THE RIGHTS AND WRONGS OF DOING NOTHING TO IMPROVE THE LOT OF FELLOW MEN

20 Dic

foto0003Propongo la  traduzione di questo articolo di Frank Ramsey letto alla Apostles Society di Cambridge il 3 Dicembre 1921. Il testo è stato pubblicato dalla prof.ssa Maria Carla Galavotti nel libro Notes on Philosophy, Probability and Mathematics ed. Bibliopolis. Al termine riporto la trattazione in lingua originale.

I TORTI E LE RAGIONI DI NON FARE NULLA PER MIGLIORARE LA SORTE DEI PROPRI SIMILI

Articolo per Società (degli Apostoli di Cambridge)

3 dicembre 1921

Penso che è dubbio se è giusto per un uomo adottare una professione in cui egli non fa nulla per migliorare la sorte dei suoi simili, anche se egli stesso vive una vita di grande valore intrinseco.

La domanda è, credo, di interesse perché tutti coloro che danno le loro migliori energie per la ricerca astratta sembrano essere in questa posizione .

I matematici, o i filosofi, gli archeologi vivono una vita molto egoista; come classe essi non danno nulla al resto della comunità in cambio del loro pane e burro. E i benefici che un matematico riceve dal lavoro di altri possono essere facilmente sopravvalutati, perché la matematica è ora talmente specializzata che l’esperto di analisi può sapere molto poco di lavori recenti in geometria. Tutti gli altri uomini producono qualcosa di cui il non specialista può godere, ma vi è da qualche tempo tanta matematica che il più abile non specialista può leggere, tale che non ricaverebbe nulla da ulteriori ricerche.

Due dei nostri fratelli hanno nei loro scritti accennato a questo problema, e in ogni caso si è impressionati dalla inadeguatezza della loro difesa. Russell scrisse nel suo saggio sullo studio della matematica “In un mondo così pieno di male e di sofferenza, il ritiro nel chiostro della contemplazione, per il godimento dei piaceri che, per quanto nobili, devono essere sempre solo per pochi, non può che apparire come un rifiuto piuttosto egoistico di condividere l’onere imposto agli altri dal caso in cui la giustizia non svolge alcun ruolo.

Qualcuno di noi ha il diritto, ci chiediamo, di recedere dai mali presenti, di lasciare i nostri simili senza aiuto, mentre noi viviamo una vita che, anche se difficile ed austera è ancora chiaramente buona per sua propria natura? Quando sorgono queste domande, la vera risposta è, senza dubbio, che qualcuno deve mantenere vivo il fuoco sacro, alcuni devono conservare in ogni generazione l’incantevole visione che segue le mosse davanti al risultato di tanto impegno”.

Questo mi sembra una risposta povera. Non è certo necessario impiegare legname professionale per il fuoco sacro; ci saranno sempre abbastanza uomini interessati in matematica per la loro formazione, che daranno il loro tempo libero per studiarla, ed a volte questi uomini compiono notevoli scoperte. In ogni caso la matematica è conservata nei libri; ciò che è necessario non è quello di mantenere un fuoco, ma solo una biblioteca; perché poi in futuro gli uomini potranno leggere quello che i matematici di questa età hanno scritto, come Euclide viene letto adesso.

Il nostro fratello Russell utilizza anche l’argomento che solo la matematica ha reso possibile l’uso dell’energia elettrica; questo argomento è ora applicabile solo alla matematica applicata; le moderne ricerche in matematica pura non possono essere considerate di nessun uso industriale.

Il nostro fratello Hardy nella sua lezione inaugurale confessa che un matematico puro deve lasciare ad altri il grande compito di alleviare le sofferenze dell’umanità, ma egli offre quattro riflessioni che possono confortare il matematico depresso. In primo luogo comunque i matematici non possono nuocere. In secondo luogo lo spreco della vita di pochi professori universitari non è proprio una travolgente catastrofe. In terzo luogo ciò che i matematici fanno è permanente; e il produrre qualcosa di permanente è assolutamente al di là dei poteri della stragrande maggioranza degli uomini. Infine si appella alla storia che se i matematici sono dei buffoni essi stanno solo imitando la buffoneria di una lunga fila di uomini illustri.

Nessuno di questi argomenti mi pare affatto convincente; la tesi che i matematici non fanno nessun danno è debole perché ci sono molte professioni in cui gli uomini capaci possono senza dubbio fare del bene. Il dire che poco importa se alcuni professori perdono il loro tempo è irrilevante perché non mette in luce ciò che quei professori avevano di meglio da fare. Se un uomo sta cercando di decidere come spendere la sua vita non è utile dirgli che poco importa, dal momento che egli non è che uno solo.

