Una risposta alla crisi: più logica e meno propaganda

24 Lug

Ci si domanda spesso come possano i personaggi pubblici e i commentatori fare affermazioni fuori luogo o senza senso comune.

La risposta ci è stata data da due illustri ingegneri della conoscenza del XX secolo intorno agli anni venti e in particolare dallo scritto di F.P. Ramsey del 20 ottobre 1923 intitolato: Induction: Keynes and Wittgenstein

Prima di riportare una traduzione, non specialistica, di quel testo e l’originale per chi conosce la lingua inglese, faccio osservare che l’induzione è il ragionamento di uso più comune tra i politici, gli economisti e quanti pensano di convincere gli altri delle loro opinioni. Come si vede nell’articolo il ragionamento è connesso strettamente con la psicologia. Quindi quanti vogliono convincerci delle loro idee tenderanno ad orientare il ragionamento in forma induttiva cercando di affabularci mediante l’uso di elementi psicologici che tendono ad unificare le opinioni degli ascoltatori.

Questa affabulazione talvolta fallisce per l’impreparazione o il mancato supporto di orientamento preventivo dell’opinione pubblica o di chi è interessato a certe informazioni.

In generale tuttavia funziona proprio perché questi gestori dell’opinione pubblica prima studiano come fare per convincere il popolo ad accettare provvedimenti spesso inutili, ma in genere dannosi per la gran parte delle persone. E’ un procedimento che è stato illustrato già dal sig. Monti prima di essere eletto. Addirittura ne fa una attività principale nelle pubbliche dichiarazioni. Questo giustifica il motivo per cui, malgrado l’insostenibilità logica delle sue posizioni e dei suoi ministri, ha ancora un consenso superiore a qualsiasi governo precedente. 

Si capisce anche come si sia potuto verificare un fenomeno come la Lega che utilizzando i luoghi comuni delle persone del nord è riuscita a creare una classe dirigente che faceva solo i propri interessi e nessuno se ne accorgeva.

Per non parlare del fenomeno Berlusconi in Italia e di analoghi in altre parti del mondo dove ci si attenderebbe una cultura democratica matura.

Il problema è tutto qui. L’uso prevalente, se non addirittura esclusivo del ragionamento induttivo.

Il limite del ragionamento induttivo è la contraddizione a cui porta frequentemente quando non viene verificato nella realtà il risultato atteso. Siccome la logica viene accuratamente esclusa dai mezzi di informazione, dalla scuola, ecc. spesso le contraddizioni passano senza problemi e si continua a credere a ragionamenti sballati, come quelli della Fornero, che fanno a pugni con la logica anche senza ricorrere al formalismo della matematica. Se ne è accorto persino il presidente di Confindustria, ma quando l’ha detto è stato zittito malgrado le sue fossero deduzioni logiche corrette.

Un altro esempio importante è il trattato di Maastricht che rappresenta un pugno in faccia alla logica in quanto assume come veri ragionamenti induttivi evidentemente errati e ci ha portato alle conseguenze che oggi tutti vediamo. Tuttavia i politici anziché dire: – ci siamo sbagliati correggiamo gli errori – si inventano, sempre con metodi induttivi spesso insensati, altre cose per tenere in piedi la contraddizione di base: la BCE con potere di quantitative easing, gli eurobond, il salvastati, il pareggio in costituzione e le altre balle opportunamente propagandate come se fossero yogurt o pannolini per neonati o cure anticellulite. Una volta che il pubblico ha acquisito nella propria psicologia questi fatti come salvifici interviene il salvatore della patria a schiacciare i diritti dei cittadini con applicazione di queste pezze a colori e un contemporaneo svilimento della capacità di partecipazione del popolo alle decisioni dello stato.

Non parlo della TAV perché lì ci sono cose molto oscure, visto che l’investimento deve essere sostenuto da Italia e Francia in modo esclusivo e con i fondi europei destinati per le infrastrutture a questi paesi in quanto l’Europa non può finanziare un investimento che resterà per decenni sotto il break even point e quindi porterà solo perdite. Ma i governi tutti l’hanno sostenuto come indispensabile facendo leva sulla pubblica opinione attraverso l’ostensione delle attività dei movimenti anarchici che le sono contrari.

