AN IMAGINARY CONVERSATION WITH JOHN STUART MILL

20 Dic

Ramsey_2Propongo la  traduzione di questo articolo di Frank Ramsey letto alla Apostles Society di Cambridge il 26 Gennaio 1924. Il testo è stato pubblicato dalla prof.ssa Maria Carla Galavotti nel libro Notes on Philosophy, Probability and Mathematics ed. Bibliopolis. Al termine riporto la trattazione in lingua originale.

UNA IMMAGINARIA CONVERSAZIONE CON JOHN STUART MILL

26 gennaio 1924

Ero seduto guardare il fuoco sentendomi molto annoiato; tutto quello che facevo sembrava inutile; quando la porta si aprì ed entrò un vecchio signore vestito di nero, con basettoni e un volto vagamente familiare. Ha iniziato subito ” Avete mai letto la mia autobiografia?” 2.

2 Cfr. J.S. Mill, Autobiography, (1 Ed. 1873.), Boston: Houghton Mifflin Company, 1969. Molti passaggi della “conversazione immaginaria” che segue sono direttamente presi dal testo di Mill.

Allora ho capito che si trattava del defunto signor J.S. Mill. “Alcuni anni fa l’ho letta e mi è piaciuta parecchio, ma mi dimentico i libri molto in fretta. Mi ricordo solo chiaramente la vostra notevole cultura”. “Sì, potrebbe avervi interessato, ma non è quello per cui sono venuto per richiamare la vostra attenzione “.”Che cosa?” Io dissi “. Il resoconto della mia crisi mentale; perché sebbene alcuni dei suoi aspetti caratteristici siamo peculiarmente miei, eppure penso che il mio stato sia nei suoi fondamenti, quello a cui tutti i giovani siano soggetti, se usano l’intelligenza analitica nell’introspezione. Ho capito questo quando la mia depressione è stata notevolmente aggravata dalla convinzione che era inevitabile “. “Com’è stato? ” Dissi.

“Era l’autunno del mio ventesimo anno. Ero in uno stato tristezza, come ognuno talvolta è soggetto, insensibile al godimento o ad una piacevole emozione; uno di quegli stati d’animo quando quello che è piacere in altri momenti diventa insipido o indifferente; lo Stato, dovrei pensare, in cui di solito ci si converte al Metodismo, quando si è puniti per il loro primo “verdetto di peccato”. In questo stato d’animo mi venne in mente di porre a me stesso direttamente il quesito: “Supponiamo che tutti gli obbiettivi della mia vita fossero realizzati; che tutte le modifiche nelle istituzioni e opinioni che tu stai cercando di realizzare, venissero totalmente realizzati proprio in questo istante: questo sarebbe una grande gioia e felicità per te”?. E un irreprimibile autocoscienza distintamente rispose “No”. A questo il mio cuore è caduto dentro di me; l’intero fondamento su cui era stata costruita la mia vita è caduto. Tutta la mia felicità era di aver trovato il costante perseguimento di questo fine. Il fine aveva perduto il suo fascino, e come potrebbe mai più esserci alcun interesse nei miei mezzi? Mi sembrava di avere più nulla per cui vivere.

In un primo momento ho sperato che la nuvola passasse da sé; ma non lo fece. Una notte di sonno, il rimedio sovrano per le più piccole seccature della vita, non ha avuto effetto su di esso. Mi svegliai di una rinnovata coscienza del fatto doloroso. L’ho portato con me in tutte le comitive in tutte le occupazioni. Quasi nulla aveva il potere di determinare in me anche pochi minuti di oblio di esso. Per alcuni mesi la nuvola sembrava diventare sempre più fitta. I versi in Dejection di Coleridge – io non li conoscevo – descrivono esattamente il mio caso :

“Un dolore senza angoscia, vuoto, buio e tetro,

Un sonnolento, soffocato, dolore freddo,

Che non trova sbocco naturale o sollievo

In una parola, o un lamento, o  una lacrima”.

Invano cercai sollievo dai miei libri preferiti; questi ricordi di nobiltà passata e di grandezza da cui avevo ricavato finora sempre la forza e il calore. Li leggo ora senza sentire, o l’abituale sentimento senza tutto il loro fascino, e mi sono persuaso che il mio amore per l’umanità, e di eccellenza per se stesso, si era logorato. Non ho chiesto conforto nel parlare con gli altri di quello che sentivo. Se avessi amato qualcuno in misura sufficiente da rendermi necessario di confidargli le mie afflizioni non sarei stato nella condizione in cui ero. Sentivo anche che la mia non era una interessante o comunque una difficoltà dignitosa. Non c’era nulla in essa da attirare simpatia. Un consiglio, se avessi saputo dove cercarlo, sarebbe stato prezioso più di tutto. Ma non c’era nessuno su cui poter determinare la minima speranza di una tale assistenza. Così ora voglio fornire il beneficio della mia esperienza a chiunque sia nelle stesse condizioni. Posso essere di qualsiasi aiuto a voi?”

“Beh, io non so se potete, ho sentito qualcosa del genere che descrivi, ma solo come uno stato d’animo, non come una depressione permanente; se metti tutte le uova nello stesso paniere il vedere in quello un buco è stato un terribile shock. Molte persone hanno molti panieri e se anche trovano fori in tutti lo fanno gradualmente e in una certa misura lo compensano facendone dei nuovi. Quando sono più depressa trovo che una bella giornata mi rianima abbastanza, il che mi fa pensare che il problema è in gran parte fisico. Avrei pensato che questa fosse la spiegazione del vostro caso; vi siete molto oberato di lavoro da dire a te stesso che eri in uno stato di depressione nervosa”.

“Questo è quello che ha detto Bain, e non posso smentirlo, ma mi sembra probabilmente sbagliato, perché per due volte dopo ho avuto più seri guai nervosi e ho dovuto prendermi una lunga vacanza, ma non ha avuto questo effetto depressivo sulla mia mente. E mi sembra che la spiegazione psicologica è così completa, da rendere questa presunta causa fisica non necessaria. Naturalmente,  la mia devozione concentrata sulla massima felicità del maggior numero di persone ha reso la mia delusione più intensa; ma sarebbe stato abbastanza grave se fosse stata distribuita e graduale. Ho sentito dire che i giovani oggi giocano con l’idea del suicidio e, a parte questo  è chiaro per me per ragioni psicologiche che ci deve essere qualcuno che soffre come io ho sofferto, sebbene ci possano essere alcune superficiali differenze.”

«Mi dici perché?”

“Sono sorpreso che tu non abbia pensato questo da te stesso; quando ero depresso la mia condizione era abbondantemente comprensibile a me stesso e più mi soffermavo su di essa più mi appariva senza speranza. Sapevo che tutti i sentimenti mentali e morali sono stati i risultati di associazioni, che amiamo una cosa e ne odiamo un’altra, proviamo piacere in un tipo di azione o di mediazione, e il dolore in un altro tipo, attraverso l’attaccamento ad idee piacevoli o dolorose per qualche cosa a causa dell’effetto della formazione o dell’esperienza. Come corollario a questo è che uno degli oggetti dell’educazione è il formare le più forti possibili associazioni di tipo benefico; associazioni di piacere con tutte le cose benefiche per la maggior parte, e dolore con tutte le cose offensive ad essa. Ma mi sembra che gli insegnanti si occupano ma superficialmente dei mezzi di formare e mantenere queste associazioni benefiche. Essi sembrano fidarsi del tutto dei vecchi strumenti usuali, lode e biasimo, punizione e ricompensa. Ora non c’è dubbio che per mezzo di intense associazioni di dolore e piacere si possono creare e produrre desideri e avversioni in grado di durare intatti fino alla fine della vita. Ma ci deve essere sempre qualcosa di artificiale e casuale in associazioni così prodotte. I dolori e i piaceri quindi forzatamente connessi con gli oggetti, non sono collegati con un qualche legame naturale; potrebbe quindi essere essenziale per la durata di queste associazioni che dovrebbero essere diventate così intense e inveterate da essere praticamente indissolubili, prima che cominci l’esercizio abituale della capacità di analisi. Perché la consuetudine dell’analisi ha la tendenza a cancellare i sentimenti; sua eccellenza è che tende a minare tutto ciò che è frutto di pregiudizi; che ci permette mentalmente di separare di idee che solo casualmente aderiscono insieme: e nessuna associazione quale che sia potrebbe alla fine resistere a questa forza dissolvitrice se non fosse che dobbiamo alla nostra più chiara analisi una conoscenza delle sequenze di carattere permanente in natura. Le consuetudini all’analisi possono quindi anche rafforzare le associazioni tra cause ed effetti, ma tendono complessivamente a indebolire quelle che sono, parlando familiarmente, una mera questione di sentimento. Ciò è quindi favorevole alla prudenza e lucidità, ma è un verme continuo alla radice sia delle passioni sia delle virtù; e, soprattutto, paurosamente erode alla base tutti i desideri e tutti i piaceri  che sono gli effetti di associazioni, che sono, forse, tutto tranne il puramente fisico e biologico, che sono del tutto insufficienti a rendere la vita desiderabile. Se poi la vostra istruzione non è riuscita a creare altri sentimenti con una forza sufficiente a resistere all’influenza dissolvente dell’analisi, siete rimasti incagliati all’inizio del vostro viaggio con una nave ben attrezzata di timone, ma senza vele.”

