Un altro appunto di Frank Pulmpton Ramsey sul significato e la conoscenza

20 Mar

ImmaginePropongo questi due appunti tra loro interconnessi, pubblicati in lingua originale nel libro “Notes on Philosophy, Probability and Mathematics da Mari Carla Galavotti per le edizioni Bibliopolis.

Ogni miglioramento della traduzione è benvenuto.

Nota al testo:

oltre ad anticipare l’importanza dell’accettazione della regola nella definizione di significato, viene anche precisato che le regole, per quanto possano apparire coerenti possono risultare, in particolari aree di applicazione, incoerenti e cioè soggette a contraddizioni.
Questo principio è fondamentale quando si affrontano i problemi della comprensione dei fatti che incontriamo. Infatti in base alla nostra unica (ogni individuo è un unicum) caratteristica fisica del sistema percettivo ed alla unica nostra esperienza individuale costruiamo immagini personali del mondo che possono anche non essere simili a quelle degli altri uomini. La peculiarità individuale può essere una ricchezza o un problema. Risulta sempre un problema quando viene assunta come “assoluto” non modificabile ed intrinsecamente vera. Questi concetti espressi da F.Ramsey e ripresi da Wittgenstein nelle elaborazioni più tarde mostrano come l’intolleranza è un mezzo per commettere errori e cadere in contraddizione: basta vedere l’esempio della diplopia come proposto da Ramsey in questi appunti.
Ma non si tratta neppure di una scelta di tipo relativistico perché le regole devono essere modificate in caso di necessità, ma siccome richiedono come primitivo presupposto la condivisione con gli altri, non possono essere modificate in base ad interessi personali, ma solo per integrare l’area di applicazione. Si deve comunque restare nell’ambito della convenienza, ma in termini sociali. In caso contrario si tratta di “pasticci senza senso”.
Voglio notare anche che questo paragrafo dimostra l’erroneità del materialismo di Galileo Galilei. Infatti pretendere che le leggi della fisica siano scritte nella natura è un presupporre l’oggettività del nostro metodo di ragionamento induttivo. Le nostre immagini del mondo non sono fatti, sono un elemento da noi creato per rappresentarci il mondo per poterci vivere, non sono il mondo.
Anche questi concetti sono il fondamento della nostra libertà di essere in quanto possiamo creare le immagini e le leggi della fisica, della logica, dell’aritmetica, ecc. che vogliamo. Possiamo solo dire che sarebbe utile che fossero, nei limiti di quello che possiamo vedere, coerenti.
Per poter produrre una immagine esattamente identica ad un elemento del mondo esterno probabilmente dovremmo utilizzare un tempo infinito, se operiamo con il metodo delle successive approssimazioni.

E questo è il testo tradotto:

SIGNIFICATO
Noi (B) supponiamo di studiare lo stato di coscienza di A, che supponiamo a noi noto in ordine di tempo, in modo isolato da tutto il resto. In esso si dovrebbero trovare sensazioni, immagini, ecc. Noi non dovremmo essere in grado di trovare leggi adeguate per prevedere il suo corso soprattutto per quanto riguarda la presenza di sensazioni diverse da quelle del movimento volontario (azioni). Ma potremmo avere più successo nel dedurre le immagini, i sentimenti e le azioni quando le sensazioni si sono avute, e noi dovremmo essere sicuramente in grado di costruire una sorta di psicologia di A. In questo dobbiamo naturalmente utilizzare termini come pensiero e significato, ma come e in quali sensi?
Il fatto di cui si dovrebbe trattare in una tale psicologia è che in questo e questo momento A ha avuto esperienze tali e tali, ad esempio, paura, vedere rosso nel mezzo di questo campo, ecc. Può essere che, come Carnap dice tutte queste qualità potrebbero e dovrebbero essere definite in termini di rapporti di somiglianza, (questo non è assurdo nella psicologia di A, dove è assurdo è come filosofia di A che è come Carnap la mette in relazione al futuro), ma noi non ce ne occupiamo in questa sede, ma si supponga che tutte tali qualità siano già “costituite” e procedere con la costruzione di pensiero e di significato.
Naturalmente la base dei fatti non si ottiene in modo univoco da questa spiegazione, e molto è ancora da definire; per esempio, quando si parla dell’esperienze di A in tempi diversi, non è chiaro se ci si riferisce al tempo fisico, o ad una serie semplice senza qualsiasi tipo di elasticità nell’equivalenza, o di serie come quella con identica elasticità quando appare uguale ad A. Ma io non credo che queste difficoltà abbiano molta importanza per il nostro scopo presente; e sembra chiaro che le qualità di esperienze disposte in una sorta di serie storiche permettano di dare una base sufficiente per la costruzione di significato, almeno come idea teoretica (e dubito fortemente che qualsiasi ampliamento della base consentirebbe di essere costruito se non come concetto teoretico). Ma come ho già dubitato di questo  dobbiamo chiarirlo mediante ciò che segue.
SE IL SIGNIFICATO E’ CASUALE
Se il significato è casuale, non possiamo dire nulla circa la natura delle cose, le decisioni circa la natura delle cose sono atti di volontà sulla base di anticipazioni di convenienza: o, naturalmente, pasticci senza senso.
Non possiamo davvero immaginare il mondo come identità scollegate, le identità che conosciamo sono nel mondo.
Quello che non si può fare non si può fare e non è una buona idea provare a farlo.
La filosofia deriva dal non comprendere la logica del nostro linguaggio, ma la logica del nostro linguaggio non è quello che pensava Wittgenstein. Le immagini che creiamo noi stessi non sono immagini di fatti.
Noi cambiamo continuamente le nostre definizioni; ad esempio ho un’esperienza di diplopia e mi appaiono  immagini doppie e dico, vedo che non ci sono due candele ma una: ho sbagliato a a pensare che ce ne fosse una. Ma secondo la mia vecchia definizione, il dire che era una significava che ne vedevo solo una, quindi non ho potuto sulla base della vecchia definizione dire correttamente che che era una.

E questo è il testo originale:

MEANING
Suppose we (B) study A’s consciousness, which we will suppose known to us in time order, in isolation from everything else. In it we should find sensations, images, etc. We should not be able to find laws adequate to predict its course especially as regards the occurrence of sensations other than those of voluntary movement (actions). But we might be more successful in deducing images, feelings and actions when sensations were given, and we should certainly be able to construct some sort of psychology of A. In this we should naturally use terms like thought and meaning, but how and in what senses?
The fact of which we should treat in this psychology would be that at such and such times A had such and such experiences, e.g. fear, seeing red in the middle of this field etc. It may be that as Carnap says all these qualities could and should be defined in terms of resemblance relations, (this is not absurd in the psychology of A, were it is absurd is as A’s philosophy which is how Carnap puts it forward) but we will not concern ourselves with this here, but suppose all such qualities to be already “constituted” and proceed with the constitution of thought and meaning.
Of course the basis of facts is not made unambiguously clear by this explanation, and much is still undecided; for instance, when we speak of A’s experiences at different times it is not clear whether we are referring to physical time, or to mere series without any kind of equality of stretches, or to such series with stretches equated when they seem equal to A. But I do not think these difficulties matter much to our present purpose; and it seems clear that the qualities of experiences arranged in some sort of a time-series afford a sufficient basis for the construction of meaning at least as theoretical idea (and I very much doubt whether any widening of the basis would enable it to be constructed as anything but theoretical idea). But as I used to doubt this we must leave it to be made clear by what follows.

IF MEANING IS CASUAL
If meaning is casual, we cannot mean anything about the nature of things; decisions about the nature of things are acts of will based on anticipations of convenience: or of course nonsensical muddles.
We cannot really picture the world as disconnected selves; the selves we know are in the world.
What we can’t to we can’t do and it’s no good trying.
Philosophy comes from not understanding the logic of our language; but the logic of our language is not what Wittgenstein thought. The pictures we make to ourselves are no picture of facts.

We keep changing our definitions; e.g. I discover double images and say, I see there aren’t two candles but one: I was wrong in thinking there was one. But according to my old definition, to say there was one meant I would only see one; so I could not on the old definition truly say there was one.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: