects of Socialism on the distribution of income. In the first place it is clear that these might not be at all large; the assumption by the State of the ownership of industry, by buying out the existing owners, does not necessarily change the distribution of income very much; it would render it impossible for any further fortunes to be made in industry but would not reduce existing fortunes or the incomes derived from them. This, if desired, could be accomplished by taxation. But it is reasonable to suppose that a Socialist State would take measures to distribute the national income more equally, as the pressure of public opinion would be in that direction; and this is the great advantage which most of its supporters see in Socialism. I am now going to consider whether it would really be an advantage; or, more generally, what is the most desirable method of distributing the national income.

I shall begin with the two arguments which seem to me conclusive in favour of an approximately equal distribution. First there is the economic argument from the law of diminishing marginal utility, or non-technically that if incomes are unequal, the less urgent needs of the rich take precedence of the more urgent needs of the poor, and that therefore the aggregate happiness is increased by taking money from the rich and giving it to the poor. This argument must of course be qualified by allowing that men differ in their capacity to make good use of money; and if there were a reliable way of ascertaining such differences between men and adjusting their incomes to correspond, it would clearly be a good thing to do this. But I do not think that this qualification could be used to justify any bachelor having more than £ 500 a year at the outside.

Secondly there is the social argument in favour of equality of income; that only so can we avoid the existence of more or less hereditary social classes. The disadvantages of a class system are firstly that it restricts equality of opportunity, which is not only unjust but injurious to the community, as it implies that certain skilled jobs are given to unnecessarily incompetent people; and secondly that it limits the range of sexual and social selection.

Supposing then that the national income is to be nearly equally distributed, we may notice some minor exceptions which should be made. If of two occupations one is more unpleasant, then, other things being equal, that one should be more highly remunerated. Also a man should be able to save and leave to his family a moderate amount of money; and it would probably be wise to encourage this by paying interest on such savings.

A more important and difficult question is the remuneration of skilled brain work; about it I can think of three points. First that unless it is more highly paid than ordinary work it is not likely to be done as well as it might be; but secondly that as it is more interesting than ordinary work it ought on that account to be paid less; thirdly that those who are capable of skilled brain work are perhaps more likely to make good use of money and leisure than are others and that therefore they should be given more. The conclusion I come to is that such people should have larger but not very much larger incomes than the rest of mankind.

Lastly there is the question whether the cost of a family should be born by the father or the State. On the one hand it seems reasonable that those who enjoy the pleasure of having children should bear the cost for it themselves; but on the other hand the principle of making the national income go as far as possible makes reasonable leads towards the maintenance of the children by the State. Evidently the misery of poverty would to-day be considerably alleviated if incomes were proportioned to the size of the family; and this plan is in fact adopted in poor relief and government pensions and separation allowances. The chief objection to it to-day is that it would probably tend to increase the population; but whether that objection will maintain its force when people know about birth control and are educated enough to practise it seems to me Very doubtful. From the eugenic point of view might of course be advisable to encourage by a bounty those who reach a certain standard of intelligence to have children.

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