I matematici possono senza dubbio fare cose che pochi sono in grado di fare, ma questo non implica che sia giusto per loro fare quelle cose. Il desiderio di fare qualcosa di interesse permanente potrebbe indurre in errore; Sorel scrisse una giustificazione eloquente dello sciopero con l’uso della violenza il succo del quale era “Quel che resta della rivoluzione è l’epopea della Grand Armée, ciò che resterà del presente Movimento Socialista è l’epopea degli scioperi”.

Si potrebbe inoltre dubitare se la vita del pensatore abbia un maggior valore intrinseco rispetto alla vita che potrebbe condurre se si guadagnasse il pane in qualche attività che darebbe una opportunità alla sua capacità intellettuale; in politica per esempio nel più ampio senso; compresa la propaganda di ogni tipo, parlamento, servizio civile e il governo locale o nell’insegnamento e la necessità di uomini capaci e onesti in tali occupazioni è evidente.

E ‘ difficile discutere una questione come questa senza discutere di valori; ma non mi sento affatto in grado di dire in quale grado cose diverse siano valutabili. Si potrebbe pensare, ad esempio, che le persone stupide non fossero in grado di esperienze di un qualche considerevole valore e che il valore dei pensiero di un professore fosse così grande da sorpassare qualsiasi cosa egli potesse fare per dare beneficio ai suoi simili. Ma quello di cui mi sento sicuro è che sebbene possano non essere capaci di gran bene, tutti gli uomini possono soffrire, e che il dolore e la miseria sono grandi mali e che attualmente molte persone nel mondo sono in una condizione miserabile, e che un uomo capace non spreca il suo tempo, se dedica le sue energie per alleviare o per mezzo di un’organizzazione o di un’agitazione la miseria causata dalla povertà e cose come la carestia russa.

Non c’è nessun altro tipo di vita che consideriamo giustifichi se stessa tranne quella degli studiosi. Il musicista è giustificato dalla bellezza che crea per essere apprezzata dagli altri, dovremmo condannare come un ozioso l’uomo che ha passato tutti i suoi giorni ad ammirare la bellezza; perché allora non dovremmo essere d’accordo con Shaw che ha insegnato che è un uomo ozioso quello che ammazza il tempo con lo studio?

Penso che nel considerare come rispondere alla domanda dobbiamo evitare due cose: possiamo introdurre considerazioni irrilevanti, per riflettere ciò che splendide persone sono spesso uomini di cultura, come prezioso è avere un luogo dove il  giovane giunge sotto la loro influenza; ma in realtà se non danno il meglio del loro tempo alla ricerca, ma di qualcosa di utile, essi sarebbero ancora persone splendide, ancora in grado di esercitare la loro influenza.

Dobbiamo anche cercare di non essere sviati dai nostri gusti; ognuno tende a pensare che la cosa in cui è bravo e si diverte a farla sia cosa estremamente importante.

Sebbene lo studio dei classici e della matematica sia importante, è più importante forse rispetto ad altri giochi come gli scacchi; ma è difficile vedere che la competenza in essa sia un motivo sufficiente perché un uomo non dovrebbe fare la sua parte di lavoro del mondo, dare qualcosa ai suoi compagni in cambio di carne e bevande che loro gli danno; nel suo tempo libero potrebbe studiare.

I matematici francesi pongono sui frontespizi delle loro opere le parole

” Ἀεί ὁ θεός γεωμετρέι “.

I sacerdoti di Baal chiamavano il loro Dio ed egli non li ascoltava perché era a caccia. La geometria è senza dubbio un divertimento più divino della caccia, ma che scusa c’è per un Dio che non rinuncia al suo divertimento per salvare le sue creature dalla loro attuale miserabile condizione?

E questo è il testo in lingua originale:

THE RIGHTS AND WRONGS OF DOING NOTHING TO IMPROVE THE LOT OF FELLOW MEN

Paper to the Society

3 Dec. 1921

I think it is doubtful if it is right for a man to adopt a profession in which he does nothing to improve the lot of his fellow men, even if he himself lives a life of great intrinsic value.

The question is, I think, of interest because all who give their best energies to abstract research seem to be in this position.

Mathematicians, or philosophers, archaeologists live a very selfish life; as a class they give nothing to the rest of the community in return for their bread and butter. And the benefits one mathematician receives from the work of others may easily be over estimated, for mathematics is now so specialised that the analyst can know very little of recent work in  geometry. All other men produce something which the layman can enjoy, but there has for some time been as much mathematics as the ablest layman could read, so that he gains nothing from further researches.