Naturalmente il fatto che le scelte induttive siano di origine psicologica determina un invito agli psichiatri ad esaminare accuratamente i discorsi dei politici e dei cosiddetti economisti per valutare il loro stile comportamentale (psicotico, neurotico, paranoide, schizzoide, ecc) al fine di valutarne la pericolosità nel caso convincano le persone a seguire le loro idee.

Infine faccio notare che viene espressa una forte critica alla teoria della probabilità di Keynes che, come è noto, porta ad un vicolo cieco. Quindi questi non è solo stato un problema per l’economia con le sue teorie che hanno fatto sistematicamente danni (con l’eccezione degli U.S.A. perché l’effetto della sua politica è stato coperto dalla conquista di mezzo mondo direttamente o indirettamente con la seconda guerra mondiale), ma anche nelle valutazioni in condizioni di incertezza.

Di seguito una mia traduzione del testo di Ramsey. Un vostro commento è gradito e, naturalmente qualsiasi contributo a renderlo più chiaro.

Induzione: Keynes e Wittgenstein

Ho intenzione di discutere di una delle più importanti questioni filosofiche, che è di interesse generale e non, credo, difficile da capire. Quello che, tuttavia, è così difficile, tanto che che ho abbandonato il tentativo, è di spiegare le ragioni che sono per me decisive a favore del punto di vista che mi sono proposto, vale a dire che è l’unico compatibile con il resto del sistema di Wittgenstein.

“Il processo di induzione”, dice, “è il processo di assumere la più semplice legge che può essere fatta in armonia con la nostra esperienza. Questo processo, tuttavia, non ha alcun fondamento logico, ma solo psicologico. E’ chiaro che non ci sono motivi per ritenere che il più semplice corso degli eventi avverrà realmente”.

Questo è il punto di vista che voglio difendere, ma comincerò considerando la sola descrizione plausibile di una visione alternativa, della quale sono a conoscenza, e cioè quello di Keynes nel suo Treatise on Probability.

Egli introduce una ipotesi, che egli chiama l’ipotesi di varietà limitata, che è grosso modo che tutte le proprietà delle cose nascono da varie combinazione di assenza o presenza di un numero finito di proprietà fondamentali o generatrici. Egli sostiene che gli assunti di questa ipotesi potrebbero giustificare il nostro attribuire certezza alle loro conclusioni ma che il grado giusto di probabilità approssimerebbe la certezza quante più osservazioni sono state fatte che confermano le conclusioni.

Mi sembra che il suo argomento per l’adeguatezza di questa ipotesi contenga un errore; cioè che non richieda l’ipotesi che la varietà sia limitata, bensì che abbia qualche limite definito. Possiamo giustificare l’induzione supponendo che ci sono solo 1000 generatori di proprietà, o supponendo che ce ne siano solo 5 milioni, ma non è sufficiente supporre semplicemente che siano un numero finito. Spiegare perché penso che questa modifica sia necessaria, non è possibile senza entrare in dettagli difficili.

Ma che io abbia ragione o no, non vedo alcuna ragione logica per credere ad alcuna di tali ipotesi; non sono il genere di cose di cui si può supporre di avere una conoscenza a priori, perché sono complicate generalizzazioni sul mondo che evidentemente potrebbero non essere vere. A questo si potrebbe rispondere che non è necessario supporre di conoscere l’ipotesi per certi a priori, ma solo che ha una probabilità finita a priori. (Può essere spiegato che l’alternativa ad una probabilità finita non è un infinito, ma un infinitesimo, come la probabilità che un cuscino abbia una tonalità di colore definito da un numero infinito di tonalità possibili). Argomenti induttivi avrebbero una certa forza se la probabilità iniziale dell’ipotesi fosse finita, e potrebbe quindi essere applicata alla stessa ipotesi, e quindi la probabilità dell’ipotesi aumenterebbe, il che aumenterebbe anche la forza dell’argomento induttivo. Questo corrisponderebbe alla nostra sensazione che l’induzione derivi la sua validità, almeno in parte, dalla nostra esperienza del suo successo.