Qui si fermò e l’interruppi subito: “Ma tu sai la psicologia è progredita dai vostri tempi, la vostra è molto vecchia” .”È così? ” Rispose “Io non la penso così. Avete progredito in filosofia in modo che eccita la mia profonda ammirazione, ma in psicologia quasi per niente. Forse state pensando ai seguaci di Freud, che sembrano considerare l’analisi della mente come una panacea “.” Sì “dissi” Sto pensando a loro; tu sei sconcertato dalla loro assurda metafisica, e dimentichi che sono anche scienziati che descrivono fatti osservati e inventano teorie per adeguarsi ad essi”.”ne dubito; essi soli osservano questi fatti, e le diverse scuole non sono d’accordo sulla loro natura ed ancora meno nelle loro interpretazioni. E in ogni caso non posso credere in analisi come una panacea; non vedo alcun errore in quello che ho appena detto su quello, che è verificato nella mia stessa esperienza. L’analisi può essere utile in casi particolari, a coloro la cui vita appena iniziata ha dato loro associazioni dannose così da far temere loro gli spazi aperti, o piacere nella crudeltà; ma è semplicemente annullare l’istruzione e sostituendo nulla ad essa. “Sì” dissi “ma forse Freud potrebbe rispondere che tu e lui dire date un significato diverso alla parola analisi” .”No “, disse Mill “, questo non basta, ma è vero che con essa egli intende qualcosa più di me, perché intende un procedimento tecnico definito, mentre io solo intendo una qualsiasi seria introspezione. Ma non potrebbe negare che l’analisi nel suo senso implica l’analisi nel mio senso”.

“Ma certamente dovrebbe contestare la vostra psicologia; egli direbbe che le associazioni più importanti nel determinare i vostri desideri sono quelli formati all’inizio della vita e non  più accessibili alla coscienza. In modo che la tua spiegazione della vostra depressione deve essere del tutto illusoria, nella sua terminologia una ‘razionalizzazione’. Le associazioni pertinenti non potrebbero essere dissolte dalla vostra stessa introspezione senza un aiuto. Se si soffre di claustrofobia si può percepire che non vi è alcun pericolo reale in spazi chiusi, ma comunque non si può sopportare di essere in uno spazio chiuso”.

“Non sono d’accordo;  tutti noi abbiamo piccole debolezze di questo tipo , ma per la maggior parte riusciamo a superarle, per la precisione con il processo che ho descritto . Noi riflettiamo e percepiamo che non vi è alcun pericolo e presto la nostra riflessione vince la nostra associazione infantile e cessiamo di provare paura”.

“Qui si entra in conflitto con i fatti che gli psicoanalisti pretendono di aver osservato, e che sono confermati dall’esperienza comune. Non solo è spesso impossibile superare le nostre debolezze, ma lo sforzo di superarle è enorme, e coloro che ci riescono presto sviluppano sintomi nuovi forse altrettanto angoscianti”.

“Io non ci credo”, rispose “riguardo all’uomo comune; il suo ‘inconscio’, se ne ha uno, è di banale importanza. La teoria di Freud è stata sviluppata da osservazioni non dal caso normale, ma dal caso anormale che veniva a lui per il trattamento. Non è affatto chiaro che si applichi all’uomo normale”.

«Ma le leggi della psicologia dovrebbero applicarsi a tutti i casi, normali e anormali simili, e devono essere ottenuti da osservazioni di tutti i tipi di uomini. Gli psicoanalisti analizzano non solo i pazienti ma anche i loro allievi, che sono abbastanza normali. E il loro lavoro getta dubbi sulla vostra psicologia come se fosse su troppo semplici aree di attività; desideri e avversioni non sono generalmente sviluppate dal semplice processo di associazioni di piacere e di dolore, ma da leggi e meccanismi di gran lunga più complicati”.

«Ma anche supponendo “disse” che la mia teoria si dimostri essere in direzioni errate per i casi eccezionali questo non la elimina come la migliore teoria per la vita quotidiana. A causa di esperimenti su 3 fenomeni eccezionali su migliaia la teoria di Newton è stata abbandonata a favore di quella di Einstein; ma quest’ultima è così difficile da capire e da applicare in pratica, che la meccanica newtoniana è ancora più conveniente nell’Ingegneria “.

“Hai ragione” risposi” ma per favore torna alle tue esperienze e dimmi come sei sfuggito alla depressione”.

“Circa sei mesi dopo che iniziò, stavo leggendo casualmente Mémoires di Marmontel, e  giunsi al passaggio che riguardava la morte del padre, la difficoltà della situazione familiare, e l’ispirazione improvvisa con cui, allora un semplice ragazzo, credette e li ha fatti credere che lui sarebbe stato tutto per loro,  che avrebbe retto il posto di tutto ciò che avevano perduto. Una vivida immagine e dei suoi sentimenti mi si è presentata, e mi ha commosso fino alle lacrime. Da quel momento il mio fardello è divenuto più leggero. L’oppressione del pensiero che ogni sentimento era morto dentro di me non c’era più. Non ero più disperato. Non ero un pezzo di legno o una pietra. Avevo ancora, mi sembrava, una certa spiegazione di quello di cui tutto il valore del carattere, e tutta la capacità di essere felice sono fatti. Sollevato dal mio senso onnipresente di miseria irrimediabile, ho gradualmente scoperto che gli episodi ordinari della vita potevano ancora darmi qualche piacere; che potevo trovare piacere, non intenso ma sufficiente per essere contento, nel sole e nel cielo, nei libri, nella conversazione, negli affari pubblici; e che ancora una volta c’era più entusiasmo, anche se di tipo moderato, in me nel darmi da fare per le mie opinioni, e per il bene pubblico .