Two of our brothers have in their writings mentioned this question, and in each case one is struck by the inadequacy of their defence. Russell wrote in his essay on the study of mathematics “In a world so full of evil and suffering, retirement into the cloister of contemplation, to the enjoyment of delights which, however noble, must always be for the few only, cannot but appear as a somewhat selfish refusal to share the burden imposed upon others by accidents in which justice plays no part.

Have any of us the right, we ask, to withdraw from present evils, to leave our fellow men unaided, while we live a life which, though arduous and austere is yet plainly good in its own nature? When these questions arise, the true answer is, no doubt, that some must keep alive the sacred fire, some must preserve in every generation the haunting vision which shadows forth the goal of so much striving”.

This seems to me a poor answer. It is surely not necessary to employ professional stakes for the sacred fire; there will always be enough men interested in mathematics by their education who will give their leisure to studying it, and sometimes such men make considerable discoveries. In any case mathematics is preserved in books; what is required is not to keep up a fire but only a library; for then in the future men can read what the mathematicians of this age have written, as Euclid is read to-day.

Our brother Russell also uses the argument that mathematics alone rendered possible the use of electricity; this argument is now only applicable to applied mathematics; modern researches in pure mathematics cannot conceivably be of any industrial use.

Our brother Hardy in his inaugural lecture confesses that a pure mathematician must leave to others the great task of alleviating the suffering of humanity; but he offers four reflections which may comfort the depressed mathematician. Firstly at any rate mathematicians do not harm. Secondly the waste of the lives of a few such university dons is no such overwhelming catastrophe. Thirdly what mathematicians do is permanent; and to produce anything permanent is utterly beyond the powers of the vast majority of men. Lastly he appeals to history that if mathematicians are fools they are only aping the folly of a long line of famous men.

None of these seem to me at all convincing; the argument that mathematicians do no harm is weak because there are many professions in which able men could undoubtedly do good. To say it hardly matters if a few dons waste their time is irrelevant because it throws no light on what those dons had best do. If a man is trying to decide how to spend his life it is not helpful to tell him that it hardly matters, since he is but one.

Mathematicians can undoubtedly do things few are capable of but this does not imply that it is right for them to do those things. The desire to do something of permanent interest may well mislead; Sorel wrote an eloquent justification of the strike with violence the gist of which was “That which remains of the Revolution is the epic of the Grand Armée; that which will remain of the present Socialist Movement is the epic of the strikes”.

It may so well too be doubted whether the life of the thinker is of much more intrinsic value than the life which he might lead if he earned his bread in some occupation which would give scope to his intellectual ability; in politics for example in the widest sense; including propaganda of all sorts, parliament, the civil service and the local government or in teaching and the need for able and honest men in such occupations is evident.

It is difficult to discuss a question like this without discussing values; but I do not feel at all able to say in what degrees different things are valuable. It might be thought, for example that stupid people were not capable of experiences of any considerable value and that the value of the professors thoughts was so great that it outweighed anything he could do to benefit his fellow creatures. But what I feel confident of is that though they may be incapable of great good, all men can suffer, and that pain and misery are great evils and that at present many people in the world are in a miserable condition, and that an able man is by no means wasting his time if he devotes his energies to alleviating either by organization or by agitation the misery caused by poverty and such things as the Russian famine.

There is no other kind of life which we consider justifies itself except the scholars. The musician is justified by the beauty he creates for others to appreciate, we should condemn as an idler the man who spent all his days admiring beauty; why then should we not agree with Shaw that a learned man is an idler who kills time with study?

I think that in considering how to answer the question we should guard against two things; we may bring in irrelevant considerations, to reflect what splendid people men of learning often are, how valuable it is to have a place where the young come under their influence; but in fact if they did not give the best of their time to research but to something useful, they would still be splendid people, still be able to exercise their influence.

We must also try not to be led astray by our own tastes; everyone tends to think that the thing which he is good at and enjoys doing is the supremely valuable thing.

Although the study of classics and mathematics is valuable, more valuable perhaps than other games like chess; yet it is difficult to see that proficiency at it is a sufficient reason why a man should not do his share of the world’s work, give something to his fellows in exchange for the meat and drink they give him; in his leisure he can study.

French mathematicians place on the title pages of their works the words

“ἀεί ὁ θεός γεωμετέι”.

The priests of Baal called upon their God and he heard them not because he was hunting. Geometry is doubtless a more divine amusement than hunting, but what excuse is that for a God who did not give up his amusement to save his creatures from their present miserable condition?

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