Spiegazione della Manovra Monti alla luce delle indicazioni della BCE

26 Dic

Vi svelo le motivazioni e gli scopi della manovra Monti, come prevista e sponsorizzata dalla BCE.

Dal bollettino di dicembre della BCE a pagina 106 e successive si legge lo scopo, le modalità e le azioni previste per allineare le economie europee a quella tedesca.

Disgraziatamente in Italia vale la barzelletta dell’inferno tedesco e Italiano. Qui da noi oggi manca una cosa domani un’altra e non si riesce a fare nulla seriamente. Per altro questa manovra ha connotazioni molto teoriche e poco valide nella pratica. E questo è detto chiaramente anche nello stesso bollettino.

Ma noi vogliamo fare un’analisi non basata su astratti modelli dove si ignora volutamente l’effetto della situazione disastrosa del sistema del credito che assorbe risorse, in particolare dagli stati più deboli e meno capaci di difendersi dalla prepotenza finanziaria che è arrivata al punto di autoridursi la riserva obbligatoria del 50% senza che i governi abbiano potuto metterci becco. E’ un prelievo monetario giustificato solo dallo stato fallimentare del sistema bancario. Per altro la completa inefficienza dei politici europei è già stata punita dai mercati che stanno fuggendo dal rischio Euro. Infatti la dipendenza dal sistema bancario della politica europea non è rassicurante per i mercati per lo stato di questo oltre agli errori di gestione della crisi fatta contro il mercato e non per assecondarlo. Ricordiamo che Bruxelles ha di fatto ridotto il debito della Grecia in modo da non far pagare l’assicurazione del credito (CDS) generando una immediata rinuncia all’acquisto dei bond statali da parte degli operatori per mancanza di coperture di rischio.

Questo è il testo del bollettino di dicembre della BCE:

BCE

106 Bollettino mensile Dicembre 2011

ANDAMENTI ECONOMICI E MONETARI

Andamento della finanza pubblica

LA SVALUTAZIONE FISCALE: UNO STRUMENTO DI AGGIUSTAMENTO ECONOMICO

Oltre alle difficoltà di bilancio, alcuni paesi dell’area dell’euro si confrontano anche con problemi di competitività, che comportano persistenti disavanzi di conto corrente. Poiché la svalutazione nominale non è possibile per i paesi che partecipano a un’area valutaria, la competitività deve essere riacquisita entro i confini nazionali. A tal fine sono necessarie riforme strutturali volte ad aumentare la produttività e l’adeguamento dei prezzi relativi, soprattutto mediante una moderazione salariale in termini reali. Il presente riquadro esamina, in una prospettiva analitica, l’opzione di politica economica costituita da una “svalutazione fiscale” (fiscal devaluation), proposta in letteratura come un ulteriore strumento atto a concorrere al processo di aggiustamento economico.

La svalutazione fiscale consiste nell’impiego del sistema tributario per riprodurre una svalutazione nominale del tasso di cambio, in particolare aumentando le imposte sulle importazioni e riducendole sulle esportazioni, modificando così il prezzo relativo dei beni nazionali ed esteri. Nella pratica, questo obiettivo può essere conseguito indirettamente mediante una riduzione del- le imposte che gravano sui costi di produzione, come quelle sul lavoro dipendente o sui redditi delle imprese, e che quindi incidono anche sul costo delle esportazioni; tale sgravio verrebbe finanziato con un aumento dell’IVA (in considerazione del fatto che le esportazioni non sono soggette a tale imposta) o delle tasse sulla proprietà. Tuttavia, anche nel caso di una riforma fiscale a impatto neutro sul bilancio, le differenze nella tempistica degli introiti e nella velocità delle reazioni comportamentali potrebbero generare perdite delle entrate nel breve periodo e costituire un ostacolo per i paesi con vincoli di bilancio nel breve termine. Inoltre, l’analogia con una variazione del tasso di cambio nominale non è perfetta, poiché la svalutazione fiscale non è accompagnata da un aumento dell’offerta di moneta a livello nazionale.