Dobbiamo quindi considerare la probabilità a priori di una ipotesi di varietà limitata; come possiamo determinare se è finita? Presumibilmente, mediante ispezione diretta, ma a causa della natura astratta delle ipotesi questo è difficile, mi sembra più facile affrontare la questione se notiamo che, se l’ipotesi ha una limitata probabilità a priori, l’ha così ogni generalizzazione come “tutti i cigni sono bianchi”; questo è davvero l’unico motivo per introdurre l’ipotesi. Se poi si può vedere, come credo che possiamo, che la probabilità a priori di “tutti i cigni sono bianchi” è infinitesimale, così deve essere quello dell’ipotesi di varietà limitata.

Non vedo come procedere ulteriormente senza discutere la natura generale di probabilità; secondo Keynes sussiste tra qualsiasi coppia di proposizioni qualche relazione logica oggettiva, da cui dipende il grado di fiducia che è razionale avere in una delle due proposizioni, se l’altra è già nota. Questa chiara obiettiva teoria è però offuscata dal suo affermare in uno o due passaggi che “la probabilità è relativa in un certo senso ai principi della ragione umana”. Con la parola umana si passa da una nozione puramente logica per una che è, almeno in parte, psicologica, e di conseguenza la teoria diventa vaga e confusa. Keynes cerca di identificare le relazioni logiche tra proposizioni, con quelle psicologiche che esprimono il grado di fiducia che è razionale per gli uomini di intrattenere, con il risultato che le relazioni di probabilità di cui egli parla non possono essere chiaramente identificate, dove la difficoltà nel decidere o no può sempre essere confrontata tra l’uno e l’altro o misurata da numeri.

Tra proposizioni ci sono infatti relazioni logiche, o formali, alcune delle quali ci permettono di dedurre una proposizione dall’altra con certezza, altre solo con probabilità. Per esempio, se p e q sono due proposizioni elementari, ad esempio come asserire fatti atomici, possiamo vedere quale probabilità la proposizione p v q (p o q) dà alla proposizione p nel modo seguente.

Ci sono 4 casi possibili:

p vera e q vera

p vera e q falsa

p falso e q vero

p falsa e q falsa

di queste l’ultima (p falsa e q falsa) è esclusa dall’ipotesi p v q; dei restanti tre casi p è vera in 2, così p v q fornisce la probabilità 2/3. Tali probabilità sono inevitabilmente numeriche e derivano in maniera chiara e stabilita dalle forme logiche delle proposizioni; e mi sembrano essere le uniche probabilità logiche, e solo loro possono fornire una giustificazione logica per una inferenza.

E’chiaro che non giustificano l’induzione, perché non permettono in nessun modo di dedurre da un insieme di fatti altri fatti interamente distinti da questi; non c’è alcun rapporto formale di questo tipo tra la tesi secondo cui alcuni cigni esaminati sono bianchi e la proposizione che qualche altro cigno è bianco. Questo può essere visto anche prendendo il problema dell’induzione nella forma in cui l’abbiamo lasciato. Abbiamo visto che se l’induzione deve essere giustificata deve esserci una probabilità finita iniziale che tutti i cigni sono bianchi, e questo non potrà essere, a causa del numero infinito di cose che, per quanto ne sappiamo a priori, possono essere cigni neri.

A questa teoria della probabilità si potrebbe probabilmente obiettare, in primo luogo, che è difficile dare applicazione pratica, perché non si conoscono le forme logiche delle complicate proposizioni della vita di ogni giorno; a questo rispondo che può comunque essere una teoria vera, e che questo è supportato dalle contraddizioni alle quali le  applicazioni alla vita quotidiana delle teorie della probabilità quasi sempre portano.

Una seconda obiezione più grave è che essa non giustifica processi come l’induzione, che riteniamo ragionevole, e che deve essere in un certo senso ragionevole o non c’è niente per distinguere il saggio dal folle. Ma vorrei suggerire che il senso in cui sono ragionevoli non necessita che non siano giustificati da relazioni logiche.