Così la nube a poco a poco si ritirò, e ho di nuovo goduto la vita, e anche se ho avuto diverse ricadute, alcune delle quali sono durate diversi mesi, non sono mai più stato di nuovo infelice come ero stato.

Le mie esperienze hanno avuto due effetti molto marcati sulle mie opinioni e sul mio carattere. In primo luogo mi hanno portato ad adottare una teoria di vita molto diversa da quella in cui avevo agito prima, e avendo molto in comune con quello che in quel momento certamente non avevo mai sentito nominare, la teoria anti-autocoscienza di Carlyle. Non ho mai, infatti, esitato nella convinzione che la felicità è la prova di tutte le norme di comportamento, e il fine della vita. Ma ora pensavo che questo fine sia solo da raggiungere, non per farne il fine immediato. Sono solo felici quelli (pensavo) che hanno le loro menti fisse su un obbiettivo diverso dal loro felicità; sulla felicità degli altri, sul miglioramento del genere umano, anche su qualche arte o l’esercizio, non seguito come un mezzo, ma esso stesso come un fine ideale. Puntando quindi a qualcosa d’altro, essi  trovano la felicità incidentalmente. I piaceri della vita (tale era ormai la mia teoria ) sono sufficienti a rendere una cosa piacevole, quando vengono prese en passant, senza essere assunti come obbiettivo principale. Non appena si assumono così sono subito avvertiti come insufficienti. Essi non sosterrebbero un esame minuzioso. Chiediti se sei felice e cesserai di esserlo. Questa teoria è diventata la base della mia filosofia di vita. E ancora confermo essa come la migliore teoria per tutti coloro che hanno, ma solo un moderato grado di sensibilità e di capacità di godimento; cioè, per la grande maggioranza del genere umano .

L’altro cambiamento importante a cui le mie opinioni in questo momento sono state soggette, era che, per la prima volta, ho dato la corretta posizione, tra i beni di prima necessità del benessere umano, alla cultura interna dell’individuo . Il mantenimento del dovuto equilibrio tra le facoltà ora mi sembrava essere di primaria importanza, e la coltivazione dei sentimenti è diventato uno dei punti cardinali nel mio credo etico e filosofico.

Questo stato dei miei pensieri e sentimenti rese la mia lettura Wordsworth per la prima volta un evento importante nella mia vita. Ciò che ha reso le sue poesie una medicina per il mio stato d’animo, era che essi esprimono, non solo la bellezza esteriore, ma stati di sentimento e di pensiero decorato dal sentimento, sotto l’emozione della bellezza. In esso mi parve di ricevere da una fonte interiore gioia, piacere affettuoso e fantastico, che potrebbero essere condivisi da tutti gli esseri umani; che non ha alcun legame con la contesa o l’imperfezione, ma che mi avrebbero fatto più ricco di qualsiasi miglioramento della condizione fisica o sociale del genere umano. Da questo mi sembrava di conoscere quali sarebbero le fonti perenni della felicità, quando siano stati rimossi tutti i mali maggiori della vita.

E la gioia che queste poesie mi hanno dato, ha dimostrato che con la conoscenza di questo genere, non ha nulla da temere dal più confermato carattere dell’analisi.”

“La seconda parte della tua cura” ho risposto “mi dà qualche dubbio sulla vostra diagnosi della vostra insoddisfazione. I vostri sentimenti erano prima non sviluppati non perché ciò dipendeva da associazioni artificiali che la vostra introspezione aveva disciolto, ma perché li avevate lasciati languire, per un eccesso di lavoro avendo dedicato tutta la vostra energia all’attività intellettuale, così che molti  dei vostri istinti non sono stati soddisfatti. Solo con un’analisi introspettiva si potrebbe scoprire che questo era il caso e migliorare la situazione. E’ stato un blando esempio del tipo di vantaggio supposto derivare dalla psicoanalisi, che mette in mostra gli istinti non soddisfatti dei pazienti, e ciò che è più importante, e che non accadde del tutto a te, rende liberi quegli istinti che sono repressi o distorti.

La tua nuova teoria della vita mi sorprende, perché niente rivela la sua inadeguatezza in modo così chiaro come la tuo depressione. Dal tuo racconto su te stesso questa teoria rappresenta esattamente il vostro modo di mettere in pratica, anche se non le vostre opinioni, questo punto di vista. Tutta la tua energia mentale che non hai dedicato certamente alla tua felicità, e neppure, come pensavi, alla più grande felicità del maggior numero di persone, ma al raggiungimento di riforme sociali, che tu pensavi con il tuo comportamento, anche se non nelle tue opinioni, come fine ultimo. Finché questo è durato eri felice, un eccellente esempio della teoria anti-auto-coscienza; ma una volta che ti sei interrogato sul tuo fine ultimo hai compreso la sua vacuità e sei piombato nella disperazione .

Tra i due possibili modi di vita, di avere la tua attività disciplinata da uno o più scopi dominanti, di cercare consapevolmente di essere felice, o coltivando i sentimenti o altro, ti sembra davvero di aver trovato quest’ultimo molto più riuscito. Entrambi i metodi hanno i loro pericoli, i pericoli dell’auto-coscienza di sé che avete visto chiaramente, per avere successo è necessario riuscire a vivere per la maggior parte spontaneamente, criticando il vostro comportamento solo a intervalli. Il pericolo di distruggere il vostro piacere, subito dopo aver analizzato le sue cause o aver messo in dubbio che la sua permanenza sia indubitabile; ma l’altro modo di vivere ha troppi pericoli .

Per essere felici nel perseguimento di un grande fine si deve essere in grado di evitare di mettere in discussione la reale desiderabilità del vostro fine. Perché nessun fine, mi sembra, sopporta di essere messo in discussione. Io stesso sono stato un appassionato per il bene pubblico e per la scoperta della verità matematica, ma nessuna dei due cose  è durata. Questo fatto che tutto è davvero piuttosto senza scopo è un forte baluardo della religione;

Infatti, anche la gioia più pura potrebbe cadere

E il potere deve fallire e l’orgoglio deve cadere

E l’amore dei cari amici crescere scarso

Ma la gloria del Signore è tutta in tutti.

Alcuni uomini perseguono uno scopo, senza metterla in discussione; essi sono i più felici dei mortali; ma non hanno in qualche modo di capacità critica, e spesso sono pericolosi per i loro compagni; perché a questa classe appartengono fanatici di tutti i tipi, siano o cristiani o bolscevichi, ma ad essa partecipano anche molti innocui e felici scienziati”.

“Ho paura “, ha detto Mill” che stai confondendo due problemi l’autocoscienza contro l’anti – coscienza di sé, e lo scopo contro l’impulso. Tu concordi che l’auto-coscienza è il pericolo nella vita di impulso, e tu hai dimostrato che la vita di scopo diventa un fallimento se e solo se l’auto-coscienza di sé si risveglia. Il mio punto principale è contro l’auto-coscienza di sé, e sembra che tu sia d’accordo; ho messo lo scopo prima dell’impulso, perché nulla può essere davvero soddisfacente, a meno che non sia permanente. Ho letto in Wordsworth

Le mie speranze non più devono cambiare il loro nome

Desidero un riposo che mai sia lo stesso.”

“Mi dispiace “, risposi ” di aver fatto una tale confusione, ma io ancora non credo che tu abbia risolto la questione. Penso che nella vita di impulso l’auto-coscienza può essere richiesta per trovare una soluzione soddisfacente quando diversi istinti risultano in conflitto; e non credo che la scoperta della natura insoddisfacente dei nostri scopi debba essere chiamata coscienza di sé. E’ il risultato di una riflessione critica, non su di noi stessi, ma sulle cose che abbiamo preso come nostri fini. Ma io concordo con entusiasmo  che non dobbiamo troppo spesso chiederci o discutere tra di noi se siamo felici, che forse è la controversia principale”.

“Sì, questo è ciò che sono venuto a dirti ” rispose e uscì dalla stanza.

Questo è il testo in lingua originale:

AN IMAGINARY CONVERSATION WITH JOHN STUART MILL

26 Jan. 1924

I was sitting looking into the fire feeling very bored; everything I do seemed silly; when the door opened and in came an old gentleman dressed in black with side-whiskers and a vaguely familiar face. He began at once “Have you never read my Autobiography?”2.

2 See J.S. Mill, Autobiography, (1 ed. 1873), Boston: Houghton Mifflin Company, 1969. Many passages of the “imaginary conversation” that follows are directly taken from Mill’s text.

Then I realised that it was the late Mr. J.S. Mill. “Some years ago I read it and enjoyed it awfully but I forget books so quickly. I only remember clearly your remarkable education.” “Yes it may well have interested you, but it is not that, to which I have come to call your attention.” “What then?” said I. “The account of my mental crisis; for though some of its aspects were peculiar to myself, yet I think my state was in essentials, one to which all young men are liable, if they use in introspection analytic intellect. I realised this at the time and my depression was greatly aggravated by the conviction that it was inevitable.” “What was it like?” said I.

