CIVILISATION CULTURE AND HAPPINESS

21 Dic

stanleyPropongo la  traduzione di questo articolo di Frank Ramsey letto alla Apostles Society di Cambridge il 24 Novembre 1925. Il testo è stato pubblicato dalla prof.ssa Maria Carla Galavotti nel libro Notes on Philosophy, Probability and Mathematics ed. Bibliopolis. Al termine riporto la trattazione in lingua originale.

CIVILTÀ 1 E FELICITÀ

1 Aggiunto: cultura.

24 novembre 1925

Ho solo recentemente cominciato a sentire che la civiltà si oppone alla felicità; sento come un peso che io sono costretto a trasportare e non posso gettare via, e sarei interessato a scoprire se noi tutti soffriamo di questo o se sto solo oggettivizzando la pesantezza del mio cuore. Cercherò prima di spiegare come e perché penso che la civiltà sia un peso, e poi discuterò le altre questioni ad essa connesse.

Mi sembra molto probabile che il modo di vivere degli uomini porti cambiamenti molto più velocemente di quanto fanno i loro istinti, che rimangono adattati ad un ambiente precedente e diventano, per così dire, out – of – date.

Non occorre soffermarsi sulla differenza tra la vita a Cambridge e le vite dei nostri antenati qualche migliaio di anni fa.

Suppongo che la felicità provenga dalla soddisfazione dei nostri istinti, che questi istinti sono alla nascita più o meno gli stessi in tutti gli uomini, ma possono essere modificati in vari modi con l’azione dell’istruzione e dell’ambiente. Nel linguaggio freudiano possono essere “sublimati”. Ma questa sublimazione è sempre piuttosto difficile e più essa viene richiesta, maggiore è la possibilità di esserlo solo parzialmente. Cosa si intende per sublimazione può essere illustrato semplicemente con la storia raccontata da Heine di un ragazzo che si dilettava a torturare i topi e tagliare loro la coda; quando è cresciuto è diventato un famoso chirurgo. La sublimazione è supposta dagli psicoanalisti essere l’origine di tutta la nostra cultura e gli interessi intellettuali. Il suo meccanismo è che una forza opposta impedisce la soddisfazione di un istinto in modo primitivo naturale, e l’energia di questo istinto viene deviata ad un’attività verso cui non esiste una forte resistenza, ma che assomiglia o che è inconsciamente collegata con quello abbandonato. Così il ragazzo di Heine cominciò a identificarsi con i topi e provare pietà per loro e la sua energia sadica è stata deviato per alleviare il dolore, invece di causarlo.

Il collaterale di questo processo mi sembra essere che diminuisca enormemente la nostra capacità di godimento. Proibita la soddisfazione diretta dalle nostre coscienze, cerchiamo una soddisfazione indiretta e sostituita, che non può nella natura delle cose essere così intensa come quella a cui rinunciamo. Il chirurgo non si è mai divertito ad operare, quanto al bambino è piaciuto essere crudele. Naturalmente, il ragazzo si è sentito malvagio in seguito; perché se non si fosse sentito in colpa per quello non avrebbe mai rinunciato, così il ragazzo ha sofferto  in un modo da cui come chirurgo poteva essere liberato. Ma questo era l’effetto dei suoi sensi di colpa, che sono il segno principale e conseguenza della civiltà.

Penso che sia solo perché sono i prodotti di istinti sublimati e non degli istinti primitivi, che le nostre attività sembrano così spesso non valere affatto la pena.

Spendiamo molto del nostro tempo alla ricerca della verità, ma se l’abbiamo trovata non credo che ci farebbe felici; perché non ci interessa veramente per se stessa. Il nostro interesse è derivato dalla diversione di altri istinti, forse l’infantile curiosità sessuale o qualche desiderio di trionfare su i nostri genitori. E non è la verità che ci renderà veramente felici, ma la soddisfazione di quegli altri desideri repressi che la nostra coscienza non ci consente di soddisfare. Nel mio caso penso che il mio interesse per la filosofia e tutti i tipi di critica, che è molto più grande del mio interesse per il pensiero costruttivo, è derivato da una rivalità infantile abbastanza ben repressa con mio padre e la volontà di ucciderlo.

Ciò significa che non potrò mai ottenere alcuna grande soddisfazione dal filosofare, mai nulla di simile al piacere che avrei avuto di uccidere mio padre, che la mia coscienza o meglio, il mio amore per lui mi impedivano di fare quando ero piccolo .

Questo ha secondariamente un’altra sfortunata conseguenza, vale a dire che le mie critiche filosofiche devono essere sempre considerate con sospetto, in quanto identificavo probabilmente l’uomo che stavo criticando con mio padre, in genere nel suo aspetto ostile, in modo che io sarei prevenuto contro il filosofo che nella mia mente inconscia rappresenta mio padre. Sono anche responsabili di identificare qualcuno come Wittgenstein con il mio amato padre e allegare una importanza molto esagerata ad ogni sua parola.