Mi sembra che ci sia una qualche analogia tra questa questione e quella del bene oggettivo o intrinseco, in quest’ultima si considera la giustificazione delle nostre azioni, e sono presentate ad un tempo con la semplice soluzione che ciò  si trovi nella tendenza a promuovere il loro valore intrinseco, una misteriosa entità non facile da identificare; se ora ci rivolgiamo alla giustificazione dei nostri pensieri noi abbiamo l’ugualmente semplice soluzione che questa si trovi nel seguire certe relazioni di probabilità logica (egualmente misteriose e difficili da identificare), come le uniche individuabili sono evidentemente inappropriate. Io penso che entrambe queste semplici soluzioni sono errate, e che le vere risposte  non siano in termini di etica o di logica, ma di psicologia: ma qui finisce l’analogia; le azioni sono giustificate se esse sono tali che esse o le loro conseguenze noi o le persone in generale abbiamo una qualche reazione psicologica come esserne soddisfatti.

Ma non possiamo dare questi casi in giustificazione delle inferenze. Due soluzioni mi sembrano possibili; una, suggerita da Hume, è che le buone deduzioni sono quelle derivanti dai principi dell’immaginazione che sono permanenti, irresistibili ed universali in opposizione a quelle che sono mutevoli, vacue e irregolari. La distinzione tra ragionamento buono e cattivo è quindi la stessa che c’è tra salute e malattia.

L’altra soluzione possibile mi è appena venuta in mente, e poiché sono stanco non riesco a distinguere chiaramente se è ragionevole o assurda. Grosso modo  è che un tipo di deduzione è ragionevole o irragionevole in funzione delle frequenze relative con le quali determina il vero o il falso.

L’induzione è ragionevole in quanto produce previsioni che sono in generale verificate, non a causa di qualsiasi previsione logica, che è generalmente verificata, né a causa di ogni relazione logica tra le sue premesse e conclusioni.

In questa prospettiva possiamo stabilire per induzione che l’induzione è razionale, ed essendo l’induzione ragionevole questo sarebbe un argomento di buon senso.

Induction: Keynes and Wittgenstein

(Da Notes on Philosophy, probability and mathematics di Frank Plumpton Ramsey, edited by Maria Carla Galavotti- ed. Bibliopolis)

I am going to discuss one of the most important philosophical questions, which is of general interest and not, I think, difficult to understand. What, however, is so difficult, that I have abandoned the attempt, is to explain the reasons which are to me decisive in favor of the view which I shall put forward, namely that it is the only one compatible with the rest of Mr. Wittgenstein’s system.

“The process of induction” he says, “is the process of assuming the simplest law that can be made to harmonize with our experience. This process, however, has no logical foundation but only a psychological one. It is clear that there are no grounds for believing that the simplest course of event will really happen”.

This is the view which I wish to defend, but I shall begin by considering the only plausible account of an alternative view, with which I am acquainted; namely, that of Keynes in his Treatise on Probability.

He introduces an hypothesis, which he calls the hypothesis of limited variety, which is roughly that all  properties of things arise from the various combination of absence and presence of a finite number of fundamental or generator  properties. He argues that the assumptions of this hypothesis would justify our attributing certainty to their conclusions, but that the appropriate degree of probability would approach certainty as more and more observations were made which confirmed conclusions.

It seems to me that his argument for adequacy of this hypothesis contains a mistake; that what is required is not of the hypothesis that variety is limited, but that it has some definite limit. We can justify induction by supposing that there are only 1000 generator properties, or by supposing that there are only 5000000; but it is not enough to suppose merely that they are finite number. To explain why I think this modification necessary, is not possible without going into difficult details.

But whether I am right in this or not, I see no logical reason for believing any such hypothesis; they are not the sort os things of which we could be supposed to have a priori knowledge, for they are complicated generalizations about the world which evidently may not be true. To this it may be answered that it is not necessary to suppose that we know the hypothesis for certain a priori, but only that it has a finite a priori probability. (It may be explained that the alternative to a finite probability is not an infinite, but an infinitesimal one, like the probability that the cushion has one definite shade of colour out of an infinite number of possible ones). Inductive arguments would have some force if the initial probability of the hypothesis were finite, and could then be applied to the hypothesis itself, and so the probability of the hypothesis would be increased which would again increase the force of inductive argument. This would correspond to our feeling that induction derived its validity in part at least from our experience of its success.