“It was in the autumn of my twentieth year. I was in a dull state of nerves, such as everybody is occasionally liable to; unsusceptible to enjoyment or pleasurable excitement; one of those moods when what is pleasure at other times becomes insipid or indifferent; the state, I should think, in which converts to the Methodism usually are, when smitten by their first “conviction of sin”. In this frame of mind it occurred to me to put the question directly to myself: “Suppose that all your objects in life were realised; that all the changes in institutions and opinions which you are looking forward to, could be completely effected at this very instant: would this be a great joy and happiness to you?”. And an irrepressible self-consciousness distinctly answered “No!”. At this my heart sank within me; the whole foundation on which my life was constructed fell down. All my happiness was to have been found in the continual pursuit of this end. The end had ceased to charm, and how could there ever again be any interest in the means? I seemed to have nothing left to live for.

At first I hoped that the cloud would pass away of itself; but it did not. A night’s sleep, the sovereign remedy for the smaller vexations of life, had no effect on it. I awoke to a renewed consciousness of the woeful fact. I carried it with me into all companies into all occupations. Hardly anything had power to cause me even a few minutes’ oblivion of it. For some months the cloud seemed to grow thicker and thicker. The lines in Coleridge’s Dejection – I was not then acquainted with them – exactly describe my case:

“A grief without a pang, void, dark and drear,

A drowsy, stifled, unimpassioned grief,

Which finds no natural outlet or relief

In word, or sigh, or tear”.

In vain I sought relief from my favourite books; those memorials of past nobleness and greatness from which I had always hitherto drawn strength and animation. I read them now without feeling, or with the accustomed feeling minus all its charm, and I became persuaded, that my love of mankind, and of excellence for its own sake, had worn itself out. I sought no comfort in speaking to others of what I felt. If I had loved anyone sufficiently to make confiding my griefs a necessity I should not have been in the condition I was. I felt, too, that mine was not an interesting or in any way respectable distress. There was nothing in it to attract sympathy. Advice if I had known where to seek it, would have been most precious. But there was no one on whom I could build the faintest hope of such assistance. So now I want to give the benefit of my experience to anyone in the same conditions. Can I be of any service to you?”

“Well I don’t know that you can, I have felt something of the kind you describe but only as a mood, not as a permanent depression; you put all your eggs in the same basket and to see a hole in it was a terrible shock. Most people have several baskets and even if they find holes in all of them they do so gradually and to some extent make it up by getting new ones. When I’m most depressed I find that fairly soon a fine day revives me, which makes me think the trouble is largely physical. I should have thought that was the explanation of your case; you had overworked dreadfully and say yourself that you were in a dull state of nerves.”

“That’s what Bain said, and I can’t disprove it but it seems to me probably wrong, because twice later I had more serious nervous trouble and had to take a long holiday, but it hadn’t this depressing effect on my mind. And it seems to me that the psychological explanation is so complete, as to render this supposed physical cause unnecessary. Of course, my concentrated devotion to the greatest happiness of the greatest number made my disillusionment more intense; but it would have been serious enough if it had been divided and gradual. I have heard that young men nowadays play with the idea of suicide and apart from that it is clear to me for psychological reasons that there must be some who suffer as I suffered, though there may be some superficial differences.”

“Do tell me why?”

“I am surprised you have not thought of it for yourself; when I was depressed my condition was abundantly intelligible to myself and the more I dwell on it the more hopeless it appeared. I knew that all mental and moral feelings were the results of association, that we love one thing and hate another, take pleasure in one sort of action or contemplation, and pain in another sort, through the clinging of pleasurable or painful ideas to those things from the effect of education or experience. As a corollary to this it is one of the objects of education to form the strongest possible associations of the salutary class; associations of pleasure with all things beneficial to the great whole, and pain with all things hurtful to it. But it seems to me that teachers occupy themselves but superficially with the means of forming and keeping up these salutary associations. They seem to trust altogether to the old familiar instruments, praise and blame, punishment and reward. Now there is no doubt that by these means intense associations of pain and pleasure may be created and produce desires and aversions capable of lasting undiminished to the end of life. But there must always be something artificial and casual in associations thus produced. The pains and pleasures thus forcibly associated with things, are not connected with them by any natural tie; it may therefore be essential to the durability of these associations that they should have become so intense and inveterate as to be practically indissoluble, before the habitual exercise of the power of analysis commences. For the habit of analysis has a tendency to wear away the feelings; its very excellence is that it tends to undermine whatever is the result of prejudice; that it enables us mentally to separate ideas which have only casually clung together: and no associations whatever could ultimately resist this dissolving force were it not that we owe to analysis our clearest knowledge of the permanent sequences in nature. Analytic habits may thus even strengthen the associations between causes and effects, but tend altogether to weaken those which are, to speak familiarly, a mere matter of feeling. They are therefore favourable to prudence and clear-sightedness, but a perpetual worm at the root both of the passions and of the virtues; and, above all, fearfully undermine all desires, and all pleasures, which are the effects of association, that is, perhaps, all except the purely physical and organic, which are entirely insufficient to make life desirable. If then your education has failed to create other feelings in sufficient strength to resist the dissolving influence of analysis, you are left stranded at the commencement of your voyage with a well equipped ship and a rudder, but no sail.”