Spero di aver reso chiaro il mio concetto di civiltà come un peso, che ci dà forti sensi di colpa che ci costringono alla repressione e sublimazione dei nostri istinti, che non sono più in grado di darci una qualche intensa soddisfazione.

Vorrei ora esaminare se tale onere è destinato a crescere con il progresso della civiltà. Non ho nulla da dire su questo tranne sottolineare che è stata recentemente ed è ancora enormemente maggiore nel caso del sesso femminile, che mi porta ad una considerazione generale sul femminismo .

E’, credo, significativo che il movimento femminista è stato più violento in Inghilterra; ciò supporta la mia opinione che in Inghilterra erano molte donne soggette, a un nostro grande vantaggio passeggero.

Gli inglesi sono più omosessuali, in senso lato, degli stranieri. Non voglio dire che vogliono andare a letto con altri uomini, ma che le loro relazioni con gli uomini erano più importanti per loro che le loro relazioni con le donne. Così l’educazione inglese è omosessuale; e gli inglesi vanno di più a quei giochi che sono divertimenti omosessuali, e solo in Inghilterra, credo, le signore escono dal salotto dopo cena. Le feste scolastiche e le cene cittadine sono tipiche funzioni omosessuali inglesi. Così che più energia degli inglesi andava nel lavoro ed in ogni genere di gioco invece che in intrattenimenti con le donne, e le donne non avevano tale influente o importante posizione come sul continente. Questa è stata una delle grandi cause del successo inglese nel settore industriale e dell’impero; e non era davvero così male per le donne la cui posizione sebbene umile offriva un notevole grado di soddisfazione ai loro istinti fondamentali con il matrimonio e la maternità .

Per fortuna o sfortunatamente questo sistema si sta esaurendo; le donne hanno da tempo ottenuto una posizione migliore, e vanno frequentemente in cerca di istruzione e di emancipazione. Stanno cercando di imitare rivaleggiando con gli uomini in occupazioni di cui sono mediamente meno dotate dalla natura, e attraverso questa rivalità e l’educazione diventano meno femminili e meno capaci di felicità femminile. Il punto mi sembra essere che non stanno cercando di innalzare la situazione del sesso femminile, rendendosi più importanti per gli uomini in modo femminile, in modo che la vita degli uomini ruoti attorno alle donne. Questo esse potrebbero gestirlo con difficoltà; così che esse semplicemente fanno del proprio meglio con il metodo alternativo di diventare, per quanto possibile, uomini invece che donne .

Penso che questo processo debba avere la spiacevole conseguenza di indebolire la razza. Nel complesso le donne più intelligenti saranno istruite, e delle donne istruite una parte relativamente piccola si sposerà, e quelle che lo faranno tenderanno ad avere meno figli rispetto alle altre. Questo è in parte perché hanno altri interessi e occupazioni, in concorrenza con la ricerca di un marito e di fare figli, e in parte perché la loro formazione mascolina e la rivalità con gli uomini le renderebbe fredde sessualmente. Ritengo quest’ultimo fattore più importante di quanto spesso ci si renda conto.

Non è solo il femminismo un male per la razza, ma è un peccato anche per le donne, che sono costrette ad venir via dal tipo di vita in cui sono inserite dalla natura per godere, per un tipo di vita che può dare loro solo la secondarie soddisfazioni. Anche se a me sembra destinato ad accadere, tuttavia in una certa misura eccita la mia ammirazione. Esse stanno prendendo su di sé l’onere della civilizzazione passando da un’attività sessuale ad una intellettuale che sebbene meno soddisfacente mi sembra più valida. Abbiamo qui di nuovo l’opposizione di cultura  e di felicità , e quello che mi sento di questo affare è che vorrei per me stesso di essere felice e per gli altri di essere acculturati.

Questo è il testo in lingua originale:

CIVILISATION 1 AND HAPPINESS

1 Added: culture.

24 Nov. 1925

I have only lately begun to feel that civilisation is opposed to happiness; I feel it as a burden which I am forced to carry and cannot throw off, and I should be interested to discover whether we all suffer under it or whether I am merely objectifying the heaviness of my heart. I shall try first to explain how and why I think civilisation is a burden, and then I shall discuss other questions connected with it.

It seems to me most probable that the kind of lives men lead changes much faster than do their instincts, which remain adapted to an earlier environment and become, so to say, out-of-date.

There is no need to dwell on the difference between life in Cambridge and the lives of our ancestors a few thousand years ago.