L’analisi teorica suffraga la tesi secondo cui una svalutazione fiscale può aiutare a riacquistare competitività. La transizione da un’imposizione basata sull’origine a una basata sulla destinazione, come ad esempio da un’imposta sui redditi da lavoro delle imprese all’IVA o a un’imposta sulle vendite, comporta un deprezzamento fiscale immediato. In genere, questo non avrebbe alcun impatto nel lungo termine 1), poiché in ultima istanza il tasso di cambio effettivo reale si adegua, attraverso un apprezzamento (per i paesi con un tasso di cambio flessibile) o l’inflazione (per i paesi con tasso di cambio fisso, fra cui quelli appartenenti a un’area valutaria). Per alcuni paesi dell’area dell’euro, tuttavia, il punto di partenza è costituito da uno squilibrio contraddistinto da un tasso di cambio effettivo reale sopravvalutato. In questo caso, una svalutazione fiscale accelererebbe semplicemente un processo correttivo inevitabile e non ci si può attendere che sostituisca le necessarie riforme strutturali.

Inoltre, secondo le simulazioni effettuate utilizzando modelli di equilibrio dinamico, una svalutazione fiscale dovrebbe essere considerevole per generare un impatto significativo sulla competitività e sul commercio. Questa tesi è avvalorata dalle simulazioni effettuate dagli esperti della BCE impiegando il modello dell’economia dell’area dell’euro e mondiale (Euro Area and Global Economy, EAGLE), nonché da altre ricerche recenti 2). L’evidenza empirica tende a riscontrare peraltro che variazioni contenute nelle imposte nazionali hanno scarso impatto sugli scambi commerciali 3). Allo stesso tempo, non è stato ancora intrapreso alcuno studio che consideri il caso particolare dei paesi di un’area valutaria che partano da una posizione non concorrenziale.

Nondimeno, è probabile che le riforme che spostano l’imposizione dai fattori produttivi ai consumi presentino vantaggi in una prospettiva economica più ampia. La transizione da tasse sui redditi da lavoro o sui profitti verso un’imposizione sui consumi o sulla proprietà potrebbe favorire la crescita sul piano strutturale in aggiunta all’effetto (forse modesto) di esportazioni nette più elevate. Tale riforma ridurrebbe la distorsione dell’imposizione fiscale a scapito del risparmio e pro- muoverebbe l’offerta di lavoro. Inoltre, un regime tributario più attraente potrebbe incoraggiare gli investimenti, anche favorendo quelli diretti esteri. Esistono forti evidenze empiriche che uno spostamento verso la tassazione dei consumi o degli immobili ha un impatto positivo sulla crescita 4). Per tutelare i miglioramenti di competitività conseguiti in seguito a una svalutazione fiscale, è importante prevenire un aumento delle attese di inflazione. Da un lato, se si riducono le imposte sui redditi delle imprese o sui salari a carico del datore di lavoro, i costi di produzione diminuiscono immediatamente, circostanza che consentirà anche una contrazione dei prezzi al netto dell’IVA; è probabile quindi che l’inflazione al netto dell’effetto di questa imposta sia inferiore, sebbene l’impatto sia incerto e possano crescere anche i margini di profitto. Dall’altro lato, l’aumento contestuale dell’IVA avrà un impatto immediato una tantum sull’inflazione, con il rischio che gli eventuali effetti di secondo impatto su prezzi e salari contrastino l’impatto benefico sulla competitività. Nei paesi con regole automatiche di adeguamento all’inflazione, l’incremento di competitività sarebbe necessariamente di breve durata.

Nel complesso, una svalutazione fiscale mediante la quale le imposte sui redditi da lavoro o delle imprese sono in qualche misura sostituite dall’IVA o da imposte sugli immobili può fornire un contributo positivo, ancorché contenuto, all’aggiustamento economico necessario in alcuni paesi dell’area dell’euro con problemi di competitività. Allo stesso tempo, una svalutazione fiscale non può sostituire, ma solo integrare, le riforme strutturali necessarie. Al di là di queste considerazioni, un regime impositivo più efficiente che agevoli il risparmio e gli investimenti è in grado, più in generale, di favorire una maggiore crescita reale.

  1. 1)  Cfr. Grossman, G. (1980), “Border Tax Adjustments: Do They Distort Trade?”, Journal of International Economics, vol. 10 (1), pp. 117-128. Cfr. anche Feldstein, M. e P. Krugman (1990), “International Trade Effects of Value-Added Taxation” in Razin, A. e J. Slemrod (a cura di), Taxation in the Global Economy, University of Chicago Press, in cui si sostiene fra l’altro che l’IVA può incidere sugli scambi commerciali se sostituisce un’imposta con effetto distorsivo oppure se le aliquote d’imposta applicate al settore dei beni commerciabili differiscono di fatto da quelle vigenti per il resto dell’economia. 
  2. 2)  Cfr. Franco, F. (2010), “Improving competitiveness through devaluation, the case of Portugal”, mimeo, Nuova Università di Lisbona; Lipińska, A. e L. von Thadden, Monetary and fiscal policy aspects of indirect tax changes in a monetary union, Working Paper della BCE, n. 1097, Francoforte sul Meno, ottobre 2009. 
  3. 3)  Cfr. Desai, M.A. e J.R. Hines (2002), “Value-Added Taxes and International Trade: The Evidence”, mimeo, University of Michigan, nonché Keen, M. e M. Syed (2006), M., Domestic Taxes and International Trade: Some Evidence, Working Paper dell’FMI, WP/06/47. 
  4. 4)  Cfr., ad esempio, Johansson, Å. et al. (2008), Taxation and Economic Growth, Economics Department Working Paper dell’OCSE, n. 620, in cui si rileva che l’IVA e le imposte sugli immobili sono le tasse meno nocive alla crescita, mentre quelle sui redditi da la- voro e delle imprese sono le più dannose. Per il caso specifico di un piccolo paese dell’area dell’euro, nella pubblicazione Alemeida, V. et al., Fiscal consolidation in a small euro area economy, Working Paper del Banco de Portugal, maggio 2011, si utilizza un modello di equilibrio generale neo-keynesiano per esaminare diverse opzioni di risanamento dei conti pubblici. Si riscontra che un aumento dell’IVA è più favorevole alla crescita e all’occupazione rispetto a un aumento dell’imposizione sul lavoro, benché una riduzione della spesa sia migliore rispetto a entrambe le opzioni. 

A questo punto occorre verificare almeno tre cose:

  1. La validità del modello economico che ha portato ad applicare questo sistema, mai usato in passato, per ottenere una convergenza tra economie diversissime.
  2. La probabilità di raggiungimento dei risultati che si vogliono ottenere
  3. I costi sociali che comporta questa manovra e le classi che maggiormente vengono colpite da questo intervento

Poi vedremo se c’è modo di coprirsi dai rischi che questa manovra comporta.

Il sistema portato da Monti consiste, per ora, nella fase della tassazione e contenimento dei salari e delle pensioni. In forma non proporzionale ai redditi, ma per larga parte indiscriminata e senza riferimento alla sostenibilità dei tassati.

La tassazione delle proprietà si è accentrata principalmente sulla casa, prima o seconda che sia senza particolari agevolazioni perché a discrezione degli enti locali notoriamente affamati di soldi e quindi pronti ad incrementare tariffe e tasse locali.

Questa “moderazione” dei redditi colpisce prevalentemente le classi meno abbienti perché, per avere efficienza, la manovra deve rastrellare la maggior parte del reddito tassabile e questo come dimostrò Frank Ramsey, si ottiene tassando non i ricchi, ma le classi intermedie o i poveri perché sono di più anche se non detengono la maggior parte della ricchezza. In altre parole moltiplicando la quantità per le tasse richieste si ottiene un gettito maggiore se si aggredisce il reddito dei meno abbienti rispetto all’aggressione del reddito dei veri ricchi.

Questa operazione di sottrazione di denaro alla comunità, sia per tassazione sia per contenimento del reddito dei lavoratori, dovrebbe servire per alleggerire le tasse al sistema produttivo che, in tal modo, abbasserebbe i prezzi di vendita dei propri prodotti e quindi risulterebbe più competitivo.

Che sia puerile e sbagliato questo modello si può dimostrare molto semplicemente.

Per prima cosa non distingue tra imprese che hanno concorrenza internazionale e imprese che operano solo sul mercato domestico. Le imprese che operano sui mercati internazionali hanno interesse a rimanere competitive e quindi potrebbero contenere i propri listini di vendita. Per le imprese senza concorrenza internazionale si tratta del regalo  costituito da un incremento degli utili perché non c’è motivo che riducano i prezzi.

Inoltre non capisco come il modello possa aver dato risultati positivi se si pensa che la maggior parte dei lavoratori sarà costretto a ridurre gli acquisti e quindi il mercato tenderà a far ridurre i fatturati di tutte le imprese. Siccome i costi di produzione aumentano notevolmente al ridursi delle quantità prodotte alla fine la riduzione del reddito o sarà un danno o indifferente per la competitività aziendale.

Se il modello non ha tenuto conto di questo aspetto e dell’effetto recessivo dell’intervento dovuto ad una riduzione delle disponibilità di spesa anche per aumento della disoccupazione non è un modello valido. Inoltre l’aumento dei disoccupati porterà ad un incremento della spesa pubblica per assistenza a questi lavoratori, quindi il risanamento legato all’incremento di introiti per lo stato sarà assorbito, in tutto o in parte, da questa necessità. A meno che non si voglia arrivare ad uno scontro di piazza per la fame di quanti vengono esclusi socialmente.

C’era una possibilità che si potesse raggiungere, anche se sempre attraverso la macelleria sociale, almeno qualche risultato se si fosse anteposto lo sgravio fiscale alle imprese (e comunque in modo selettivo) all’aumento delle tasse. Ma con l’operazione fatta con questa tempistica ci si è precipitati su un’aspettativa di recessione che verrà peggiorata dagli annunci di aumento della pressione fiscale.

Quindi la probabilità di successo dell’operazione risulta inferiore al 50%

Come proteggersi?

Per i lavoratori dipendenti ed i pensionati non c’è possibilità perché i partiti politici hanno passivamente accettato il diktat della BCE, rinunciando anche all’ultimo briciolo di indipendenza; inoltre i sindacati ormai sono solo una catena di trasmissione dei defunti partiti e quindi non operano più neppure lontanamente in favore dei lavoratori, ma hanno il solo obbiettivo di sopravvivere e mantenere il potere che si sono ricavati.

Per chi può abbandonare l’Italia questa è una buona occasione.

Infine vorrei dire che qualsiasi manovra venga fatta non sarà possibile ottenere risultati, e questa disperata azione sperimentale sulla nostra pelle da parte della BCE ne è la prova, se non si provvede a rimuovere le cause della crisi che dal 2008 ci affligge.

Le cause sono state descritte dettagliatamente dal sistema bancario stesso. Basta leggere i bollettini di una banca Svizzera di investimenti come la Wegelin & Co.

E cioè: il sistema finanziario è fallito a causa dell’euforia finanziaria generata dal troppo basso livello  della riserva obbligatoria. Gli investimenti del sistema bancario sono spesso senza ritorno e riguardano la moneta in eccesso da questo stesso prodotta.

Allo stato attuale il sistema delle banche non è in grado di alimentare regolarmente il sistema produttivo per conclamata illiquidità. Quindi se non fossero le banche ad avere l’iniziativa politica fallirebbero per insolvenza.

Tutti gli stati hanno messo in atto dei mezzi per sostenere le banche a scapito dei propri conti.

I più colpiti naturalmente sono gli stati cha hanno un elevato debito pubblico perché la carenza di finanziamenti per l’illiquidità delle banche crea carenza di investitori nei titoli di stato di queste nazioni. Quindi CDS italiani sono più alti di quelli spagnoli perché il livello di indebitamento della Spagna è inferiore a quello italiano.

Infine la politica di Bruxelles è riuscita a terrorizzare i mercati alterando l’uso delle assicurazione dei crediti e generando la necessità di quantitative easing (acquisto di titoli di stato da parte della banca centrale) persino sui Bund tedeschi che parevano fuori della tempesta.

In questa situazione assistiamo al furbissimo comportamento della Svizzera che ha ridotto il cambio con l’euro a 1,2 Franchi per euro (da circa 1,5) per far accorrere i capitali in Svizzera. Il contrario di quanto fece Prodi quando accettò un cambio assurdo lira/euro di cui stiamo portando ancora i segni nella stagnazione dell’economia italiana da quando siamo entrati nell’euro.

I costi sociali della manovra come fatta sono altissimi soprattutto per le categorie sociali meno protette e non si può dare neppure una probabilità di riuscita a questa sperimentazione tale da poter dire che il gioco vale la candela per i vantaggi che ne avremo a medio e lungo termine.

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