Here he paused and I broke in at once “But you know psychology has advanced since your day, yours is very out of date.” “Has it?” he answered “I don’t think so. You have advanced in philosophy in a way that excites my profound admiration but in psychology hardly at all. Perhaps you are thinking of the followers of Freud, who seem to regard the analysis of the mind as a panacea.” “Yes” said I “I am thinking of them; you are probably put off by their absurd metaphysics, and forget that they are also scientists describing observed facts and inventing theories to fit them.” “I doubt that; they alone observe these facts, and the different schools do not agree as to their nature still less in their interpretations. And in any case I cannot believe in analysis as a panacea; I see no flaw in what I just said about it, which is verified in my own experience. Analysis may be useful in peculiar cases, with those whose early life has given them harmful associations so that they fear open spaces, or delight in cruelty; but it is simply undoing education and substituting nothing for it. “Yes ”said I” but perhaps Freud might answer that you and he meant different things by the word analysis.” “No” said Mill “that won’t do; it is true he means by it more than I do, for he means a definite technical procedure, whereas I merely mean any serious introspection. But he could not deny that analysis in his sense implies analysis in mine.”

“But of course he would dispute your psychology; he would say, that the most important associations in determining your desires were those formed very early in life and no longer accessible to consciousness. So that your explanation of your depression must be entirely illusory, in his terminology a ’rationalization’. The relevant associations could not possibly be dissolved by your own unaided introspection. If you suffer from claustrophobia you may perceive that there is no real danger in closed spaces but nevertheless you cannot bear to be in one.”

“I don’t agree; we all of us have little weaknesses of that kind, but for the most part succeed in overcoming them, by precisely the process I have described. We reflect and perceive that there is no danger and soon our reflection overpowers our infantile association and we cease to feel fear. ”

“There you come into conflict with the facts which psychoanalysts pretend to have observed, and which are confirmed by common experience. Not only it is often impossible to overcome our weaknesses, but the effort of overcoming them is enormous, and those who are successful soon develop new and perhaps equally distressing symptoms.”

“I don’t believe it” he answered “about the ordinary man; his ’unconscious’ if he has one is of trivial importance. Freud’s theory was developed from observations not of the normal but of the abnormal, who came to him for treatment. It is not in the least clear that it applies to the ordinary man.”

“But surely the laws of psychology should apply to all cases, normal and abnormal alike, and must be obtained from observations of all kinds of men. The psycho-analysts analyse not only patients but also their pupils who are fairly normal. And their work throws doubt on your psychology as being on much too simple lines; desires and aversions are not generally developed by the simple process of associations of pleasure and pain but by far more complicated laws and mechanisms.”

“But even supposing” he said “that my theory is shown by the exceptional cases to be on the wrong lines, that does not dispose of it as the best theory for everyday life. Owing to experiments on 3 exceptional phenomena out of thousands Newton’s theory has been abandoned in favour of that of Einstein; but the latter is so hard to understand and to apply in practise, that Newtonian mechanics are still the most useful in Engineering.”

“You may be right” I answered “but please go back to your own experiences and tell me how you escaped from your depression.”

“About 6 months after it started, I was reading accidentally Marmontel’s Mémoires, and came to the passage which relates his father’s death, the distressed position of the family, and the sudden inspiration by which he, then a mere boy, felt and made them feel that he would be everything to them, would supply the place of all they had lost. A vivid conception of the scene and its feelings came over me, and I was moved to tears. From this moment my burden grew lighter. The oppression of the thought that all feeling was dead within me was gone. I was no longer hopeless. I was not a stock or a stone. I had still, it seemed, some of the material out of which all worth of character, and all capacity for happiness are made. Relieved from my everpresent sense of irremediable wretchedness, I gradually found that the ordinary incidents of life could again give me some pleasure; that I could again find enjoyment, not intense but sufficient for cheerfulness, in sunshine and sky, in books, in conversation, in public affairs; and that there was once more excitement, though of a moderate kind, in exerting myself for my opinions, and for the public good.

Thus the cloud gradually drew off, and I again enjoyed life, and though I had several relapses, some of which lasted several months, I never was again as miserable as I had been.

My experiences had two very marked effects on my opinions and character. In the first place they led me to adopt a theory of life very unlike that on which I had before acted, and having much in common with what at that time I certainly had never heard of, the anti-self-consciousness theory of Carlyle. I never, indeed, wavered in the conviction that happiness is the test of all rules of conduct, and the end of life. But I now thought that this end was only to be attained by not making it the direct end. Those only are happy (I thought) who have their minds fixed on some object other than their own happiness; on the happiness of others, on the improvement of mankind, even on some art or pursuit, followed not as a means, but as itself an ideal end. Aiming thus at something else, they find happiness by the way. The enjoyments of life (such was now my theory) are sufficient to make it a pleasant thing, when they are taken en passant, without being made a principal object. Once make them so, and they are immediately felt to be insufficient. They will not bear a scrutinising examination. Ask yourself whether you are happy and you cease to be so. This theory now became the basis of my philosophy of life. And I still hold to it as the best theory for all those who have but a moderate degree of sensibility and of capacity for enjoyment; that is, for the great majority of mankind.