I suppose happiness to come from the satisfaction of our instincts, that these instincts are at birth more or less the same in all men, but can be modified in various ways by the action of education and environment. In Freudian language they can be “sublimated”. But this sublimation is always rather difficult and the more of it which is required, the greater the chance of its being only partially successful. What is meant by sublimation can be simply illustrated by the story told by Heine of a boy who delighted in torturing rats and cutting off their tails; when he grew up he became a famous surgeon. Sublimation is supposed by the psychoanalysts to be the origin of all our culture and intellectual interests. Its mechanism is that an opposing force prevents the satisfaction of an instinct in the primitive natural way, and the energy of this instinct is diverted to an activity to which there is no such strong objection, but which resembles or is unconsciously connected with the abandoned one. Thus Heine’s boy began to identify himself with the rats and feel pity for them and his sadistic energy was diverted to alleviating pain instead of causing it.

The unfortunate side of this process seems to me to be that it enormously diminishes our capacity for enjoyment. Forbidden direct satisfaction by our consciences, we seek an indirect and displaced satisfaction, which cannot in the nature of things be as intense as the one we forego. The surgeon never enjoyed operating, as much as the little boy enjoyed being cruel. Of course, the boy felt wicked afterwards; for unless he had felt guilty about it he would never have given it up, so the boy suffered in a way from which the surgeon may have been free. But this was the effect of his guilty feelings, which are the chief sign and consequence of civilisation.

I think that it is just because they are the products of sublimated and not of primitive instincts, that our pursuits so often seem not really worth while.

We spend much of our time seeking for truth, but if we found it I don’t think it would make us happy; because we are not interested in it really for its own sake. Our interest in it is derived from the diversion of other instincts, perhaps infantile sexual curiosity or some desire to triumph over our parents. And it is not the truth which will make us really happy, but the satisfaction of those other repressed desires which our conscience will not allow us. In my own case I think that my interest in philosophy and all kinds of criticism, which is much greater than my interest in constructive thought, is derived from a fairly well repressed infantile rivalry with my father and wish to kill him.

This means that I can never get any great satisfaction from philosophising, never anything like the pleasure I should have got from killing my father, which my conscience or rather my love for him forbade me to do when I was small.

This has incidentally another unfortunate consequence, namely that my philosophical criticisms should always be regarded with suspicion, as I am probably identifying the man I am criticising with my father, generally in his hostile aspect, so that I am biased against the philosopher who in my unconscious mind represents my father. I am also liable to identify someone like Wittgenstein with my beloved father and attach a most exaggerated importance to his every word.

I hope I have now made clear my conception of civilisation as a burden, which gives us strong guilty feelings which force us to the repression and sublimation of our instincts, which are no longer capable of such intense satisfaction.

I want now to consider whether this burden is bound to increase with the progress of civilisation. I have nothing to say about this except to point out that it has lately been and is still enormously increasing in the case of the female sex, which leads me to a general consideration of feminism.

It is, I think, significant that the feminist movement was most violent in England; it supports my view that in England were women most subjected, to our great temporary advantage.

Englishmen are more homosexual, in a wide sense, than foreigners. I do not mean that they want to sleep with other men, but that their relations with men were more important to them than their relations with women. Thus English education is homosexual; and Englishmen go in more for games which are homosexual amusements, and in England, I think, alone do ladies retire to the drawing room after dinner. Colleges’ feasts and city dinners are typically English homosexual functions. So that more of Englishmen’s energy goes in work of all sorts and games instead of in affairs with women, and women did not have such an influential or important a position as on the continent. This was one of the great causes of the English success in industry and empire; nor was it really so bad for the women whose position though humble offered a considerable degree of satisfaction to their fundamental instincts for marriage and motherhood.

Fortunately or unfortunately this system is passing away; women have long wanted a better position, and are seeking education and emancipation generally. They are trying to imitate or rival men in vocations for which they are on the average less fitted by nature, and through this rivalry and education becoming less feminine and less capable of feminine happiness. The point seems to me to be that they are not trying to raise the position of the female sex, by making themselves more important to men in a feminine way, so that men’s lives revolved round women. This they could hardly manage; so that they are naturally trying to better themselves by the alternative method of becoming as far as possible men instead of women.

This process must I think have the unfortunate consequence of weakening the race. On the whole the more intelligent women will be educated, and of educated women a relatively small proportion marry, and those who do tend to have fewer children than others. This is partly because they have other interests and occupations, which compete with husband hunting and child bearing, and partly because their male education and rivalry with men makes them sexually frigid. This last factor is I think more important than is often realised.

Not merely is feminism bad for the race but it is unfortunate for the women also, who are forced away from the kind of life which they are fitted by nature to enjoy, to one which can only give them secondary satisfaction. But it seems to me bound to happen, and also to some extent excites my admiration. They are taking upon themselves the burden of civilisation and turning from sexual to intellectual activities which though less satisfying seem to me more excellent. We have here again in opposition culture and happiness, and what I really feel about that business is that I should like myself to be happy and other people to be cultured.

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Una Risposta to “CIVILISATION CULTURE AND HAPPINESS”

  1. alepeluso 21 dicembre 2013 a 17:53 #

    L’ha ribloggato su alessandrapeluso.

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