So we have to consider the a priori probability of an hypothesis of limited variety; how are we to determine whether it is finite? Presumably, by direct inspection, but owing to the abstract nature of the hypothesis this is difficult; it seems to me easier to approach the question if we notice, that if the hypothesis has a finite a priori probability, so has any generalization such as “all swans are white”; this indeed is the sole point in introducing the hypothesis. If then we can see, as I think we can, that the a priori probability of “all swans are white” is infinitesimal so must be that of the hypothesis of limited variety.

I do not see how to proceed any further without discussing the general nature of probability; according to Keynes there holds between any two proposition some objective logical relation, upon which depends the degree of belief which it is rational to have in the proposition, if the other is what is known already. This clear objective theory is however blurred by his saying in one or two passages that “probability is relative in a sense to the principles of human reason”. With the word human we pass from a purely logical notion to one which is in part, at least, psychological, and in consequence the theory becomes vague and muddled. Keynes tries to identify the logical relations between propositions, with the psychological ones which express the degree of belief which it is rational for men to entertain, with the result that the probability relations of which he speaks cannot be clearly identified, whence the difficulty in deciding whether or no they can always be compared with one another or measured by numbers.

Between proposition there are indeed logical, or formal relations; some of these enable us to infer one proposition from the other with certainty, others only with probability. For example if p,q are two elementary propositions, i.e. such as assert atomic facts, we can see what probability the proposition p v q gives to the proposition p in the following way.

There are 4 conceivable cases

p true and q true

p true and q false

p false and q true

p false and q false

of these the last (p false and q false) is excluded by the hypothesis p v q; of the remaining three cases p is true in 2; so p v q gives the probability 2/3. Such probabilities are inevitably numerical and arise in a clearly stateable way from the logical forms of propositions; and they seem to me to be the only logical probabilities, and they alone can provide logical justification for an inference.

It is clear that they do not justify induction; for they in no way allow inference from one lot of facts to other entirely distinct ones; there is no formal relation of this sort between the proposition that certain examined swans are white and the proposition that some other swan is white. This may also be seen by taking up the problem of induction in the form in which we left it. We saw that if induction is to be justified there must be a finite initial probability that all swans are white, and this there will not be owing to the infinite number of things which, for all we know a priori, may be black swans.

To this theory of probability it would probably be objected, first, that it is difficult to give it practical application, because we do not know the logical forms of the complicated propositions of every day life; to this I answer that it may nevertheless be true theory, and that this is supported by the contradictions to which applications to daily life of theories of probability almost invariably lead.

A second and more serious objection is that it does not justify such processes as induction which we regard as reasonable, and which must be in some sense reasonable or there is nothing to distinguish the wise man from the fool. But I would suggest that the sense in which they are reasonable need not be that they are justified by logical relations.

There seems to me to be some analogy between this question and that of objective or intrinsic good, in the latter we consider the justification of our actions, and are at once presented with the simple solution that this lies in their tendency to promote intrinsic value, a mysterious entity not easy to identify; if now we turn to the justification of our thoughts we have the equally simple solution that this lies in their following certain logical probability relations, equally mysterious an difficult to identify, as the only ones discoverable are evidently unsuitable. I think that both these simple solutions are wrong, and the true answers are in terms not of ethics or logic, but of psychology; but this is the end of the analogy; actions are justified if there are such, that to them or their consequences we or people in general have certain psychological reactions such as being pleased. But we cannot give this account of the justification of inferences. Two accounts seem to me possible; one, suggested by Hume, is that good inferences are those proceeding from those principles of the imagination which are permanent, irresistible and universal, as opposed to those which are changeable, weak and irregular. The distinction between good reasoning and bad is then that between health and disease.

The other possible account has only just occurred to me, and as I am tired I cannot see clearly if it is sensible or absurd. Roughly it is that a type of inference is reasonable or unreasonable according to the relative frequencies with which it leads to truth and falsehood. Induction is reasonable because it produces predictions which are generally verified, not because of any logical predictions which are generally verified, not because of any logical relation between its premiss and conclusion. On this view we should establish by induction that induction was reasonable, and induction being reasonable this would be a reasonable argument.

 
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