The other important change which my opinions at this time underwent, was that I, for the first time, gave its proper place, among the prime necessities of human well-being, to the internal culture of the individual. The maintenance of a due balance among the faculties now seemed to be of primary importance, and the cultivation of the feelings became one of the cardinal points in my ethical and philosophical creed.

This state of my thoughts and feelings made the fact of my reading Wordsworth for the first time an important event in my life. What made his poems a medicine for my state of mind, was that they expressed, not mere outward beauty, but states of feeling and of thought coloured by feeling, under the excitement of beauty. In them I seemed to draw from a source of inward joy, of sympathetic and imaginative pleasure, which could be shared in by all human beings; which had no connection with struggle or imperfection, but would be made richer by every improvement in the physical or social condition of mankind. From them I seemed to learn what would be the perennial sources of happiness, when all the greater evils of life shall have been removed.

And the delight which these poems gave me, proved that with culture of this sort, there was nothing to dread from the most confirmed habit of analysis.”

“The second part of your cure” I answered “gives me some doubts on your diagnosis of your complaint. Your feelings were previously undeveloped not because they depended on artificial associations which your introspection had dissolved, but because you had starved them, by over-working and devoting your whole energy to intellectual activity, so that many of your instincts had no satisfaction. Only by introspective analysis could you discover that this was the case and make things better. It was a mild example of the kind of advantage alleged to result from psychoanalysis, which makes clear the patients’ unsatisfied instincts, and what is more important, and did not happen at all to you, sets free those instincts which are repressed or distorted.

Your new theory of life surprises me, for nothing reveals its inadequacy so clearly as your own depression. From your account of yourself this theory represents exactly your practice, even if not your opinions, up to that point. Your whole mind and energy you devoted certainly not to your own happiness, nor even, as you thought, to the greatest happiness of the greatest number, but to achieving certain social reforms, which you regarded in your conduct, though not in your opinions, as the ultimate end. So long as this lasted you were happy, an excellent example of the anti-self-consciousness theory; but once you questioned your ultimate end you perceived its hollowness and were plunged into despair.

Of the two possible ways of life, to have your activity governed by one or more dominating purposes, and to try self-consciously to be happy, whether by cultivating the feelings or otherwise, you seem really to have found the latter far more successful. Both ways have their dangers; the dangers of self-consciousness you have seen clearly, to make it successful you must manage to live for the most part spontaneously, only criticising your behaviour at intervals. The danger of destroying your pleasure by immediately analysing its causes or doubting its permanence is indubitable; but the other way of life has dangers too.

To be happy in the pursuit of a great purpose you must be able to avoid questioning the real desirability of your end. For no end, it seems to me, will bear questioning. I myself have been an enthusiast for the public welfare and for the discovery of mathematical truth, but neither of them lasted. This fact that everything is really rather pointless is a strong bulwark of religion;

For even the purest delight may fall

And power must fail and pride must fall

And the love of the dearest frends grow small

But the glory of the Lord is all in all.

Some men pursue a purpose without questioning it; they are the happiest of mortals; but they lack to some extent the faculty of criticism, and are often dangerous to their fellow-men; for to this class belong fanatics of all sorts both Christian and Bolshevik, but to it also belong many harmless and happy scientists.”

“I’m afraid” said Mill “you are confusing two questions self- consciousness against anti-self-consciousness, and purpose against impulse. You agree that self-consciousness is the danger in the life of impulse, and you have shown that the life of purpose becomes a failure if and only if self-consciousness is awakened. My main point is against self-consciousness, and with that you seem to agree; I put purpose before impulse, because nothing can be really satisfactory unless it is permanent. I have read in Wordsworth

My hopes no more must change their name

I long for a repose that ever is the same.”

“I am sorry” I replied “to have made such a confusion, but I still do not think you have settled the matter. I think that in the life of impulse self-consciousness may be required to find a satisfactory solution when different instincts conflict; and I do not think that the discovery of the unsatisfactory nature of our purposes should be called self-consciousness. It is the result of critical reflexion not about ourselves but about the things we have made our ends. But I do heartily agree that we must not too frequently ask ourselves or discuss with one another whether we are happy, which perhaps is your chief contention.”

“Yes that is what I came to tell you” he answered and walked out of the room.

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Una Risposta to “AN IMAGINARY CONVERSATION WITH JOHN STUART MILL”

  1. best essays 19 febbraio 2014 a 23:42 #

    What’s up i am kavin, its my first occasion to commenting anywhere, when i
    read this piece of writing i thought i could also make comment
    due to this sensible post.

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